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2021-07-09
I ricoveri contano più dei contagiati. Cambiare i criteri delle zone colorate
Getty Images
Il sistema delle zone colorate per il contrasto alla diffusione del Covid-19 accompagna ormai da tempo le nostre vite. Eppure - in un momento in cui l'Italia è tutta bianca - è forse giusto interrogarsi sui criteri che stanno alla base delle chiusure. Eh sì, perché - con il mutare delle circostanze - proprio quei criteri rischiano di essere ormai diventati obsoleti. E sarebbe forse il caso di aggiornarli. Si tratta di un tema che questo giornale aveva messo in evidenza già tre settimane fa. Ma che sembra si stia facendo adesso strada anche all'interno del Cts, oltre che tra gli stessi governatori delle Regioni. Come riferito ieri da Il Messaggero, di questo avviso parrebbero per esempio essere il presidente della Liguria, Giovanni Toti, e il suo collega dell'Abruzzo, Marco Marsilio. Una linea, tra l'altro, accarezzata anche dall'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. «Oggi», ha dichiarato, «il meccanismo dei colori valuta il numero dei casi, dei ricoveri e delle occupazioni delle terapie intensive. Quando i vaccinati saranno di più, dovremo legare maggiormente il sistema alla tenuta degli ospedali». «Va pensata una diversa modalità, basata sulla gravità dei positivi. L'influenza classica, ogni anno, causa 7.000-8.000 decessi, non per questo andiamo a chiudere le regioni, a indicare i colori. Se i vaccini contro il Covid abbatteranno in modo drastico il numero dei casi gravi, i parametri andranno cambiati», ha aggiunto.
In effetti il punto è proprio questo. Nonostante nel nostro Paese il numero dei contagi sia in aumento, è altrettanto vero che - come ha sottolineato anche la Fondazione Gimbe - ricoveri e decessi risultino (almeno per ora) complessivamente in discesa. Un quadro sostanzialmente confermato anche dai dati di ieri sera, secondo cui - pur a fronte di un incremento dei casi e del tasso di positività rispetto al giorno precedente - il numero dei morti e dei ricoveri ordinari è sceso (laddove quello delle terapie intensive è rimasto invariato).
Sotto questo aspetto, è interessante un raffronto con il Regno Unito, dove si è verificata una significativa diffusione della variante delta. Ora, è senz'altro vero che Oltremanica - negli scorsi trenta giorni - si è registrata un'impennata dei contagi. Ciò detto, va anche riconosciuto che il numero britannico dei morti e delle ospedalizzazioni resta basso, soprattutto in confronto ai dati drammatici dei mesi di gennaio e febbraio. Sebbene non vada affatto sottovalutata, la variante delta sembra quindi avere un peso abbastanza contenuto su decessi e ricoveri. Una situazione in gran parte dettata dai progressi delle campagne di vaccinazione (su cui bisogna evidentemente insistere). D'altronde, uno studio britannico, pubblicato lo scorso 23 giugno e condotto su dati dell'app Zoe, ha rilevato come i soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale si ammalino meno gravemente e migliorino con maggiore rapidità. È quindi alla luce di tutto questo che sarebbe forse saggio vincolare i criteri per le zone colorate (o comunque per le chiusure) più ai dati sui ricoveri che a quelli sui contagiati.
E attenzione: anche alcuni esperti sono di questo avviso. È, per esempio, il caso dell'assessore alla Sanità della Regione Puglia e professore di igiene presso l'Università di Pisa, Pierluigi Lopalco. «Ora che abbiamo i vaccini, vanno cambiati i criteri che determinano le chiusure. E il numero dei casi positivi andrà usato per quello che è: un dato utile ad arginare l'andamento dell'epidemia, a sorvegliare la diffusione del virus», ha dichiarato. «Però», ha aggiunto, «ciò che deve contare veramente sono i ricoveri. Se ci contageremo, ma non avremo gravi conseguenze perché i più fragili sono protetti dal vaccino, non sarà un problema enorme».
Su una linea non troppo dissimile si è collocata anche l'immunologa dell'Università di Padova, Antonella Viola. «Boris Johnson decide di abbandonare le restrizioni e dice che d'ora in avanti il Sars-CoV-2 sarà gestito come il virus dell'influenza. È possibile? Non solo è possibile, è necessario», ha scritto ieri su Facebook. «Il virus», ha proseguito, «continuerà a circolare. Ci contageremo, ma saremo protetti dalle forme gravi della malattia grazie ai vaccini. Finché la risposta immunitaria generata dalla vaccinazione terrà vuoti gli ospedali, non dovremo fare altro». «Se l'immunità dovesse indebolirsi troppo nel tempo, o se il virus dovesse mutare troppo, dovremo far ricorso a ulteriori vaccinazioni (rispettivamente con terza dose o con vaccino aggiornato). Ma per ora lo scenario è quello immaginato dal Regno Unito», ha concluso.
