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2026-01-02
Gli scoop al limite e un linguaggio nuovo. Corona ha imparato a essere la notizia
Fabrizio Corona (Ansa)
Fabrizio Corona non solo è sopravvissuto alla sua turbolenta carriera di re dei paparazzi (che per anni ha assoldato) e alle relative conseguenze giudiziarie, ma sta trasformando tutta quella saga in un prodotto di consumo: con Falsissimo sul suo canale YouTube e su Netflix (che ha prodotto una serie su di lui) con Io sono notizia. È stato tra i pochi «giornalisti» (anche se non è iscritto all’albo) a trasformare se stesso in un brand. Prima con le mutande e i profumi, adesso con le notizie più o meno verificate. Un marchio che ora passa per le più moderne piattaforme online. Il suo quartier generale è in zona stazione Centrale a Milano. Tavolo quadrato pieno di appunti, otto enormi schermi alla parete. Sempre connesso. Sempre al telefono. I suoi collaboratori, che ribattezza tutti con un nomignolo, faticano a stargli dietro. «Ama», che martellava durante i video, da qualche puntata è sparito. Al suo posto ora c’è «Ben». Nella società Atena, piccola Srl con 1.000 euro di capitale sociale, il 99% appartiene a mamma Gabriella e l’1% a Francesca Persi, che finì in carcere con lui per aver nascosto nel controsoffitto di casa 1,7 milioni di euro in contanti e che ora - con 10 euro di capitale - fa l’amministratrice. Lui non compare, ma è chiaro chi sia il capitano della ciurma del veliero pirata. Un po’ Capitan Harlock e un po’ personaggio dei romanzi dello scrittore australiano James Roy. Sempre al limite. Sempre da vita spericolata. Uno che, a sentire chi lo frequenta, ha una fissa: «Superare suo padre». Vittorio, giornalista di razza (come il fratello Puccio) che, nel 1993, da vicedirettore di Studio aperto, voleva rivoluzionare il tg, facendo arrabbiare non poco Emilio Fede. L’imprinting, quindi, arriva in casa. E Fabrizio il giornalista provò a farlo. «Ma erano stipendi da fame e io volevo guadagnare», ammette in una puntata di Falsissimo. Allora punta sull’immagine e la sceglie come campo d’azione. Prima come fotomodello, periodo che risale agli anni Novanta e durante il quale sostiene di aver conosciuto Melania Trump, indossatrice anche lei che, «all’epoca», racconta durante un siparietto con l’avvocato Ivano Chiesa, suo storico difensore, «alloggiava all’Hotel Pola, una sola stella, era l’albergo delle modelle scappate di casa». È durante la vita notturna milanese che comincia a costruire la sua rete di relazioni che diventeranno la base per il suo ingresso nel mondo del gossip. Nel quale entra dalla porta principale, grazie a un amico, Lele Mora, in quel momento tra gli agenti più influenti dell’industria televisiva italiana. Fonda l’agenzia di paparazzi Corona’s, che diventa presto centrale in quello che è passato alla storia come lo scandalo dei fotoricatti ai vip, deflagrato a Potenza nel 2007. Il pm Henry John Woodcock lo fa arrestare. Corona trascorre 33 giorni in carcere a Potenza, altri 44 a Milano, dove riesce perfino a scattarsi un selfie con una macchina fotografica usa e getta. Viene indagato, prosciolto, poi di nuovo indagato, poi processato, poi a volte assolto e a volte condannato. Come nel caso della bancarotta per il fallimento della Corona’s: 46 mesi di carcere. Nel 2015 ha già un cumulo di pene che supera i 13 anni e per un po’ è stato anche latitante. E dopo altri 823 giorni di carcere ottiene l’affidamento alla prova. Ma fioccano altre condanne: 1 anno per evasione dai domiciliari, 7 mesi per resistenza (mentre i poliziotti provano a riportarlo dentro lui protesta, si provoca delle lesioni in diretta Instagram).
