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2022-06-20
Il ritorno dei Buoni del tesoro
Ansa
Bentornati titoli di Stato. L’aumento dei tassi d’interesse e le perturbazioni dei mercati hanno creato la condizioni perfetta per un ritorno di fiamma, anche se l’investitore italiano è sempre stato più simile alla cauta formichina, piuttosto che allo spericolato Gordon Gekko del film Wall Street. Sicuri e soprattutto molto generosi (a causa di un debito pubblico ingestibile), Bot e Btp per decenni hanno calamitato la maggior parte del risparmio privato del Paese. Al punto che è stata coniata l’espressione di «Bot people» a indicare questa fascia di risparmiatori che li preferivano a qualunque altro strumento finanziario.
A metà degli anni Settanta i Bot dominano la scena finanziaria, raggiungendo nel 1977 il 59% del totale dei titoli «classati» dalla Banca d’Italia. Erano gli anni in cui il debito del Paese era finanziato dai risparmi degli italiani e lo sarà in gran parte per tutti gli anni Ottanta. Un report di Bankitalia del 1994 sui bilanci delle famiglie segnalava che gli 80.000 miliardi di titoli (espressi in vecchie lire) che il Tesoro emetteva ogni mese sul mercato non rischiavano di non essere sottoscritti. Però i rendimenti a due cifre degli anni Settanta - per i Bot anche il 15-16% - erano una grande illusione dal momento che l’inflazione al 20% li mangiava quasi completamente. Negli anni Ottanta dopo il «divorzio» tra la Banca d’Italia e il Tesoro, e a seguito di una politica di bilancio che accumulava crescenti disavanzi annuali, il debito pubblico esplode, i tassi volano e superano l’inflazione. Fino a quando, nel 1992, il governo Amato presenta il conto agli italiani di vent’anni di spese folli e li spreme con una manovra lacrime e sangue da 93.000 miliardi delle vecchie lire.
La moneta unica europea ha imposto il processo di convergenza così che i rendimenti, prima a due cifre, si sono allineati a quelli degli altri Paesi Ue attorno al 4-5%. Poi gli stimoli monetari insieme al piano di acquisto dei bond, varati da Mario Draghi quando governava la Bce, hanno portato i tassi sotto la soglia dell’1%. Ed è proprio la fine di questa strategia annunciata dalla Banca centrale europea ad aver mandato in fibrillazione il mercato, anche perché nel frattempo il nostro debito pubblico è salito sopra il 150% del Pil e l’economia italiana è in affanno.
La situazione attuale non è certo paragonabile a quella degli anni Settanta, ma il Btp decennale schizzato al 4%, un livello che non si vedeva dal 2014, ha riacceso i riflettori su questo tipo di investimento. Se l’inflazione nei prossimi anni dovesse scendere, secondo le stime, il Btp a 10 anni si rivelerà redditizio in termini anche reali.
Se quindi potrebbe riaccendersi la passione per i titoli di Stato, continua invece a essere freddo il rapporto tra investitori e mercato immobiliare. Il doppio aumento dei tassi di interesse annunciato dalla Bce, 25 punti base a luglio e probabilmente 50 a settembre, oltre allo stop dell’acquisto bond, hanno avuto l’effetto di una doccia gelata su chi aveva intenzione di acquistare casa o aveva già chiesto un finanziamento in banca.