Vaccini, pericolo per gli adolescenti
Mentre i medici sono spediti a caccia di giovanissimi da vaccinare, anche con tanto di camper piazzato sulla spiaggia come accade nei dintorni di Palermo, gli esperti del Cts non la pensano tutti allo stesso modo sull'opportunità di dare il vaccino ai ragazzi. Ormai è diventata la nuova parola d'ordine, immunizzare gli studenti per riaprire le scuole a settembre e così tentare di nascondere il nulla di fatto in tema di messa in sicurezza delle aule e dei mezzi di trasporto, ma se alcuni componenti del Comitato tecnico scientifico condividono l'accelerata impressa dal commissario per l'emergenza Francesco Paolo Figliuolo, altre voci dissonanti si alzano chiare e decise.
Purtroppo non riescono a bucare il guscio in cui il Cts ragiona, discute e decide sulla salute degli italiani in apparente accordo, però di certo c'è chi la pensa come i tedeschi che non raccomandano il vaccino nei bambini e negli adolescenti senza malattie pregresse. Si tratta di qualche voce autorevole, abituata a ragionare sull'evidenza scientifica, non sulla necessità di assecondare la politica vaccinale del governo. Al momento tace, perché in realtà l'argomento vaccinazioni nella fascia 12-15 anni non è mai stato affrontato dal Cts. La campagna sta andando avanti per slogan, dichiarazioni di virologi, pediatri, docenti, ciascuno mette insieme pezzi di verità o di sentito dire, con il risultato che la pressione sulla popolazione è enorme quanto ingiustificata.
Ci sarebbero altri dati, invece, su cui riflettere. Negli aggiornamenti del 23 giugno scorso dei Cdc, le autorità sanitarie statunitensi, c'è un inquietante report curato da Tom Shimabukuro, responsabile della task force per la sicurezza delle vaccinazioni anti Covid. Al 12 giugno scorso il Vaccine safety datalink (Vsd), che conduce studi su eventi avversi rari e gravi dopo l'immunizzazione, riferiva le reazioni riscontrate su minori di fascia 12-15 anni ai quali erano state somministrate 176.987 prime dosi e 66.546 richiami di vaccino Pfizer; mentre nella fascia 16-17 erano state date 127.665 prime dosi e 101.938 richiami.
Le analisi delle segnalazioni di miocarditi riscontrate dopo le vaccinazioni tra gli adolescenti sono ancora in corso, ma possiamo conoscere le percentuali delle reazioni avverse gravi nei giorni da 0 a 7 dopo ogni inoculazione che, dopo la prima dose, vanno dal 2,3% nella fascia 12-15 anni al 5,2% in quella 16-25, riferite quanto a incapacità di studiare o lavorare per alcuni giorni, per balzare al 9,1% e al 9,8% (rispettivamente per fascia), quanto a incapacità di svolgere le normali attività quotidiane. Dopo la seconda dose, si va dal 5,6% al 25%.
Eugenio Serravalle, medico specialista in pediatria preventiva e presidente dell'Assis, associazione di studi e informazione sulla salute, con queste percentuali ha realizzato delle proiezioni sulla popolazione degli adolescenti e dei giovani italiani, qualora si vaccinassero tutti. «Se il 2,3% dei 2.272.563 di età compresa tra 12 e 15 anni dovesse avere reazioni gravi come registrate negli Stati Uniti dopo la prima dose di vaccino, staremmo parlando di 52.000 ragazzini», spiega il medico. «Considerando il 9,1% di incidenza di reazioni che impediscono lo svolgimento di attività quotidiane, arriviamo a quasi 207.000 giovani. Dopo la seconda dose, le cose non andrebbero certo meglio: il 5,6%, ovvero 127.000 ragazzini, avrebbero reazioni serie e il 25,4%, vale a dire 577.000 giovanissimi si troverebbero inabilitati per un periodo di tempo non così breve».
