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2024-04-18
Riscoprire l’eroismo jüngeriano con i testi di Roberto Melchionda
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Ernst Jünger (Getty Images)
A Roberto Melchionda (1927-2020) può essere ascritto un merito storico difficilmente contestabile: quello di essere stato uno dei rarissimi esponenti della destra radicale, forse l'unico, in certi momenti e in certi contesti, a portare avanti un discorso filosofico. Nella pubblicistica decennale di questo mondo ci si è per lo più occupati di costituire una Weltanschauung organica che certo aveva punti di tangenza con la filosofia, ma senza addentrarsi pienamente in questa disciplina, accettandone tutte le asperità e le gelide astrazioni. Una tara culturale recentemente colmata, almeno in parte, da una nuova generazione di studiosi, che devono però riconoscere a Melchionda il ruolo quasi incontrastato di capostipite.
È quindi benvenuta la pubblicazione, per i tipi di Bietti, di Ernst Jünger: La politica dello Spirito. Si tratta di quattro testi del pensatore dedicati all’autore tedesco, arricchiti da un saggio di Giovanni Sessa e da alcuni frammenti inediti contenuti nel lascito dell’autore. Si tratta di appunti presi per conferenze, ma anche ulteriori materiali non usati negli articoli, annotati o dattiloscritti in pagine molto dense, qui raggruppati per tematiche e periodizzati, seguendo un ordine logico-cronologico.
Ma prima qualche parola sullo stesso Melchionda, la cui vita è stata in qualche modo paradigmatica: arruolatosi appena sedicenne nella Repubblica Sociale Italiana, entra nel MSI nell’immediato dopoguerra, divenendo una delle voci più importanti dei cosiddetti Figli del Sole, la corrente evoliana e spirituale del Msi. In un ambiente culturalmente fertile e prolifico, il suo nome comincia a comparire su testate come Asso di bastoni, Il Nazionale, Avanguardia Nazionale, La Notte, Il popolo italiano e Lotta politica, seguite negli anni successivi da Ordine Nuovo, organo dell’omonimo centro studi, Il Secolo d’Italia e Storia Verità. Tra i suoi libri ricordiamo Il volto di Dioniso (Basaia, Roma 1984), Scritti per vocazione (Edizioni di Ar, Padova 2009) e La folgore di Apollo (Cantagalli, Siena 2015).
Di Jünger, Melchionda ricorda «la serietà intellettuale, l’assenza di ogni traccia di boria progressistica e l’aderenza intima alle tradizioni più nobili del pensiero europeo». E se nel primo saggio si sofferma su un tema piuttosto laterale e raffinato (il rapporto dell’autore tedesco col linguaggio), una larga parte della riflessione è certamente dedicata a un classico jüngeriano: il “passaggio al bosco” teorizzato ne Il trattato del ribelle (Der Waldgang, nel titolo originale). «Il Leviatano, ci dice Jünger in questo libro, lascia sempre meno chance all’individuo, detronizzato di ogni reale potere. Gli individui scelgono sempre più in base ad una coscienza tramortita da angoscia e paura. La facoltà di dire “no” è sistematicamente limitata, concessa soltanto per far risaltare meglio la superiorità dell’istanza che interroga. L’opposizione minoritaria è funzionale al sistema, che per tal via esibisce il suo pluralismo e giustifica tutto il proprio corredo poliziesco. Un 2% di voti contrari non dispiace alla “regia”. Jünger pensa soprattutto alle democrazie “plebiscitarie” dell’Est comunista, che in quegli anni andavano consolidando il loro tristo potere, ma presto ci si accorge che il discorso vale anche per le democrazie di diverso segno, per i Paesi che vivono nell’opulenza, per tutto il mondo in balia della macchina e degli automatismi. Sotto diversi travestimenti, annota Jünger, non è difficile oggi scoprire lo stesso potere paralizzante».
