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2023-03-27
La magia di Renoir in mostra a Rovigo
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Si parla di Renoir, e subito si pensa all' Impressionismo. Alla pittura all’aperto (en plein air, per dirla alla francese) e ai suoi massimi esponenti. Claude Monet, innanzitutto. E poi Édouard Manet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Camille Pissarro, Gustave Caillebotte e tutta quella cerchia di artisti bohemien (e quasi tutti squattrinati) che sapevano «catturare» la luce e fissarla su una tela. Che si trattasse di ninfee, ballerine, prostitue, paesaggi, prati, boschi, caffè, quartieri cittadini, sapevano cogliere l’istante preciso dell’impressione visiva. Il particolare, il colore illuminato dalla luce. Gli impressionisti dipingevano quello che vedevano, con pennellate rapide e senza disegni preparatori. Le immagini non chiaramente definite, quasi sfocate.
Anche Pierre-Auguste Renoir (1841-1919) era un impressionista, frequentava gli stessi ambienti degli altri, ne condivideva (anche se spesso solo in parte ) tecniche, filosofia, pensieri ed esperienze, ma, ben presto, la sua arte e il suo modo di dipingere rivelarono interesse soprattutto per le persone. Per i volti, ma in particolar modo per i corpi, inondati, quasi immersi nella luce della natura. Renoir , che artisticamente nasce impressionista, verso la fine degli anni Settanta l’Impressionismo lo mette in discussione e, scosso da una profonda crisi ed inquietudine creativa, lascia la Francia, il suo mondo e comincia a viaggiare: nella primavera del 1881 è ad Algeri e nell’autunno dello stesso anno arriva in Italia. E il nostro Paese lo strega. A Venezia scopre Tiepolo e Tintoretto (Tiziano e Veronese li conosceva già), a Firenze e a Roma i maestri del Rinascimento, a Napoli le pitture pompeiane e i capolavori antichi del museo archeologico. Il suo tour, dopo un passaggio in Calabria, termina a Palermo e con il viaggio in Italia termina anche il periodo impressionista di Renoir: è l’inizio della sua «rivoluzione creativa».
Il suo tratto si fa più nitido e definito, quasi aspro; il suo stile, più attento ai volumi e alla monumentalità delle figure, è un chiaro richiamo al classicismo, «riveduto e corretto» in una nuova forma, personale e moderna, quasi un anticipo di quel «ritorno all’ordine» che si sarebbe poi affermato tra le due guerre. Ed è proprio dal periodo classico di Renoir, dalla seconda e ultima parte della sua carriera, che prende il via la bella mostra in programma a Palazzo Roverella, curata dallo storico dell’arte Paolo Bolpagni e - non a caso - intitolata «Renoir. L’alba di un nuovo classicismo».
La Mostra
In un percorso espositivo legato dal fil rouge delle vicende personali dell’artista, esposte al pubblico ben quarantasette opere di Renoir ( tra cui anche la Baigneuse s’arrangeant les cheveux - datata 1890 circa - di proprietà personale del principe Alberto di Monaco), alle quali si affiancano capolavori di grandi Maestri del passato ( da Carpaccio a Rubens, passando per Romanino e i già menzionati Tiepolo e Tiziano), contemporanei (Giovanni Boldini e Medardo Rosso, solo per citarne un paio fra i tanti) e anche di generazioni successive ( De Chirico, Carrà, De Pisis e Tosi, per esempio): in totale, le opere sono ottantatré, alle quali si aggiunge l’edizione storica della traduzione francese del Libro dell’Arte di Cennino Cennini, volume che può vantare la prefazione di Renoir, unico suo testo pubblicato in vita.
Tra le «chicche» da segnalare, tre splendidi nudi femminili (La Baigneuse blonde, 1882; Nu au fauteuil, 1900; Femme s’essuyant, 1912-1914), una natura morta (Roses dans un vase, 1900), due celebri ritratti (Gabrielle, 1910 e Adèle Besson, 1918) e - documento davvero più unico che raro - alcuni spezzoni della versione originale del film Una gita in campagna , lungometraggio del 1936 che il figlio di Renoir (il celebre regista Auguste) dedicò al padre, quasi ricreando, nelle eleganti inquadrature, le scene e le atmosfere dei suoi dipinti.
