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2018-06-26
Renzi: «Visto? Senza di me si perde». E si darà alla tv con Lucio Presta
Incredibile sms dell'ex premier ai fedelissimi: «La sinistra di Oliviero Toscani e Carlo Calenda funziona solo sui giornali». Invece la sua... Intanto lavora con l'amico agente dei Vip a un programma di quattro puntate sulla storia di Firenze.Sberle al Giglio pure sulla Leopolda. Si sfila dal bando comunale la società (con Luca Lotti) interessata alla stazione.Lo speciale contiene due articoli.Ormai anche gli ex fedelissimi lo sbertucciano e quando «Lui» invia la comanda ci scherzano sopra. Per la verità c'è pure chi si incazza. Come ieri mattina, quando sui cellulari di diversi piddini, soprattutto toscani, è apparso l'ultimo messaggio di «Lui», alias Matteo Renzi. Con le indicazioni su come commentare la débacle elettorale. «Lui è tornato», hanno sintetizzato i più sagaci, giocando sull'accostamento con il recente film su Benito Mussolini che ricompare ai giorni nostri e diventa una star della tv. Qualcun altro ha chiosato: «Forse era meglio se stava dov'era». All'estero. In attesa di sbarcare, presto, come il finto Duce, sui nostri teleschermi con un programma tutto suo. I confidenti raccontano di un Matteo un po' stralunato che, come in un vecchio programma di Teo Mammuccari, chiama a sorpresa e spiazza l'interlocutore: «Fammi un nome per il segretario nazionale» è l'ultimo mantra. Come se si trattasse di una faccenda che si può sbrigare con un sondaggino tra amici.Ma torniamo al messaggio antelucano del Capo trasmesso alle truppe scelte dall'addetto ai social di Matteo, Alessio De Giorgi. L'incipit è puro renzismo: «Io direi». Tradotto: voi dovrete dire. Punto primo: «Renzi è rimasto fuori dalle amministrative, per linea strategica si è deciso di puntare su Gentiloni/Veltroni». Sottotitolo: e avete visto i risultati. Ma che cosa pensi Renzi di Paolo e Walter è implicito nel secondo punto: «Anche in Toscana si è fatto riedizione del vecchio: Pisa con Fontanelli, Siena con Piccini (Pierluigi Piccini e Paolo Fontanelli sono gli ex sindaci di Siena e Pisa imbarcati per sostenere Valentini e Serfogli, ndr). Poi non ti stupisce che Renzi non viene chiamato al ballottaggio nemmeno a Siena dove si perde per meno di 100 persone e dove una parte di moderati vota a destra». A parte che a Siena i voti di distacco sono stati quasi 400, qui l'ex premier rimarca che il vecchio ha perso e il nuovo, cioè lui, è rimasto ai box. Quindi il Matteo mattiniero sprizza un po' di bile contro quelli che ritiene i suoi nuovi competitor: «La sinistra di Oliviero Toscani e di Calenda funziona solo sui giornali. Per il Futuro (così con la maiuscola, ndr) Renzi che è all'estero (oggi a Londra) non ha preferenze. Bene congresso, bene assemblea, bene tutto». Vista la situazione, persino il fu Rottamatore consiglia di lasciar perdere diktat e proclami: «Evitiamo “i renziani vogliono", “i renziani chiedono"» scrive ai suoi. Ma è a questo punto che Renzi sembra perdere completamente la lucidità e rivendica vittorie che solo a nominarle sembrano la gag di un comico toscano: «Nelle zone rosse vinciamo solo a Firenze (ricorderei Marradi, Impruneta, Poggio a Casino - sic, ndr - e adesso Campi Bisenzio: 4 su 4)». A parte che Poggio si chiama «a Caiano» e che forse il «casino» era nella testa del conducator, ciò che fa veramente sorridere è pensare che Renzi, l'uomo del 41 per cento alle Europee del 2014, abbia deciso di trasformare il suo collegio elettorale, quello del 4 su 4, nella sua Salò. E va bene che Campi Bisenzio ha 47.000 abitanti, ma Marradi ne ha 3.000, Poggio 10.000, Impruneta 14.000. Un'enclave con 75.000 persone in tutto.Però è nella chiosa che al Bullo scappa la frizione: «I renzianissimi dove corrono vincono: da Salsomaggiore a Siracusa (in questo caso contro il Pd)». Chissà se il primo cittadino rieletto della città di Miss Italia (Filippo Fritelli) e quello della terra natia di Archimede (Francesco Italia) saranno felici di essere bollati come «renzianissimi». Comunque la summa del messaggio è lapalissiana: i proconsoli di Matteo vincono persino contro il Pd, il Pd perde quando rinuncia a Renzi. Forse amici e famigliari dovrebbero ricordare all'autore del