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2018-08-01
Riportare i naufraghi in Libia ora non è tabù
Ansa
Speriamo che tutti ora possano vedere l'ipocrisia. Speriamo che tutti si rendano conto di come l'ideologia e gli interessi condizionino il modo in cui viene affrontata la questione migratoria. La vicenda della nave Asso Ventotto fa venire a galla ogni bugia e ogni contraddizione, dimostra con chiarezza quali siano le vere intenzioni di certi politici e attivisti. Costoro non vogliono fermare il meccanismo mortifero che spinge in mare i barconi. Vogliono, semplicemente, che tutti gli stranieri siano recuperati e portati in Italia.
Ieri Nicola Fratoianni di Liberi e uguali, che si trova a bordo della nave dell'Ong spagnola Open arms (ormai passa più tempo lì che a far politica), ha scritto indignato: «Abbiamo appreso che uno dei gommoni segnalati oggi dalla Guardia costiera italiana con 108 persone a bordo nel Mediterraneo è stato soccorso dalla nave Asso Ventotto, battente bandiera italiana, che si è poi diretta verso Tripoli. Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia costiera italiana», ha aggiunto Fratoianni, «ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l'Italia ed il comandante della nave risponderanno davanti ad un tribunale». Come prevedibile, subito è esploso il vespaio. Da sinistra sono cominciati ad arrivare tuoni e fulmini, poiché una nave italiana avrebbe «respinto» degli immigrati, riportandoli in Libia.
Vediamo che cosa è accaduto nel dettaglio. La Asso Ventotto è una nave della società Augusta Offshore di Napoli, che da oltre 30 anni lavora «a supporto delle attività estrattive in mare del gruppo Eni in Libia». Lunedì si trovava nei pressi di una piattaforma di estrazione, a 57 miglia marine da Tripoli (105 da Lampedusa, 156 da Malta e 213 miglia da Pozzallo). Intorno alle 16.30, ha soccorso un gommone con a bordo 101 migranti, di cui 5 bambini e 5 donne incinte. Li ha salvati. Poi, su indicazione della Guardia costiera libica - che è competente nell'area - e con una motovedetta di scorta, si è diretta verso Tripoli. Alle 21.36, i migranti sono stati trasferiti su un battello della Guardia costiera locale.
Questo, secondo gli illustri esponenti della sinistra italiana, sarebbe un «respingimento». Una nave italiana si trova nei pressi della Libia, su indicazione della Guardia costiera libica soccorre un gommone carico di persone, poi conduce i salvati a Tripoli. Vi sembra un'operazione tanto assurda? Eppure, l'Unhcr e Amnesty International sono insorte.
L'agenzia per i rifugiati dell'Onu sta «raccogliendo tutte le informazioni necessarie sul caso del rimorchiatore italiano Asso Ventotto che avrebbe riportato in Libia 108 persone soccorse nel Mediterraneo. La Libia non è un porto sicuro e questo atto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale». Amnesty rincara la dose: «Quello della Asso Ventotto non è solo una violazione del diritto d'asilo, è un atto disumano nei confronti di quelle 108 persone».
Capito? L'equipaggio della nave Asso Ventotto sarebbe «disumano». Beh, stando ai dati forniti dalla società che possiede l'imbarcazione, questa «disumanità» è abbastanza discutibile. Dal 2012 a oggi, infatti, la Augusta Offshore ha effettuato 262 operazioni di ricerca e soccorso, interrompendo le normali operazioni commerciali per 137 giorni e salvando qualcosa come 23.750 migranti. Quando questi migranti li portavano in Italia andava tutto bene. Ora che li hanno condotti a Tripoli sono diventati gente senza scrupoli. La Libia non è un porto sicuro, dicono i signori di Unhcr e Amnesty. In effetti, qualche giorno fa, Natasha Bertaud (portavoce della Commissione Ue) ha dichiarato: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione Ue dovrebbe spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione europea).
Non solo: l'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. In pratica, l'Europa finanzia la Guardia costiera libica, ma quando questa fa il suo mestiere - cioè coordina le operazioni di recupero dei barconi - scatta l'indignazione generale.