Nel settembre 2023 termina di scontare il suo debito con lo Stato e torna libero. Per la Questura di Milano è un soggetto da «sorveglianza speciale», ma i giudici rigettano la proposta, ritenendo che non sia pericoloso. E poco tempo dopo gli restituiscono il passaporto. In quel periodo, con poca fortuna, lancia una Academy in cui, con il suo solito piglio, elargisce lezioni su come fare soldi con le criptovalute. Finché non arriva Falsissimo. Che non è un programma. E non è un format televisivo. Non è neppure una Web-serie. È la presa di controllo del racconto. Qui c’è il salto vero: da uomo inseguito dalla cronaca a uomo che la racconta. Ogni puntata (sono già 20 quelle caricate, e a volte ricaricate dopo essere state abbattute dai controlli di YouTube) è costruita come un episodio di una saga trash, tra rivelazioni e attacchi frontali. Recita, fa le facce, imita le voci. Si piace. Indossa polo che esaltino la sua fisicità. Si mette in posa come un bodybuilder davanti allo specchio. Il linguaggio è greve, a volte sgrammaticato, a tratti violento. Nella ricostruzione della cronaca giudiziaria non mancano gli strafalcioni giuridici, ma il copione nell’insieme tiene. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Queste notizie ve le do solo io, non credete alle favole». È lo stesso meccanismo della stagione dei paparazzi, ma traslato nel digitale. Prima c’erano le foto. Ora c’è lui, l’affabulatore digitale. Con due abilità particolari: quella di trasformare i protagonisti di un fatto di cronaca in personaggi (l’avvocato Massimo Lovati in Gerry La Rana) e quella di farsi raccontare le storie dal suo giro ristretto, da amici, conoscenti, persone che gli parlano perché si fidano, perché vogliono sfogarsi, perché cercano sponda o protezione. Lui ascolta. Registra mentalmente e non solo. Accumula. Poi, quelle vicende che nascono come vicende private (separazioni, tradimenti, conflitti, rancori, fragilità), vengono trasformate in casi pubblici. È accaduto con Fedez e Angelica. Corona succhia le storie, le riorganizza, le ribattezza e le drammatizza. La confidenza diventa narrazione e la storia personale un episodio. Con qualche incidente di percorso per chi decide di affidargli le proprie confidenze o il proprio materiale. È accaduto ai due che volevano segnalargli una storia di calcio scommesse cercando di vendergli un video. Sono diventati parte della storia. Una cosa è certa, la volta seguente Corona riesce comunque a conquistare altra fiducia. È accaduto quando si è presentato, con tanto di telecamera nascosta, a casa di Ciro Grillo e ha ripreso anche Beppe alle prese con la lettura. Con Corona, Ciro, che si è chiuso nel silenzio durante tutto il processo, si è lasciato andare: «I magistrati ormai sono detentori della morale sessuale… sono detentori dell’etica pubblica». E ha incassato fiducia anche con il blitz a casa di Eva, tentatrice di Temptation island. Dopo aver fatto il piacione con la mamma ha incastrato la ragazza, portandola su una spiaggia per una lunghissima intervista. In studio ha fatto ascoltare un paio di volte un messaggio audio che le avrebbe mandato Raoul Bova: «Una delle cose più strane che ho ascoltato durante la mia pazza vita», commenta, prima di fare un pistolotto all’attore su come dovrebbe comportarsi un personaggio famoso con «una ragazzina». È stato «sedotto» e abbandonato da Corona persino uno sgamato uomo di legge come Lovati. E infine c’è Alfonso Signorini, terminale, un tempo, di molti degli scoop fotografici di Corona. Uno che per anni ha deciso chi raccontare e come. Oggi viene raccontato proprio da Corona, senza regole e su un palco che nessuno controlla. È il passaggio di consegne più crudele del gossip.
Gli avvocati di Medugno replicano a Signorini: «Antonio è parte lesa»
Antonio Medugno, l’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality Alfonso Signorini ha rotto il silenzio e in due video su Instagram ha raccontato il percorso che lo ha portato a denunciare il conduttore e il suo ingresso nella casa: «Per anni ho provato a seppellire tutto», spiega nel primo video, pubblicato il 31 dicembre. «Quando vivi dinamiche di vergogna e paura spesso non denunci subito: ti chiudi, ti colpevolizzi e temi di non essere creduto. Soprattutto temi l’impatto sulla tua vita e sul lavoro». L’ex gieffino ammette l’esistenza di messaggi ambigui, già rivelati dal difensore di Signorini, Domenico Aiello, ma sottolinea il contesto: «Col senno di poi riconosco che avrei dovuto mettere un confine prima. Ma quando sei giovane, hai tante pressioni lavorative e temi di bruciarti opportunità, non ragioni sempre in modo lucido».
