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2024-04-18
Riscoprire l’eroismo jüngeriano con i testi di Roberto Melchionda
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Ernst Jünger (Getty Images)
A Roberto Melchionda (1927-2020) può essere ascritto un merito storico difficilmente contestabile: quello di essere stato uno dei rarissimi esponenti della destra radicale, forse l'unico, in certi momenti e in certi contesti, a portare avanti un discorso filosofico. Nella pubblicistica decennale di questo mondo ci si è per lo più occupati di costituire una Weltanschauung organica che certo aveva punti di tangenza con la filosofia, ma senza addentrarsi pienamente in questa disciplina, accettandone tutte le asperità e le gelide astrazioni. Una tara culturale recentemente colmata, almeno in parte, da una nuova generazione di studiosi, che devono però riconoscere a Melchionda il ruolo quasi incontrastato di capostipite.
È quindi benvenuta la pubblicazione, per i tipi di Bietti, di Ernst Jünger: La politica dello Spirito. Si tratta di quattro testi del pensatore dedicati all’autore tedesco, arricchiti da un saggio di Giovanni Sessa e da alcuni frammenti inediti contenuti nel lascito dell’autore. Si tratta di appunti presi per conferenze, ma anche ulteriori materiali non usati negli articoli, annotati o dattiloscritti in pagine molto dense, qui raggruppati per tematiche e periodizzati, seguendo un ordine logico-cronologico.
Ma prima qualche parola sullo stesso Melchionda, la cui vita è stata in qualche modo paradigmatica: arruolatosi appena sedicenne nella Repubblica Sociale Italiana, entra nel MSI nell’immediato dopoguerra, divenendo una delle voci più importanti dei cosiddetti Figli del Sole, la corrente evoliana e spirituale del Msi. In un ambiente culturalmente fertile e prolifico, il suo nome comincia a comparire su testate come Asso di bastoni, Il Nazionale, Avanguardia Nazionale, La Notte, Il popolo italiano e Lotta politica, seguite negli anni successivi da Ordine Nuovo, organo dell’omonimo centro studi, Il Secolo d’Italia e Storia Verità. Tra i suoi libri ricordiamo Il volto di Dioniso (Basaia, Roma 1984), Scritti per vocazione (Edizioni di Ar, Padova 2009) e La folgore di Apollo (Cantagalli, Siena 2015).
Di Jünger, Melchionda ricorda «la serietà intellettuale, l’assenza di ogni traccia di boria progressistica e l’aderenza intima alle tradizioni più nobili del pensiero europeo». E se nel primo saggio si sofferma su un tema piuttosto laterale e raffinato (il rapporto dell’autore tedesco col linguaggio), una larga parte della riflessione è certamente dedicata a un classico jüngeriano: il “passaggio al bosco” teorizzato ne Il trattato del ribelle (Der Waldgang, nel titolo originale). «Il Leviatano, ci dice Jünger in questo libro, lascia sempre meno chance all’individuo, detronizzato di ogni reale potere. Gli individui scelgono sempre più in base ad una coscienza tramortita da angoscia e paura. La facoltà di dire “no” è sistematicamente limitata, concessa soltanto per far risaltare meglio la superiorità dell’istanza che interroga. L’opposizione minoritaria è funzionale al sistema, che per tal via esibisce il suo pluralismo e giustifica tutto il proprio corredo poliziesco. Un 2% di voti contrari non dispiace alla “regia”. Jünger pensa soprattutto alle democrazie “plebiscitarie” dell’Est comunista, che in quegli anni andavano consolidando il loro tristo potere, ma presto ci si accorge che il discorso vale anche per le democrazie di diverso segno, per i Paesi che vivono nell’opulenza, per tutto il mondo in balia della macchina e degli automatismi. Sotto diversi travestimenti, annota Jünger, non è difficile oggi scoprire lo stesso potere paralizzante».
Molto spesso, il tema del passaggio al bosco in Jünger viene strumentalmente contrapposto a un’altra figura tipica della sua produzione: quella dell’Operaio, tratteggiata nell’omonima opera del 1932. Individuale, riservata, sfuggente la prima via, prometeica, mobilitante, eroica la seconda. Melchionda, tuttavia, va oltre i facili schematismi e ci dice che l’Operaio è figura «strettamente imparentata a quella che egli ora delinea con il Waldgänger». Il ribelle cessa quindi di essere una figura vagamente debole, una sorta di liberale «apollineo», per diventare un personaggio profondamente ancorato alla grande filosofia tragica novecentesca, venato inoltre di temi heideggeriani: «Passare al bosco significa compiere l’esperienza fondamentale dell’Essere mediante l’incontro dell’io con sé stesso. È qui che si attinge la forza originaria e inviolabile della libertà, dove risiede la dignità dell’uomo. È qui che si incontra e affronta l’angoscia originaria, che è lo strumento attraverso il quale il Leviatano esercita il potere».
