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2020-08-21
Ricciardi la butta lì: «Le Regionali potrebbero saltare»
Walter Ricciardi (Ansa)
«Le prossime elezioni e anche la riapertura delle scuole possono essere a rischio se la circolazione del virus riaumenta». Walter Ricciardi, professore di Igiene dell'Università Cattolica e consulente del ministero della Salute, ha sganciato la bomba ieri mattina durante la trasmissione Agorà Estate, su Rai3. Rimandando a due scadenze importanti: il 14 settembre, giorno fissato per la riapertura in presenza delle scuole, e il 20 e 21 settembre, giorni per il voto sul referendum e per il rinnovo di alcuni governi regionali ed anche di diversi enti comunali.
Ricciardi l'ha presa larga: «Dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna o la Croazia si è rialzata moltissimo. In quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì, e a maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 20 e i 40 anni, modificheranno positivamente i propri comportamenti». Se questo viene fatto, ha poi aggiunto il professore, «sicuramente si potrà andare a votare e sicuramente si potrà riprendere la scuola. Se invece questo non succede, ci troveremo nelle condizioni, come in altri Paesi, in cui queste attività sono messe a rischio».
Chi era davanti alla tv è balzato dalla sedia. I politici in vacanza si sono attaccati al telefono. Ed è subito partita una valanga di reazioni: «Il governo smentisca immediatamente quanto ha dichiarato il consigliere del ministro della Salute o è lecito pensare che sia già volontà dell'esecutivo rimandare l'apertura delle scuole e le elezioni regionali», hanno commentato i deputati di Cambiamo con Giovanni Toti, Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Alessandro Sorte e Giorgio Silli definendo quello di Riccardi «terrorismo psicologico» e chiedendo l'intervento del Quirinale «per porre un freno a questo uso strumentale dell'emergenza da parte di Conte e dei suoi ministri». Ancor più duro il governatore ligure e vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Toti, che sui suoi profili social trova «eversivo» che «un signore non eletto da nessuno possa anche semplicemente ipotizzare» il rinvio del voto, «sarebbe la dimostrazione che il comitato tecnico scientifico del governo è un'accolita di inetti pericolosi». Al coro si sono poi aggiunti Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia viva («Ogni giorno si alza uno e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione») e Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia («Il governo smentisca» perché «anche solo accennare a questo rischio costituisce infatti una minaccia inaccettabile alle basi stesse della democrazia»). Il leader della Lega, Matteo Salvini, dice che è «irresponsabile ipotizzare rinvio delle elezioni e chiusura delle scuole, questo terrorismo danneggia l'Italia. Invece di aprire la bocca, chiudano i porti», mentre per Maurizio Lupi, deputato centrista e presidente dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, è «vergognoso che ancora una volta si dica non sappiamo se le scuole riapriranno».
Tuoni e fulmini nel giro di pochi minuti, insomma. Tanto che all'ora di pranzo il professore consulente di Speranza è costretto a fare una goffa retromarcia. «Non ho mai detto che riapertura delle scuole ed elezioni sono a rischio in Italia. Le scuole riapriranno e si sta facendo di tutto per riaprirle in sicurezza, parlavo di altri Paesi dove la curva dei contagi si è rialzata in modo preoccupante. In Italia, fortunatamente, non è ancora così e dobbiamo fare di tutto per tenere la situazione sotto controllo». Nel tentativo di smorzare le polemiche, però, la pezza di Ricciardi diventa peggio del buco perché non chiarisce a quali elezioni avesse fatto riferimento davanti alla telecamere della Rai. Quelle del Mali? La sfida Trump-Biden? Chissà.
Attore (ha recitato pure con Mario Merola nel film L'ultimo guappo), medico e aspirante politico (nel 2013, infatti, tentò di entrare in politica candidandosi con i montiani di Scelta civica in quota Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo), Ricciardi si era già fatto notare nei mesi scorsi per aver detto che «le mascherine alla persona sana non servono a niente» e anche per aver sentenziato che «chi ha dato l'indicazione di fare i tamponi anche agli asintomatici, ha sbagliato». Per un tweet - poi cancellato - su Donald Trump il professore ha pure costretto l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a diramare una nota per invitare i giornalisti a «evitare espressioni che suggeriscano che il professore lavori per l'Oms o che la rappresenti». Il consulente del governo Conte ha dovuto, quindi, specificare meglio il suo ruolo: «Io sono il rappresentante italiano nel comitato esecutivo dell'Oms, designato dal governo per il periodo 2017-2020.
