2026-03-09
Haravi: «Non cantare l’inno della Repubblica islamica è una grande forma di disobbedienza civile»
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Lo ha detto all’Ansa Shervin Haravi, avvocata e attivista iraniana, parlando anche delle giocatrici della nazionale femminile di calcio dell’Iran che si sono rifiutate di cantare l’inno della Repubblica islamica.
«Questo rifiuto e questa presa di posizione dimostrano una delle più importanti forme di disobbedienza civile portate avanti dalle donne iraniane che vivono delle preoccupazioni continue e sono tristi per tutto quello che sta accadendo nel loro Paese, perché non è possibile pensare che qualcuno sia felice della guerra.Nessuno è felice della guerra, anche se una parte degli iraniani sta accettando anche l’intervento militare, ma perché ha quel minimo di speranza che il regime possa cadere. Si deve cercare di porre fine a questo conflitto il prima possibile e procedere con una via che porti alla fine di questo regime e l’inizio di un processo di democratizzazione dell’Iran. Il coraggio è la forma di disobbedienza più forte delle iraniane».
Gianandrea Gaiani (Imagoeconomica)
L’analista Gianandrea Gaiani: «È un conflitto per l’energia: Trump pensa ai suoi interessi, facciamolo pure noi. Basta con la sudditanza agli Usa. E con il Golfo in fiamme ci serve l’energia russa».
Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa ed esperto militare: molti particolari di questo conflitto sfuggono all’opinione pubblica occidentale. Lei condivide la preoccupazione per la minaccia nucleare che arriva da Teheran?
«Non sono un ammiratore degli ayatollah, ma la storia della minaccia atomica non mi convince. Nei rapporti dell’Onu non si trova traccia di un pericolo imminente. Nel giugno scorso Trump dichiarava di aver azzerato il programma nucleare iraniano: com’è possibile che oggi Teheran sia quasi in possesso della bomba?».
Se non il rischio atomico, qual è la motivazione dietro l’attacco?
«È una guerra per l’energia. Da quando gli Usa sono diventati energeticamente autosufficienti, i loro interessi divergono dai nostri. Hanno il problema dei costi dell’export via nave, che rendono la loro energia sul mercato più costosa di quella mediorientale o nordafricana. Da qui la necessità di destabilizzare le aree chiave. Non è un’idea di Trump, lo facevano anche Biden e Obama, anche se con uno stile meno arrogante».
Come può dirlo?
«Mettiamo insieme i pezzi. Nel 2011 Obama sostiene e alimenta le primavere arabe, per destabilizzare un’area energetica che alimenta Europa, Cina e Corea. Nel 2014 il cambio di regime a Kiev – su cui gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari – colpisce il territorio dove passano i gasdotti verso l’Europa. E oggi la guerra si abbatte sul petrolio che esce da Hormuz. La Cina ha sei mesi di autonomia senza il petrolio iraniano: l’obiettivo numero uno è tagliare le gambe a Pechino».
Una guerra che pagherà anche l’Europa?
«La stiamo già pagando. Dopo aver rinunciato al gas russo, dovremo rinunciare anche all’energia mediorientale, per acquistare solo dagli Usa. E poi si riaccederanno gli Huthi nel Mar Rosso, che colpiranno le rotte commerciali con l’Italia. Nulla di ciò che sta accadendo risponde ai nostri interessi».
E militarmente?
«I droni e i missili che arrivano a Cipro colpiscono le basi inglesi, cioè territorio britannico, e scaraventano la Ue in prima linea. Ad Akrotiri c’è anche un grosso centro di ascolto d’intelligence che copre tutto il Medio Oriente».
Il coordinamento europeo in difesa di Cipro è un embrione di difesa europea?
«Sono Paesi con interessi diversi. La Grecia ne approfitta per risaldare la presenza dell’etnia greca sull’isola. La Francia vuole ritagliarsi una leadership militare. Ma nessuno in Europa ha il coraggio di dire agli americani: fermatevi, perché questa iniziativa mette a repentaglio la nostra stabilità».
