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2020-08-21
Ricciardi la butta lì: «Le Regionali potrebbero saltare»
Walter Ricciardi (Ansa)
«Le prossime elezioni e anche la riapertura delle scuole possono essere a rischio se la circolazione del virus riaumenta». Walter Ricciardi, professore di Igiene dell'Università Cattolica e consulente del ministero della Salute, ha sganciato la bomba ieri mattina durante la trasmissione Agorà Estate, su Rai3. Rimandando a due scadenze importanti: il 14 settembre, giorno fissato per la riapertura in presenza delle scuole, e il 20 e 21 settembre, giorni per il voto sul referendum e per il rinnovo di alcuni governi regionali ed anche di diversi enti comunali.
Ricciardi l'ha presa larga: «Dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna o la Croazia si è rialzata moltissimo. In quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì, e a maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 20 e i 40 anni, modificheranno positivamente i propri comportamenti». Se questo viene fatto, ha poi aggiunto il professore, «sicuramente si potrà andare a votare e sicuramente si potrà riprendere la scuola. Se invece questo non succede, ci troveremo nelle condizioni, come in altri Paesi, in cui queste attività sono messe a rischio».
Chi era davanti alla tv è balzato dalla sedia. I politici in vacanza si sono attaccati al telefono. Ed è subito partita una valanga di reazioni: «Il governo smentisca immediatamente quanto ha dichiarato il consigliere del ministro della Salute o è lecito pensare che sia già volontà dell'esecutivo rimandare l'apertura delle scuole e le elezioni regionali», hanno commentato i deputati di Cambiamo con Giovanni Toti, Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Alessandro Sorte e Giorgio Silli definendo quello di Riccardi «terrorismo psicologico» e chiedendo l'intervento del Quirinale «per porre un freno a questo uso strumentale dell'emergenza da parte di Conte e dei suoi ministri». Ancor più duro il governatore ligure e vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Toti, che sui suoi profili social trova «eversivo» che «un signore non eletto da nessuno possa anche semplicemente ipotizzare» il rinvio del voto, «sarebbe la dimostrazione che il comitato tecnico scientifico del governo è un'accolita di inetti pericolosi». Al coro si sono poi aggiunti Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia viva («Ogni giorno si alza uno e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione») e Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia («Il governo smentisca» perché «anche solo accennare a questo rischio costituisce infatti una minaccia inaccettabile alle basi stesse della democrazia»). Il leader della Lega, Matteo Salvini, dice che è «irresponsabile ipotizzare rinvio delle elezioni e chiusura delle scuole, questo terrorismo danneggia l'Italia. Invece di aprire la bocca, chiudano i porti», mentre per Maurizio Lupi, deputato centrista e presidente dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, è «vergognoso che ancora una volta si dica non sappiamo se le scuole riapriranno».
Tuoni e fulmini nel giro di pochi minuti, insomma. Tanto che all'ora di pranzo il professore consulente di Speranza è costretto a fare una goffa retromarcia. «Non ho mai detto che riapertura delle scuole ed elezioni sono a rischio in Italia. Le scuole riapriranno e si sta facendo di tutto per riaprirle in sicurezza, parlavo di altri Paesi dove la curva dei contagi si è rialzata in modo preoccupante. In Italia, fortunatamente, non è ancora così e dobbiamo fare di tutto per tenere la situazione sotto controllo». Nel tentativo di smorzare le polemiche, però, la pezza di Ricciardi diventa peggio del buco perché non chiarisce a quali elezioni avesse fatto riferimento davanti alla telecamere della Rai. Quelle del Mali? La sfida Trump-Biden? Chissà.
Attore (ha recitato pure con Mario Merola nel film L'ultimo guappo), medico e aspirante politico (nel 2013, infatti, tentò di entrare in politica candidandosi con i montiani di Scelta civica in quota Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo), Ricciardi si era già fatto notare nei mesi scorsi per aver detto che «le mascherine alla persona sana non servono a niente» e anche per aver sentenziato che «chi ha dato l'indicazione di fare i tamponi anche agli asintomatici, ha sbagliato». Per un tweet - poi cancellato - su Donald Trump il professore ha pure costretto l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a diramare una nota per invitare i giornalisti a «evitare espressioni che suggeriscano che il professore lavori per l'Oms o che la rappresenti». Il consulente del governo Conte ha dovuto, quindi, specificare meglio il suo ruolo: «Io sono il rappresentante italiano nel comitato esecutivo dell'Oms, designato dal governo per il periodo 2017-2020.
