
«Piazze piene, urne vuote». Si potrebbe riassumere così, con le parole di Pietro Nenni, quanto è successo nel weekend appena trascorso. I referendum non hanno raggiunto il quorum. Nulla è cambiato. È un po’ buffo vedere, in questi momenti, coloro che hanno promosso e sostenuto i referendum attingere a piene mani nella cultura degli alibi. Rammentiamone alcuni ascoltati in queste ultime ore.
Si è detto che l’esito era scontato ma che, tuttavia, è stata una formidabile occasione per riporre al centro dell’attenzione la questione sociale e i diritti dei lavoratori. A ciò si può obiettare che, se l’esito era scontato, perché darsi un obiettivo che sapevano di non poter raggiungere? E poi, se si voleva porre al centro il tema dei diritti, perché non hanno fatto una campagna di informazione e mobilitazione nel Paese a loro spese senza sprecare centinaia di milioni della collettività?
Si è detto, poi, che, in ogni caso, hanno mobilitato un numero significativo di elettori che possono rappresentare una importante base di partenza. Già, ma per andare dove?
A queste affermazioni fatte lunedì nella conferenza stampa dal segretario Cgil, Maurizio Landini, si può obiettare che questa base di partenza è composta da elettori che sono «fidelizzati» ai partiti e non al sindacato. A meno che il segretario della Cgil non intenda pensare che il ripartire da coloro che hanno votato significhi «appropriarsi» del risultato per creare un proprio movimento o «gettare» la Cgil nell’agone politico. Ma chi ha tentato una cosa del genere in passato non ha avuto particolari fortune.
Si è detto, infine, che una delle cause della sconfitta è stata la posizione delle forze politiche di governo che si sono messe di traverso propagandando l’astensione. Anche qui è facile rispondere «chi è senza peccato scagli la prima pietra» e poi rammentare che, nel «gioco» politico, è del tutto naturale che chi ti avversa usi tutti i mezzi a disposizione, costituzionalmente previsti, per non farti raggiungere i tuoi obiettivi.
Forse i promotori e i sostenitori dovrebbero comprendere che regalarsi a prescindere il meraviglioso alibi esterno vuol dire non cogliere l’opportunità di una riflessione sul proprio operato e usare un dito che non sarà mai abbastanza grande per nascondersi e per evitare di fare i conti con la realtà. La sinistra, in piena attività onirica, cerca di usare i dati dell’affluenza per cercare di «vendere» politicamente il risultato. Immaginando una traslazione automatica tra voto referendario e politico. Operazione ridicola che spesso la politica ci ha abituato a fare. Ma tutto ciò non è concesso al segretario Cgil. Landini ha promosso questi referendum per ingaggiare una battaglia politica. Operazione non riuscita. È stato sconfitto. Per questo è giusto ricordagli che il coraggio non è ammettere di non avere vinto. Il coraggio sta nel tirare le conseguenze.
C’è, però, da dubitare che i conti con la realtà possano essere davvero fatti. È da tempo che non emerge, in quell’organizzazione, un dibattito vero e aperto sul futuro del sindacato. Eppure, dopo questa sconfitta, una riflessione sulla inadeguatezza dimostrata si impone.
Siamo in presenza di un gruppo dirigente che si è trovato ad agire in una fase storica di epocale sterilizzazione del conflitto, accompagnata da un aumento artificioso del ruolo «politico» del sindacato a cui ha fatto seguito una repentina stagione di disintermediazione, il tutto sullo sfondo di una profonda mutazione della composizione sociale delle classi che dovrebbe rappresentare. La confusione e la paura hanno prevalso in questa generazione di dirigenti, quella formatasi nel corso degli anni Novanta, incapace di una lettura sistemica di questi fenomeni contraddittori. Il tema dominante è stato salvare le strutture, i bilanci, il tesseramento (soprattutto tra i pensionati), salvare le apparenze in termini di rappresentatività formale (il livello di quello reale è ben noto anche a loro); fare sindacato è diventata una attività di sopravvivenza, molto condizionata dai meccanismi della bilateralità, della gestione dei servizi, dei fondi negoziali. Le risorse finanziarie che derivano da questi strumenti, estranei e per nulla amici di ogni pratica rivendicativa, sono una sorta di droga che da dipendenza e paralizza.
Difficile, in tali condizioni, giocare partite importanti. Del resto, l’elezione di Maurizio Landini, avvenuta ormai più di sei anni fa dopo un congresso fintamente unitario, è stata la conferma della crisi di prospettiva della Confederazione. La scelta fu quella di cavalcare il residuo appeal mediatico dell’ex segretario dei metalmeccanici per surrogare il drammatico vuoto politico e culturale di una stagione. Quasi l’equivalente di una scossa elettrica che un tempo usavano i pescivendoli napoletani per offrire un’illusione di vitalità della merce esposta.
Di fatto, l’arrivo di Landini in corso Italia non ha rappresentato in alcun modo una svolta, si è continuato nella stessa direzione aggravata dal fatto che si è silenziata qualsiasi discussione interna. L’operazione politica attraverso la promozione di questi referendum è stata un’escamotage per tentare di rimettere la Cgil al centro del dibattito politico nazionale. Un gruppo dirigente intellettualmente onesto dovrebbe riconoscere che questa operazione non è riuscita, non ha prodotto risultati per i lavoratori e dovrebbe aprire un confronto interno serrato e approfondito.
Difficile che avvenga. Impigriti culturalmente e poco abituati ad alimentare una dialettica interna, aspetteranno che sia la corrente del fiume a trasportare il problema altrove. Fra due anni quando il mandato del segretario Cgil scadrà.