vademecum che la scoppola referendaria, da cui è principiato tutto, l'ha presa Lui. Ma in pochi hanno il coraggio di criticarlo in faccia. Preferiscono farlo alle spalle. Ieri, dopo la sconfitta, un manipolo di piddini che contano ha iniziato un intenso giro di telefonate per cercare un candidato forte per la segreteria del Pd toscano. Un nome non renziano. O almeno un ex renziano che «Matteo dovrà digerire». E alcuni sono stati sondati in tempo reale. All'interno della fronda, sempre ieri, è stato molto criticato il ristretto vertice di venerdì scorso organizzato da Matteo con la sua cerchia ristretta, a partire da Luca Lotti e dal senatore Andrea Marcucci, ma che comprende pure alcuni consiglieri regionali, mentre importanti collettori di voti, in particolare l'assessore toscano Stefania Saccardi, il presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani e il sindaco di Firenze Dario Nardella, sarebbero stati esclusi dall'incontro. Diversi aspiranti congiurati hanno ricordato che la vittoria del 2017 nel fortino bianco di Lucca ha portato anziché alla promozione del suo artefice, l'ex responsabile regionale degli enti locali Stefano Bruzzesi, alla sua retrocessione (le deleghe sono state trasferite al segretario regionale Dario Parrini). Ora Bruzzesi avrebbe pronte le valigie e non sarebbe insensibile al corteggiamento della Lega. «Sono insopportabili, il loro sistema non funziona, difendere gli amici degli amici non va bene», è stato il commento di un importante esponente dem nei confronti dei reduci renziani. Tra i bersagli preferiti, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, compagno di scranno di Matteo a Palazzo Madama. Sono in molti a sussurrare che il vero cuore del potere gigliato sia nel forziere controllato dal senatore. Su cui hanno messo gli occhi i carabinieri di Roma nell'inchiesta sull'imprenditore Luca Parnasi. In particolare, le indagini si stanno concentrando sulla fondazione Eyu, presieduta dallo stesso Bonifazi e destinataria di elargizioni da parte dell'immobiliarista romano. Su Facebook l'ex responsabile sport del Pd, Luca Di Bartolomei, che nel dicembre 2017 trovò il coraggio di consigliare a Renzi di non candidare Maria Elena Boschi, nonché figlio del compianto capitano della Roma, nelle scorse ore ha postato tre domande a Bonifazi: «Eyu è ontologicamente e funzionalmente collegata al Pd e raccoglie legittimamente dei fondi privati. Considerato che vi lavorano dei dipendenti in cassa integrazione quanta parte di questi fondi va al Pd? E quindi cosa fa Eyu con questi soldi che il Pd non può fare? Considerate le modalità della nuova legge di finanziamento politico non avverte - se non un conflitto d'interessi - quantomeno una forte inopportunità nell'essere tesoriere del Pd (quindi anche vertice delle attività di fundraising) e presidente di una fondazione collegata, ma apparentemente concorrente?». Tre cannonate per le quali Di Bartolomei sembra avere pronte le risposte.Ma in questo clima da Gran Consiglio l'altra chiacchiera che circola è che Matteo ormai si preoccuperebbe davvero solo del proprio reddito. Va all'estero, per sua stessa ammissione, a fare conferenze retribuite, è pronto a dare alle stampe il seguito del suo Avanti!, ma si è pure lanciato in un progetto televisivo. Ha messo in piedi con l'agente Lucio Presta, lo stesso di Roberto Benigni, una trasmissione in quattro puntate su Firenze. E per questo Renzi e Presta nelle scorse ore sono stati avvistati nei corridoi di Palazzo Vecchio per le prime riprese. Il programma dovrebbe trattare la storia del capoluogo, ma anche affrontare con taglio politico il suo futuro, per disquisire di eccellenze e start up, magari di proprietà dei finanziatori dell'ex segretario del Pd. Un lavoro che potrebbe essere il pulpito ideale per ritentare la conquista di Firenze (ma Renzi nega di puntare a rifare il sindaco) o per evitare la sua caduta. Ma quanto guadagnerà Matteo con questa idea? Al momento il contratto è coperto dal segreto. E quale rete lo ospiterà in versione Alberto Angela? Qualcuno sussurra che potrebbero essere i canali Mediaset dell'amico-nemico Silvio Berlusconi, ma sembra più plausibile che venga scelto Discovery Channel, con cui Presta è in stretti rapporti di collaborazione. La Rai pare esclusa dalla rosa dei pretendenti. Basti ricordare che nel 2017, quando la moglie di Presta, Paola Perego, fu allontanata da Raiuno, l'agente si sarebbe sfogato con i fedelissimi: «Me la fanno pagare perché sono amico di Renzi».Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-visto-senza-di-me-si-perde-e-si-dara-alla-tv-con-lucio-presta-2581263555.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sberle-al-giglio-pure-sulla-leopolda" data-post-id="2581263555" data-published-at="1766940735" data-use-pagination="False"> Sberle al Giglio pure sulla Leopolda Se il presente del Partito democratico di Matteo Renzi è tragico, il futuro potrebbe essere anche peggiore, senza neppure la stazione Leopolda a disposizione per la convention di riscatto del prossimo 19 ottobre. I risultati delle amministrative gettano i dem nel panico, soprattutto in Toscana in vista del prossimo anno, quando si voterà per la presidenza della Regione e per la poltrona del sindaco di Firenze. Enrico Rossi rischia, ma anche Dario Nardella è in scadenza e in città non tira una bella aria. Il declino del renzismo continua inesorabile. Lo dimostra lo schiaffo che giovedì scorso il Centro di Firenze per la Moda Italiana, insieme con Pitti Immagine, ha rifilato a palazzo della Signoria, decidendo di non partecipare al bando riaperto da Ferrovie dello Stato per vendere appunto l'ex stazione Leopolda, cara proprio a Renzi. La gara è chiusa ieri. In settimana ci sarà l'apertura delle buste e si capirà se ci sono state offerte per conquistare questo spazio che per nove anni è stata la culla del renzismo. La storia è a tratti grottesca, ma racconta molto di come negli ultimi anni si sono mossi gli uomini di Renzi e il Pd sul territorio. Per anni sui giornali sono apparsi retroscena e notizie che davano per certo l'acquisto della Leopolda da parte del comune con l'aiuto di Pitti. Costo dell'operazione 7,2 milioni di euro. Ma alla fine non se ne è fatto nulla. Per questo motivo a maggio Fs ha deciso di riaprire il bando per la vendita dell'area di più di 5.000 metri quadrati, dove si allestiscono fiere o appunto eventi politici. Giovedì scorso il consiglio di amministrazione di Cfmi, dove siede anche l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, avrebbe dovuto approvare la partecipazione al bando. È stato deciso di non farlo, sia per il costo troppo alto sia per opportunità politica: il vento sta cambiando rispetto a cinque anni fa e ormai la moda è colore gialloblù di Lega e Movimento 5 stelle. Del resto tra appena tre giorni il cda va in scadenza, dovrà essere il prossimo a occuparsene. A quanto pare il comune resta disposto a rilevare l'area, ma sempre appoggiandosi a qualcuno che apra il portafoglio. Ma chi potrebbe convenire appoggiare un Partito democratico ormai in declino e con chi vorrebbe già lanciare un nuovo contenitore politico? La lite a distanza tra l'ex ministro Carlo Calenda («Bisogna andare oltre il Pd») e il reggente Maurizio Martina («Non sono d'accordo sul superamento»), racconta molto dello stato di fibrillazione di un centrosinistra in cerca di una nuova identità. Nel mezzo sta Renzi, ormai un ex leader in difficoltà, con sondaggi che danno un suo nuovo partito politico al 4%, percentuali simili a quelle di Liberi e uguali di Massimo D'Alema e Pier Luigi Bersani. Nel giro di un anno potrebbero crollare la Toscana e persino Firenze, da dove tutto ebbe inizio. E la Leopolda diventare un lontano ricordo dei bei tempi andati. Alessandro Da Rold
Giuseppe Cruciani (Ansa)
Il professor Lorenzo Castellani, ricercatore e docente di storia delle istituzioni politiche presso la Luiss di Roma, nonché autore di Eminenze grigie. Uomini all’ombra del potere (2024), su X sintetizza così: «Checco Zalone ha spianato i petulanti stand up comedian (quasi tutti «impegnati» a sinistra); Corona sfida i media tradizionali con un linguaggio da uomo qualunque e fa decine di milioni di visualizzazioni; la Zanzara riempie i teatri ed è la trasmissione più ascoltata del Paese. Si è detto per anni che la sinistra sia egemone nell’alta cultura (vero, diciamo, all’80%), ma la «non-sinistra» (non la chiamerei semplicemente destra) ha interamente in mano la cultura e il linguaggio popolare».