Quello stesso governo che ieri non ha proferito parola sulla versione pre retromarcia di Walter. Nessuno ha smentito le sue dichiarazioni sulle elezioni. Né il premier Conte, né il ministro della Salute, Roberto Speranza, né tantomeno il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, incaricata da Palazzo Chigi (anche per competenza) a trattare sulla delicatissima partita elettorale. Silenzio di tomba.
In piena pandemia urne aperte in Polonia, Israele e Francia
Se puoi farlo a Parigi, Varsavia, Tel Aviv e Zagabria, puoi farlo anche a Roma.
Senza chiedere permesso a Walter Ricciardi, il quale, evocando il rinvio delle elezioni, parlava «di altri Paesi», gli altri Paesi hanno già votato. Alcuni, in piena pandemia; altri, si apprestano a farlo.
Tra i casi più rilevanti, bisogna di sicuro menzionare le amministrative francesi, che hanno coinvolto, oltre alla capitale, importanti centri urbani come Lione, Marsiglia e Bordeaux. Il primo turno era stato confermato per il 15 marzo dal governo, nonostante il lockdown. Il ballottaggio - certo, non un trionfo di partecipazione - si è svolto a fine giugno. Pare che questo consunto rito democratico non abbia causato alcuna strage.
Attesissime, in quanto considerate un referendum sull'ultraconservatore Andrzej Duda (riconfermato), sempre con doppio turno, il 28 giugno e il 12 luglio, le elezioni polacche. Rinviate di un mese e mezzo per la pandemia, sì; ma in quel caso, la prima chiamata alle urne era prevista per il 6 maggio. Mica, come alle regionali italiane, per il 20 settembre. Anche stavolta, comunque, nessuna ecatombe.
Il 2 marzo, pochi giorni prima che Giuseppe Conte ci chiudesse in casa a tre mandate, gli israeliani hanno rinnovato la Knesset. In questa occasione, affluenza in lieve aumento rispetto alla precedente tornata, quella del settembre 2019. Il Covid non ha falcidiato gli elettori. Più di recente, hanno votato i serbi (21 giugno, vittoria del Partito progressista), i croati (5 luglio, successo del centrodestra) e i macedoni del Nord (15 luglio, anche se la tornata era prevista durante il picco dei contagi, il 12 aprile). La piccola Islanda ha votato a fine giugno, il Montenegro voterà il 30 agosto, anche se qualcuno temeva che la maggioranza facente capo al Partito democratico dei socialisti, approfittasse dell'emergenza sanitaria per rimandare le elezioni. Invece, persino in una democrazia declassata a «regime ibrido», tra nove giorno si andrà ai seggi. La Romania dovrebbe chiudere le danze a fine anno: se le previsioni dei catastrofisti del virus sono corrette, le elezioni si svolgeranno nel clou della seconda ondata, in un Paese in cui i contagi erano già fuori controllo. Vedremo se si verificherà il temuto eccidio.
Quasi presaga del monito di Ricciardi, la premier laburista neozelandese, Jacinda Ardern, ha invece posticipato le consultazioni parlamentari dal 19 settembre al 17 ottobre. Sarà a questo Paese che si riferiva l'attore de L'ultimo guappo, nel suo controverso intervento di ieri mattina ad Agorà, su Rai 3.
Naturalmente, nella lista dei Paesi che oseranno sfidare il Covid, vanno aggiunti gli Stati Uniti. Lì, da settimane, repubblicani e democratici si scannano sul voto per corrispondenza, uno dei sistemi che dovrebbe evitare gli assembramenti ai seggi. Chissà se, pur tenere in vita la democrazia, con il virus faranno fuori gli elettori americani...
