
Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura alla Camera, la prossima settimana comincia Sanremo, l’evento più nazionalpopolare dell’anno.
«Lo guarderò pure io. Ho apprezzato molto la scorsa edizione. La musica italiana finalmente era tornata protagonista. Spero che anche stavolta si parli di canzoni e non di polemiche».
Cominciamo male allora. Tra i conduttori doveva esserci il comico Andrea Pucci. Ha declinato l’invito dopo inviperite accuse: omofobo, sessista e destrorso. Fu fatale una battuta su Elly Schlein?
«Quando viene ferocemente attaccata Giorgia Meloni, la sinistra grida alla libertà di satira. Diventa un valore intoccabile e assoluto. Quando osa esprimersi un comico che non appartiene al circoletto del mainstream, scatta la censura».
Scorge doppiopesismo?
«Nonché ipocrisia».
Dimostra una «spaventosa deriva illiberale», dice la premier.
«Esemplifica l’egemonia che la sinistra ha avuto nella televisione per decenni. Come ha detto la presidente del Consiglio, è inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a non salire su un palco».
Pd e 5 stelle chiedono al governo di occuparsi di problemi veri, piuttosto che di un cabarettista.
«Altra ipocrisia. Basta l’ultimo esempio: prima la sinistra denunciava l’emergenza sicurezza, adesso giustifica i santuari dell’illegalità e accusa il governo di autoritarismo».
Il corteo di Askatasuna è finito con un agente preso a martellate.
«I centri sociali, in cambio di protezione politica, votano le loro giunte. Succede in molte città italiane. Noi invece continuiamo a lavorare per spegnere il fuoco della violenza e difendere le forze dell’ordine».
Gli strali progressisti si sono abbattuti pure su Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport. La sua telecronaca alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali era zeppa di incertezze ed errori.
«Negli ultimi giorni è stato vittima di durissimi attacchi mediatici. Ha tutta la mia solidarietà, ma non voglio entrare nel merito di questioni aziendali».
Viene additato come simbolo di lottizzazione: sarebbe troppo vicino a Fratelli d’Italia.
«La faziosità delle opposizioni sul servizio pubblico ormai raggiunge vette inarrivabili. Cito solo l’ultimo caso. Riguarda la sigla di apertura dei Giochi: il Pd ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla censura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo che appare prima delle dirette di Milano Cortina».
Gli mancano i genitali.
«Sarebbe bastata una semplice verifica per scoprire che quella sigla non è stata realizzata dalla Rai, ma dalla società del comitato olimpico che si occupa di produzioni audiovisive».
Si sono scatenati perfino contro Beatrice Venezi, direttore musicale della Fenice di Venezia. La sua nomina è vivacemente contestata da sindacati e orchestra.
«È vittima di un’aggressione mediatica senza precedenti. Diego Matheuz, suo predecessore scelto da Claudio Abbado, aveva solo tre anni di esperienza nella lirica. Venezi ha diretto 160 concerti sinfonici e 40 opere».
Perché tanto astio, allora?
«Quando Franceschini era ministro, le nomine venivano gestite allo stesso modo. Se però adesso lo fa la destra, si trasforma in occupazione illegittima e antidemocratica. Alla visione egemonica dei precedenti governi, contrapponiamo meritocrazia. Per questo una parte della sinistra impazzisce».
Sulla scelta dei sovrintendenti lei ha duellato con Report.
«Fanno minestroni fuorvianti. Mescolano aspetti legali a nomine fiduciarie. Questo tipo di giornalismo è interessato solo a confermare le sue tesi».
In passato aveva già attaccato la trasmissione di Sigfrido Ranucci.
«Gli abbiamo espresso solidarietà per gli atti intimidatori di cui è stato vittima. Questo non ci impedisce di criticare duramente il suo programma».
Il giornalismo d’inchiesta può scontentare.
«Quello di Report non è giornalismo d’inchiesta, ma giornalismo militante. Serve solo ad attaccare il governo e tutti coloro che hanno l’ardire di manifestare qualche simpatia nei suoi confronti».
L’opposizione ribattezza la Rai «TeleMeloni».