Ma tra il terrore degli ayatollah che annega nel sangue i dissidenti, e gli Stati Uniti, dovremmo sapere da che parte stare.
«Ci andrei piano con le questioni morali. Il regime degli ayatollah è certamente odioso e antidemocratico. Ma lo è anche quello del presidente dell’Azerbaijan da cui compriamo il gas. Chiamiamo “terroristi” i pasdaran, quando hanno ripulito l’Iraq dall’Isis. Nel frattempo riconosciamo come leader della Siria Al-Jolani, che faceva parte di al-Qaeda, dell’Isis, fondatore di Al-Nusra, con 10 milioni di dollari di taglia americana sulla testa. C’è un cortocircuito assoluto».
Sta dicendo che dovremmo scaricare l’alleato americano?
«Dagli alleati ti aspetti condivisione e rispetto. O perlomeno un avviso, prima di scatenare l’apocalisse nel nostro cortile di casa. Un alleato rispettoso, per esempio, non fa esplodere il gasdotto Nord Stream, per poi dare la colpa a quattro palombari ucraini. Noi europei non siamo alleati, ma vassalli. E forse è giunto il momento di “liberarci dei liberatori”».
Addirittura?
«Non parlo di ostilità. Sto dicendo che dobbiamo costruire un nuovo rapporto, non di sudditanza. In un anno Trump ci ha imposto 750 miliardi di dollari di acquisti di energia americana, 600 miliardi di dollari di investimenti nella loro industria, il 5% del Pil della difesa nell’acquisto di armi americane. A tutti questi diktat gli europei hanno risposto “yes daddy”, per dirla con le parole del segretario Nato Rutte. Gli americani, a prescindere da chi governa, perseguono i loro interessi. Ma noi europei siamo disposti a difendere i nostri?».
Ce l’ha con Bruxelles?
«La Ue non è la soluzione ai problemi, ma una delle fonti. È una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze».
E allora? Dovremmo forse metterci sotto l’ombrello di altre potenze imperiali?
«I pezzi d’Europa economicamente più avanzati, Francia, Germania e Italia, hanno spazi di manovra per muoversi insieme. Hanno la capacità culturale e spero anche politica per non inchinarsi a nessuno. E possono adoperarsi per chiudere le guerre, non per alimentarle».
E l’Italia, come ne sta uscendo?
«Noi italiani consideriamo area strategica prioritaria il Mediterraneo allargato, oggi compromesso. Siamo il ponte tra Occidente, Russia e mondo arabo, pur restando amici di Israele. Ma in questo momento non vedo più un ruolo propositivo dell’Italia, né dei Paesi europei. Qualcuno si è mosso per avviare un’iniziativa diplomatica che faccia fermare questi conflitti? Mi pare di no, né per l’Ucraina né per il Medio Oriente».
Concederemo le basi agli Stati Uniti, ma solo per i rifornimenti.
«Sul piano militare gli americani non hanno bisogno delle nostre basi in questo momento, perché sono troppo lontane. Sigonella, ad esempio, ospita i droni strategici americani Global Hawk, che volano sul Mar Nero per fare disturbo elettronico e ricognizione contro i russi, ed è molto lontana dal teatro operativo iraniano. Fra il Golfo Persico e Israele gli americani hanno una marea di basi: non hanno bisogno di altro».
Dunque non ci verrà richiesto di scendere in campo?
«Potrebbero chiedercelo in futuro per mettere alla prova la nostra fedeltà o per testare il governo, però non ne hanno militarmente bisogno in questo momento».
Quindi «non siamo in guerra», come dice il governo?
«Non siamo in guerra, a parte il sostegno logistico. E a dir la verità non siamo in guerra neanche con la Russia, pur avendo sostenuto Kiev con uno sforzo non risolutivo, perché l’Ucraina la guerra la sta perdendo. In questa fase così delicata, sarebbe opportuno riprendere i rapporti con la Russia, per motivi strettamente pragmatici, sennò andiamo a fondo. Dove prendiamo l’energia, con il Golfo in fiamme, e un muro tra noi e Mosca?».
Chiudiamo con qualche considerazione militare. Quanti missili rimangono all'Iran?