A differenziare la mostra di Rovigo dalle numerosissime altre dedicate a Renoir, è la sua chiave di lettura nuova e illuminante, che pone l’accento su tre temi ben precisi: il primo, è che il Maestro francese non è stato solo uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo (anche se, di questo movimento artistico, fu tra i fondatori), ma anche altro; il secondo, è che l’Italia è stata tappa fondamentale nel percorso artistico di Renoir; il terzo, è che la fase matura e poi conclusiva della sua carriera non è stato affatto un periodo di decadenza, ma, al contrario, l’alba di un nuovo Classicismo…
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Impressionista, ma non solo. A Palazzo Roverella (sino al 25 giugno 2023), una mostra che svela gli aspetti meno noti del grande pittore francese - a cominciare dalla sua «moderna classicità» - e lo mette in dialogo con grandi artisti italiani, dai sublimi maestri del passato che lo ispirarono nella fase matura della sua carriera a molti suoi contemporanei, a cominciare dagli «italiens de Paris» Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Medardo Rosso.Si parla di Renoir, e subito si pensa all' Impressionismo. Alla pittura all’aperto (en plein air, per dirla alla francese) e ai suoi massimi esponenti. Claude Monet, innanzitutto. E poi Édouard Manet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Camille Pissarro, Gustave Caillebotte e tutta quella cerchia di artisti bohemien (e quasi tutti squattrinati) che sapevano «catturare» la luce e fissarla su una tela. Che si trattasse di ninfee, ballerine, prostitue, paesaggi, prati, boschi, caffè, quartieri cittadini, sapevano cogliere l’istante preciso dell’impressione visiva. Il particolare, il colore illuminato dalla luce. Gli impressionisti dipingevano quello che vedevano, con pennellate rapide e senza disegni preparatori. Le immagini non chiaramente definite, quasi sfocate. Anche Pierre-Auguste Renoir (1841-1919) era un impressionista, frequentava gli stessi ambienti degli altri, ne condivideva (anche se spesso solo in parte ) tecniche, filosofia, pensieri ed esperienze, ma, ben presto, la sua arte e il suo modo di dipingere rivelarono interesse soprattutto per le persone. Per i volti, ma in particolar modo per i corpi, inondati, quasi immersi nella luce della natura. Renoir , che artisticamente nasce impressionista, verso la fine degli anni Settanta l’Impressionismo lo mette in discussione e, scosso da una profonda crisi ed inquietudine creativa, lascia la Francia, il suo mondo e comincia a viaggiare: nella primavera del 1881 è ad Algeri e nell’autunno dello stesso anno arriva in Italia. E il nostro Paese lo strega. A Venezia scopre Tiepolo e Tintoretto (Tiziano e Veronese li conosceva già), a Firenze e a Roma i maestri del Rinascimento, a Napoli le pitture pompeiane e i capolavori antichi del museo archeologico. Il suo tour, dopo un passaggio in Calabria, termina a Palermo e con il viaggio in Italia termina anche il periodo impressionista di Renoir: è l’inizio della sua «rivoluzione creativa». Il suo tratto si fa più nitido e definito, quasi aspro; il suo stile, più attento ai volumi e alla monumentalità delle figure, è un chiaro richiamo al classicismo, «riveduto e corretto» in una nuova forma, personale e moderna, quasi un anticipo di quel «ritorno all’ordine» che si sarebbe poi affermato tra le due guerre. Ed è proprio dal periodo classico di Renoir, dalla seconda e ultima parte della sua carriera, che prende il via la bella mostra in programma a Palazzo Roverella, curata dallo storico dell’arte Paolo Bolpagni e - non a caso - intitolata «Renoir. L’alba di un nuovo classicismo».La MostraIn un percorso espositivo legato dal fil rouge delle vicende personali dell’artista, esposte al pubblico ben quarantasette opere di Renoir ( tra cui anche la Baigneuse s’arrangeant les cheveux - datata 1890 circa - di proprietà personale del principe Alberto di Monaco), alle quali si affiancano capolavori di grandi Maestri del passato ( da Carpaccio a Rubens, passando per Romanino e i già menzionati Tiepolo e Tiziano), contemporanei (Giovanni Boldini e Medardo Rosso, solo per citarne un paio fra i tanti) e anche di generazioni successive ( De Chirico, Carrà, De Pisis e Tosi, per esempio): in totale, le opere sono ottantatré, alle quali si aggiunge l’edizione storica della traduzione francese del Libro dell’Arte di Cennino Cennini, volume che può vantare la prefazione di Renoir, unico suo testo pubblicato in vita. Tra le «chicche» da segnalare, tre splendidi nudi femminili (La Baigneuse blonde, 1882; Nu au fauteuil, 1900; Femme s’essuyant, 1912-1914), una natura morta (Roses dans un vase, 1900), due celebri ritratti (Gabrielle, 1910 e Adèle Besson, 1918) e - documento davvero più unico che raro - alcuni spezzoni della versione originale del film Una gita in campagna , lungometraggio del 1936 che il figlio di Renoir (il celebre regista Auguste) dedicò al padre, quasi ricreando, nelle eleganti inquadrature, le scene e le atmosfere dei suoi dipinti. A differenziare la mostra di Rovigo dalle numerosissime altre dedicate a Renoir, è la sua chiave di lettura nuova e illuminante, che pone l’accento su tre temi ben precisi: il primo, è che il Maestro francese non è stato solo uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo (anche se, di questo movimento artistico, fu tra i fondatori), ma anche altro; il secondo, è che l’Italia è stata tappa fondamentale nel percorso artistico di Renoir; il terzo, è che la fase matura e poi conclusiva della sua carriera non è stato affatto un periodo di decadenza, ma, al contrario, l’alba di un nuovo Classicismo…
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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