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2018-09-21
Ratzinger: «Capisco il dolore dei vescovi per la mia rinuncia»
Ansa
Il Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».
Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».
Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.
Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.
Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.
È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.
Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso».
Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI.
Lorenzo Bertocchi
A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione
Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo.
Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani.
Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo.
La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera.
Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi.
Caterina Belloni
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Lettera inedita di Benedetto sulle sue dimissioni e sulla «rabbia» per il caos nella Chiesa. Episcopato Usa: indagine su Theodore McCarrick.La bizzarra tesi degli esperti dell'Istruzione britannica: annacquare le fedi con nozioni di secolarismo per educare alle diversità.Lo speciale contiene due articoliIl Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso». Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ratzinger-capisco-il-dolore-dei-vescovi-per-la-mia-rinuncia-2606597159.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-scuola-oggi-si-insegna-lateismo-nellora-di-religione" data-post-id="2606597159" data-published-at="1780129155" data-use-pagination="False"> A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo. Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani. Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo. La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera. Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi. Caterina Belloni
Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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