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2026-02-16
Elon Musk. Il sogno di un sistema interconnesso dall’algoritmo, ai robot, a Marte
Elon Musk (Ansa)
Raccontare Elon Musk non è semplice, anche perché la personalità dell’uomo pervade le aziende che ha fondato sino a fare dell’entità Musk un piccolo (grande) universo interconnesso.
Dopo la prima avventura giovanile tutta finanziaria di PayPal, le aziende di Musk sono diventate molto concrete. Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, xAI non sono iniziative isolate, né semplicemente diversificate. Nel tempo hanno assunto la forma di un sistema industriale coerente, costruito attorno ad alcuni assi strategici molto chiari: controllo delle infrastrutture fisiche, integrazione verticale delle filiere, riduzione dei costi attraverso economie di scala e standardizzazione, un certo dominio del software a comando dell’hardware.
In questo universo, Tesla è il punto di partenza più visibile. Nata come casa automobilistica elettrica, è diventata progressivamente un’impresa di manifattura avanzata, con una forte componente energetica e informatica. Le batterie, i sistemi di accumulo, la gestione intelligente della rete, l’ottimizzazione dei processi produttivi sono man mano diventati elementi centrali quanto l’auto in sé. Negli ultimi anni l’attenzione di Musk in Tesla si è spostata sempre più verso la guida autonoma, la robotica e l’intelligenza artificiale applicata alla produzione. Il veicolo non è più soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma mobile di sensori e dati, integrata in un sistema più ampio. Allo stesso tempo, il business è stato complicato da due fattori esterni. Uno è l’arrivo sui mercati mondiali dei costruttori cinesi, che ha provocato una contrazione dei margini, un calo delle quote di mercato e costretto Musk sulla difensiva. L’altro fattore è l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Al di là del rapporto personale tra i due, Trump sta cancellando le norme sulle emissioni che sono alla base del meccanismo dei crediti di emissione, la cui vendita costituisce una parte sostanziale dei margini di Tesla.
Ecco perché la svolta verso le auto a guida autonoma non è solo una evoluzione di Tesla, ma un passo quasi obbligato per sopravvivere alla spietata concorrenza e al mutato quadro regolatorio. L’idea è quella di un parco di veicoli autonomi, sempre connessi in rete e gestiti centralmente, come terminali. Per il mondo dell’automobile, si tratta di un cambio notevole nei rapporti tra produzione, vendita e utilizzo. Lo stesso vale per la robotica umanoide, presentata come naturale estensione delle competenze sviluppate sull’auto. Su questo, Musk sta investendo molto del suo capitale di credibilità, puntando molto sull’intelligenza artificiale come anima dei robot.
Lo spazio rappresenta l’altro pilastro del sistema Musk. Con SpaceX il settore spaziale, tradizionalmente dominato da grandi programmi con fondi pubblici e costi elevatissimi, è stato trasformato attraverso una logica di produzione industriale piuttosto aggressiva. Il riutilizzo dei razzi, la standardizzazione dei componenti, l’accelerazione dei cicli di sviluppo hanno ridotto i costi di accesso allo spazio in modo sostanziale. Questo ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore, rendendo l’aeronautica spaziale una dimensione industriale aperta e dotata di continuità, non più episodica. Tanto che il Pentagono è uno dei maggiori clienti di Musk, che tramite SpaceX fornisce lanci di satelliti del Pentagono e della U.S. Space Force, inclusi satelliti di comunicazione, navigazione e intelligence. In altre parole, SpaceX è un prime contractor industriale del governo americano, inserito pienamente nell’apparato militare-industriale statunitense.
Starlink è a un tempo creatura gemella e conseguenza diretta di questa trasformazione. La costellazione di satelliti a bassa orbita che fornisce connettività globale non è solo un servizio commerciale per la connessione ad Internet. È diventata (o è nata già come tale) una infrastruttura di comunicazione autonoma, pervasiva e difficilmente sostituibile nel breve periodo. In molte aree del mondo Starlink ha dimostrato di poter funzionare dove le reti terrestri non arrivano o vengono interrotte e ciò conferisce all’azienda un valore strategico che va oltre il mercato delle telecomunicazioni. Tanto è vero che il governo americano è grande cliente del sistema satellitare privato di Musk, al punto anzi da partecipare allo sviluppo di Starshield, la rete simile a Starlink per i servizi militari.
Diversa è la vicenda di X, l’ex Twitter, acquistata nel 2022 per 44 miliardi di dollari. Il controllo di un canale informativo di questo tipo, integrato con enormi capacità di calcolo e con progetti di intelligenza artificiale come xAI, introduce un ulteriore livello nell’ecosistema muskiano, quello della gestione e dell’elaborazione dei flussi informativi. Ciò è tanto più vero dal momento in cui la società di intelligenza artificiale di Musk, xAI, ha acquisito X con un’operazione da 33 miliardi di dollari lo scorso anno. X è una fabbrica di dati in tempo reale, tra flussi testuali, interazioni pubbliche, linguaggio non filtrato, dinamiche di influenza e polarizzazione delle opinioni. Si tratta di una vera miniera d’oro per i modelli di intelligenza artificiale che Musk sviluppa in xAI. Dunque, portare X dentro lo sviluppatore di Ia della galassia Musk aveva un perfetto senso industriale. In pratica, il social X è il cibo con cui si nutre l’intelligenza artificiale che finisce nei robot umanoidi. Detta così, la cosa può sembrare preoccupante e forse lo è.