E ieri, nella seconda puntata del suo racconto, Medugno ha svelato come sarebbe approdato nel cast della trasmissione condotta da Signorini: «Al Grande Fratello sono entrato dopo avere passato una notte con una delle ex partecipanti al Grande Fratello di quell’anno».
«A lei», prosegue il racconto, «raccontai del provino e del fatto che non mi avessero ammesso all’interno della casa e che ci fossi rimasto male. Lei ne parla con Alfonso (Signorini, ndr). Non ho idea di cosa scatti nella testa di Alfonso ma lui subito dopo mi propone un secondo provino, stavolta da fare in videochiamata. Quindi io non lo vedo una seconda volta neanche per fare il provino. Di conseguenza io una cosa devo toglierla, una volta per tutte: l’idea che io abbia fatto sesso per lavorare è completamente falsa. Non c’è stato alcun secondo incontro (con Alfonso Signorini, ndr) e nel primo come sapete io ho rifiutato qualsiasi tipo di contatto fisico».
Inoltre ieri, in perfetto stile Me too, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella, legali dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality, hanno puntato il dito sulle parole con cui Aiello ha apostrofato l’ex gieffino.
Il tono della nota diffusa dai legali di Medugno ricorda le prese di posizione di loro colleghi che rappresentavano donne vittime in altri casi di presunti abusi sessuali. E anche se l’espressione non viene usata esplicitamente, l’argomento è quello della vittimizzazione secondaria. «Le affermazioni volte a screditare il signor Antonio Medugno, definendolo “balordo” e attribuendogli condotte preordinate al solo fine di ottenere visibilità», scrivono i legali, «sono di una gravità inaudita oltre ad essere diffamatorie e del tutto estranee al tono e al rispetto che dovrebbe dimostrare un avvocato». E ancora: «È doveroso ricordare», prosegue la nota, «che un avvocato, per primo, dovrebbe astenersi da qualsiasi affermazione idonea a screditare pubblicamente una presunta vittima di violenza sessuale, evitando ogni forma di ulteriore vittimizzazione e dimostrando rispetto per la delicatezza della materia».
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Grane legali e anni di galera, poi ha smesso di farsi inseguire dalla cronaca: ora (con metodi discutibili) sul Web la guida lui.Il modello Antonio Medugno: «Non ho fatto sesso col presentatore per entrare al “Grande Fratello”».Lo speciale contiene due articoli Fabrizio Corona non solo è sopravvissuto alla sua turbolenta carriera di re dei paparazzi (che per anni ha assoldato) e alle relative conseguenze giudiziarie, ma sta trasformando tutta quella saga in un prodotto di consumo: con Falsissimo sul suo canale YouTube e su Netflix (che ha prodotto una serie su di lui) con Io sono notizia. È stato tra i pochi «giornalisti» (anche se non è iscritto all’albo) a trasformare se stesso in un brand. Prima con le mutande e i profumi, adesso con le notizie più o meno verificate. Un marchio che ora passa per le più moderne piattaforme online. Il suo quartier generale è in zona stazione Centrale a Milano. Tavolo quadrato pieno di appunti, otto enormi schermi alla parete. Sempre connesso. Sempre al telefono. I suoi collaboratori, che ribattezza tutti con un nomignolo, faticano a stargli dietro. «Ama», che martellava durante i video, da qualche puntata è sparito. Al suo posto ora c’è «Ben». Nella società Atena, piccola Srl con 1.000 euro di capitale sociale, il 99% appartiene a mamma Gabriella e l’1% a Francesca Persi, che finì in carcere con lui per aver nascosto nel controsoffitto di casa 1,7 milioni di euro in contanti e che ora - con 10 euro di capitale - fa l’amministratrice. Lui non compare, ma è chiaro chi sia il capitano della ciurma del veliero pirata. Un po’ Capitan Harlock e un po’ personaggio dei romanzi dello scrittore australiano James Roy. Sempre al limite. Sempre da vita spericolata. Uno che, a sentire chi lo frequenta, ha una fissa: «Superare suo padre». Vittorio, giornalista di razza (come il fratello Puccio) che, nel 1993, da vicedirettore di Studio aperto, voleva rivoluzionare il tg, facendo arrabbiare non poco Emilio Fede. L’imprinting, quindi, arriva in casa. E Fabrizio il giornalista provò a farlo. «Ma erano stipendi da fame e io volevo guadagnare», ammette in una puntata di Falsissimo. Allora punta sull’immagine e la sceglie come campo d’azione. Prima come fotomodello, periodo che risale agli anni