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2019-04-03
Ribaltone in Eni, a rischio cinque top manager
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Ansa
«La gestione del personale di Eni rientra nelle prerogative del management della società e non in quelle del consiglio di amministrazione». E' questa la risposta ufficiale che il Cane a sei zampe ha rilasciato alla Verità rispetto alle indiscrezioni che vanno avanti da almeno due settimane sul prossimo consiglio di amministrazione. E' un virgolettato che mette in guardia sulle voci che hanno preannunciato per diversi giorni una riunione di fuoco, alla presenza del presidente Emma Marcegaglia e dall'amministratore delegato Claudio Descalzi. A quanto risulta alla Verità, infatti, i vertici del colosso petrolifero controllato dallo Stato, vorrebbero rivoluzionare i manager che in questi anni hanno accompagnato l'azienda, lasciando fuori dalla porta soprattutto quelli che sono stati coinvolti nelle numerose inchieste della magistratura degli ultimi anni. Sarebbero 5, in particolare, nell'occhio del ciclone. E molti di questi sarebbero vicini proprio a Descalzi. Di fondo si tratta di un consiglio di amministrazione che fa da preambolo alla grande partita del prossimo anno, quando il governo dovrà mettere mano alla governance, con i processi tutt'ora in corso in procura di Milano. Dice un attento conoscitore del mondo Eni, sotto anonimato, che «sta per partire la resa dei conti, si scioglie la compagine finora solida e solidale e ognuno gioca la sua partita».
Il primo nome a rischio è quello di Roberto Casula, ex numero due del Cane a sei zampe, auto sospeso da tempo dall'azienda, dopo le indagini per corruzione sul giacimento Opl-245 in Nigeria e sulle ultime in Congo, dove compare anche Marie Madeleine Ingoba Descalzi, moglie dell'amministrazione delegato del colosso dell'energia. Dopo Casula l'altro nome caldo è quello di Massimo Mantovani, coinvolto nell'indagine di Siracusa per il presunto depistaggio ai danni della procura di Milano sempre per il caso nigeriano. Mantovani è stato per anni il capo degli affari legali, fino al 2016 altro fedelissimo di Descalzi, da tempo è Chief gas & Lng marketing and power officer. La lista non è finita. Trema la poltrona di Vincenzo Maria Larocca, attuale amministratore delegato di Syndal, società del gruppo che fornisce un servizio integrato nel campo del risanamento ambientale attraverso le attività di approvvigionamento, ingegneria e realizzazione dei progetti e di logistica dei rifiuti. Larocca è anche lui spuntato fuori nel processo su Opl-245 citato dal consigliere indipendente Karina Litvack nell'udienza del 20 dicembre scorso. Fu lui, spinto da Mantovani, a spiegare parte dell'operazione Nigeria, anche perché ex capo della compliance. A rischio c'è anche Claudio Granata, altro manager di peso del Cane a sei zampe, da alcuni considerato un possibile successore proprio di Descalzi. E infine l'ultimo che potrebbe essere messo alla porta è Alberto Chiarini, amministratore delegato di Eni gas e luce, ex direttore finanziario Saipem, multato da Consob per 350 mila euro sul prospetto dell'aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro del 2015. Insomma, a un anno di distanza dalle nomine, a San Donato, l'aria si fa effervescente. E' evidente che il riassetto organizzativo dovrà passare attraverso le decisioni dell'amministratore delegato. Come è certo che mettere alla porta manager di questa portata potrebbe innescare problemi interni e nuovi veleni, soprattutto per i processi in corso. I vertici sono tutti d'accordo? C'è chi assicura di sì. Ma la partita è appena cominciata.