L’escalation dei mutui è già cominciata, il che si aggiunge ad altri fattori che rendono scarsamente vantaggioso l’acquisto di un immobile come forma di investimento. Innanzitutto, una legislazione che favorisce l’inquilino moroso a danno del proprietario. Liberare un appartamento, a fronte di una prolungata irregolarità nel pagamento della locazione, è sempre più difficile. Il problema delle morosità è sempre più diffuso ed è un disincentivo a stipulare contratti lunghi. Anche la formula della casa vacanza ha perso smalto. Nel turismo c’è ripresa, ma l’offerta dei B&B supera abbondantemente la domanda e così si rischia di trovarsi l’appartamento vuoto per gran parte dell’anno mentre le spese di manutenzione, le utenze e l’Imu corrono. Non va meglio per gli affitti business. Lo smart working è ancora diffuso e gli spostamenti per lavoro non sono ripresi con il ritmo pre Covid. Lo stesso vale per gli studenti fuori sede. Molte università durante la pandemia si sono organizzate con corsi online e c’è una riscoperta degli atenei del Sud. Sono sempre più i giovani che rinunciano alle prestigiose università del Nord per studiare vicino casa, abbattendo così i costi del trasferimento.
A ogni crisi torna in auge, tra i cosiddetti beni rifugio, anche l’oro. Ma questo metallo prezioso è difficile da acquistare e comunque a un piccolo portafoglio converrebbe investire in oro finanziario, che non va custodito in una cassaforte in casa o in una cassetta di sicurezza in banca. È un settore comunque da esperti.
Il risparmiatore italiano, tradizionalmente molto prudente, ora lo è ancora di più. E i presagi degli esperti sono neri, tra gli strascichi della pandemia e l’incognita della guerra ucraina ancora lontana da una soluzione. Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, ha previsto che «un uragano sta per abbattersi sull’economia», mentre Andrew Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra, ha definito «apocalittico» lo scenario attuale della Gran Bretagna. Ma l’italiano medio non ha bisogno di questi foschi scenari per avvertire l’arrivo di un tempesta: glielo dicono le bollette salate e il pieno di benzina a livelli stellari. I depositi sui conti correnti sono a livelli record. Se sta per piovere, meglio prepararsi con l’ombrello.
«Il mattone non garantisce rendimento»

Mario Breglia (www.scenari-immobiliari.it)
Le compravendite nel 2021 sono aumentate del 38,9% sul 2020 e quelle di seconde case del 33,3%. Le locazioni brevi sono aumentate del 75% rispetto a un +25,5% degli affitti tra liberi e concordati: i dati del mercato immobiliare sono positivi. Ma Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, è di diverso parere.
Perché preferisce la cautela?
«Sento parlare di corsa al mattone per ripararsi dall’inflazione ma è una valutazione sulla quale sarei prudente. Innanzitutto una considerazione. La Banca d’Italia riporta un dato interessante: gli italiani hanno accumulato sui conti correnti la bellezza di 1.400 miliardi di euro, la cifra più alta di tutti i tempi. Il mercato immobiliare fa 100 miliardi l’anno di giro d’affari. Se le persone volessero comprare, i soldi in banca ci sono. Allora domando: perché si tengono bloccati questi depositi anche a rischio di farli erodere dall’inflazione e non si investe invece una parte nell’immobiliare?».
Che risposta si dà?
«Il mattone non convince più, è fiscalmente oneroso e poco remunerativo».
Sul fiscalmente oneroso ci siamo, ma sulla scarsa remunerazione ci chiarisce?
«Si parla di ripresa del mattone ma sono numeri piccoli. Il mercato immobiliare continua a essere appannaggio dei redditi alti e di chi può acquistare accendendo un mutuo piccolo. Le compravendite sono soprattutto di prime case, di chi è già proprietario e vuole un’abitazione più grande, più luminosa, con più comfort. Comprare per investire non attira più. Non c’è mobilità nel Paese, nessuno si sposta più per lavoro. Siamo una società ferma. La grande spinta migratoria verso il Nord dei giovani alla ricerca del lavoro si è esaurita. La vita costosa delle grandi città settentrionali è un forte disincentivo. Aggiungiamo l’esperienza dello smart working. Si è scoperto che tante attività si possono fare da casa, dalla casa di famiglia al Sud. E allora perché spostarsi, affrontando i costi importanti degli affitti? Tutto ciò ha ristretto il mercato delle locazioni a studenti e lavoratori fuori sede».
Che peso avrà l’aumento dei mutui?