Mentre Neuralink, che si occupa di interfacce uomo-macchina, si inserisce nella stessa logica di lungo periodo, qualche giorno fa Musk ha avviato l’acquisizione di xAI da parte di SpaceX. La compagnia di Ia è stata valutata 250 miliardi di dollari, mentre SpaceX vale circa 1.000 miliardi, dunque la società risultante vale circa 1.250 miliardi di dollari e rappresenta ora la punta di lancia per il progetto di creare data center nello spazio e integrare la comunicazione satellitare con le operazioni spaziali.
In questo quadro, il progetto di mandare l’uomo su Marte sembra abbastanza coerente, anche se per ora si parla solo di intenzioni. È vero però che anche se l’obiettivo finale resta lontano, il percorso per arrivarci produce in sé ricadute industriali concrete, dai materiali ai sistemi energetici, dalla logistica avanzata all’automazione.
Il risultato di tutto ciò è un sistema industriale in sé compiuto, che assomiglia sempre meno a un gruppo industriale tradizionale e sempre più a una piattaforma tecnologica estesa, capace di operare su più livelli contemporaneamente. Non tutte le promesse di Elon Musk si sono tradotte in risultati immediati, e alcuni progetti restano incompiuti o assai controversi. La concentrazione di competenze, infrastrutture e potere tecnologico spiega perché il percorso di Musk continui a suscitare attenzione, consenso e opposizione ben oltre il mondo della tecnologia.
Pressing sui manager e culto dell’errore. Così trova soluzioni non convenzionali
Al pari del suo mondo imprenditoriale, la vita privata di Elon Musk è un vorticoso carosello che ne fa un personaggio non comune. Musk è cresciuto in Sudafrica, in un contesto familiare segnato da tensioni con il padre, da lui definito una presenza opprimente, mentre la figura che emerge come riferimento stabile è quella della madre, Maye Musk. Modella nata in Canada, nutrizionista, ha cresciuto i figli da sola dopo il divorzio, spostandosi tra Sudafrica, Canada e Stati Uniti. Elon ha tutte e tre le cittadinanze. La signora Musk ha spesso raccontato una giovinezza segnata da precarietà economica, lavori multipli e continui trasferimenti. Senza scadere nella psicologia facile, possiamo arguire che un tale ambiente abbia inciso sul modo in cui Elon Musk percepisce il rischio e l’instabilità, cioè non come anomalie, ma come condizioni normali. Pochi anni fa, durante una trasmissione televisiva, il miliardario ha detto di avere un disturbo dello spettro autistico (Asd). Anche la sua vita sentimentale è stata irregolare e frammentata. Si è sposato tre volte, due con la stessa donna, Talulah Riley, attrice inglese, mentre dalla prima moglie Justine Wilson, scrittrice canadese, ha avuto sei figli. Il loro primo figlio è morto in culla dopo 10 settimane e gli altri cinque sono arrivati con due parti gemellari dopo fecondazione in vitro. Da una successiva relazione con la musicista canadese Grimes sono nati altri tre figli, al primo dei quali è stato dato il curioso nome X Æ A-12 (sic), che si pronuncia «X Ash A Twelve». Dalla relazione con Shivon Zilis, dirigente di Neuralink, sono nati altri quattro figli, mentre circa un anno fa Ashley St. Clair, commentatrice politica americana, ha rivelato di avere avuto un figlio da Elon Musk. Voci mai confermate parlano di altri figli, ma il conto ufficiale si ferma qui, per ora. Del resto, l’imprenditore ha dichiarato di considerare il calo demografico una delle principali minacce per il futuro delle società occidentali. Può essere interessante notare che la visione della paternità da parte di Musk non appare ideologica, ma piuttosto personale. Dalle sue affermazioni si percepisce che Musk considera la paternità come parte di una responsabilità storica. Resta il mistero su come sia possibile coltivare una relazione con 13 figli e contemporaneamente gestire un impero che vale centinaia di miliardi. Questa struttura personale si riflette direttamente nel suo modo di lavorare, stando alle testimonianze e alle dichiarazioni dello stesso Musk. Le sue organizzazioni sono ambienti che tollerano, e in parte producono, attrito. Il suo stile decisionale si fonda sull’uso deliberato del caos. Cambi improvvisi di priorità, obiettivi ridefiniti, richieste contraddittorie sono la norma nelle sue aziende, il che può risultare indigesto a molte persone. In diverse testimonianze si parla di email notturne con nuove direttive, priorità che cambiano più volte nella stessa settimana, scadenze ravvicinate e richieste di soluzioni rapide. A quanto pare, chi lavora con Musk è sottoposto a una pressione costante, che contribuisce a selezionare in tempi brevi chi è disposto a reggere. A quanto sembra, Musk tende inoltre a ridurre al minimo la distanza tra