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2018-09-21
Ratzinger: «Capisco il dolore dei vescovi per la mia rinuncia»
Ansa
Il Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».
Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».
Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.
Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.
Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.
È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.
Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso».
Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI.
Lorenzo Bertocchi
A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione
Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo.
Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani.
Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo.
La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera.
Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi.
Caterina Belloni
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Lettera inedita di Benedetto sulle sue dimissioni e sulla «rabbia» per il caos nella Chiesa. Episcopato Usa: indagine su Theodore McCarrick.La bizzarra tesi degli esperti dell'Istruzione britannica: annacquare le fedi con nozioni di secolarismo per educare alle diversità.Lo speciale contiene due articoliIl Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso». Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ratzinger-capisco-il-dolore-dei-vescovi-per-la-mia-rinuncia-2606597159.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-scuola-oggi-si-insegna-lateismo-nellora-di-religione" data-post-id="2606597159" data-published-at="1778858665" data-use-pagination="False"> A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo. Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani. Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo. La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera. Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi. Caterina Belloni
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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