
Difficilmente ci facciamo caso, ma il foglio con cui il salumiere avvolge il prosciutto, la scatoletta di cartone delle uova, la busta del bagno schiuma sono prodotti da un settore industriale che è uno dei fiori all’occhiello della nostra economia. Anche per la produzione di macchine confezionatrici.
Il settore dell’imballaggio è tornato ora alla ribalta perché si parla dello stop alle bustine monodose di maionese, ketchup, olio d’oliva che «popolano» le paninerie come le mense aziendali. L’Europa vuole ridurre la plastica libera e così ha detto stop a questi contenitori. Cadendo anche in qualche assurda contraddizione. Una decina di anni fa aveva detto: basta zuccheriere nei bar e solo bustine. Ora siamo al contrordine: bustine vietate. E viene da pensarci nel momento in cui i 27 riuniti per l’ennesimo vertice europeo individuano nell’eccesso di regolamentazione un freno alla produttività e promettono di togliere via un po’ norme e divieti. Allora cerchiamo di saperne di più dal presidente di Giflex - Gruppo imballaggio flessibile da novembre 2020 e vicepresidente Assografici da giugno 2023, con delega al packaging da maggio 2025 per la Confindustria. È Alberto Palaveri che oggi è il ceo del gruppo Sacchital uno dei più importanti produttori d’imballaggi, con un fatturato che nel 2024 ha sfiorato i 78 milioni di euro.
E del resto Sacchital per Palaveri è casa. Dopo la laurea in chimica a Milano è entrato in azienda nel 1996. Poi affina le competenze manageriali con l’Executive Mba alla Bocconi di Milano e attualmente è executive member nel board Sacchital group, amministratore delegato di Akerlund & Rausing (azienda del Gruppo Sacchital).
Pochi ci pensano, ma la produzione d’imballaggi italiani è un comparto forte. Siete in difficoltà con le normative europee?
«La produzione nazionale di imballaggi è un comparto strategico per l’economia nazionale e rappresenta il 3,3% del fatturato della manifattura e l’1,7% del Pil, nel 2024 ha raggiunto 17,26 milioni di tonnellate, in crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente e un fatturato complessivo che si attesta a 37,96 miliardi di euro. Oggi ci troviamo a dover rispondere sia alla sfida ambiziosa lanciata dall’Unione europea che, con il nuovo regolamento Packaging and packaging waste regulation (Ppwr), mira a ridurre entro il 2040 i rifiuti di imballaggio del 15%, sia di fronte alla costante crescita della domanda, da parte dei consumatori, di imballaggi sicuri, pratici e sostenibili. Continuare a crescere riducendo l’immesso al consumo è l’obiettivo da perseguire, ma per raggiungerlo è necessaria una soluzione di sistema che tenga insieme tutta la filiera in dialogo con le istituzioni».
Parlando sempre di Europa, c’è stato un vertice giovedì scorso sul rilancio dell’Ue. C’è stata l’ennesima promessa di sburocratizzare. Voi ci credete e che giudizio è preferibile: la regolamentazione europea o la legislazione nazionale armonizzata magari con quella degli altri Paesi?
«L’attuale contesto legislativo europeo necessita ancora di un reale processo di armonizzazione ma questa, a mio giudizio, è la strada. Come settore, sia in Italia che in Europa, ci battiamo per un approccio armonizzato che risponda pragmaticamente alla regolamentazione europea sugli imballaggi, costruttivo e non ideologico, orientato ai risultati e alla fattibilità industriale».
Siamo al paradosso che nel 2004 l’Ue vietò lo zucchero nelle zuccheriere imponendo le bustine a da quest’estate invece tornano le zuccheriere e vanno fuori legge le bustine. Come fate a fare impresa in questo contesto?
«Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare. Servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Noi chiediamo che il governo agevoli le prassi di mercato che generano riduzione di prodotti e merci immessi al consumo attraverso progetti di investimento mirati per permettere alle imprese di trasformare gli obiettivi regolatori in scelte industriali e in risultati misurabili. Inoltre, è necessario adeguare il sistema di raccolta e riciclo che cambia con il cambiare degli imballaggi, una sfida che l’Italia deve affrontare con spirito industriale senza precludersi soluzioni che possono essere abilitanti come, ad esempio, il riciclo chimico. Possiamo diventare un esempio virtuoso di efficienza e sostenibilità a condizione che nessun attore della filiera venga lasciato indietro».