vertice e operatività. Entra nei dettagli tecnici, discute soluzioni ingegneristiche, interviene sulle linee di produzione. Questo coinvolgimento diretto può accelerare alcune decisioni, ma può anche creare frizioni continue con manager e tecnici.Questo modo di condurre le aziende non emerge solo dal racconto dei collaboratori, ma è stato documentata in modo sistematico. Le biografie di Musk basate su accesso diretto, in particolare quelle di Ashlee Vance e Walter Isaacson, descrivono un modello decisionale fondato sulla compressione estrema dei tempi, sul cambiamento frequente delle priorità e sull’intervento diretto del fondatore nei processi tecnici. Isaacson, che ha seguito Musk molto da vicino per diversi anni, riporta come questo approccio venga usato consapevolmente per mettere sotto stress le organizzazioni, forzare soluzioni non convenzionali e selezionare rapidamente persone e idee. Lo stesso Musk ha più volte rivendicato pubblicamente la necessità di accettare errori, fallimenti intermedi e annunci anticipati come parte integrante di una strategia orientata alla velocità più che alla stabilità.Anche la comunicazione pubblica segue la stessa logica personale. Musk utilizza i social in modo diretto, spesso impulsivo, mescolando annunci, polemiche e provocazioni. Celebre la lite con Donald Trump condotta via social dopo l’abbandono del ruolo di tagliatore della spesa pubblica alla Casa Bianca. Questo comportamento alimenta controversie e talvolta danneggia le sue stesse aziende, ma a quanto pare la figura del social media manager non fa per lui.Nel complesso, la figura di Musk non si comprende separando vita privata e attività imprenditoriale, che formano un insieme coerente e danno la misura di un personaggio davvero unico.
Troppo simile a Trump per andarci d’accordo
Il rapporto tra Elon Musk e la politica non si discosta dai suoi modelli di vita. Tra caos e impulsività, il miliardario si presenta come strenuo difensore dell’autonomia individuale e critico delle istituzioni pubbliche, anche se in questi anni ha svolto ruoli che lo hanno portato dentro i centri decisionali del potere statunitense e all’intersezione tra impresa globale e sovranità statale. Per Musk, deficit e debito pubblico sono un male assoluto o quasi, in linea con il suo credo da self made man a metà tra l’anarchia e il monetarismo alla Milton Friedman. Eppure, una buona fetta dei suoi ricavi sono spesa pubblica. Con la seconda presidenza di Donald Trump, il legame tra Musk e la politica americana ha raggiunto un momento topico. Trump ha creato all’inizio del 2025 il Department of Government Efficiency (Doge), un’organizzazione temporanea con l’obiettivo di tagliare sprechi e snellire l’apparato federale, e ha chiamato Musk a guidarla. La struttura non ha poteri di legge autonomi, ma mirava a influenzare in modo diretto la gestione delle tante agenzie federali. Musk ha promosso misure aggressive e annunci ambiziosi di risparmi, ma nel corso di pochi mesi le resistenze istituzionali, i limiti legali e le critiche interne hanno ridimensionato i risultati dichiarati. A maggio 2025 già terminava il momento Doge di Musk e la successiva rottura con Trump, legata alle critiche di Musk al Big Beautiful Bill della Casa Bianca, ha reso pubblica una spaccatura profonda. Talmente profonda che subito dopo la fine del Doge, Musk ha annunciato l’intenzione di fondare un proprio partito. Idea poi rientrata, per fortuna di tutti (soprattutto la sua). Il rapporto con Trump poi è stato recuperato, anche considerata l’interdipendenza dei due sui dossier Starlink e SpaceX.Durante la campagna per le elezioni presidenziali Usa del 2024 Musk si è scontrato duramente con Thierry Breton, allora commissario europeo per il Mercato interno. Breton aveva richiamato Musk a rispettare gli obblighi del Digital Services Act (Dsa) sul controllo della disinformazione e dei contenuti illegali su X. La lettera è stata inviata poco prima di una diretta su X con Trump. La risposta di Musk è stata durissima, con toni forti sui social e accuse di ingerenza politica, alimentando una polemica di alto profilo che è proseguita anche nei mesi successivi.Questi episodi mostrano come Musk sia una presenza che incide direttamente sulle scelte pubbliche, e non un semplice imprenditore che legittimamente esercita pressioni. Attraverso i suoi ruoli consultivi con la Casa Bianca è certamente un partner del governo ascoltato e influente, anche se con Donald Trump è una bella gara, quanto a discontinuità. La capacità di Elon Musk di muoversi tra potere economico, influenze normative e dibattito pubblico lo rende, di fatto, una figura politica di peso, pur mantenendo un ruolo formalmente estraneo alla politica.