In realtà, la vicenda dell'Asso Ventotto è la perfetta dimostrazione di come dovrebbe funzionare un sistema sano: i migranti buttati in acqua dagli scafisti vengono salvati e riportati sulla riva più vicina, cioè a Tripoli. In Libia ci sono violazioni dei diritti umani? Beh, per evitarle l'Unhcr, l'Oim e altri prendono un sacco di soldi dall'Europa. Solo che, invece di fare il loro mestiere, perdono tempo ad attaccare il governo italiano.
Francesco Borgonovo
Chi nega la delinquenza straniera fa il furbo sui numeri degli immigrati
l dato neutro è questo: nei tre giorni presi dal ministro dell'Interno Matteo Salvini come esempio, nelle galere italiane ci sono finiti in 208. Gli italiani sono 113 e gli immigrati 95. Sul Corsera Fiorenza Sarzanini si è affrettata a sostenere che la lettura salviniana era parziale e che il ministro tirava l'acqua verso il Carroccio, sottolineando invece che gli italiani arrestati erano in maggioranza. Il megafono del Web ha fatto il resto. E giù tutti a pontificare sui due ruoli, quello da ministro e quello da leader politico, da tenere distinti. Dimenticando tutti, però, che la popolazione italiana, al mese di gennaio 2018, contava poco più di 60 milioni di abitanti autoctoni, oltre 5 milioni di stranieri regolari e circa 500.000 irregolari, ossia sprovvisti di permesso di soggiorno. E su questo punto i numeri sono simili per quasi tutti i rapporti sull'immigrazione.
L'ultimo dossier del centro studi Idos stima a fine 2016 in 5 milioni 359.000 gli immigrati regolari in Italia, l'8,8 per cento della popolazione totale. Per la Fondazione Ismu al gennaio 2017 la popolazione straniera in Italia ha raggiunto quasi la quota di 6 milioni di presenze (tra regolari e non). E c'è chi arriva anche a stime del 10 per cento. Risultato? Gli italiani finiti al fresco nel «frame» preso da Salvini saranno anche una manciata in più degli stranieri ma, in percentuale, rispetto alle presenze totali, non c'è partita. In poche parole: gli stranieri sono di meno e delinquono di più.
E anche se qualcuno avesse voluto sospettare dei dati forniti da Salvini (che peraltro sono quelli ufficiali raccolti dal Viminale e sono pubblici), avrebbe potuto approfondire con i documenti offerti online dalla Rete.
C'è ad esempio l'ultimo dossier della Fondazione Hume, quella fondata anche dal sociologo Luca Ricolfi, che mette a fuoco proprio l'incidenza straniera nella commissione di reati.
A sciorinare i dati su criminalità e immigrazione per la Fondazione Hume è il sociologo della Sapienza Luigi Solivetti, classe 1947, professore di Metodologia delle scienze sociali.
La ricerca del prof parte da lontano. E svela che fino al 1993 la popolazione immigrata in Italia era pari allo 0,4 per cento, ma che dagli anni Novanta ha avuto una tumultuosa crescita ed è arrivata (nel 2017) al 10,2 per cento del totale (circa 6,05 milioni di immigrati dall'estero, cifra che comprende, oltre ai cittadini stranieri, anche gli italiani nati all'estero ritornati in Italia e gli immigrati divenuti cittadini italiani).
«Questo rapido e largamente incontrollato incremento di flusso immigratorio», è scritto nel rapporto, «avveniva nonostante l'alto tasso medio di disoccupazione, l'elevato livello d'ineguaglianza economica, la rigidità del mercato del lavoro e il basso livello di libertà economica»: tutti aspetti che il docente giudica sfavorevoli rispetto all'integrazione e al benessere economico degli immigrati. Risultato: «Anche tra gli scienziati sociali il dibattito sul tema del legame tra immigrazione e criminalità è stato intenso, e spesso non privo di connotazioni ideologiche. In realtà, le principali teorie criminologiche suggeriscono alti tassi di criminalità nella popolazione straniera immigrata». I dati elaborati sono di provenienza Istat (e sono stati forniti dalle Procure, per i numeri relativi a procedimenti e alle condanne definitive, e dal ministero dell'Interno, per il numero di persone denunciate).