«Non lo so. L’Iran sta combattendo per la sua sopravvivenza, e credo abbia depositi di missili balistici molto in profondità sottoterra. Molti esponenti del Pentagono avevano avvisato Trump che iniziare una guerra con l’Iran era rischioso, avendo i magazzini mezzi vuoti dopo i rifornimenti verso l’Ucraina e Israele».
Rischiamo una cronicizzazione del conflitto in stile Afghanistan?
«Se l’Iran si sfalda e scoppia la guerra civile, finiamo nel caos, anche se in questo momento il regime sembra saldo. Il punto è che all’Iran è sufficiente resistere, e sopravvivere. Come ha fatto Hamas, che è ancora al suo posto. Il tempo gioca a favore di Teheran, che nel frattempo riceve grande aiuto da Cina e Russia».
Cina e Russia fanno parte del risiko?
«Da settimane si registra un forte traffico di aerei da trasporto russi e cinesi, che hanno scaricato materiale militare in Iran: qualcuno dice radar, forse anche batterie di missili per la difesa aerea, probabilmente anche qualcosa di offensivo, armi ipersoniche che possono essere usate per colpire le navi americane nel Golfo».
E lo scambio di informazioni?
«Pechino fa circolare da tempo le immagini nitidissime delle basi americane, scattate dai loro satelliti, e le gira agli iraniani che così possono prendere meglio la mira. È un messaggio di deterrenza agli Usa: evitate di attaccare, perché l’Iran non è solo».
Ipotesi escalation?
«Scenario possibile: se ci fosse una prolungata chiusura di Hormuz, la Cina potrebbe mandare a scopo deterrente la sua flotta all’imboccatura dello stretto, rivendicando la libertà di navigazione».
E i Paesi arabi?
«Se tra qualche settimana chiederanno missili da difesa, e gli americani risponderanno di non averne neanche per sé stessi, potrebbe cambiare la percezione dalla guerra. L’opinione pubblica del Golfo non è così filo-americana da sopportare a lungo questa situazione. Insomma, in questa fase Stati Uniti ed Israele si giocano buona parte della loro reputazione nel mondo, e del loro status di potenza militare. L’Europa invece, la reputazione se l’è giocata da tempo».
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Ettore Sequi (Imagoeconomica)
L’ambasciatore Ettore Sequi: «Netanyahu vuol far cadere il regime. I Paesi arabi temono sia una Teheran più aggressiva, sia l’ implosione».
Ambasciatore Ettore Sequi, lei ha una lunga e prestigiosa carriera diplomatica. Già segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, già ambasciatore d’Italia a Pechino, prima a Kabul e Capo Delegazione dell’Unione Europea a Tirana. Cosa dobbiamo aspettarci dalla guerra in Iran?
«La chiave è che Usa e Israele hanno obiettivi in parte diversi: Washington vuole cancellare la minaccia iraniana e uscire dal conflitto; Israele punta a spezzare in modo definitivo il regime. Per Teheran la questione non è vincere la guerra ma sopravvivere alla guerra, e questo dipenderà anche dalla tenuta interna del regime, in particolare dei Pasdaran. I Paesi della regione guardano con preoccupazione a entrambe le ipotesi: un Iran aggressivo o un Iran imploso destabilizzerebbero comunque l’equilibrio regionale».
Possiamo parlare di terza guerra mondiale?
«No: non è uno scontro diretto tra grandi potenze ma una guerra regionale con effetti globali, capace di destabilizzare energia, rotte marittime e sicurezza regionale senza trasformarsi in un conflitto mondiale».
Non si fa che parlare di basi Usa e del loro utilizzo. Potrebbero essere usate come basi di attacco?
«Le basi americane in Italia non sono automaticamente piattaforme offensive perché il loro impiego richiede il consenso politico italiano nel quadro degli accordi bilaterali e dei limiti costituzionali sull’uso della forza. Per questo il tema è politicamente delicato».
Qual è il suo punto di vista sullo stato della guerra in Ucraina?