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Comincia questa settimana un viaggio nella Silicon Valley per conoscere da vicino i giganti della tecnologia digitale. Gente che non si limita a far soldi (tantissimi), ma costruisce il mondo che verrà. Si parte con Elon Musk, il fondatore di Tesla, SpaceX e Starlink: un impero in cui gli investimenti in settori all’apparenza distanti sono in realtà tutti collegati tra loro. Con un obiettivo: assottigliare sempre più il confine tra l’uomo e la macchina.Raccontare Elon Musk non è semplice, anche perché la personalità dell’uomo pervade le aziende che ha fondato sino a fare dell’entità Musk un piccolo (grande) universo interconnesso.Dopo la prima avventura giovanile tutta finanziaria di PayPal, le aziende di Musk sono diventate molto concrete. Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, xAI non sono iniziative isolate, né semplicemente diversificate. Nel tempo hanno assunto la forma di un sistema industriale coerente, costruito attorno ad alcuni assi strategici molto chiari: controllo delle infrastrutture fisiche, integrazione verticale delle filiere, riduzione dei costi attraverso economie di scala e standardizzazione, un certo dominio del software a comando dell’hardware.In questo universo, Tesla è il punto di partenza più visibile. Nata come casa automobilistica elettrica, è diventata progressivamente un’impresa di manifattura avanzata, con una forte componente energetica e informatica. Le batterie, i sistemi di accumulo, la gestione intelligente della rete, l’ottimizzazione dei processi produttivi sono man mano diventati elementi centrali quanto l’auto in sé. Negli ultimi anni l’attenzione di Musk in Tesla si è spostata sempre più verso la guida autonoma, la robotica e l’intelligenza artificiale applicata alla produzione. Il veicolo non è più soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma mobile di sensori e dati, integrata in un sistema più ampio. Allo stesso tempo, il business è stato complicato da due fattori esterni. Uno è l’arrivo sui mercati mondiali dei costruttori cinesi, che ha provocato una contrazione dei margini, un calo delle quote di mercato e costretto Musk sulla difensiva. L’altro fattore è l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Al di là del rapporto personale tra i due, Trump sta cancellando le norme sulle emissioni che sono alla base del meccanismo dei crediti di emissione, la cui vendita costituisce una parte sostanziale dei margini di Tesla.Ecco perché la svolta verso le auto a guida autonoma non è solo una evoluzione di Tesla, ma un passo quasi obbligato per sopravvivere alla spietata concorrenza e al mutato quadro regolatorio. L’idea è quella di un parco di veicoli autonomi, sempre connessi in rete e gestiti centralmente, come terminali. Per il mondo dell’automobile, si tratta di un cambio notevole nei rapporti tra produzione, vendita e utilizzo. Lo stesso vale per la robotica umanoide, presentata come naturale estensione delle competenze sviluppate sull’auto. Su questo, Musk sta investendo molto del suo capitale di credibilità, puntando molto sull’intelligenza artificiale come anima dei robot.Lo spazio rappresenta l’altro pilastro del sistema Musk. Con SpaceX il settore spaziale, tradizionalmente dominato da grandi programmi con fondi pubblici e costi elevatissimi, è stato trasformato attraverso una logica di produzione industriale piuttosto aggressiva. Il riutilizzo dei razzi, la standardizzazione dei componenti, l’accelerazione dei cicli di sviluppo hanno ridotto i costi di accesso allo spazio in modo sostanziale. Questo ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore, rendendo l’aeronautica spaziale una dimensione industriale aperta e dotata di continuità, non più episodica. Tanto che il Pentagono è uno dei maggiori clienti di Musk, che tramite SpaceX fornisce lanci di satelliti del Pentagono e della U.S. Space Force, inclusi satelliti di comunicazione, navigazione e intelligence. In altre parole, SpaceX è un prime contractor industriale del governo americano, inserito pienamente nell’apparato militare-industriale statunitense.Starlink è a un tempo creatura gemella e conseguenza diretta di questa trasformazione. La costellazione di satelliti a bassa orbita che fornisce connettività globale non è solo un servizio commerciale per la connessione ad Internet. È diventata (o è nata già come tale) una infrastruttura di comunicazione autonoma, pervasiva e difficilmente sostituibile nel breve periodo. In molte aree del mondo Starlink ha dimostrato di poter funzionare dove le reti terrestri non arrivano o vengono interrotte e ciò conferisce all’azienda un valore strategico che va oltre il mercato delle telecomunicazioni. Tanto è vero che il governo americano è grande cliente del sistema satellitare privato di Musk, al punto anzi da partecipare allo sviluppo di Starshield, la rete simile a Starlink per i servizi militari.Diversa è la vicenda di X, l’ex Twitter, acquistata nel 2022 per 44 miliardi di dollari. Il controllo di un canale informativo di questo tipo, integrato con enormi capacità di calcolo e con progetti di intelligenza artificiale come xAI, introduce un ulteriore livello nell’ecosistema muskiano, quello della gestione e dell’elaborazione dei flussi informativi. Ciò è tanto più vero dal momento in cui la società di intelligenza artificiale di Musk, xAI, ha acquisito X con un’operazione da 33 miliardi di dollari