Professor Castellani, quindi vorrebbe dirci che la cultura non è più solo ad appannaggio della sinistra?
«Se guardiamo alle istituzioni della cultura ovvero ai luoghi ufficiali della stessa è sempre la sinistra a primeggiare. Ma se guardiamo alla cultura in senso ampio, allora cambia tutto. L’alta cultura è predominante nelle istituzioni ufficiali della sinistra ma in altri ambiti l’ideologia di sinistra viene sconfitta da altre manifestazioni culturali che incontrano di più i gusti del Paese».
Si riferisce a Zalone?
«Certo, anche. Zalone è sempre stato apolitico, non ha mai ceduto al politicamente corretto. Fa un cinema che fa riflettere e non vuole indottrinare nessuno, non fa moralismi a senso unico come capita ad altri tipi di comicità di sinistra».
Sanremo è di destra o di sinistra? A volte legare la politica a certe forme di spettacolo non fa scadere nel ridicolo?
«Anche a Sanremo non c’è più una forma di piena differenziazione tra alta cultura e cultura nazionale popolare. A me piace parlare di cultura in senso ampio, non solo di alta cultura, la “Kultur alla tedesca”, che permea nel popolo e permette riflessioni ampie».
Di che tipo?
«Sembra sempre ci sia questa contrapposizione tra il mondo dell’alta cultura, cinema, teatri, fondazioni, fiere del libro, case editrici, think tank nelle università, dove c’è oggettivamente sempre il predominio della sinistra, del mondo progressista, nelle sue varie sfaccettature, e grandi fenomeni di cultura di massa dove prevale l’esatto contrario rispetto all’etica progressista e a quell’atteggiamento pedagogico-educativo e moralistico che il mondo di sinistra tende ad avere nei confronti del popolo. L’idea di fondo della sinistra è stata sempre quella che bisogna civilizzare gli italiani e portarli con la mano come bimbi verso comportamenti più virtuosi».
Ma oggi non è più così. Ci sono vari altri casi giusto?
«Esatto, abbiamo un Fabrizio Corona che su YouTube, con un linguaggio molto politicamente scorretto, attacca il potere in tutte le sue forme e ha un successo enorme. Lo fa in maniera qualunquistica ma è questo che piace alla gente. Si occupa di questioni di cultura di massa, fenomeni che riguardano il crime, il trash, che non rientrano certamente nell’alta cultura ma che creano fenomeni di massa che hanno più visibilità e rilevanza di certi argomenti che trattano tv o giornali».
E non è il solo.
«La Zanzara, che adesso riempie anche i teatri e che offre un interessante esperimento sociale. Cruciani e Parenzo sostengono tutto il contrario del catechismo del politicamente corretto, sicuramente molto al di fuori dei perimetri della cultura ufficiale di sinistra. Ma per questo funziona ed è un fenomeno molto partecipato».
Anche dalla sinistra stessa presumo.
«Certo. Io ci sono andato ed è pieno di studenti della mia università, dirigenti d’azienda, professori, è un fenomeno trasversale che ha conquistato pezzi della classe dirigente».
Insomma, la presunta alta cultura della sinistra è in crisi perché risulta noiosa al grande pubblico?
«Sicuramente la cultura in senso ampio arriva di più alla gente».
Un po’ come in politica?
«Certi politici usano linguaggi più semplici e diretti e vengono capiti più facilmente. È quello che succedeva a Grillo e oggi alla Meloni. Ci sono fenomeni di massa che vengono seguiti da milioni persone e che rigettano l’idea che ci sia una rigida morale comportamentale linguistica da seguire che invece appartiene alla sinistra».
Anche nella musica?
«Certo, le canzoni che hanno avuto più successo negli ultimi anni sono quelle vicine al genere trap, che parlano di consumismo, esaltano il machismo, usano linguaggi volgari e una completa assenza di morale, nulla a che fare con il mondo progressista. Però quelle canzoni arrivano e funzionano. Tanto è vero che anche Sorrentino nel suo ultimo film ha dato un ruolo centrale a Gue Pequeno e alle sue canzoni che fa cantare anche a Servillo».