«Le compravendite saranno soprattutto per chi considera il mutuo un aspetto marginale. Per gli altri saranno problemi. E non si pensa più a investire nel mattone per metterlo a reddito. Finora il mercato ha beneficiato di tassi bassissimi e della facilità di accendere mutui a tasso fisso. Con l’aumento dell’inflazione e l’incertezza finanziaria, le banche spingeranno il tasso variabile. La stagione del fisso sta tramontando perché mutui all’1,5% per 30 anni ce li possiamo dimenticare».
Una stagione finita?
«Quando ho comprato casa nel 1987, avevo un tasso fisso agevolato al 18%, ma quello normale era al 23%. Per 50 anni la realtà dei tassi è stata al 14-15%. Poi c’è stato il crollo. Oggi i giovani e quelli con reddito basso sono penalizzati. Poi ci sono le alte imposte per l’acquisto, il 10% del prezzo dell’immobile, l’Imu è aumentata, le spese di manutenzione. Facendo due conti e considerando che gli affitti, se si vuole usufruire della cedolare secca, devono stare entro un tetto, il mattone non garantisce un rendimento soddisfacente tale da compensare tutte queste voci. Comprare un appartamento, a meno che non sia in una posizione appetibile, è un’operazione a rischio».
E le case vacanza? Fino a prima del Covid erano un business.
«Le case in località turistiche sono difficili da trovare. L’offerta è scarsa. Prima del Covid si viaggiava molto e tante case erano libere e venivano messe sul mercato. Ora si tende a restare in Italia e le vendite si sono ridotte».
«Il passato insegna che la bufera passa»
«Meglio prendersi qualche mese di riflessione e attendere che il quadro si chiarisca. Non sarà tempo perso. Nel frattempo, occhio all’andamento dell’occupazione e dell’inflazione americana che sono due indicatori importanti. Quando cominceranno a salire la disoccupazione e i prezzi, è probabile che la Fed decida di allentare la stretta monetaria e di abbassare i tassi. Sarà un segnale anche per le altre banche centrali. Ma per quel momento bisogna essere pronti e avere ben chiari i settori su cui investire». Lo scenario tratteggiato da Salvatore Bruno, responsabile investimenti di Generali Investments Partners, suggerisce grande prudenza.
Quale è la sua analisi della decisione delle banche centrali sui tassi? Non cade nel momento sbagliato?
«È ormai chiaro che il rialzo dell’inflazione non è un fenomeno temporaneo, ma dovremo convivere con il rialzo del costo della vita almeno fino al 2023. Se pure all’improvviso si trovasse un accordo diplomatico sull’Ucraina, venissero meno le sanzioni e si allentasse la morsa sui costi energetici, non ci sarà il calo immediato dell’inflazione. Avremmo una fase di stabilizzazione. Il problema è l’inflazione strutturale che si manifesta dei salari e negli affitti, in componenti meno volatili dove la discesa è più lenta. Se nei prossimi 12 mesi dovesse rientrare il caro petrolio, c’è sempre il tema dell’inflazione strutturale che potrebbe rivelarsi persistente. Ed è a questa che guardano le banche centrali».
In che senso?
«Negli Usa è al 6%, tre volte superiore agli obiettivi della Fed, e in Europa al 4%, il doppio del target della Bce. Ma mentre negli Stati Uniti l’aumento dei prezzi è generato dalla crescita economica e quindi dei salari e l’arma usata dalla Fed è di alzare i tassi per rallentare l’economia in modo consapevole, in Europa l’inflazione è importata per i rincari delle materie prime e del petrolio. Anche se la Bce alza i tassi difficilmente può raffreddare il prezzo del greggio. Ma è un’azione comunque necessaria anche se pericolosa perché gli spread possono andare fuori controllo. Il mercato del lavoro in Europa è meno flessibile e i danni possono essere importanti».
Cosa accade sul mercato azionario?