Novanta e durante il quale sostiene di aver conosciuto Melania Trump, indossatrice anche lei che, «all’epoca», racconta durante un siparietto con l’avvocato Ivano Chiesa, suo storico difensore, «alloggiava all’Hotel Pola, una sola stella, era l’albergo delle modelle scappate di casa». È durante la vita notturna milanese che comincia a costruire la sua rete di relazioni che diventeranno la base per il suo ingresso nel mondo del gossip. Nel quale entra dalla porta principale, grazie a un amico, Lele Mora, in quel momento tra gli agenti più influenti dell’industria televisiva italiana. Fonda l’agenzia di paparazzi Corona’s, che diventa presto centrale in quello che è passato alla storia come lo scandalo dei fotoricatti ai vip, deflagrato a Potenza nel 2007. Il pm Henry John Woodcock lo fa arrestare. Corona trascorre 33 giorni in carcere a Potenza, altri 44 a Milano, dove riesce perfino a scattarsi un selfie con una macchina fotografica usa e getta. Viene indagato, prosciolto, poi di nuovo indagato, poi processato, poi a volte assolto e a volte condannato. Come nel caso della bancarotta per il fallimento della Corona’s: 46 mesi di carcere. Nel 2015 ha già un cumulo di pene che supera i 13 anni e per un po’ è stato anche latitante. E dopo altri 823 giorni di carcere ottiene l’affidamento alla prova. Ma fioccano altre condanne: 1 anno per evasione dai domiciliari, 7 mesi per resistenza (mentre i poliziotti provano a riportarlo dentro lui protesta, si provoca delle lesioni in diretta Instagram).Nel settembre 2023 termina di scontare il suo debito con lo Stato e torna libero. Per la Questura di Milano è un soggetto da «sorveglianza speciale», ma i giudici rigettano la proposta, ritenendo che non sia pericoloso. E poco tempo dopo gli restituiscono il passaporto. In quel periodo, con poca fortuna, lancia una Academy in cui, con il suo solito piglio, elargisce lezioni su come fare soldi con le criptovalute. Finché non arriva Falsissimo. Che non è un programma. E non è un format televisivo. Non è neppure una Web-serie. È la presa di controllo del racconto. Qui c’è il salto vero: da uomo inseguito dalla cronaca a uomo che la racconta. Ogni puntata (sono già 20 quelle caricate, e a volte ricaricate dopo essere state abbattute dai controlli di YouTube) è costruita come un episodio di una saga trash, tra rivelazioni e attacchi frontali. Recita, fa le facce, imita le voci. Si piace. Indossa polo che esaltino la sua fisicità. Si mette in posa come un bodybuilder davanti allo specchio. Il linguaggio è greve, a volte sgrammaticato, a tratti violento. Nella ricostruzione della cronaca giudiziaria non mancano gli strafalcioni giuridici, ma il copione nell’insieme tiene. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Queste notizie ve le do solo io, non credete alle favole». È lo stesso meccanismo della stagione dei paparazzi, ma traslato nel digitale. Prima c’erano le foto. Ora c’è lui, l’affabulatore digitale. Con due abilità particolari: quella di trasformare i protagonisti di un fatto di cronaca in personaggi (l’avvocato Massimo Lovati in Gerry La Rana) e quella di farsi raccontare le storie dal suo giro ristretto, da amici, conoscenti, persone che gli parlano perché si fidano, perché vogliono sfogarsi, perché cercano sponda o protezione. Lui ascolta. Registra mentalmente e non solo. Accumula. Poi, quelle vicende che nascono come vicende private (separazioni, tradimenti, conflitti, rancori, fragilità), vengono trasformate in casi pubblici. È accaduto con Fedez e Angelica. Corona succhia le storie, le riorganizza, le ribattezza e le drammatizza. La confidenza diventa narrazione e la storia personale un episodio. Con qualche incidente di percorso per chi decide di affidargli le proprie confidenze o il proprio materiale. È accaduto ai due che volevano segnalargli una storia di calcio scommesse cercando di vendergli un video. Sono diventati parte della storia. Una cosa è certa, la volta seguente Corona riesce comunque a conquistare altra fiducia. È accaduto quando si è presentato, con tanto di telecamera nascosta, a casa di Ciro Grillo e ha ripreso anche Beppe alle prese con la lettura. Con Corona, Ciro, che si è chiuso nel silenzio durante tutto il processo, si è lasciato andare: «I magistrati ormai sono detentori della morale sessuale… sono detentori dell’etica pubblica». E ha incassato fiducia anche con il blitz a casa di