lo scorso anno. X è una fabbrica di dati in tempo reale, tra flussi testuali, interazioni pubbliche, linguaggio non filtrato, dinamiche di influenza e polarizzazione delle opinioni. Si tratta di una vera miniera d’oro per i modelli di intelligenza artificiale che Musk sviluppa in xAI. Dunque, portare X dentro lo sviluppatore di Ia della galassia Musk aveva un perfetto senso industriale. In pratica, il social X è il cibo con cui si nutre l’intelligenza artificiale che finisce nei robot umanoidi. Detta così, la cosa può sembrare preoccupante e forse lo è.Mentre Neuralink, che si occupa di interfacce uomo-macchina, si inserisce nella stessa logica di lungo periodo, qualche giorno fa Musk ha avviato l’acquisizione di xAI da parte di SpaceX. La compagnia di Ia è stata valutata 250 miliardi di dollari, mentre SpaceX vale circa 1.000 miliardi, dunque la società risultante vale circa 1.250 miliardi di dollari e rappresenta ora la punta di lancia per il progetto di creare data center nello spazio e integrare la comunicazione satellitare con le operazioni spaziali.In questo quadro, il progetto di mandare l’uomo su Marte sembra abbastanza coerente, anche se per ora si parla solo di intenzioni. È vero però che anche se l’obiettivo finale resta lontano, il percorso per arrivarci produce in sé ricadute industriali concrete, dai materiali ai sistemi energetici, dalla logistica avanzata all’automazione.Il risultato di tutto ciò è un sistema industriale in sé compiuto, che assomiglia sempre meno a un gruppo industriale tradizionale e sempre più a una piattaforma tecnologica estesa, capace di operare su più livelli contemporaneamente. Non tutte le promesse di Elon Musk si sono tradotte in risultati immediati, e alcuni progetti restano incompiuti o assai controversi. La concentrazione di competenze, infrastrutture e potere tecnologico spiega perché il percorso di Musk continui a suscitare attenzione, consenso e opposizione ben oltre il mondo della tecnologia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elon-musk-sogno-un-sistema-2675272138.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pressing-sui-manager-e-culto-dellerrore-cosi-trova-soluzioni-non-convenzionali" data-post-id="2675272138" data-published-at="1771248878" data-use-pagination="False"> Pressing sui manager e culto dell’errore. Così trova soluzioni non convenzionali Al pari del suo mondo imprenditoriale, la vita privata di Elon Musk è un vorticoso carosello che ne fa un personaggio non comune. Musk è cresciuto in Sudafrica, in un contesto familiare segnato da tensioni con il padre, da lui definito una presenza opprimente, mentre la figura che emerge come riferimento stabile è quella della madre, Maye Musk. Modella nata in Canada, nutrizionista, ha cresciuto i figli da sola dopo il divorzio, spostandosi tra Sudafrica, Canada e Stati Uniti. Elon ha tutte e tre le cittadinanze. La signora Musk ha spesso raccontato una giovinezza segnata da precarietà economica, lavori multipli e continui trasferimenti. Senza scadere nella psicologia facile, possiamo arguire che un tale ambiente abbia inciso sul modo in cui Elon Musk percepisce il rischio e l’instabilità, cioè non come anomalie, ma come condizioni normali. Pochi anni fa, durante una trasmissione televisiva, il miliardario ha detto di avere un disturbo dello spettro autistico (Asd). Anche la sua vita sentimentale è stata irregolare e frammentata. Si è sposato tre volte, due con la stessa donna, Talulah Riley, attrice inglese, mentre dalla prima moglie Justine Wilson, scrittrice canadese, ha avuto sei figli. Il loro primo figlio è morto in culla dopo 10 settimane e gli altri cinque sono arrivati con due parti gemellari dopo fecondazione in vitro. Da una successiva relazione con la musicista canadese Grimes sono nati altri tre figli, al primo dei quali è stato dato il curioso nome X Æ A-12 (sic), che si pronuncia «X Ash A Twelve». Dalla relazione con Shivon Zilis, dirigente di Neuralink, sono nati altri quattro figli, mentre circa un anno fa Ashley St. Clair, commentatrice politica americana, ha rivelato di avere avuto un figlio da Elon Musk. Voci mai confermate parlano di altri figli, ma il conto ufficiale si ferma qui, per ora. Del resto, l’imprenditore ha dichiarato di considerare il calo demografico una delle principali minacce per il futuro delle società occidentali. Può essere interessante notare che la visione della paternità da parte di Musk non appare ideologica, ma piuttosto personale. Dalle sue affermazioni si percepisce che Musk considera la paternità come parte di una responsabilità storica. Resta il mistero su come sia possibile coltivare una relazione con 13 figli e contemporaneamente gestire un impero che vale centinaia di miliardi. Questa struttura personale si riflette direttamente nel suo modo di lavorare, stando alle testimonianze e alle dichiarazioni dello stesso Musk. Le sue organizzazioni sono ambienti che tollerano, e in parte producono, attrito. Il suo stile decisionale si fonda sull’uso deliberato del caos. Cambi improvvisi di priorità, obiettivi ridefiniti, richieste contraddittorie sono la norma nelle sue aziende, il che può risultare indigesto a molte persone. In diverse testimonianze si parla di email notturne con nuove direttive, priorità che cambiano più volte nella stessa settimana, scadenze ravvicinate e richieste di soluzioni rapide. A quanto pare, chi lavora con Musk è sottoposto a una pressione