«I valori del mercato azionario ancora non tengono conto della possibile contrazione degli utili futuri, non stanno cioè scontando una fase di rallentamento forte dell’economia. Le stime degli analisti sono ancora vicine a quelle del pre Covid. Noi temiamo una ulteriore fase di debolezza del mercato, determinata dalla revisione al ribasso delle stime sugli utili attesi. In questo momento i prezzi di mercato riflettono tassi elevati ma utili sostenibili non rivisti al ribasso».
Come dovrebbero muoversi gli investitori?
«Le crisi del passato ci hanno insegnato che la bufera passa. Immagino che accadrà quando le banche centrali diranno basta con la stretta monetaria e tornerà un po’ di ottimismo. Ma in questa fase i rischi di ulteriori minimi non si possono escludere. In questa fase di calo generalizzato è meglio stare alla finestra e utilizzare questo tempo per individuare i settori pronti a rimbalzare e sui quali puntare. Possono essere i titoli legati alla mobilità sostenibile, alla transizione ecologica e al lusso. Va tenuta d’occhio la Cina, l’unico Paese che continua ad adottare una politica monetaria espansiva e questo impatterà sulla tenuta della sua crescita. Un titolo esposto su questo mercato potrà beneficiarne. Bisogna osservare l’andamento dei salari negli Usa, che è un indicatore forte di come si muove inflazione. Molte banche centrali hanno cominciato ad alzare i tassi l’anno scorso e alcune sono vicine al termine della fase di rialzo».
E le polizze assicurative come investimento?
«Il prodotto vita è più appetibile rispetto agli ultimi due anni, favorito dagli alti tassi. Poi bisogna vedere il tipo di prodotto».
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Altro che vecchi e massacrati dallo spread: la crisi ha riportato in auge Bot e Cct, in voga quando i prezzi salivano a doppia cifra.Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari: «Comprare un appartamento oggi è un’operazione a rischio».Salvatore Bruno, responsabile investimenti di Generali Investments Partners: «Quando saliranno disoccupazione e prezzi, è probabile che la Fed decida di allentare la stretta monetaria e di abbassare i tassi. Sarà un segnale anche per le banche centrali».Lo speciale contiene tre articoli.Bentornati titoli di Stato. L’aumento dei tassi d’interesse e le perturbazioni dei mercati hanno creato la condizioni perfetta per un ritorno di fiamma, anche se l’investitore italiano è sempre stato più simile alla cauta formichina, piuttosto che allo spericolato Gordon Gekko del film Wall Street. Sicuri e soprattutto molto generosi (a causa di un debito pubblico ingestibile), Bot e Btp per decenni hanno calamitato la maggior parte del risparmio privato del Paese. Al punto che è stata coniata l’espressione di «Bot people» a indicare questa fascia di risparmiatori che li preferivano a qualunque altro strumento finanziario. A metà degli anni Settanta i Bot dominano la scena finanziaria, raggiungendo nel 1977 il 59% del totale dei titoli «classati» dalla Banca d’Italia. Erano gli anni in cui il debito del Paese era finanziato dai risparmi degli italiani e lo sarà in gran parte per tutti gli anni Ottanta. Un report di Bankitalia del 1994 sui bilanci delle famiglie segnalava che gli 80.000 miliardi di titoli (espressi in vecchie lire) che il Tesoro emetteva ogni mese sul mercato non rischiavano di non essere sottoscritti. Però i rendimenti a due cifre degli anni Settanta - per i Bot anche il 15-16% - erano una grande illusione dal momento che l’inflazione al 20% li mangiava quasi completamente. Negli anni Ottanta dopo il «divorzio» tra la Banca d’Italia e il Tesoro, e a seguito di una politica di bilancio che accumulava crescenti disavanzi annuali, il debito pubblico esplode, i tassi volano e superano l’inflazione. Fino a quando, nel 1992, il governo Amato presenta il conto agli italiani di vent’anni di spese folli e li spreme con una manovra lacrime e sangue da 93.000 