Quindi la cultura appartenuta da sempre alla sinistra è in caduta perché non arriva più alla gente comune?
«Non credo che la destra debba sfidare la sinistra sull’alta cultura. Però penso che siano in atto nella cultura popolare di massa delle forme di anti-progressismo e anarchismo, dei movimenti spontanei che sono in contrasto con l’alta cultura principalmente di sinistra e che vengono maggiormente capiti dalla gente e da qui il loro enorme successo. C’è questo contrasto tra cultura ufficiale e quella di massa nazional popolare; due mondi che sembrano non parlarsi.
Per la sinistra è come un boomerang?
«In effetti il tentativo di indottrinare della sinistra ha prodotto una reazione ancor più forte nella destra. Più la sinistra ha cercato di catechizzare la gente, più questi fenomeni sono cresciuti. La regola di doversi comportare in un certo modo, oggi è più fallita che mai».
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Ignazio La Russa (Ansa)
È appena il caso di ricordare che La Russa nel 1971, ovvero la bellezza di 54 anni fa, era già responsabile a Milano del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Msi. «Era il 1946, il Natale era passato da un giorno», dice La Russa nel video, «la guerra era finita da poco più di un anno e un gruppo di uomini, che erano sconfitti dalla storia, dalla guerra, nella loro militanza che era stata per l'Italia in guerra, l'Italia fascista, non si arresero, ma non chiesero neanche per un attimo di tornare indietro. E pensarono al futuro, non tentarono di sovvertire con la forza ciò che peraltro sarebbe stato impossibile sovvertire. Accettarono il sistema democratico e fondarono un partito, il Movimento sociale italiano, che guardava al futuro. I fondatori ebbero come parola d'ordine un motto che posso riassumere brevemente: dissero non rinnegare, cioè non rinnegavano il loro passato, ma anche non restaurare, cioè non tornare indietro. Non volevano ripetere quello che era stato, volevano un'Italia che marciasse verso il futuro».
«Quello che è importante ricordare oggi», aggiunge ancora La Russa, «è che allora, 26 dicembre 1946, scelsero come simbolo la fiamma. La fiamma tricolore, la fiamma con il verde, il bianco e il rosso. Sono passati molti anni, sono mutate moltissime cose, è maturata, migliorata, cambiata la visione degli uomini che si sono succeduti, che hanno raccolto il loro testimone, anche con fratture importanti nel modo di pensare, ma quel simbolo è rimasto, un simbolo di continuità e anche un simbolo di amore, di resilienza si direbbe oggi, un simbolo che guarda all’Italia del domani e non a quella di ieri, senza dimenticare la nostra storia».
Un modo come un altro per far felici gli elettori di Fdi che sono rimasti fedeli al partito da sempre, e che magari non si ritrovano pienamente nel nuovo corso della destra italiana, soprattutto in politica estera, ma anche su alcuni aspetti della strategia economica e sociale del governo. Per garantire una buona presenza sui media del messaggio nostalgico di La Russa, occorreva però qualche attacco da sinistra, che è subito caduta nella trappola: «Assurdo. Il presidente del Senato e seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa», attacca il deputato del Pd Stefano Vaccari, «rivendica la nascita, nel 1946, del Movimento sociale italiano. Addirittura il senatore La Russa parla di continuità di quella storia evocando la fiamma tricolore, simbolo ben evidente nel logo di Fratelli d'Italia, il suo partito. Sapevamo delle difficoltà del presidente La Russa a fare i conti con il suo passato, visti i busti di Mussolini ben visibili nella sua casa, ma che arrivasse ad una sfrontatezza simile non era immaginabile». Sulla stessa lunghezza d’onda altri parlamentari dem come Federico Fornaro, Irene Manzi e Andrea De Maria, il deputato di Avs Filiberto Zaratti. Missione compiuta: La Russa è riuscito nel suo intento di riscaldare (con la fiamma) il cuore dei vecchi militanti missini, e di trascinare la sinistra nell’ennesima polemica completamente a vuoto.
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Uno scatto della famiglia anglo-australiana, che viveva nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, pubblicato sul sito web della mamma, Caterine Louise Birmingham (Ansa)
Non hanno alternative Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, se non quella di passare al contrattacco visto che, giorno dopo giorno, sembrano scivolare sempre di più nella morsa dei giudici, dei periti e degli operatori della salute mentale. Oltre alle valutazioni sui minori da parte del servizio di neuropsichiatria infantile per individuare eventuali carenze, sono sotto esame le «capacità genitoriali» dei coniugi ma anche le loro propensioni «negoziali», troppo limitate secondo i servizi, e persino la loro personalità ritenuta «troppo rigida».