Molto spesso, il tema del passaggio al bosco in Jünger viene strumentalmente contrapposto a un’altra figura tipica della sua produzione: quella dell’Operaio, tratteggiata nell’omonima opera del 1932. Individuale, riservata, sfuggente la prima via, prometeica, mobilitante, eroica la seconda. Melchionda, tuttavia, va oltre i facili schematismi e ci dice che l’Operaio è figura «strettamente imparentata a quella che egli ora delinea con il Waldgänger». Il ribelle cessa quindi di essere una figura vagamente debole, una sorta di liberale «apollineo», per diventare un personaggio profondamente ancorato alla grande filosofia tragica novecentesca, venato inoltre di temi heideggeriani: «Passare al bosco significa compiere l’esperienza fondamentale dell’Essere mediante l’incontro dell’io con sé stesso. È qui che si attinge la forza originaria e inviolabile della libertà, dove risiede la dignità dell’uomo. È qui che si incontra e affronta l’angoscia originaria, che è lo strumento attraverso il quale il Leviatano esercita il potere».
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Ripubblicati alcuni saggi del pensatore scomparso nel 2020 dedicati all’autore tedesco: dal suo rapporto con il linguaggio alla figura del ribelle che «passa al bosco».A Roberto Melchionda (1927-2020) può essere ascritto un merito storico difficilmente contestabile: quello di essere stato uno dei rarissimi esponenti della destra radicale, forse l'unico, in certi momenti e in certi contesti, a portare avanti un discorso filosofico. Nella pubblicistica decennale di questo mondo ci si è per lo più occupati di costituire una Weltanschauung organica che certo aveva punti di tangenza con la filosofia, ma senza addentrarsi pienamente in questa disciplina, accettandone tutte le asperità e le gelide astrazioni. Una tara culturale recentemente colmata, almeno in parte, da una nuova generazione di studiosi, che devono però riconoscere a Melchionda il ruolo quasi incontrastato di capostipite. È quindi benvenuta la pubblicazione, per i tipi di Bietti, di Ernst Jünger: La politica dello Spirito. Si tratta di quattro testi del pensatore dedicati all’autore tedesco, arricchiti da un saggio di Giovanni Sessa e da alcuni frammenti inediti contenuti nel lascito dell’autore. Si tratta di appunti presi per conferenze, ma anche ulteriori materiali non usati negli articoli, annotati o dattiloscritti in pagine molto dense, qui raggruppati per tematiche e periodizzati, seguendo un ordine logico-cronologico.Ma prima qualche parola sullo stesso Melchionda, la cui vita è stata in qualche modo paradigmatica: arruolatosi appena sedicenne nella Repubblica Sociale Italiana, entra nel MSI nell’immediato dopoguerra, divenendo una delle voci più importanti dei cosiddetti Figli del Sole, la corrente evoliana e spirituale del Msi. In un ambiente culturalmente fertile e prolifico, il suo nome comincia a comparire su testate come Asso di bastoni, Il Nazionale, Avanguardia Nazionale, La Notte, Il popolo italiano e Lotta politica, seguite negli anni successivi da Ordine Nuovo, organo dell’omonimo centro studi, Il Secolo d’Italia e Storia Verità. Tra i suoi libri ricordiamo Il volto di Dioniso (Basaia, Roma 1984), Scritti per vocazione (Edizioni di Ar, Padova 2009) e La folgore di Apollo (Cantagalli, Siena 2015).Di Jünger, Melchionda ricorda «la serietà intellettuale, l’assenza di ogni traccia di boria progressistica e l’aderenza intima alle tradizioni più nobili del pensiero europeo». E se nel primo saggio si sofferma su un tema piuttosto laterale e raffinato (il rapporto dell’autore tedesco col linguaggio), una larga parte della riflessione è certamente dedicata a un classico jüngeriano: il “passaggio al bosco” teorizzato ne Il trattato del ribelle (Der Waldgang, nel titolo originale). «Il Leviatano, ci dice Jünger in questo libro, lascia sempre meno chance all’individuo, detronizzato di ogni reale potere. Gli individui scelgono sempre più in base ad una coscienza tramortita da angoscia e paura. La facoltà di dire “no” è sistematicamente limitata, concessa soltanto per far risaltare meglio la superiorità dell’istanza che interroga. L’opposizione minoritaria è funzionale al sistema, che per tal via esibisce il suo pluralismo e giustifica tutto il proprio corredo poliziesco. Un 