«Il volto di questo conflitto è cambiato diverse volte. Si è passati dallo “sfondamento” allo “sfinimento”, all’usura. C’è un’area di una trentina di chilometri che è governata dal controllo dei droni e in questa zona l’obiettivo è ammazzare più nemici possibili. Si sta prendendo atto che la sicurezza europea si sta progressivamente separando dalla sicurezza americana e mentre la guerra in Ucraina è solo una parte del rapporto tra Usa e Ue, per l’Europa si tratta di un conflitto più esistenziale. Due sono gli aspetti da considerare: da un lato una frammentazione europea, dall’altro le garanzie di sicurezza di cui si parla tanto non possono prescindere da una garanzia degli Usa che le renda effettive. Obiettivamente poi è sotto gli occhi di tutti la frammentazione della visione politica europea, il che rende queste garanzie non sufficienti per gli ucraini e poco credibili per i russi».
Il modello dei volenterosi è stato un fallimento?
«Il grande fraintendimento è stato credere che ci fosse la volontà di andare a combattere sul campo contro i russi prima di una pace. L’idea invece era quella di creare un contesto di deterrenza per la Russia in vista di un eventuale nuovo attacco. I volenterosi sono un tentativo di risposta ad un’Europa che non funziona. Sono il risultato di un’Europa che non sa prendere decisioni. Con l’allargamento dell’Unione europea, la situazione può peggiorare. È per questo che alcuni Paesi come Serbia e Albania chiedono di poter entrare rinunciando al potere di veto, e quindi alla possibilità di entrare nel sistema del voto unanime. I volenterosi rappresentano la risposta ad un’Europa che non sa decidere, ma la loro operatività è tutta da dimostrare».
Quindi che differenza c’è tra i volenterosi e il Board of peace di Trump? Non è anche quella una risposta al fallimento dell’Onu?
«Credo che una risposta dovrebbe essere universale. Pensiamo al fatto che non c’è l’Africa e, considerato che le proiezioni demografiche parlano di una stima di due miliardi e mezzo di persone, andrebbe considerata. E poi c’è un tema di governance, perché se è solamente il presidente del board a decidere chi entra e chi non entra, si arriva a una soluzione estrema rispetto all’obiettiva crisi delle Nazioni Unite. Crisi che passa da un importante aspetto: bisogna ricordare che nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organo deputato al mantenimento della pace internazionale, attualmente siede un Paese in guerra, la Russia. Un organismo che dovrebbe decidere sulla pace di una guerra in cui è coinvolto un suo componente».
La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi ha creato trambusto.
«La prima volta che Trump ha parlato di dazi si è aperto un grande dibattito economico. C’erano idee diverse sul tema, anche se effettivamente veniva riconosciuto il problema dello squilibrio della bilancia commerciale americana. Dietro ai dazi c’era la volontà di accorciare le catene del valore e quindi di riportare le produzioni strategiche negli Usa, ma esiste anche un evidente argomento geopolitico. La minaccia dell’imposizione di dazi è stata spesso usata come leva geopolitica. Ad esempio, Trump ha minacciato nuovi dazi ai Paesi europei che hanno osato mandare sparute truppe in Groenlandia per un’esercitazione».
Una leva economica che si traduce in guerra commerciale. Non è quello che fa la Cina da anni?
«La Cina ha saputo trarre vantaggio dalle opportunità derivanti dall’ingresso, ai tempi di Clinton, nel Wto. Si pensava che il progresso economico della Cina avrebbe favorito e consentito una democratizzazione, ma così non è stato, e comunque non nei termini immaginati. Anche l’ingresso della Cina ha inciso profondamente sulla struttura del commercio internazionale, e ha creato alcune patologie che poi si sono riversate sul consumatore europeo, come nel caso della sovrapproduzione cinese».
È questo che ha contribuito all’indebolimento dell’Europa?
«In Europa abbiamo il problema di barriere tariffarie e non, e di forte concorrenza cinese. L’Europa cerca di trovare nuovi sbocchi: India, Mercosur. Si sta cercando di trovare circuiti alternativi per il commercio. Faccio un esempio sull’automotive. Prendiamo le auto tedesche, considerato anche che in alcuni casi il 50% della componentistica è italiana. In Cina le auto tedesche endotermiche hanno un mercato intorno al 30%, se passiamo all’elettrico, noi sappiamo che le auto tedesche vendono tra l’1 e il 3% perché le rivali cinesi sono troppo più competitive. Rivali cinesi che poi vengono esportate in Europa, infatti anche qui l’auto elettrica cinese si sta imponendo sul mercato».