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Nel prossimo consiglio di amministrazione si potrebbe parlare anche di riassetto organizzativo, nel mirino chi è stato coinvolto nell'inchiesta su Opl-245 in Nigeria, come Roberto Casula e Massimo Mantovani. Ma traballano anche Vincenzo Maria La Rocca e Claudio Granata. Dubbi anche su Alberto Chiarini, ex direttore finanziario Saipem, multato da Consob per 350 mila euro sul prospetto dell'aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro del 2015.«La gestione del personale di Eni rientra nelle prerogative del management della società e non in quelle del consiglio di amministrazione». E' questa la risposta ufficiale che il Cane a sei zampe ha rilasciato alla Verità rispetto alle indiscrezioni che vanno avanti da almeno due settimane sul prossimo consiglio di amministrazione. E' un virgolettato che mette in guardia sulle voci che hanno preannunciato per diversi giorni una riunione di fuoco, alla presenza del presidente Emma Marcegaglia e dall'amministratore delegato Claudio Descalzi. A quanto risulta alla Verità, infatti, i vertici del colosso petrolifero controllato dallo Stato, vorrebbero rivoluzionare i manager che in questi anni hanno accompagnato l'azienda, lasciando fuori dalla porta soprattutto quelli che sono stati coinvolti nelle numerose inchieste della magistratura degli ultimi anni. Sarebbero 5, in particolare, nell'occhio del ciclone. E molti di questi sarebbero vicini proprio a Descalzi. Di fondo si tratta di un consiglio di amministrazione che fa da preambolo alla grande partita del prossimo anno, quando il governo dovrà mettere mano alla governance, con i processi tutt'ora in corso in procura di Milano. Dice un attento conoscitore del mondo Eni, sotto anonimato, che «sta per partire la resa dei conti, si scioglie la compagine finora solida e solidale e ognuno gioca la sua partita».Il primo nome a rischio è quello di Roberto Casula, ex numero due del Cane a sei zampe, auto sospeso da tempo dall'azienda, dopo le indagini per corruzione sul giacimento Opl-245 in Nigeria e sulle ultime in Congo, dove compare anche Marie Madeleine Ingoba Descalzi, moglie dell'amministrazione delegato del colosso dell'energia. Dopo Casula l'altro nome caldo è quello di Massimo Mantovani, coinvolto nell'indagine di Siracusa per il presunto depistaggio ai danni della procura di Milano sempre per il caso nigeriano. Mantovani è stato per anni il capo degli affari legali, fino al 2016 altro fedelissimo di Descalzi, da tempo è Chief gas & Lng marketing and power officer. La lista non è finita. Trema la poltrona di Vincenzo Maria Larocca, attuale amministratore delegato di Syndal, società del gruppo che fornisce un servizio integrato nel campo del risanamento ambientale attraverso le attività di approvvigionamento, ingegneria e realizzazione dei progetti e di logistica dei rifiuti. Larocca è anche lui spuntato fuori nel processo su Opl-245 citato dal consigliere indipendente Karina Litvack nell'udienza del 20 dicembre scorso. Fu lui, spinto da Mantovani, a spiegare parte dell'operazione Nigeria, anche perché ex capo della compliance. A rischio c'è anche Claudio Granata, altro manager di peso del Cane a sei zampe, da alcuni considerato un possibile successore proprio di Descalzi. E infine l'ultimo che potrebbe essere messo alla porta è Alberto Chiarini, amministratore delegato di Eni gas e luce, ex direttore finanziario Saipem, multato da Consob per 350 mila euro sul prospetto dell'aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro del 2015. Insomma, a un anno di distanza dalle nomine, a San Donato, l'aria si fa effervescente. E' evidente che il riassetto organizzativo dovrà passare attraverso le decisioni dell'amministratore delegato. Come è certo che mettere alla porta manager di questa portata potrebbe innescare problemi interni e nuovi veleni, soprattutto per i processi in corso. I vertici sono tutti d'accordo? C'è chi assicura di sì. Ma la partita è appena cominciata.
Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione criminale era collegata al clan Mazzei e che uno degli indagati, ritenuto affiliato alla cosca, avrebbe fornito droga a esponenti di Cosa Nostra collaborando con due nipoti del capo storico della famiglia mafiosa. L’inchiesta ha coinvolto anche altri familiari del boss, tra cui una figlia. Nel corso del blitz le forze dell’ordine hanno sequestrato quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a un arsenale di armi.
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