Quello stesso governo che ieri non ha proferito parola sulla versione pre retromarcia di Walter. Nessuno ha smentito le sue dichiarazioni sulle elezioni. Né il premier Conte, né il ministro della Salute, Roberto Speranza, né tantomeno il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, incaricata da Palazzo Chigi (anche per competenza) a trattare sulla delicatissima partita elettorale. Silenzio di tomba.
In piena pandemia urne aperte in Polonia, Israele e Francia
Se puoi farlo a Parigi, Varsavia, Tel Aviv e Zagabria, puoi farlo anche a Roma.
Senza chiedere permesso a Walter Ricciardi, il quale, evocando il rinvio delle elezioni, parlava «di altri Paesi», gli altri Paesi hanno già votato. Alcuni, in piena pandemia; altri, si apprestano a farlo.
Tra i casi più rilevanti, bisogna di sicuro menzionare le amministrative francesi, che hanno coinvolto, oltre alla capitale, importanti centri urbani come Lione, Marsiglia e Bordeaux. Il primo turno era stato confermato per il 15 marzo dal governo, nonostante il lockdown. Il ballottaggio - certo, non un trionfo di partecipazione - si è svolto a fine giugno. Pare che questo consunto rito democratico non abbia causato alcuna strage.
Attesissime, in quanto considerate un referendum sull'ultraconservatore Andrzej Duda (riconfermato), sempre con doppio turno, il 28 giugno e il 12 luglio, le elezioni polacche. Rinviate di un mese e mezzo per la pandemia, sì; ma in quel caso, la prima chiamata alle urne era prevista per il 6 maggio. Mica, come alle regionali italiane, per il 20 settembre. Anche stavolta, comunque, nessuna ecatombe.
Il 2 marzo, pochi giorni prima che Giuseppe Conte ci chiudesse in casa a tre mandate, gli israeliani hanno rinnovato la Knesset. In questa occasione, affluenza in lieve aumento rispetto alla precedente tornata, quella del settembre 2019. Il Covid non ha falcidiato gli elettori. Più di recente, hanno votato i serbi (21 giugno, vittoria del Partito progressista), i croati (5 luglio, successo del centrodestra) e i macedoni del Nord (15 luglio, anche se la tornata era prevista durante il picco dei contagi, il 12 aprile). La piccola Islanda ha votato a fine giugno, il Montenegro voterà il 30 agosto, anche se qualcuno temeva che la maggioranza facente capo al Partito democratico dei socialisti, approfittasse dell'emergenza sanitaria per rimandare le elezioni. Invece, persino in una democrazia declassata a «regime ibrido», tra nove giorno si andrà ai seggi. La Romania dovrebbe chiudere le danze a fine anno: se le previsioni dei catastrofisti del virus sono corrette, le elezioni si svolgeranno nel clou della seconda ondata, in un Paese in cui i contagi erano già fuori controllo. Vedremo se si verificherà il temuto eccidio.
Quasi presaga del monito di Ricciardi, la premier laburista neozelandese, Jacinda Ardern, ha invece posticipato le consultazioni parlamentari dal 19 settembre al 17 ottobre. Sarà a questo Paese che si riferiva l'attore de L'ultimo guappo, nel suo controverso intervento di ieri mattina ad Agorà, su Rai 3.
Naturalmente, nella lista dei Paesi che oseranno sfidare il Covid, vanno aggiunti gli Stati Uniti. Lì, da settimane, repubblicani e democratici si scannano sul voto per corrispondenza, uno dei sistemi che dovrebbe evitare gli assembramenti ai seggi. Chissà se, pur tenere in vita la democrazia, con il virus faranno fuori gli elettori americani...