Non solo. Sebbene la famiglia abbia detto sì alle richieste del tribunale per spostarsi in una casa più adeguata, completare i cicli vaccinali, ricevere una maestra a domicilio per il percorso di home schooling, cercando dunque una mediazione tra la propria filosofia educativa e le richieste dello Stato, gli sforzi non sono bastati. E l’asticella è salita sempre più in alto. Quindi non rimane che provare a smontare le accuse. E così, dopo che lo scorso 19 dicembre, la Corte d’Appello ha rigettato il ricorso contro l’ordinanza, il giorno prima di Natale, i legali della famiglia, Marco Femminella e Danila Solinas, hanno deciso di controbattere ad alcuni dei punti dirimenti per i giudici.
Uno su tutti il rifiuto del sondino naso-gastrico nel trattamento dell’intossicazione da funghi dei figli in occasione del ricovero in ospedale nel settembre 2024, verosimilmente per via del materiale plastico. Un episodio significativo per i giudici in quanto «denoterebbe l’assoluta indisponibilità dei genitori a derogare anche solo temporaneamente e in via emergenziale ai principi ispiratori delle proprie scelte esistenziali». Per tutta risposta, gli avvocati hanno allegato alcune foto dei bambini mentre mangiano un gelato utilizzando cucchiaini di plastica, dunque smentendo l’iniziale resistenza da parte della madre nei confronti di certi oggetti. In altre immagini i piccoli giocano nel centro commerciale e sono al parco in compagnia di alcuni coetanei. Anche qui scene di «normalità» per smontare il ritratto apposto dai giudici alla famiglia, descritta come un gruppo di eremiti avulsi dai contesti sociali.
In un altro scatto si lavano le mani nel bagno di un locale pubblico. L’ennesima immagine che sconfesserebbe il teorema dei servizi secondo cui i piccoli Trevallion avrebbero paura della doccia e rifiuterebbero di lavarsi.
Nell’istanza i legali rispondono anche alle accuse rivolte contro la madre australiana, descritta come incline allo scontro con gli operatori. Secondo i legali, alla base del giudizio negativo dei servizi sociali vi sarebbe frizioni con l’assistente sociale che avrebbe interpretato come oppositivi alcuni suoi comportamenti. In particolare l’abitudine di svegliare i bambini la mattina prima dell’orario prestabilito. Un’accusa respinta con forza dalla madre che dice di passare solo a controllarli. Qualora dormano, spiega, si reca in cucina per preparare il porridge, per restituire ai figli un’atmosfera di casa. A quanto pare, peraltro, il più delle volte i fratellini sono già svegli perché non dormono bene.
Come rivelato da Il Centro, in alcuni messaggi inviati agli amici, la madre si dice preoccupata perché hanno delle ferite alle mani, in particolare la più grande. «Si mordono di continuo, è segno di un’ansia profonda», scrive.
Nel frattempo, in vista dei test psicologici, i legali hanno nominato come consulenti di parte la psicologa Martina Aiello e lo psichiatra Tonino Cantelmi, cattolico militante e professore associato all’Università Gregoriana che nel 2020 era stato individuato da papa Francesco come «membro del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale». Per il suo curriculum, oltre a sostenere la coppia nelle valutazioni psicologiche disposte dal tribunale, potrebbe accompagnarla nell’assunzione di una posizione meno radicale. Per i test, però, ci vorranno almeno 120 giorni. Altri quattro mesi in cui i piccoli dovranno stare nella casa famiglia.
Uno scenario di fronte al quale uno dei commenti più duri arriva dal vicepremier Matteo Salvini: «Non avrò pace fino a che non troveremo il modo legale di riportare a casa quei bimbi. Oggi 16.000 famiglie italiane hanno scelto l’home-schooling, che facciamo, li portiamo via tutti perché qualcuno ritiene che i bambini siano dello Stato? È orribile e sovietico. Non socializzavano o potevano diventare dei bulli? Chi dice queste cose vada sulle metro o in certe periferie e faccia due chiacchiere con i tredicenni armati di coltello che fanno stupri di gruppo: magari hanno avuto tanta socialità, però non hanno mai incontrato un assistente sociale».
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