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Il consigliere di Roberto Speranza ventila la possibilità di annullarle. Travolto dalle critiche, tenta la sterzata: «Parlavo di altri Paesi».Grandi e piccole nazioni nel mondo non si sono fermate. L'unica è la Nuova Zelanda.Lo speciale contiene due articoli. «Le prossime elezioni e anche la riapertura delle scuole possono essere a rischio se la circolazione del virus riaumenta». Walter Ricciardi, professore di Igiene dell'Università Cattolica e consulente del ministero della Salute, ha sganciato la bomba ieri mattina durante la trasmissione Agorà Estate, su Rai3. Rimandando a due scadenze importanti: il 14 settembre, giorno fissato per la riapertura in presenza delle scuole, e il 20 e 21 settembre, giorni per il voto sul referendum e per il rinnovo di alcuni governi regionali ed anche di diversi enti comunali.Ricciardi l'ha presa larga: «Dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna o la Croazia si è rialzata moltissimo. In quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì, e a maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 20 e i 40 anni, modificheranno positivamente i propri comportamenti». Se questo viene fatto, ha poi aggiunto il professore, «sicuramente si potrà andare a votare e sicuramente si potrà riprendere la scuola. Se invece questo non succede, ci troveremo nelle condizioni, come in altri Paesi, in cui queste attività sono messe a rischio».Chi era davanti alla tv è balzato dalla sedia. I politici in vacanza si sono attaccati al telefono. Ed è subito partita una valanga di reazioni: «Il governo smentisca immediatamente quanto ha dichiarato il consigliere del ministro della Salute o è lecito pensare che sia già volontà dell'esecutivo rimandare l'apertura delle scuole e le elezioni regionali», hanno commentato i deputati di Cambiamo con Giovanni Toti, Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Alessandro Sorte e Giorgio Silli definendo quello di Riccardi «terrorismo psicologico» e chiedendo l'intervento del Quirinale «per porre un freno a questo uso strumentale dell'emergenza da parte di Conte e dei suoi ministri». Ancor più duro il governatore ligure e vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Toti, che sui suoi profili social trova «eversivo» che «un signore non eletto da nessuno possa anche semplicemente ipotizzare» il rinvio del voto, «sarebbe la dimostrazione che il comitato tecnico scientifico del governo è un'accolita di inetti pericolosi». Al coro si sono poi aggiunti Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia viva («Ogni giorno si alza uno e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione») e Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia («Il governo smentisca» perché «anche solo accennare a questo rischio costituisce infatti una minaccia inaccettabile alle basi stesse della democrazia»). Il leader della Lega, Matteo Salvini, dice che è «irresponsabile ipotizzare rinvio delle elezioni e chiusura delle scuole, questo terrorismo danneggia l'Italia. Invece di aprire la bocca, chiudano i porti», mentre per Maurizio Lupi, deputato centrista e presidente dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, è «vergognoso che ancora una volta si dica non sappiamo se le scuole riapriranno». Tuoni e fulmini nel giro di pochi minuti, insomma. Tanto che all'ora di pranzo il professore consulente di Speranza è costretto a fare una goffa retromarcia. «Non ho mai detto che riapertura delle scuole ed elezioni sono a rischio in Italia. Le scuole riapriranno e si sta facendo di tutto per riaprirle in sicurezza, parlavo di altri Paesi dove la curva dei contagi si è rialzata in modo preoccupante. In Italia, fortunatamente, non è ancora così e dobbiamo fare di tutto per tenere la situazione sotto controllo». Nel tentativo di smorzare le polemiche, però, la pezza di Ricciardi diventa peggio del buco perché non chiarisce a quali elezioni avesse fatto riferimento davanti alla telecamere della Rai. Quelle del Mali? La sfida Trump-Biden? Chissà. Attore (ha recitato pure con Mario Merola nel film L'ultimo guappo), medico e aspirante politico (nel 2013, infatti, tentò di entrare in politica candidandosi con i montiani di Scelta civica in quota Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo), Ricciardi si era già fatto notare nei mesi scorsi per aver detto che «le mascherine alla persona sana non