Per tutte le tipologie di reato commesso in Italia, la percentuale di immigrati imputati è sempre più alta in proporzione alla popolazione, rispetto agli italiani, che in termini assoluti (come è ovvio) compiono più reati, ma sono anche dieci volte più numerosi. Per l'omicidio volontario, ad esempio, tra il 2006 e il 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22 per cento mentre gli italiani sono diminuiti del 17 per cento. Lesioni volontarie: negli ultimi 30 anni gli immigrati imputati sono saliti da 400 a quasi 11.000. Violenza sessuale: segno più anche qui. Dai due ai quasi dieci casi ogni 100.000 abitanti. Scrive il Solivetti: «Il forte aumento dei casi di questo reato è strettamente associato alla parallela evoluzione della percentuale di immigrati imputati». La prova del nove può essere ricercata nelle carceri, dove da anni un detenuto su tre è straniero. Al mese di giugno 2006, come risulta dalle tabelle del ministero della Giustizia, i detenuti erano in totale 61.264 e 20.221 erano stranieri. Era l'estate dell'indulto e a fine anno la popolazione carceraria si è quasi dimezzata, arrivando a 39.000 detenuti, con 13.152 stranieri, il 33,7 per cento. Una percentuale praticamente identica a quella di oggi: 33,8 per cento. La statistica cresce a dismisura se si prendono in considerazioni i minorenni: al 15 novembre 2017 gli immigrati minorenni finiti in istituti di pena sono il 53,5 per cento del totale. Più degli italiani in assoluto.
Fabio Amendolara
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Dopo aver salvato un centinaio di disperati, la nave italiana Asso Ventotto, su indicazione della Guardia costiera libica, li ha ricondotti a Tripoli. Sinistra e Ong strepitano: «È un respingimento». La verità è che per la prima volta si sono seguite le regole.Il «Corriere» rivela: nei giorni esaminati dal Viminale, in galera 113 italiani e «solo» 95 extracomunitari. Come sempre, però, si omette che i non autoctoni (regolari e non) non superano il 10% della popolazione.Lo speciale contiene due articoli Speriamo che tutti ora possano vedere l'ipocrisia. Speriamo che tutti si rendano conto di come l'ideologia e gli interessi condizionino il modo in cui viene affrontata la questione migratoria. La vicenda della nave Asso Ventotto fa venire a galla ogni bugia e ogni contraddizione, dimostra con chiarezza quali siano le vere intenzioni di certi politici e attivisti. Costoro non vogliono fermare il meccanismo mortifero che spinge in mare i barconi. Vogliono, semplicemente, che tutti gli stranieri siano recuperati e portati in Italia. Ieri Nicola Fratoianni di Liberi e uguali, che si trova a bordo della nave dell'Ong spagnola Open arms (ormai passa più tempo lì che a far politica), ha scritto indignato: «Abbiamo appreso che uno dei gommoni segnalati oggi dalla Guardia costiera italiana con 108 persone a bordo nel Mediterraneo è stato soccorso dalla nave Asso Ventotto, battente bandiera italiana, che si è poi diretta verso Tripoli. Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia costiera italiana», ha aggiunto Fratoianni, «ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l'Italia ed il comandante della nave risponderanno davanti ad un tribunale». Come prevedibile, subito è esploso il vespaio. Da sinistra sono cominciati ad arrivare tuoni e fulmini, poiché una nave italiana avrebbe «respinto» degli immigrati, riportandoli in Libia. Vediamo che cosa è accaduto nel dettaglio. La Asso Ventotto è una nave della società Augusta Offshore di Napoli, che da oltre 30 anni lavora «a supporto delle attività estrattive in mare del gruppo Eni in Libia». Lunedì si trovava nei pressi di una piattaforma di estrazione, a 57 miglia marine da Tripoli (105 da Lampedusa, 156 da Malta e 213 miglia da Pozzallo). Intorno alle 16.30, ha soccorso un gommone con a bordo 101 migranti, di cui 5 bambini e 5 donne incinte. Li ha salvati. Poi, su indicazione della Guardia costiera libica - che è competente