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Il consigliere di Roberto Speranza ventila la possibilità di annullarle. Travolto dalle critiche, tenta la sterzata: «Parlavo di altri Paesi».Grandi e piccole nazioni nel mondo non si sono fermate. L'unica è la Nuova Zelanda.Lo speciale contiene due articoli. «Le prossime elezioni e anche la riapertura delle scuole possono essere a rischio se la circolazione del virus riaumenta». Walter Ricciardi, professore di Igiene dell'Università Cattolica e consulente del ministero della Salute, ha sganciato la bomba ieri mattina durante la trasmissione Agorà Estate, su Rai3. Rimandando a due scadenze importanti: il 14 settembre, giorno fissato per la riapertura in presenza delle scuole, e il 20 e 21 settembre, giorni per il voto sul referendum e per il rinnovo di alcuni governi regionali ed anche di diversi enti comunali.Ricciardi l'ha presa larga: «Dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna o la Croazia si è rialzata moltissimo. In quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì, e a maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 20 e i 40 anni, modificheranno positivamente i propri comportamenti». Se questo viene fatto, ha poi aggiunto il professore, «sicuramente si potrà andare a votare e sicuramente si potrà riprendere la scuola. Se invece questo non succede, ci troveremo nelle condizioni, come in altri Paesi, in cui queste attività sono messe a rischio».Chi era davanti alla tv è balzato dalla sedia. I politici in vacanza si sono attaccati al telefono. Ed è subito partita una valanga di reazioni: «Il governo smentisca immediatamente quanto ha dichiarato il consigliere del ministro della Salute o è lecito pensare che sia già volontà dell'esecutivo rimandare l'apertura delle scuole e le elezioni regionali», hanno commentato i deputati di Cambiamo con Giovanni Toti, Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Alessandro Sorte e Giorgio Silli definendo quello di Riccardi «terrorismo psicologico» e chiedendo l'intervento del Quirinale «per porre un freno a questo uso strumentale dell'emergenza da parte di Conte e dei suoi ministri». Ancor più duro il governatore ligure e vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Toti, che sui suoi profili social trova «eversivo» che «un signore non eletto da nessuno possa anche semplicemente ipotizzare» il rinvio del voto, «sarebbe la dimostrazione che il comitato tecnico scientifico del governo è un'accolita di inetti pericolosi». Al coro si sono poi aggiunti Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia viva («Ogni giorno si alza uno e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione») e Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia («Il governo smentisca» perché «anche solo accennare a questo rischio costituisce infatti una minaccia inaccettabile alle basi stesse della democrazia»). Il leader della Lega, Matteo Salvini, dice che è «irresponsabile ipotizzare rinvio delle elezioni e chiusura delle scuole, questo terrorismo danneggia l'Italia. Invece di aprire la bocca, chiudano i porti», mentre per Maurizio Lupi, deputato centrista e presidente dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, è «vergognoso che ancora una volta si dica non sappiamo se le scuole riapriranno». Tuoni e fulmini nel giro di pochi minuti, insomma. Tanto che all'ora di pranzo il professore consulente di Speranza è costretto a fare una goffa retromarcia. «Non ho mai detto che riapertura delle scuole ed elezioni sono a rischio in Italia. Le scuole riapriranno e si sta facendo di tutto per riaprirle in sicurezza, parlavo di altri Paesi dove la curva dei contagi si è rialzata in modo preoccupante. In Italia, fortunatamente, non è ancora così e dobbiamo fare di tutto per tenere la situazione sotto controllo». Nel tentativo di smorzare le polemiche, però, la pezza di Ricciardi diventa peggio del buco perché non chiarisce a quali elezioni avesse fatto riferimento davanti alla telecamere della Rai. Quelle del Mali? La sfida Trump-Biden? Chissà. Attore (ha recitato pure con Mario Merola nel film L'ultimo guappo), medico e aspirante politico (nel 2013, infatti, tentò di entrare in politica candidandosi con i montiani di Scelta civica in quota Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo), Ricciardi si era già fatto notare nei mesi scorsi per aver detto che «le mascherine alla persona sana non