miliardi delle vecchie lire.La moneta unica europea ha imposto il processo di convergenza così che i rendimenti, prima a due cifre, si sono allineati a quelli degli altri Paesi Ue attorno al 4-5%. Poi gli stimoli monetari insieme al piano di acquisto dei bond, varati da Mario Draghi quando governava la Bce, hanno portato i tassi sotto la soglia dell’1%. Ed è proprio la fine di questa strategia annunciata dalla Banca centrale europea ad aver mandato in fibrillazione il mercato, anche perché nel frattempo il nostro debito pubblico è salito sopra il 150% del Pil e l’economia italiana è in affanno.La situazione attuale non è certo paragonabile a quella degli anni Settanta, ma il Btp decennale schizzato al 4%, un livello che non si vedeva dal 2014, ha riacceso i riflettori su questo tipo di investimento. Se l’inflazione nei prossimi anni dovesse scendere, secondo le stime, il Btp a 10 anni si rivelerà redditizio in termini anche reali.Se quindi potrebbe riaccendersi la passione per i titoli di Stato, continua invece a essere freddo il rapporto tra investitori e mercato immobiliare. Il doppio aumento dei tassi di interesse annunciato dalla Bce, 25 punti base a luglio e probabilmente 50 a settembre, oltre allo stop dell’acquisto bond, hanno avuto l’effetto di una doccia gelata su chi aveva intenzione di acquistare casa o aveva già chiesto un finanziamento in banca. L’escalation dei mutui è già cominciata, il che si aggiunge ad altri fattori che rendono scarsamente vantaggioso l’acquisto di un immobile come forma di investimento. Innanzitutto, una legislazione che favorisce l’inquilino moroso a danno del proprietario. Liberare un appartamento, a fronte di una prolungata irregolarità nel pagamento della locazione, è sempre più difficile. Il problema delle morosità è sempre più diffuso ed è un disincentivo a stipulare contratti lunghi. Anche la formula della casa vacanza ha perso smalto. Nel turismo c’è ripresa, ma l’offerta dei B&B supera abbondantemente la domanda e così si rischia di trovarsi l’appartamento vuoto per gran parte dell’anno mentre le spese di manutenzione, le utenze e l’Imu corrono. Non va meglio per gli affitti business. Lo smart working è ancora diffuso e gli spostamenti per lavoro non sono ripresi con il ritmo pre Covid. Lo stesso vale per gli studenti fuori sede. Molte università durante la pandemia si sono organizzate con corsi online e c’è una riscoperta degli atenei del Sud. Sono sempre più i giovani che rinunciano alle prestigiose università del Nord per studiare vicino casa, abbattendo così i costi del trasferimento.A ogni crisi torna in auge, tra i cosiddetti beni rifugio, anche l’oro. Ma questo metallo prezioso è difficile da acquistare e comunque a un piccolo portafoglio converrebbe investire in oro finanziario, che non va custodito in una cassaforte in casa o in una cassetta di sicurezza in banca. È un settore comunque da esperti.Il risparmiatore italiano, tradizionalmente molto prudente, ora lo è ancora di più. E i presagi degli esperti sono neri, tra gli strascichi della pandemia e l’incognita della guerra ucraina ancora lontana da una soluzione. Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, ha previsto che «un uragano sta per abbattersi sull’economia», mentre Andrew Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra, ha definito «apocalittico» lo scenario attuale della Gran Bretagna. Ma l’italiano medio non ha bisogno di questi foschi scenari per avvertire l’arrivo di un tempesta: glielo dicono le bollette salate e il pieno di benzina a livelli stellari. I depositi sui conti correnti sono a livelli record. Se sta per piovere, meglio prepararsi con l’ombrello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ritorno-buoni-tesoro-2657531734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mattone-non-garantisce-rendimento" data-post-id="2657531734" data-published-at="1655734796" data-use-pagination="False"> «Il mattone non