«I numeri parlano da soli. Tra il 2021 e il 2022, Report non si è certo distinta per inchieste che coinvolgevano i partiti: nel 75% dei casi ha parlato d’altro».
E dopo la vostra vittoria?
«Il 94% dei servizi ha riguardato politici o persone vicine al centrodestra».
Mollicone non si tira mai indietro, dunque. Entrò nel Fronte della gioventù da giovanissimo. La chioma imbiancata nasconde una lunga cicatrice, che risale a quei primi anni di militanza.
«Eravamo al mercato di via Caffaro, alla Garbatella. Raccoglievamo le firme sull’indulto politico ai ragazzi di destra e sinistra, per chiudere la stagione delle violenze».
Cosa successe?
«Ironia della sorte, venimmo aggrediti proprio da alcuni compagni di un centro sociale. Eravamo però in schiacciante minoranza. Sono finito nel parapiglia per difendere l’indimenticato Paolo Colli, fondatore di Fare Verde, la prima associazione ambientale estranea alla sinistra».
Le andò male?
«Uno di loro mi colpì alle spalle con un casco. Per fortuna, ho la testa dura. Sono rimasto in piedi nonostante la botta».
Perché lo dice sorridendo?
«Pure qualcuno di loro fu costretto ad andare al pronto soccorso…».
In quegli anni ha conosciuto Giorgia Meloni?
«Probabilmente anche prima. Aveva 16 anni, credo. Eravamo gli antenati che combattevano contro una scuola giurassica. Così giovane e minuta, riusciva a imporsi in un ambiente maschile. Aveva una determinazione unica».
In Parlamento dal 2018, si è sempre distinto per vivacità e autonomia di pensiero. Sfuggì dai commessi che volevano toglierle di mano il cartello «No green pass» e invitò le colleghe a evitare l’abbigliamento da «Montecitorio beach».
«Non sopporto le ingiustizie».
Eccepì pure su Peppa Pig, accusata di indottrinamento gender.
«Fu una falsificazione del Pd. Non era un rimprovero al cartone animato, ma alla grave violazione del codice dei minori: impedisce di trasmettere messaggi per adulti a bambini più piccoli di quattro anni».
Scoppiò il finimondo.
«Le rispondo ricordando le parole del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand: “Dispiacere mi piace, dell’odio mi diletto. Se tu sapessi come s’incede più gagliardi sotto il fuoco di fila dei malevoli sguardi”».
Una fiera esistenza eterodossa?
«Una vita coerente».
Continua a distinguersi nella battaglia al politicamente corretto.
«È la nuova inquisizione laica. Pretende di processare la storia e imbavagliare il pensiero libero. Sono un estremista del dialogo, che crede nel riformismo conservatore».
Compare tra i fondatori di Atreju.
«Ogni anno organizzavamo nel quartiere un piccolo evento chiamato “Festa dei Rioni”. Montavamo tutto da soli, usando grafiche dipinte a mano visto che non avevamo nemmeno i soldi per stamparle. Si facevano concerti, dibattiti, presentazioni di libri e spettacoli teatrali. Atreju è nata da quell’esperienza. Difatti, le prime edizioni sono state organizzate proprio lì. Adesso fa numeri da record: ci sono 105.000 presenze e 1.400 giornalisti accreditati».
Fu tra gli ideatori del primo logo: il bambino della Storia infinita che impugna lo scintillante spadone.
«Fino al 2017 ho creato e allestito l’immaginario assieme ai ragazzi di quell’epoca: Lollobrigida, Rampelli, Fazzolari, Scurria, Procaccini e tanti altri… Poi fortunatamente c’è stata una staffetta generazionale».
Era il simbolo della lotta a chi vuole rimuovere valori e futuro?
«Rappresentava alla perfezione la battaglia delle idee contro il nulla».
Come procede la disputa con il wokismo?
«Il nulla oggi è rappresentato dalla cultura della cancellazione: vorrebbe abbattere statue e riscrivere i classici, in nome di un’ideologia che livella tutto».
Urge non mollare.
«Rispondiamo con la forza delle nostre tradizioni e il coraggio di chi non ha paura».
Del conformismo, s’intende.
«Di chiamare le cose con il loro nome».