Eva, tentatrice di Temptation island. Dopo aver fatto il piacione con la mamma ha incastrato la ragazza, portandola su una spiaggia per una lunghissima intervista. In studio ha fatto ascoltare un paio di volte un messaggio audio che le avrebbe mandato Raoul Bova: «Una delle cose più strane che ho ascoltato durante la mia pazza vita», commenta, prima di fare un pistolotto all’attore su come dovrebbe comportarsi un personaggio famoso con «una ragazzina». È stato «sedotto» e abbandonato da Corona persino uno sgamato uomo di legge come Lovati. E infine c’è Alfonso Signorini, terminale, un tempo, di molti degli scoop fotografici di Corona. Uno che per anni ha deciso chi raccontare e come. Oggi viene raccontato proprio da Corona, senza regole e su un palco che nessuno controlla. È il passaggio di consegne più crudele del gossip.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoop-signorini-fabrizio-corona-medugno-2674841684.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-avvocati-di-medugno-replicano-a-signorini-antonio-e-parte-lesa" data-post-id="2674841684" data-published-at="1767308596" data-use-pagination="False"> Gli avvocati di Medugno replicano a Signorini: «Antonio è parte lesa» Antonio Medugno, l’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality Alfonso Signorini ha rotto il silenzio e in due video su Instagram ha raccontato il percorso che lo ha portato a denunciare il conduttore e il suo ingresso nella casa: «Per anni ho provato a seppellire tutto», spiega nel primo video, pubblicato il 31 dicembre. «Quando vivi dinamiche di vergogna e paura spesso non denunci subito: ti chiudi, ti colpevolizzi e temi di non essere creduto. Soprattutto temi l’impatto sulla tua vita e sul lavoro». L’ex gieffino ammette l’esistenza di messaggi ambigui, già rivelati dal difensore di Signorini, Domenico Aiello, ma sottolinea il contesto: «Col senno di poi riconosco che avrei dovuto mettere un confine prima. Ma quando sei giovane, hai tante pressioni lavorative e temi di bruciarti opportunità, non ragioni sempre in modo lucido».E ieri, nella seconda puntata del suo racconto, Medugno ha svelato come sarebbe approdato nel cast della trasmissione condotta da Signorini: «Al Grande Fratello sono entrato dopo avere passato una notte con una delle ex partecipanti al Grande Fratello di quell’anno».«A lei», prosegue il racconto, «raccontai del provino e del fatto che non mi avessero ammesso all’interno della casa e che ci fossi rimasto male. Lei ne parla con Alfonso (Signorini, ndr). Non ho idea di cosa scatti nella testa di Alfonso ma lui subito dopo mi propone un secondo provino, stavolta da fare in videochiamata. Quindi io non lo vedo una seconda volta neanche per fare il provino. Di conseguenza io una cosa devo toglierla, una volta per tutte: l’idea che io abbia fatto sesso per lavorare è completamente falsa. Non c’è stato alcun secondo incontro (con Alfonso Signorini, ndr) e nel primo come sapete io ho rifiutato qualsiasi tipo di contatto fisico».Inoltre ieri, in perfetto stile Me too, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella, legali dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality, hanno puntato il dito sulle parole con cui Aiello ha apostrofato l’ex gieffino.Il tono della nota diffusa dai legali di Medugno ricorda le prese di posizione di loro colleghi che rappresentavano donne vittime in altri casi di presunti abusi sessuali. E anche se l’espressione non viene usata esplicitamente, l’argomento è quello della vittimizzazione secondaria. «Le affermazioni volte a screditare il signor Antonio Medugno, definendolo “balordo” e attribuendogli condotte preordinate al solo fine di ottenere visibilità», scrivono i legali, «sono di una gravità inaudita oltre ad essere diffamatorie e del tutto estranee al tono e al rispetto che dovrebbe dimostrare un avvocato». E ancora: «È doveroso ricordare», prosegue la nota, «che un avvocato, per primo, dovrebbe astenersi da qualsiasi affermazione idonea a screditare pubblicamente una presunta vittima di violenza sessuale, evitando ogni forma di ulteriore vittimizzazione e dimostrando rispetto per la delicatezza della materia».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
I soccorsi alle vittime falciate a Modena da Salim el Koudri, nel riquadro (Ansa)
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
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