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Ripubblicati alcuni saggi del pensatore scomparso nel 2020 dedicati all’autore tedesco: dal suo rapporto con il linguaggio alla figura del ribelle che «passa al bosco».A Roberto Melchionda (1927-2020) può essere ascritto un merito storico difficilmente contestabile: quello di essere stato uno dei rarissimi esponenti della destra radicale, forse l'unico, in certi momenti e in certi contesti, a portare avanti un discorso filosofico. Nella pubblicistica decennale di questo mondo ci si è per lo più occupati di costituire una Weltanschauung organica che certo aveva punti di tangenza con la filosofia, ma senza addentrarsi pienamente in questa disciplina, accettandone tutte le asperità e le gelide astrazioni. Una tara culturale recentemente colmata, almeno in parte, da una nuova generazione di studiosi, che devono però riconoscere a Melchionda il ruolo quasi incontrastato di capostipite. È quindi benvenuta la pubblicazione, per i tipi di Bietti, di Ernst Jünger: La politica dello Spirito. Si tratta di quattro testi del pensatore dedicati all’autore tedesco, arricchiti da un saggio di Giovanni Sessa e da alcuni frammenti inediti contenuti nel lascito dell’autore. Si tratta di appunti presi per conferenze, ma anche ulteriori materiali non usati negli articoli, annotati o dattiloscritti in pagine molto dense, qui raggruppati per tematiche e periodizzati, seguendo un ordine logico-cronologico.Ma prima qualche parola sullo stesso Melchionda, la cui vita è stata in qualche modo paradigmatica: arruolatosi appena sedicenne nella Repubblica Sociale Italiana, entra nel MSI nell’immediato dopoguerra, divenendo una delle voci più importanti dei cosiddetti Figli del Sole, la corrente evoliana e spirituale del Msi. In un ambiente culturalmente fertile e prolifico, il suo nome comincia a comparire su testate come Asso di bastoni, Il Nazionale, Avanguardia Nazionale, La Notte, Il popolo italiano e Lotta politica, seguite negli anni successivi da Ordine Nuovo, organo dell’omonimo centro studi, Il Secolo d’Italia e Storia Verità. Tra i suoi libri ricordiamo Il volto di Dioniso (Basaia, Roma 1984), Scritti per vocazione (Edizioni di Ar, Padova 2009) e La folgore di Apollo (Cantagalli, Siena 2015).Di Jünger, Melchionda ricorda «la serietà intellettuale, l’assenza di ogni traccia di boria progressistica e l’aderenza intima alle tradizioni più nobili del pensiero europeo». E se nel primo saggio si sofferma su un tema piuttosto laterale e raffinato (il rapporto dell’autore tedesco col linguaggio), una larga parte della riflessione è certamente dedicata a un classico jüngeriano: il “passaggio al bosco” teorizzato ne Il trattato del ribelle (Der Waldgang, nel titolo originale). «Il Leviatano, ci dice Jünger in questo libro, lascia sempre meno chance all’individuo, detronizzato di ogni reale potere. Gli individui scelgono sempre più in base ad una coscienza tramortita da angoscia e paura. La facoltà di dire “no” è sistematicamente limitata, concessa soltanto per far risaltare meglio la superiorità dell’istanza che interroga. L’opposizione minoritaria è funzionale al sistema, che per tal via esibisce il suo pluralismo e giustifica tutto il proprio corredo poliziesco. Un 2% di voti contrari non dispiace alla “regia”. Jünger pensa soprattutto alle democrazie “plebiscitarie” dell’Est comunista, che in quegli anni andavano consolidando il loro tristo potere, ma presto ci si accorge che il discorso vale anche per le democrazie di diverso segno, per i Paesi che vivono nell’opulenza, per tutto il mondo in balia della macchina e degli automatismi. Sotto diversi travestimenti, annota Jünger, non è difficile oggi scoprire lo stesso potere paralizzante».Molto spesso, il tema del passaggio al bosco in Jünger viene strumentalmente contrapposto a un’altra figura tipica della sua produzione: quella dell’Operaio, tratteggiata nell’omonima opera del 1932. Individuale, riservata, sfuggente la prima via, prometeica, mobilitante, eroica la seconda. Melchionda, tuttavia, va oltre i facili schematismi e ci dice che l’Operaio è figura «strettamente imparentata a quella che egli ora delinea con il Waldgänger». Il ribelle cessa quindi di essere una figura vagamente debole, una sorta di liberale «apollineo», per diventare un personaggio profondamente ancorato alla grande filosofia tragica novecentesca, venato inoltre di temi heideggeriani: «Passare al bosco significa compiere l’esperienza fondamentale dell’Essere mediante l’incontro dell’io con sé stesso. È qui che si attinge la forza originaria e inviolabile della libertà, dove risiede la dignità dell’uomo. È qui che si incontra e affronta l’angoscia originaria, che è lo strumento attraverso il quale il Leviatano esercita il potere».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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