Lei si occupa di imballaggi flessibili, ma complessivamente il settore imballaggi come sta in Italia? Ci fa un quadro dei maggiori indicatori economici?
«In Italia il settore degli imballaggi flessibili impiega circa 12.000 addetti con una produzione intorno alle 400.000 tonnellate e un fatturato di oltre 4,3 miliardi di euro. I dati che sto citando sono quelli Giflex - Mecs relativi al 2024. Siamo un settore solido, pur in un contesto di lieve rallentamento dovuto più all’aggiustamento dei prezzi che a un calo dei volumi. L’occupazione rimane stabile e la redditività migliora grazie alla crescita della produttività e al valore del capitale umano. Dopo il ciclo straordinario del biennio 2021-2022, il 2024 ha presentato una fase di normalizzazione e rafforzamento strutturale per un settore che conferma la propria competitività e solidità finanziaria (la patrimonializzazione del settore supera il 43% del capitale investito). Più in generale le previsioni indicano una crescita stabile della produzione nazionale di imballaggi, con un incremento atteso del +1% nel 2025 e un tasso medio annuo del +1,2% fino al 2028. Questi sono i dati consolidati e le proiezioni fatte dall’Istituto nazionale imballaggi».
Lei di recente ha insistito perché la meccanica vi metta a disposizione strumenti di confezionamento sempre più efficienti. Come va il distretto industriale dell’automazione per imballaggio? C’è una sinergia di filiera?
«L’Italia dell’imballaggio è una filiera solida, innovativa e competitiva del Made in Italy che vale 51,3 miliardi di euro tra produttori di imballaggio e costruttori di tecnologie per il confezionamento, la stampa e il converting. L’innovazione sostenibile passa anche da nuove progettualità sia tecnologiche che di sviluppo di nuovi materiali. È urgente ridefinire aiuti e incentivi per la filiera a supporto di efficaci politiche industriali che vadano di pari passo con quelle ambientali. Un primo obiettivo lo abbiamo raggiunto sul tema del revamping che ha trovato riconoscimento nella legge di bilancio. Ora la stessa logica deve accompagnare questa nuova fase: servono criteri di sostenibilità chiari e strumenti in grado di compensare i costi del passaggio verso imballaggi sempre più innovativi e sostenibili così da proteggere la competitività del sistema Italia del packaging».
Temete una concorrenza estera? I nostri «confini» economici rispetto al vostro settore sono ben presidiati?
«La nostra capacità di fare innovazione in stretta connessione con i nostri clienti è la vera barriera contro invasioni di mercato low cost».
Allargando lo sguardo al manifatturiero, quali sono per voi le priorità per uno sviluppo ulteriore dell’industria?
«Intendiamo promuovere nei prossimi mesi la costituzione di un tavolo di lavoro di filiera sulla riduzione dell’immesso al consumo, in dialogo con governo e Parlamento. L’industria dell’imballaggio flessibile non può affrontare da solo la complessità regolatoria. È necessario un approccio comune tra attori della filiera e la politica per strutturare soluzioni adeguate e condivise».
Se dovesse indicare una di queste quattro emergenze quale è quella che pesa di più: energia, mancanza di manodopera, credito, dazi?
«L’energia: allineare i costi energetici italiani alla media europea restituirebbe alle imprese condizioni di concorrenza e crescita sostenibile».
Quali sono gli orizzonti di sviluppo del vostro settore? E per le sue aziende?
«Noi siamo pronti a rispondere positivamente alle richieste del nuovo Regolamento europeo. L’imballaggio flessibile è smart e minimalista per natura: pesa poco, utilizza poche materie prime, ottimizza trasporto e logistica, produce poca CO2. Un esempio? Una busta refill per sapone liquido ha un rapporto peso contenuto/contenitore di circa il 2%. Un grande vantaggio rispetto all’utilizzo di contenitori rigidi che si traduce in bene per l’ambiente e vantaggio per le tasche del consumatore».