Quanto potrebbero durare i disturbi, non è chiaro. «Il trial sul vaccino di Moderna riferiva una durata media di reazioni di 3-4 giorni dopo la prima dose e di quattro dopo la seconda, senza distinguere tra quelle lievi, moderate e gravi, mentre per i trial di Pfizer ancora non ci sono dati», fa sapere Serravalle. Secondo Annamaria Staiano, presidente delle Società Italiana di pediatria (Sip), invece «non ci sono evidenze scientifiche di nesso di causalità tra queste vaccinazioni e eventi più severi, come qualcuno ha paventato». Poche settimane fa ha dichiarato: «Ad oggi non ci sono effetti collaterali diversi da quelli di altri vaccini, quindi possiamo rassicurare ragazzi e genitori che quello contro il Covid è un vaccino uguale agli altri, con minimi effetti collaterali, come altri tipi di vaccino».
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Con l'Italia tutta bianca, il procedere della campagna vaccinale e gli ospedali mezzi vuoti non ha senso vincolare eventuali restrizioni al numero dei casi. Altrimenti si finirà per chiudere anche per l'influenza.Gli esperti del Cts non la pensano tutti allo stesso modo su immunizzare la fascia 12-15. Temono reazioni. I dati Usa: fino al 25% sono incapaci di svolgere attività per 3-4 giorni.Lo speciale contiene due articoli.Il sistema delle zone colorate per il contrasto alla diffusione del Covid-19 accompagna ormai da tempo le nostre vite. Eppure - in un momento in cui l'Italia è tutta bianca - è forse giusto interrogarsi sui criteri che stanno alla base delle chiusure. Eh sì, perché - con il mutare delle circostanze - proprio quei criteri rischiano di essere ormai diventati obsoleti. E sarebbe forse il caso di aggiornarli. Si tratta di un tema che questo giornale aveva messo in evidenza già tre settimane fa. Ma che sembra si stia facendo adesso strada anche all'interno del Cts, oltre che tra gli stessi governatori delle Regioni. Come riferito ieri da Il Messaggero, di questo avviso parrebbero per esempio essere il presidente della Liguria, Giovanni Toti, e il suo collega dell'Abruzzo, Marco Marsilio. Una linea, tra l'altro, accarezzata anche dall'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. «Oggi», ha dichiarato, «il meccanismo dei colori valuta il numero dei casi, dei ricoveri e delle occupazioni delle terapie intensive. Quando i vaccinati saranno di più, dovremo legare maggiormente il sistema alla tenuta degli ospedali». «Va pensata una diversa modalità, basata sulla gravità dei positivi. L'influenza classica, ogni anno, causa 7.000-8.000 decessi, non per questo andiamo a chiudere le regioni, a indicare i colori. Se i vaccini contro il Covid abbatteranno in modo drastico il numero dei casi gravi, i parametri andranno cambiati», ha aggiunto. In effetti il punto è proprio questo. Nonostante nel nostro Paese il numero dei contagi sia in aumento, è altrettanto vero che - come ha sottolineato anche la Fondazione Gimbe - ricoveri e decessi risultino (almeno per ora) complessivamente in discesa. Un quadro sostanzialmente confermato anche dai dati di ieri sera, secondo cui - pur a fronte di un incremento dei casi e del tasso di positività rispetto al giorno precedente - il numero dei morti e dei ricoveri ordinari è sceso (laddove quello delle terapie intensive è rimasto invariato). Sotto questo aspetto, è interessante un raffronto con il Regno Unito, dove si è verificata una significativa diffusione della variante delta. Ora, è senz'altro vero che Oltremanica - negli scorsi trenta giorni - si è registrata un'impennata dei contagi. Ciò detto, va anche riconosciuto che il numero britannico dei morti e delle ospedalizzazioni resta basso, soprattutto in confronto ai dati drammatici dei mesi di gennaio e febbraio. Sebbene non vada affatto sottovalutata, la variante delta sembra quindi avere un peso abbastanza contenuto su decessi e ricoveri. Una situazione in gran parte dettata dai progressi delle campagne di vaccinazione (su cui bisogna evidentemente insistere). D'altronde, uno studio britannico, pubblicato lo scorso 23 giugno e condotto su dati dell'app Zoe, ha rilevato come i soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale si ammalino meno gravemente e migliorino con maggiore rapidità. È quindi alla luce di tutto questo che sarebbe forse saggio vincolare i criteri per le zone colorate (o comunque per le chiusure) più ai dati sui ricoveri che a quelli sui contagiati. E attenzione: anche alcuni esperti sono di questo avviso. È, per esempio, il caso dell'assessore alla Sanità della Regione Puglia e professore di igiene presso l'Università di Pisa, Pierluigi Lopalco. «Ora che abbiamo i vaccini, vanno cambiati i criteri che determinano le chiusure. E il numero dei casi positivi andrà usato per quello che è: un dato utile ad arginare l'andamento dell'epidemia, a sorvegliare la diffusione del virus», ha dichiarato. «Però», ha aggiunto, «ciò che deve contare veramente sono i ricoveri. Se ci contageremo, ma non avremo gravi