costante, che contribuisce a selezionare in tempi brevi chi è disposto a reggere. A quanto sembra, Musk tende inoltre a ridurre al minimo la distanza tra vertice e operatività. Entra nei dettagli tecnici, discute soluzioni ingegneristiche, interviene sulle linee di produzione. Questo coinvolgimento diretto può accelerare alcune decisioni, ma può anche creare frizioni continue con manager e tecnici.Questo modo di condurre le aziende non emerge solo dal racconto dei collaboratori, ma è stato documentata in modo sistematico. Le biografie di Musk basate su accesso diretto, in particolare quelle di Ashlee Vance e Walter Isaacson, descrivono un modello decisionale fondato sulla compressione estrema dei tempi, sul cambiamento frequente delle priorità e sull’intervento diretto del fondatore nei processi tecnici. Isaacson, che ha seguito Musk molto da vicino per diversi anni, riporta come questo approccio venga usato consapevolmente per mettere sotto stress le organizzazioni, forzare soluzioni non convenzionali e selezionare rapidamente persone e idee. Lo stesso Musk ha più volte rivendicato pubblicamente la necessità di accettare errori, fallimenti intermedi e annunci anticipati come parte integrante di una strategia orientata alla velocità più che alla stabilità.Anche la comunicazione pubblica segue la stessa logica personale. Musk utilizza i social in modo diretto, spesso impulsivo, mescolando annunci, polemiche e provocazioni. Celebre la lite con Donald Trump condotta via social dopo l’abbandono del ruolo di tagliatore della spesa pubblica alla Casa Bianca. Questo comportamento alimenta controversie e talvolta danneggia le sue stesse aziende, ma a quanto pare la figura del social media manager non fa per lui.Nel complesso, la figura di Musk non si comprende separando vita privata e attività imprenditoriale, che formano un insieme coerente e danno la misura di un personaggio davvero unico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elon-musk-sogno-un-sistema-2675272138.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="troppo-simile-a-trump-per-andarci-daccordo" data-post-id="2675272138" data-published-at="1771248878" data-use-pagination="False"> Troppo simile a Trump per andarci d’accordo Il rapporto tra Elon Musk e la politica non si discosta dai suoi modelli di vita. Tra caos e impulsività, il miliardario si presenta come strenuo difensore dell’autonomia individuale e critico delle istituzioni pubbliche, anche se in questi anni ha svolto ruoli che lo hanno portato dentro i centri decisionali del potere statunitense e all’intersezione tra impresa globale e sovranità statale. Per Musk, deficit e debito pubblico sono un male assoluto o quasi, in linea con il suo credo da self made man a metà tra l’anarchia e il monetarismo alla Milton Friedman. Eppure, una buona fetta dei suoi ricavi sono spesa pubblica. Con la seconda presidenza di Donald Trump, il legame tra Musk e la politica americana ha raggiunto un momento topico. Trump ha creato all’inizio del 2025 il Department of Government Efficiency (Doge), un’organizzazione temporanea con l’obiettivo di tagliare sprechi e snellire l’apparato federale, e ha chiamato Musk a guidarla. La struttura non ha poteri di legge autonomi, ma mirava a influenzare in modo diretto la gestione delle tante agenzie federali. Musk ha promosso misure aggressive e annunci ambiziosi di risparmi, ma nel corso di pochi mesi le resistenze istituzionali, i limiti legali e le critiche interne hanno ridimensionato i risultati dichiarati. A maggio 2025 già terminava il momento Doge di Musk e la successiva rottura con Trump, legata alle critiche di Musk al Big Beautiful Bill della Casa Bianca, ha reso pubblica una spaccatura profonda. Talmente profonda che subito dopo la fine del Doge, Musk ha annunciato l’intenzione di fondare un proprio partito. Idea poi rientrata, per fortuna di tutti (soprattutto la sua). Il rapporto con Trump poi è stato recuperato, anche considerata l’interdipendenza dei due sui dossier Starlink e SpaceX.Durante la campagna per le elezioni presidenziali Usa del 2024 Musk si è scontrato duramente con Thierry Breton, allora commissario europeo per il Mercato interno. Breton aveva richiamato Musk a rispettare gli obblighi del Digital Services Act (Dsa) sul controllo della disinformazione e dei contenuti illegali su X. La lettera è stata inviata poco prima di una diretta su X con Trump. La risposta di Musk è stata durissima, con toni forti sui social e accuse di ingerenza politica, alimentando una polemica di alto profilo che è proseguita anche nei mesi successivi.Questi episodi mostrano come Musk sia una presenza che incide direttamente sulle scelte pubbliche, e non un semplice imprenditore che legittimamente esercita pressioni. Attraverso i suoi ruoli consultivi con la Casa Bianca è certamente un partner del governo ascoltato e influente, anche se con Donald Trump è una bella gara, quanto a discontinuità. La capacità di Elon Musk di muoversi tra potere economico, influenze normative e dibattito pubblico lo rende, di fatto, una figura politica di peso, pur mantenendo un ruolo formalmente estraneo alla politica.
content.jwplatform.com
Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro, secondo quanto riportano i media israeliani. Un commando della marina militare israeliana avrebbe abbordato una delle navi della Flotilla, partita dalla Turchia con circa 50 imbarcazioni dirette verso Gaza.