nell'area - e con una motovedetta di scorta, si è diretta verso Tripoli. Alle 21.36, i migranti sono stati trasferiti su un battello della Guardia costiera locale. Questo, secondo gli illustri esponenti della sinistra italiana, sarebbe un «respingimento». Una nave italiana si trova nei pressi della Libia, su indicazione della Guardia costiera libica soccorre un gommone carico di persone, poi conduce i salvati a Tripoli. Vi sembra un'operazione tanto assurda? Eppure, l'Unhcr e Amnesty International sono insorte. L'agenzia per i rifugiati dell'Onu sta «raccogliendo tutte le informazioni necessarie sul caso del rimorchiatore italiano Asso Ventotto che avrebbe riportato in Libia 108 persone soccorse nel Mediterraneo. La Libia non è un porto sicuro e questo atto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale». Amnesty rincara la dose: «Quello della Asso Ventotto non è solo una violazione del diritto d'asilo, è un atto disumano nei confronti di quelle 108 persone».Capito? L'equipaggio della nave Asso Ventotto sarebbe «disumano». Beh, stando ai dati forniti dalla società che possiede l'imbarcazione, questa «disumanità» è abbastanza discutibile. Dal 2012 a oggi, infatti, la Augusta Offshore ha effettuato 262 operazioni di ricerca e soccorso, interrompendo le normali operazioni commerciali per 137 giorni e salvando qualcosa come 23.750 migranti. Quando questi migranti li portavano in Italia andava tutto bene. Ora che li hanno condotti a Tripoli sono diventati gente senza scrupoli. La Libia non è un porto sicuro, dicono i signori di Unhcr e Amnesty. In effetti, qualche giorno fa, Natasha Bertaud (portavoce della Commissione Ue) ha dichiarato: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione Ue dovrebbe spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione europea). Non solo: l'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. In pratica, l'Europa finanzia la Guardia costiera libica, ma quando questa fa il suo mestiere - cioè coordina le operazioni di recupero dei barconi - scatta l'indignazione generale. In realtà, la vicenda dell'Asso Ventotto è la perfetta dimostrazione di come dovrebbe funzionare un sistema sano: i migranti buttati in acqua dagli scafisti vengono salvati e riportati sulla riva più vicina, cioè a Tripoli. In Libia ci sono violazioni dei diritti umani? Beh, per evitarle l'Unhcr, l'Oim e altri prendono un sacco di soldi dall'Europa. Solo che, invece di fare il loro mestiere, perdono tempo ad attaccare il governo italiano. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riportare-i-naufraghi-in-libia-ora-non-e-tabu-2591536909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chi-nega-la-delinquenza-straniera-fa-il-furbo-sui-numeri-degli-immigrati" data-post-id="2591536909" data-published-at="1774142726" data-use-pagination="False"> Chi nega la delinquenza straniera fa il furbo sui numeri degli immigrati l dato neutro è questo: nei tre giorni presi dal ministro dell'Interno Matteo Salvini come esempio, nelle galere italiane ci sono finiti in 208. Gli italiani sono 113 e gli immigrati 95. Sul Corsera Fiorenza Sarzanini si è affrettata a sostenere che la lettura salviniana era parziale e che il ministro tirava l'acqua verso il Carroccio, sottolineando invece che gli italiani arrestati erano in maggioranza. Il megafono del Web ha fatto il resto. E giù tutti a pontificare sui due ruoli, quello da ministro e quello da leader politico, da tenere distinti. Dimenticando tutti, però, che la popolazione italiana, al mese di gennaio 2018, contava poco più di 60 milioni di abitanti autoctoni, oltre 5 milioni di stranieri regolari e circa 500.000 irregolari, ossia sprovvisti di permesso di soggiorno. E su questo punto i numeri sono simili per quasi tutti i rapporti sull'immigrazione. L'ultimo dossier del centro studi Idos stima a fine 2016 in 5 milioni 359.000 gli immigrati regolari in Italia, l'8,8 per cento della popolazione totale. Per la Fondazione Ismu