garantisce rendimento» Mario Breglia (www.scenari-immobiliari.it) Le compravendite nel 2021 sono aumentate del 38,9% sul 2020 e quelle di seconde case del 33,3%. Le locazioni brevi sono aumentate del 75% rispetto a un +25,5% degli affitti tra liberi e concordati: i dati del mercato immobiliare sono positivi. Ma Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, è di diverso parere. Perché preferisce la cautela? «Sento parlare di corsa al mattone per ripararsi dall’inflazione ma è una valutazione sulla quale sarei prudente. Innanzitutto una considerazione. La Banca d’Italia riporta un dato interessante: gli italiani hanno accumulato sui conti correnti la bellezza di 1.400 miliardi di euro, la cifra più alta di tutti i tempi. Il mercato immobiliare fa 100 miliardi l’anno di giro d’affari. Se le persone volessero comprare, i soldi in banca ci sono. Allora domando: perché si tengono bloccati questi depositi anche a rischio di farli erodere dall’inflazione e non si investe invece una parte nell’immobiliare?». Che risposta si dà? «Il mattone non convince più, è fiscalmente oneroso e poco remunerativo». Sul fiscalmente oneroso ci siamo, ma sulla scarsa remunerazione ci chiarisce? «Si parla di ripresa del mattone ma sono numeri piccoli. Il mercato immobiliare continua a essere appannaggio dei redditi alti e di chi può acquistare accendendo un mutuo piccolo. Le compravendite sono soprattutto di prime case, di chi è già proprietario e vuole un’abitazione più grande, più luminosa, con più comfort. Comprare per investire non attira più. Non c’è mobilità nel Paese, nessuno si sposta più per lavoro. Siamo una società ferma. La grande spinta migratoria verso il Nord dei giovani alla ricerca del lavoro si è esaurita. La vita costosa delle grandi città settentrionali è un forte disincentivo. Aggiungiamo l’esperienza dello smart working. Si è scoperto che tante attività si possono fare da casa, dalla casa di famiglia al Sud. E allora perché spostarsi, affrontando i costi importanti degli affitti? Tutto ciò ha ristretto il mercato delle locazioni a studenti e lavoratori fuori sede». Che peso avrà l’aumento dei mutui? «Le compravendite saranno soprattutto per chi considera il mutuo un aspetto marginale. Per gli altri saranno problemi. E non si pensa più a investire nel mattone per metterlo a reddito. Finora il mercato ha beneficiato di tassi bassissimi e della facilità di accendere mutui a tasso fisso. Con l’aumento dell’inflazione e l’incertezza finanziaria, le banche spingeranno il tasso variabile. La stagione del fisso sta tramontando perché mutui all’1,5% per 30 anni ce li possiamo dimenticare». Una stagione finita? «Quando ho comprato casa nel 1987, avevo un tasso fisso agevolato al 18%, ma quello normale era al 23%. Per 50 anni la realtà dei tassi è stata al 14-15%. Poi c’è stato il crollo. Oggi i giovani e quelli con reddito basso sono penalizzati. Poi ci sono le alte imposte per l’acquisto, il 10% del prezzo dell’immobile, l’Imu è aumentata, le spese di manutenzione. Facendo due conti e considerando che gli affitti, se si vuole usufruire della cedolare secca, devono stare entro un tetto, il mattone non garantisce un rendimento soddisfacente tale da compensare tutte queste voci. Comprare un appartamento, a meno che non sia in una posizione appetibile, è un’operazione a rischio». E le case vacanza? Fino a prima del Covid erano un business. «Le case in località turistiche sono difficili da trovare. L’offerta è scarsa. Prima del Covid si viaggiava molto e tante case erano libere e venivano messe sul mercato. Ora si tende a restare in Italia e le vendite si sono ridotte». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ritorno-buoni-tesoro-2657531734.