conseguenze perché i più fragili sono protetti dal vaccino, non sarà un problema enorme». Su una linea non troppo dissimile si è collocata anche l'immunologa dell'Università di Padova, Antonella Viola. «Boris Johnson decide di abbandonare le restrizioni e dice che d'ora in avanti il Sars-CoV-2 sarà gestito come il virus dell'influenza. È possibile? Non solo è possibile, è necessario», ha scritto ieri su Facebook. «Il virus», ha proseguito, «continuerà a circolare. Ci contageremo, ma saremo protetti dalle forme gravi della malattia grazie ai vaccini. Finché la risposta immunitaria generata dalla vaccinazione terrà vuoti gli ospedali, non dovremo fare altro». «Se l'immunità dovesse indebolirsi troppo nel tempo, o se il virus dovesse mutare troppo, dovremo far ricorso a ulteriori vaccinazioni (rispettivamente con terza dose o con vaccino aggiornato). 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Ormai è diventata la nuova parola d'ordine, immunizzare gli studenti per riaprire le scuole a settembre e così tentare di nascondere il nulla di fatto in tema di messa in sicurezza delle aule e dei mezzi di trasporto, ma se alcuni componenti del Comitato tecnico scientifico condividono l'accelerata impressa dal commissario per l'emergenza Francesco Paolo Figliuolo, altre voci dissonanti si alzano chiare e decise. Purtroppo non riescono a bucare il guscio in cui il Cts ragiona, discute e decide sulla salute degli italiani in apparente accordo, però di certo c'è chi la pensa come i tedeschi che non raccomandano il vaccino nei bambini e negli adolescenti senza malattie pregresse. Si tratta di qualche voce autorevole, abituata a ragionare sull'evidenza scientifica, non sulla necessità di assecondare la politica vaccinale del governo. Al momento tace, perché in realtà l'argomento vaccinazioni nella fascia 12-15 anni non è mai stato affrontato dal Cts. La campagna sta andando avanti per slogan, dichiarazioni di virologi, pediatri, docenti, ciascuno mette insieme pezzi di verità o di sentito dire, con il risultato che la pressione sulla popolazione è enorme quanto ingiustificata. Ci sarebbero altri dati, invece, su cui riflettere. Negli aggiornamenti del 23 giugno scorso dei Cdc, le autorità sanitarie statunitensi, c'è un inquietante report curato da Tom Shimabukuro, responsabile della task force per la sicurezza delle vaccinazioni anti Covid. Al 12 giugno scorso il Vaccine safety datalink (Vsd), che conduce studi su eventi avversi rari e gravi dopo l'immunizzazione, riferiva le reazioni riscontrate su minori di fascia 12-15 anni ai quali erano state somministrate 176.987 prime dosi e 66.546 richiami di vaccino Pfizer; mentre nella fascia 16-17 erano state date 127.665 prime dosi e 101.938 richiami. Le analisi delle segnalazioni di miocarditi riscontrate dopo le vaccinazioni tra gli adolescenti sono ancora in corso, ma possiamo conoscere le percentuali delle reazioni avverse gravi nei giorni da 0 a 7 dopo ogni inoculazione che, dopo la prima dose, vanno dal 2,3% nella fascia 12-15 anni al 5,2% in quella 16-25, riferite quanto a incapacità di studiare o lavorare per alcuni giorni, per balzare al 9,1% e al 9,8% (rispettivamente per fascia), quanto a incapacità di svolgere le normali attività quotidiane. Dopo la seconda dose, si va dal 5,6% al 25%. Eugenio Serravalle, medico specialista in pediatria preventiva e presidente dell'Assis, associazione di studi e informazione sulla salute, con queste percentuali ha realizzato delle proiezioni sulla popolazione degli adolescenti e dei giovani italiani, qualora si vaccinassero tutti. «Se il 2,3% dei 2.272.563 di età compresa tra 12 e 15 anni dovesse avere reazioni gravi come registrate negli Stati Uniti dopo la prima dose di vaccino, staremmo parlando di 52.000 ragazzini», spiega il medico. «Considerando il 9,1% di incidenza di reazioni che impediscono lo svolgimento di attività quotidiane, arriviamo a quasi 207.000 giovani. Dopo la seconda dose, le cose non andrebbero certo meglio: il 5,6%, ovvero 127.000 ragazzini, avrebbero reazioni serie e il 25,4%, vale a dire 577.000 giovanissimi si troverebbero inabilitati per un periodo di tempo non così breve». Quanto potrebbero durare i disturbi, non è chiaro. «Il trial sul vaccino di Moderna riferiva una durata media di reazioni di 3-4 giorni dopo la prima dose e di quattro dopo la seconda, senza distinguere tra quelle lievi, moderate e gravi, mentre per i trial di Pfizer ancora non ci sono dati», fa sapere Serravalle. Secondo Annamaria Staiano, presidente delle Società Italiana di pediatria (Sip), invece «non ci sono evidenze scientifiche di nesso di causalità tra queste vaccinazioni e eventi più severi, come qualcuno ha paventato». Poche settimane fa ha dichiarato: «Ad oggi non ci sono effetti collaterali diversi da quelli di altri vaccini, quindi possiamo rassicurare ragazzi e genitori che quello contro il Covid è un vaccino uguale agli altri, con minimi effetti collaterali, come altri tipi di vaccino».