2% di voti contrari non dispiace alla “regia”. Jünger pensa soprattutto alle democrazie “plebiscitarie” dell’Est comunista, che in quegli anni andavano consolidando il loro tristo potere, ma presto ci si accorge che il discorso vale anche per le democrazie di diverso segno, per i Paesi che vivono nell’opulenza, per tutto il mondo in balia della macchina e degli automatismi. Sotto diversi travestimenti, annota Jünger, non è difficile oggi scoprire lo stesso potere paralizzante».Molto spesso, il tema del passaggio al bosco in Jünger viene strumentalmente contrapposto a un’altra figura tipica della sua produzione: quella dell’Operaio, tratteggiata nell’omonima opera del 1932. Individuale, riservata, sfuggente la prima via, prometeica, mobilitante, eroica la seconda. Melchionda, tuttavia, va oltre i facili schematismi e ci dice che l’Operaio è figura «strettamente imparentata a quella che egli ora delinea con il Waldgänger». Il ribelle cessa quindi di essere una figura vagamente debole, una sorta di liberale «apollineo», per diventare un personaggio profondamente ancorato alla grande filosofia tragica novecentesca, venato inoltre di temi heideggeriani: «Passare al bosco significa compiere l’esperienza fondamentale dell’Essere mediante l’incontro dell’io con sé stesso. È qui che si attinge la forza originaria e inviolabile della libertà, dove risiede la dignità dell’uomo. È qui che si incontra e affronta l’angoscia originaria, che è lo strumento attraverso il quale il Leviatano esercita il potere».
(Arma dei Carabinieri)
Il sequestro è avvenuto nel territorio del Comune di Caraffa del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, in un’area particolarmente isolata e difficilmente accessibile.
L’ operazione si inserisce in un più ampio dispositivo di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata ed è stata resa possibile grazie all’apporto altamente specialistico dei militari dello Squadrone Eliportato «Cacciatori di Calabria», reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri specializzato nelle attività di ricerca in ambienti difficilmente accessibili. Proprio durante una perlustrazione accurata del territorio, i militari hanno individuato un fusto in plastica nascosto tra le pietre di un muro di contenimento, molto bene mimetizzato per sfuggire a eventuali controlli.
All’interno del contenitore è stato trovato un vero e proprio arsenale: un fucile d’assalto tipo Kalashnikov, completo di caricatore e munizioni calibro 7.62 x 39, un fucile semiautomatico calibro 12 con matricola abrasa, una doppietta dello stesso calibro, tre bombe anticarro di tipo M-60 e altri tre razzi anticarro. Un quantitativo e una tipologia di armi che fanno presumere una destinazione ad attività criminali di elevata pericolosità.
Considerata l’estrema minaccia alla sicurezza rappresentata dall'esplosivo rinvenuto, i Carabinieri hanno immediatamente richiesto l’intervento degli artificieri antisabotaggio del Comando Provinciale di Reggio Calabria. L’area è stata prontamente isolata e messa in sicurezza attraverso un’accurata cinturazione per tutelare l’incolumità degli operatori e prevenire rischi per la popolazione. In seguito, gli ordigni sono stati fatti brillare sul posto secondo le procedure previste. L’intervento degli specialisti è durato diverse ore, a conferma della complessità e delicatezza delle operazioni.
Le attività di controllo non si sono fermate al primo ritrovamento. Nel proseguimento delle perlustrazioni, i militari dell’Arma hanno esteso le ricerche anche a strutture rurali e fabbricati dismessi della zona. All’interno di un casolare abbandonato sono stati così ritrovati altri quattro fucili e una pistola Smith & Wesson, assieme a diverse munizioni di vario calibro poste sotto sequestro con il resto delle armi.
Il consistente sequestro ha consentito di sottrarre alla disponibilità della criminalità un ingente quantitativo di armi e materiale esplodente, che avrebbe potuto essere impiegato per compiere gravi fatti di sangue o azioni intimidatorie.
L’operazione rappresenta un ulteriore segnale della costante presenza dell’Arma dei Carabinieri sul territorio, capace di intervenire con prontezza anche in contesti operativi complessi.
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