al gennaio 2017 la popolazione straniera in Italia ha raggiunto quasi la quota di 6 milioni di presenze (tra regolari e non). E c'è chi arriva anche a stime del 10 per cento. Risultato? Gli italiani finiti al fresco nel «frame» preso da Salvini saranno anche una manciata in più degli stranieri ma, in percentuale, rispetto alle presenze totali, non c'è partita. In poche parole: gli stranieri sono di meno e delinquono di più. E anche se qualcuno avesse voluto sospettare dei dati forniti da Salvini (che peraltro sono quelli ufficiali raccolti dal Viminale e sono pubblici), avrebbe potuto approfondire con i documenti offerti online dalla Rete. C'è ad esempio l'ultimo dossier della Fondazione Hume, quella fondata anche dal sociologo Luca Ricolfi, che mette a fuoco proprio l'incidenza straniera nella commissione di reati. A sciorinare i dati su criminalità e immigrazione per la Fondazione Hume è il sociologo della Sapienza Luigi Solivetti, classe 1947, professore di Metodologia delle scienze sociali. La ricerca del prof parte da lontano. E svela che fino al 1993 la popolazione immigrata in Italia era pari allo 0,4 per cento, ma che dagli anni Novanta ha avuto una tumultuosa crescita ed è arrivata (nel 2017) al 10,2 per cento del totale (circa 6,05 milioni di immigrati dall'estero, cifra che comprende, oltre ai cittadini stranieri, anche gli italiani nati all'estero ritornati in Italia e gli immigrati divenuti cittadini italiani). «Questo rapido e largamente incontrollato incremento di flusso immigratorio», è scritto nel rapporto, «avveniva nonostante l'alto tasso medio di disoccupazione, l'elevato livello d'ineguaglianza economica, la rigidità del mercato del lavoro e il basso livello di libertà economica»: tutti aspetti che il docente giudica sfavorevoli rispetto all'integrazione e al benessere economico degli immigrati. Risultato: «Anche tra gli scienziati sociali il dibattito sul tema del legame tra immigrazione e criminalità è stato intenso, e spesso non privo di connotazioni ideologiche. In realtà, le principali teorie criminologiche suggeriscono alti tassi di criminalità nella popolazione straniera immigrata». I dati elaborati sono di provenienza Istat (e sono stati forniti dalle Procure, per i numeri relativi a procedimenti e alle condanne definitive, e dal ministero dell'Interno, per il numero di persone denunciate). Per tutte le tipologie di reato commesso in Italia, la percentuale di immigrati imputati è sempre più alta in proporzione alla popolazione, rispetto agli italiani, che in termini assoluti (come è ovvio) compiono più reati, ma sono anche dieci volte più numerosi. Per l'omicidio volontario, ad esempio, tra il 2006 e il 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22 per cento mentre gli italiani sono diminuiti del 17 per cento. Lesioni volontarie: negli ultimi 30 anni gli immigrati imputati sono saliti da 400 a quasi 11.000. Violenza sessuale: segno più anche qui. Dai due ai quasi dieci casi ogni 100.000 abitanti. Scrive il Solivetti: «Il forte aumento dei casi di questo reato è strettamente associato alla parallela evoluzione della percentuale di immigrati imputati». La prova del nove può essere ricercata nelle carceri, dove da anni un detenuto su tre è straniero. Al mese di giugno 2006, come risulta dalle tabelle del ministero della Giustizia, i detenuti erano in totale 61.264 e 20.221 erano stranieri. Era l'estate dell'indulto e a fine anno la popolazione carceraria si è quasi dimezzata, arrivando a 39.000 detenuti, con 13.152 stranieri, il 33,7 per cento. Una percentuale praticamente identica a quella di oggi: 33,8 per cento. La statistica cresce a dismisura se si prendono in considerazioni i minorenni: al 15 novembre 2017 gli immigrati minorenni finiti in istituti di pena sono il 53,5 per cento del totale. Più degli italiani in assoluto. Fabio Amendolara
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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