servono a niente» e anche per aver sentenziato che «chi ha dato l'indicazione di fare i tamponi anche agli asintomatici, ha sbagliato». Per un tweet - poi cancellato - su Donald Trump il professore ha pure costretto l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a diramare una nota per invitare i giornalisti a «evitare espressioni che suggeriscano che il professore lavori per l'Oms o che la rappresenti». Il consulente del governo Conte ha dovuto, quindi, specificare meglio il suo ruolo: «Io sono il rappresentante italiano nel comitato esecutivo dell'Oms, designato dal governo per il periodo 2017-2020. Quello stesso governo che ieri non ha proferito parola sulla versione pre retromarcia di Walter. Nessuno ha smentito le sue dichiarazioni sulle elezioni. Né il premier Conte, né il ministro della Salute, Roberto Speranza, né tantomeno il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, incaricata da Palazzo Chigi (anche per competenza) a trattare sulla delicatissima partita elettorale. Silenzio di tomba. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-la-butta-li-le-regionali-potrebbero-saltare-2647043625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-piena-pandemia-urne-aperte-in-polonia-israele-e-francia" data-post-id="2647043625" data-published-at="1597959592" data-use-pagination="False"> In piena pandemia urne aperte in Polonia, Israele e Francia Se puoi farlo a Parigi, Varsavia, Tel Aviv e Zagabria, puoi farlo anche a Roma. Senza chiedere permesso a Walter Ricciardi, il quale, evocando il rinvio delle elezioni, parlava «di altri Paesi», gli altri Paesi hanno già votato. Alcuni, in piena pandemia; altri, si apprestano a farlo. Tra i casi più rilevanti, bisogna di sicuro menzionare le amministrative francesi, che hanno coinvolto, oltre alla capitale, importanti centri urbani come Lione, Marsiglia e Bordeaux. Il primo turno era stato confermato per il 15 marzo dal governo, nonostante il lockdown. Il ballottaggio - certo, non un trionfo di partecipazione - si è svolto a fine giugno. Pare che questo consunto rito democratico non abbia causato alcuna strage. Attesissime, in quanto considerate un referendum sull'ultraconservatore Andrzej Duda (riconfermato), sempre con doppio turno, il 28 giugno e il 12 luglio, le elezioni polacche. Rinviate di un mese e mezzo per la pandemia, sì; ma in quel caso, la prima chiamata alle urne era prevista per il 6 maggio. Mica, come alle regionali italiane, per il 20 settembre. Anche stavolta, comunque, nessuna ecatombe. Il 2 marzo, pochi giorni prima che Giuseppe Conte ci chiudesse in casa a tre mandate, gli israeliani hanno rinnovato la Knesset. In questa occasione, affluenza in lieve aumento rispetto alla precedente tornata, quella del settembre 2019. Il Covid non ha falcidiato gli elettori. Più di recente, hanno votato i serbi (21 giugno, vittoria del Partito progressista), i croati (5 luglio, successo del centrodestra) e i macedoni del Nord (15 luglio, anche se la tornata era prevista durante il picco dei contagi, il 12 aprile). La piccola Islanda ha votato a fine giugno, il Montenegro voterà il 30 agosto, anche se qualcuno temeva che la maggioranza facente capo al Partito democratico dei socialisti, approfittasse dell'emergenza sanitaria per rimandare le elezioni. Invece, persino in una democrazia declassata a «regime ibrido», tra nove giorno si andrà ai seggi. La Romania dovrebbe chiudere le danze a fine anno: se le previsioni dei catastrofisti del virus sono corrette, le elezioni si svolgeranno nel clou della seconda ondata, in un Paese in cui i contagi erano già fuori controllo. Vedremo se si verificherà il temuto eccidio. Quasi presaga del monito di Ricciardi, la premier laburista neozelandese, Jacinda Ardern, ha invece posticipato le consultazioni parlamentari dal 19 settembre al 17 ottobre. Sarà a questo Paese che si riferiva l'attore de L'ultimo guappo, nel suo controverso intervento di ieri mattina ad Agorà, su Rai 3. Naturalmente, nella lista dei Paesi che oseranno sfidare il Covid, vanno aggiunti gli Stati Uniti. Lì, da settimane, repubblicani e democratici si scannano sul voto per corrispondenza, uno dei sistemi che dovrebbe evitare gli assembramenti ai seggi. Chissà se, pur tenere in vita la democrazia, con il virus faranno fuori gli elettori americani...
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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