servono a niente» e anche per aver sentenziato che «chi ha dato l'indicazione di fare i tamponi anche agli asintomatici, ha sbagliato». Per un tweet - poi cancellato - su Donald Trump il professore ha pure costretto l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a diramare una nota per invitare i giornalisti a «evitare espressioni che suggeriscano che il professore lavori per l'Oms o che la rappresenti». Il consulente del governo Conte ha dovuto, quindi, specificare meglio il suo ruolo: «Io sono il rappresentante italiano nel comitato esecutivo dell'Oms, designato dal governo per il periodo 2017-2020. Quello stesso governo che ieri non ha proferito parola sulla versione pre retromarcia di Walter. Nessuno ha smentito le sue dichiarazioni sulle elezioni. Né il premier Conte, né il ministro della Salute, Roberto Speranza, né tantomeno il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, incaricata da Palazzo Chigi (anche per competenza) a trattare sulla delicatissima partita elettorale. Silenzio di tomba. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-la-butta-li-le-regionali-potrebbero-saltare-2647043625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-piena-pandemia-urne-aperte-in-polonia-israele-e-francia" data-post-id="2647043625" data-published-at="1597959592" data-use-pagination="False"> In piena pandemia urne aperte in Polonia, Israele e Francia Se puoi farlo a Parigi, Varsavia, Tel Aviv e Zagabria, puoi farlo anche a Roma. Senza chiedere permesso a Walter Ricciardi, il quale, evocando il rinvio delle elezioni, parlava «di altri Paesi», gli altri Paesi hanno già votato. Alcuni, in piena pandemia; altri, si apprestano a farlo. Tra i casi più rilevanti, bisogna di sicuro menzionare le amministrative francesi, che hanno coinvolto, oltre alla capitale, importanti centri urbani come Lione, Marsiglia e Bordeaux. Il primo turno era stato confermato per il 15 marzo dal governo, nonostante il lockdown. Il ballottaggio - certo, non un trionfo di partecipazione - si è svolto a fine giugno. Pare che questo consunto rito democratico non abbia causato alcuna strage. Attesissime, in quanto considerate un referendum sull'ultraconservatore Andrzej Duda (riconfermato), sempre con doppio turno, il 28 giugno e il 12 luglio, le elezioni polacche. Rinviate di un mese e mezzo per la pandemia, sì; ma in quel caso, la prima chiamata alle urne era prevista per il 6 maggio. Mica, come alle regionali italiane, per il 20 settembre. Anche stavolta, comunque, nessuna ecatombe. Il 2 marzo, pochi giorni prima che Giuseppe Conte ci chiudesse in casa a tre mandate, gli israeliani hanno rinnovato la Knesset. In questa occasione, affluenza in lieve aumento rispetto alla precedente tornata, quella del settembre 2019. Il Covid non ha falcidiato gli elettori. Più di recente, hanno votato i serbi (21 giugno, vittoria del Partito progressista), i croati (5 luglio, successo del centrodestra) e i macedoni del Nord (15 luglio, anche se la tornata era prevista durante il picco dei contagi, il 12 aprile). La piccola Islanda ha votato a fine giugno, il Montenegro voterà il 30 agosto, anche se qualcuno temeva che la maggioranza facente capo al Partito democratico dei socialisti, approfittasse dell'emergenza sanitaria per rimandare le elezioni. Invece, persino in una democrazia declassata a «regime ibrido», tra nove giorno si andrà ai seggi. La Romania dovrebbe chiudere le danze a fine anno: se le previsioni dei catastrofisti del virus sono corrette, le elezioni si svolgeranno nel clou della seconda ondata, in un Paese in cui i contagi erano già fuori controllo. Vedremo se si verificherà il temuto eccidio. Quasi presaga del monito di Ricciardi, la premier laburista neozelandese, Jacinda Ardern, ha invece posticipato le consultazioni parlamentari dal 19 settembre al 17 ottobre. Sarà a questo Paese che si riferiva l'attore de L'ultimo guappo, nel suo controverso intervento di ieri mattina ad Agorà, su Rai 3. Naturalmente, nella lista dei Paesi che oseranno sfidare il Covid, vanno aggiunti gli Stati Uniti. Lì, da settimane, repubblicani e democratici si scannano sul voto per corrispondenza, uno dei sistemi che dovrebbe evitare gli assembramenti ai seggi. Chissà se, pur tenere in vita la democrazia, con il virus faranno fuori gli elettori americani...
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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