In un mondo che va verso il bipolarismo, Stati Uniti da una parte e Cina dall’altra, come si recupera terreno? Dove si colloca l'Europa?
«Quando parliamo di debolezza o lentezza dell’Ue dimentichiamo un punto essenziale: la Ue non è un’entità astratta o metafisica, ma il risultato delle decisioni, o delle non decisioni, degli Stati membri. Quando ero ambasciatore dell’Unione europea ricordo che, di fronte a dossier delicati come i diritti umani in Cina, si preferiva spesso una dichiarazione congiunta per evitare esposizioni nazionali dirette. Nessuno voleva assumersi il costo politico individuale».
Quindi noi siamo rimasti indietro perché nessuno ha avuto il coraggio di prendere posizione?
«Siamo rimasti indietro perché è difficile e costoso avere la lungimiranza di comprendere che, di fronte ai macrosistemi globali, i singoli Stati europei sono troppo piccoli. Tuttavia, è politicamente più semplice mantenere la frammentazione che cedere sovranità. La cooperazione rafforzata non risolve tutto, ma può essere uno strumento. Un esempio concreto: per produrre un F-35 servono circa 25 chili di un magnete speciale al samario, la cui produzione è concentrata in Cina. Se Pechino ne blocca l’export, la produzione si ferma. Siamo in competizione ma anche in interdipendenza. Restando divisi rischiamo di essere schiacciati.»
L’Ue è indietro anche sui dati. Non c’è un social europeo, lo stesso vale per l’intelligenza artificiale.
«Quello è un disastro serio. Partiamo da un punto fermo: la proprietà, ma anche la gestione e il controllo del dato, risiedono o nelle mani dei governi, come in Cina, o in quelle di grandi società private statunitensi. L’Europa non ha nulla di paragonabile. Non si tratta solo di possesso, ma anche di concreta influenza, se vogliamo parlare in termini di soft power. Il dato alimenta l’algoritmo dell’Intelligenza artificiale. Queste grandi piattaforme, pubbliche o private, oltre a possedere i dati, gestiscono le infrastrutture digitali che determinano come i dati vengono combinati e utilizzati. Servono per addestrare i modelli di intelligenza artificiale tramite gli algoritmi. Tradotto: chi controlla i social controlla gran parte dell’ecosistema informativo. Gli algoritmi indirizzano e selezionano le informazioni, modellando ciò che gli utenti percepiscono come normale o importante. Diventano quindi attori di costruzione culturale di significati, valori e opinioni. La competizione geopolitica oggi si è estesa alla sfera cognitiva. Chiamarlo semplicemente soft power è forse riduttivo. Non si compete più solo su armamenti e risorse, ma su infrastrutture digitali, standard tecnologici e modelli di intelligenza artificiale».
La capacità di influenzare le masse che ti porta ad avere consenso oggi passa per la tecnologia?
«Sì, esatto. Se la situazione è questa, è evidente che la tecnologia è diventata un’importante vettore di consenso, di controllo, di influenza e di potenza. Tornando ai dazi, gli Stati Uniti li hanno usati anche come strumento di pressione verso l’Europa nella regolamentazione dell’Intelligenza artificiale del governo dei dati. L’Ue, pur non possedendo i dati e le piattaforme, cerca almeno di garantire la trasparenza degli algoritmi e di imporre vincoli regolatori alle piattaforme. A mio avviso è un tema di sovranità o di autonomia strategica. Nell’epoca dell’Intelligenza artificiale la sovranità non si misura soltanto nella capacità di difendere i confini fisici, ma anche nella capacità di governare o disciplinare gli strumenti, come i dati o gli algoritmi, che modulano la percezione collettiva. La domanda resta aperta: l’Europa si sta muovendo bene?»
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