Beppe Grillo (Ansa)
Il post di Grillo è, in un certo senso, assai nietzschiano, quanto meno nichilista, politicamente una fotografia della politica attuale, con un accenno di grande sofferenza per la condanna del figlio Ciro e la constatazione amara che la sua creatura, quel M5s che nacque per scardinare il sistema della partitocrazia, si è fatto a sua volta sistema, ne ha assunto tutte le caratteristiche più odiose, dai privilegi della casta alla spartizione delle poltrone. «In questo momento dell’anno», scrive Beppe Grillo, «tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla. Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio».
Beppe ricorda con malinconia i tempi in cui, insieme a Gianroberto Casaleggio, si ritrovò l’Italia in pugno con i suoi «vaffa» e il famoso «uno vale uno»: «Ho parlato tanto», continua Grillo, «ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore. Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire. Questo è stato un anno di sottrazione», aggiunge, «che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere ciglio. E poi c’è la giustizia, quella parola «solenne» agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava».
E la politica? «E la politica», sottolinea ancora Grillo, «continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi». Una stoccata, l’ennesima, alla generazione di politici che all’ombra di Grillo si sono assicurati il loro posto al sole, e che poi hanno tradito, accoltellato politicamente alla schiena chi li aveva creati, pur di starsene comodi sulle poltrone vellutate delle istituzioni.
«Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare. In silenzio», conclude Grillo, “perché è la forma più elevata di presenza».
In quelle stesse ore Roberto Fico, che di Beppe Grillo era uno dei fedelissimi, forse il prediletto, varava la giunta regionale della Campania, Regione della quale è diventato presidente contraddicendo tutti, ma proprio tutti, i principi sui quali si era fondato il M5s, movimento grazie al quale era diventato presidente della Camera. Il 3 dicembre 2024, in un video, Grillo aveva amaramente preso in giro proprio Fico, chiamandolo «Robertino c’aggia fa»: «Io ti appoggio il candidato Pd in Liguria e in Emilia-Romagna e tu mi appoggi il caggia fa con l’autobus e la scorta in Campania», aveva profetizzato Grillo, anticipando tra l’altro di un anno l’argomento principe della campagna elettorale (fallimentare) del centrodestra in Campania, tutta basata sulla barca e sulla scorta del successore di Vincenzo De Luca e sulla contraddizione con quella foto di Fico mentre andava in autobus a presiedere la Camera dei deputati.
Una giunta, quella varata l’ultimo giorno dell’anno da Fico, nella quale hanno trovato posto tra gli altri i signori delle tessere del Pd (il vice di Fico è Mario Casillo, vero e proprio principe della preferenza organizzata), insieme al vice di De Luca, Fulvio Buonavitacola, agli assessori indicati da Clemente Mastella e Matteo Renzi. Una giunta frutto della più rigorosa logica spartitoria, l’esatto contrario di quella che fu la mentalità del M5s prima che Giuseppe Conte trasformasse il movimento in un vero e proprio partito e estromettesse il fondatore.
C’è chi dice che per avere Fico dalla sua parte, al momento della rottura definitiva, Conte gli promise la presidenza della Campania. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, stavolta quasi certamente.
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Il grande pianista jazz presenta il suo primo album senza compagni di viaggio, che arriva dopo 45 anni di carriera. Svela alcuni segreti al pianoforte e racconta il progetto Eklektik, protagonista dell’ultima edizione di Umbria Jazz Winter a Orvieto.