Poco prima, il ministero degli Esteri di Israele aveva scritto su X, riferendosi alla missione della Flotilla: «Ancora una volta, una provocazione fine a sé stessa: un’altra cosiddetta “flottiglia di aiuti umanitari” senza alcun aiuto umanitario. Israele non permetterà alcuna violazione del legittimo blocco navale di Gaza e invita tutti i partecipanti a questa provocazione a cambiare rotta e a tornare immediatamente indietro».
Federico Rampini (Ansa)
Trump e la Cina, la crisi iraniana, il ruolo dell’Europa. Federico Rampini analizza con La Verità le sfide attuali, riassunte nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori).
Commercio e guerra sembrano fusi in un unico campo di battaglia. Quando si è infranto il sogno della globalizzazione pacifica?
«L’Età dell’Oro della globalizzazione, per le élite del World Economic Forum di Davos, i loro ideologi, i tecnocrati e i media succubi di quel conformismo, è finita solo per colpa di quel mascalzone di Donald Trump. Basta che se ne vada, e potremo tornare nel Giardino dell’Eden. Nella realtà per vasti ceti sociali non è mai esistito quel mondo di favole che doveva arricchirci tutti. Le crisi di rigetto della globalizzazione si susseguono nei decenni. Alcune erano state gestite con robuste dosi di protezionismo da altri due presidenti repubblicani, Nixon negli anni Settanta e Reagan negli anni Ottanta. Altri scossoni formidabili arrivarono con la crisi del 2008 e la pandemia. Sullo sfondo, da almeno vent’anni sta crescendo un macro-squilibrio insostenibile: la Cina ha usato le regole del commercio mondiale contro di noi, ha calpestato quelle regole quando voleva, ha inseguito un modello mercantilista accumulando avanzi commerciali destabilizzanti. In un certo senso ha replicato i modelli di altri dragoni asiatici come Giappone e Corea del Sud. Ci ha aggiunto però una scala dimensionale ben superiore, un’ostilità geopolitica all’Occidente, e un’aspirazione autarchica: con Xi Jinping la Cina vuole dominare sia le industrie mature e tradizionali sia quelle più avanzate, vuol essere indispensabile al resto del mondo ma non vuole dipendere da nessuno».
La visita a Pechino di Donald Trump è stata segnata da dichiarazioni distensive. Sotto i convenevoli, la distanza resta?
«Più che distanza, si tratta di rivalità sistemica. È una situazione che i leader di turno possono gestire passando da una tregua all’altra, da un compromesso precario all’altro, in un equilibrio instabile, cercando di evitare il peggio. Di quel vertice però colpisce un altro aspetto. Un anno prima in Europa molti fantasticavano che per reagire ai dazi di Trump bisognava costruire una grande alleanza Ue-Cina, preludio a un nuovo ordine globale. Sciocchezze ridicole. Per la Cina, l’America è l’unica superpotenza che conta, chiunque ne sia il presidente. Xi Jinping capisce i rapporti di forze, come Trump. E stima il capitalismo americano, proprio quello che Bruxelles demonizza e cerca di punire. Trump può anche essere un idiota agli occhi di Xi, ma la delegazione di capitalisti che lo accompagnava a Pechino per Xi incarna la forza strutturale dell’America. Quella che manca all’Europa, dove statalismo e anticapitalismo sono ideologie ubique e paralizzanti. È sconcertante che gli europei debbano imparare da un comunista cinese ad apprezzare la forza del capitalismo Usa».
Che significato ha il corteo di miliardari che ha seguito Trump?
«Si possono anche definire come la lobby filo-cinese in America. In passato hanno tutti realizzato ottimi affari in Cina, alcuni ci riescono ancora oggi, malgrado la crescente chiusura protezionista del mercato cinese. Certi super-capitalisti al seguito di Trump, soprattutto quelli di Big Tech, considerano la Cina una rivale temibile dalla quale però non bisogna perdere i contatti: nella gara dell’intelligenza artificiale è un bacino di talenti a cui attingere, è un laboratorio di innovazione quasi alla pari con la Silicon Valley. In ogni caso quei capitalisti non sono mai stata l’Oligarchia che veniva demonizzata in Europa. Se fossero degli oligarchi, cioè se comandassero loro, non ci sarebbero stati né i dazi né le restrizioni all’immigrazione. I grandi capitalisti sono globalisti, odiano il protezionismo».
Su Taiwan la distanza resta.
«Circoleranno molte versioni - e un bel po’ di fake news - su quel che Trump e Xi si sono detti su Taiwan nella porzione più riservata del vertice. Ma le parole contano fino a un certo punto. Taiwan è una spina nel fianco della Repubblica Popolare dalla fine della guerra civile nel 1949, quando sull’isola si rifugiò la destra nazionalista sconfitta. Ma è diventata un imbarazzo ben più grave per la nomenclatura comunista da quando Taipei ha realizzato due miracoli: è diventata una liberaldemocrazia rispettosa dei diritti umani; e una superpotenza tecnologica con una leadership nei microchip. Per l’America difendere Taiwan ha un senso, ma rischiare una guerra per questo diventa sempre più temerario ad ogni anno che passa, visto il riarmo cinese. Il dilemma è antico, non nasce certo con Trump quella che è stata definita l’ambiguità strategica degli Usa in quest’area. Una corrente di realpolitik, con seguaci anche al Pentagono, aprì un dibattito molti anni fa sull’opportunità di mollare Taiwan al proprio destino. Il problema è l’effetto-domino che questo avrebbe su Giappone e Corea del Sud».