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-passato-insegna-che-la-bufera-passa" data-post-id="2657531734" data-published-at="1655734796" data-use-pagination="False"> «Il passato insegna che la bufera passa» «Meglio prendersi qualche mese di riflessione e attendere che il quadro si chiarisca. Non sarà tempo perso. Nel frattempo, occhio all’andamento dell’occupazione e dell’inflazione americana che sono due indicatori importanti. Quando cominceranno a salire la disoccupazione e i prezzi, è probabile che la Fed decida di allentare la stretta monetaria e di abbassare i tassi. Sarà un segnale anche per le altre banche centrali. Ma per quel momento bisogna essere pronti e avere ben chiari i settori su cui investire». Lo scenario tratteggiato da Salvatore Bruno, responsabile investimenti di Generali Investments Partners, suggerisce grande prudenza. Quale è la sua analisi della decisione delle banche centrali sui tassi? Non cade nel momento sbagliato? «È ormai chiaro che il rialzo dell’inflazione non è un fenomeno temporaneo, ma dovremo convivere con il rialzo del costo della vita almeno fino al 2023. Se pure all’improvviso si trovasse un accordo diplomatico sull’Ucraina, venissero meno le sanzioni e si allentasse la morsa sui costi energetici, non ci sarà il calo immediato dell’inflazione. Avremmo una fase di stabilizzazione. Il problema è l’inflazione strutturale che si manifesta dei salari e negli affitti, in componenti meno volatili dove la discesa è più lenta. Se nei prossimi 12 mesi dovesse rientrare il caro petrolio, c’è sempre il tema dell’inflazione strutturale che potrebbe rivelarsi persistente. Ed è a questa che guardano le banche centrali». In che senso? «Negli Usa è al 6%, tre volte superiore agli obiettivi della Fed, e in Europa al 4%, il doppio del target della Bce. Ma mentre negli Stati Uniti l’aumento dei prezzi è generato dalla crescita economica e quindi dei salari e l’arma usata dalla Fed è di alzare i tassi per rallentare l’economia in modo consapevole, in Europa l’inflazione è importata per i rincari delle materie prime e del petrolio. Anche se la Bce alza i tassi difficilmente può raffreddare il prezzo del greggio. Ma è un’azione comunque necessaria anche se pericolosa perché gli spread possono andare fuori controllo. Il mercato del lavoro in Europa è meno flessibile e i danni possono essere importanti». Cosa accade sul mercato azionario? «I valori del mercato azionario ancora non tengono conto della possibile contrazione degli utili futuri, non stanno cioè scontando una fase di rallentamento forte dell’economia. Le stime degli analisti sono ancora vicine a quelle del pre Covid. Noi temiamo una ulteriore fase di debolezza del mercato, determinata dalla revisione al ribasso delle stime sugli utili attesi. In questo momento i prezzi di mercato riflettono tassi elevati ma utili sostenibili non rivisti al ribasso». Come dovrebbero muoversi gli investitori? «Le crisi del passato ci hanno insegnato che la bufera passa. Immagino che accadrà quando le banche centrali diranno basta con la stretta monetaria e tornerà un po’ di ottimismo. Ma in questa fase i rischi di ulteriori minimi non si possono escludere. In questa fase di calo generalizzato è meglio stare alla finestra e utilizzare questo tempo per individuare i settori pronti a rimbalzare e sui quali puntare. Possono essere i titoli legati alla mobilità sostenibile, alla transizione ecologica e al lusso. Va tenuta d’occhio la Cina, l’unico Paese che continua ad adottare una politica monetaria espansiva e questo impatterà sulla tenuta della sua crescita. Un titolo esposto su questo mercato potrà beneficiarne. Bisogna osservare l’andamento dei salari negli Usa, che è un indicatore forte di come si muove inflazione. Molte banche centrali hanno cominciato ad alzare i tassi l’anno scorso e alcune sono vicine al termine della fase di rialzo». E le polizze assicurative come investimento? «Il prodotto vita è più appetibile rispetto agli ultimi due anni, favorito dagli alti tassi. Poi bisogna vedere il tipo di prodotto».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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