Intanto la situazione in Iran sembra destinata ad avvitarsi.
«Una difficoltà è capire che tipo di regime iraniano abbiamo di fronte, qual è la sua solidità reale, se è compatto, e quali sono i prezzi che può pagare. Questa guerra è impopolare in America quasi quanto in Europa però non lo è affatto in quel mondo arabo (le monarchie sunnite del Golfo) che preme su Trump perché vada in fondo, almeno quanto preme Netanyahu. Ad annebbiare l’analisi contribuisce l’odio dilagante verso Trump. Nella mia memoria personale questa non è certo la prima guerra impopolare negli Stati Uniti. Vivevo in California nel 2003 quando venne invaso l’Iraq e San Francisco era percorsa di cortei pacifisti con le foto di Bush con i baffetti alla Hitler. Ma è la prima guerra dove fin dal primo giorno i due terzi dei media Usa tifavano per la vittoria degli ayatollah. E di conseguenza decretarono che l’America aveva perso a priori».
I critici parlano di un Trump che ha perso il suo raziocinio.
«Non sono in grado di entrare nella sua testa. So di sicuro che Biden era ben più logoro, e l’omertà di molti media nascose il suo declino, scrivendo una pagina poco onorevole nella storia del giornalismo americano. Ciò che mi rassicura è che la democrazia americana rimane intatta a 250 anni dalla nascita. I nemici di Trump – cioè a questo punto la maggioranza degli americani – hanno avuto dalla loro una maggioranza dei media, gran parte della magistratura. Molte azioni di Trump sono state bloccate dai tribunali del suo Paese. Altre sono vanificate quotidianamente dal federalismo, perché nella vita di tutti i giorni un cittadino americano sente molto di più le azioni del suo sindaco e del suo governatore, anziché del presidente».
In Ucraina la fine del conflitto è imminente? E soprattutto: ci sarà un vincitore?
«Vincitori, è presto per dirlo. Al primo posto tra gli sconfitti c’è il popolo russo. Ha subito perdite catastrofiche, in cambio di che cosa? Con la sua paranoia farneticante sul presunto accerchiamento di una Nato assai inoffensiva, Putin prima ha spinto nelle braccia della Nato due nazioni neutrali ma ben armate come Svezia e Finlandia, poi ha svegliato dal letargo geopolitico la Germania che inizia a riarmarsi. La Russia non è mai stata attaccata dall’America né dalla Nato, invece nel Novecento fu invasa per ben due volte dalla Germania. Aver spaventato i tedeschi fino al riarmo è l’errore geopolitico più disastroso che un leader russo potesse fare. Il suo popolo ne pagherà le conseguenze a lungo. Così come l’abbraccio con la Cina sarà il preludio alla colonizzazione della Russia, che stava molto meglio finché aveva rapporti normali con l’Occidente».
Quanto preoccupa la «normalizzazione» del discorso nucleare?
«La nuova guerra fredda è una realtà, annunciata nel 2007 dal discorso di Putin a Monaco, nel 2008 dalla prima delle sue guerre di aggressione, contro la Georgia. A loro volta i dirigenti comunisti cinesi adottarono un linguaggio esplicitamente antioccidentale dal 2008, in occasione della crisi di Wall Street. L’America cominciò ad aprire gli occhi solo verso la fine del secondo mandato Obama, con una revisione della loro analisi sulla Cina. Nel 2015 era arrivato al potere Xi Jinping, aveva abbandonato il linguaggio conciliante, declamava la sua teoria sul declino dell’Occidente, e con il piano Made in China 2025 aspirava a una supremazia tecnologica con evidenti ricadute in campo militare. In quanto al riarmo nucleare, è un grave pericolo ma non nasce oggi. La proliferazione che allargò il club atomico a India e Pakistan fu la prima tappa. La seconda fu l’irresponsabile aiuto della Cina alla Corea del Nord, che non avrebbe l’atomica senza Pechino».
È possibile per gli europei avere una difesa comune, senza prima possedere istituzioni politiche e centri di comando in comune?
«Infatti per il momento constato che il riarmo europeo comincia, ma su basi nazionali: è un riarmo tedesco, polacco, scandinavo, baltico. La Germania lo sta usando, come prima di lei fecero Usa Cina Israele, anche come strumento di politica industriale. Aiuti di Stato e sussidi tornano alla grande, purtroppo in questa corsa Berlino ha una capacità di spesa che mette in difficoltà i partner europei».
Infine, l’Italia. Quale ruolo dovrebbe giocare il nostro Paese?
«Forse Trump ha fatto un favore a Giorgia Meloni, dopo i suoi attacchi immagino che diventi più facile per lei difendersi dalle accuse di servilismo verso l’America. Ma non credo che l’opinione pubblica italiana voglia davvero giocare un ruolo internazionale. Altrimenti si darebbe i mezzi per farlo, a cominciare dagli investimenti nella difesa e nella sicurezza nazionale».
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Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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