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2018-09-21
Ratzinger: «Capisco il dolore dei vescovi per la mia rinuncia»
Ansa
Il Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».
Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».
Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.
Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.
Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.
È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.
Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso».
Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI.
Lorenzo Bertocchi
A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione
Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo.
Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani.
Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo.
La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera.
Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi.
Caterina Belloni
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Lettera inedita di Benedetto sulle sue dimissioni e sulla «rabbia» per il caos nella Chiesa. Episcopato Usa: indagine su Theodore McCarrick.La bizzarra tesi degli esperti dell'Istruzione britannica: annacquare le fedi con nozioni di secolarismo per educare alle diversità.Lo speciale contiene due articoliIl Papa emerito è «in grande preoccupazione per la Chiesa», titolava ieri il tabloid tedesco Bild. Il riferimento è alle ultime righe di una lettera spedita da Benedetto XVI a un cardinale tedesco nel novembre 2017, un porporato che lo aveva criticato a proposito della rinuncia al papato del febbraio 2013. Con ogni probabilità la lettera di Ratzigner citata dalla Bild è stata indirizzata a Walter Brandmüller, presidente emerito del pontificio comitato di scienze storiche, e uno dei quattro cardinali che hanno inviato a papa Francesco i famosi dubia in merito all'esortazione Amoris laetitia. Nel luglio 2016, infatti, Brandmüller aveva criticato in uno studio le dimissioni di Benedetto XVI. «La rinuncia del Papa è possibile e si è fatta», concludeva il porporato, «ma è da sperare che non succeda mai più».Nelle poche righe rese pubbliche dal tabloid tedesco ieri mattina, Benedetto XVI confessa di «capire il profondo dolore» provato da «molti vescovi», tuttavia sembra stigmatizzare l'arrabbiatura di questo cardinale preoccupato per la situazione nella Chiesa: «Per alcune persone e, mi sembra, anche per lei, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più le mie dimissioni, ma sempre più la mia persona e il mio papato in toto». Ratzinger teme che così il suo pontificato sia «svalutato» e «confuso col dispiacere per la situazione odierna della Chiesa». E riprende il cardinale dicendogli che «se lei conosce un modo migliore [che dimettersi] e pertanto pensa di poter giudicare la via che ho scelto, la prego di dirmelo».Poi la frase finale: «Piuttosto preghiamo, come ha fatto a conclusione della sua lettera, che il Signore venga in aiuto della Sua Chiesa». La Bild interpreta questo richiamo conclusivo come una conferma del fatto che il Papa emerito condivida una preoccupazione rispetto a quanto lamentato dal cardinale sulla situazione di confusione nella Chiesa. Ma per uscire dalle congetture, occorrerebbe leggere tutta la lettera.Nel novembre 2017 la nuova ondata di scandali per gli abusi sessuali del clero e il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Mario Viganò erano ancora lontani, ma la confusione per alcuni era già presente. «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione», avrebbe detto pochi mesi dopo (gennaio 2017) il defunto cardinale Carlo Caffarra, un altro dei quattro porporati firmatari dei dubia, concedendo un'intervista al Foglio. Il Papa emerito non è mai entrato nel dibattito, fedele alla scelta di ritirarsi e svolgere un ruolo di preghiera speciale per la Chiesa. Tuttavia basta leggere il suo magistero (e il suo lavoro da prefetto dell'ex Sant'Uffizio) per rendersi conto che su certe questioni emerse nella discussione durante il sinodo sulla famiglia potrebbe aver avvertito anche lui una certa confusione.Sul memoriale Viganò, il Papa emerito non si pronuncerà, né ora né mai. Lo sappiamo per bocca del suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Di certo, come tutti i fedeli, Ratzinger avrà sofferto leggendo quell'atto di denuncia, anche perché lui conosce bene - avendolo commissionato - il contenuto del famoso dossier segreto dei tre cardinali che nel 2012 indagarono e registrarono la mala gestione del potere curiale nonché, si dice, la presenza di una lobby gay in Vaticano, quella stessa lobby che aleggia sui fatti ricostruiti da Viganò.È di ieri la notizia che il Comitato amministrativo dei vescovi americani ha deciso di intraprendere una serie di misure per affrontare la crisi degli abusi, tra cui una «indagine approfondita sulla situazione che riguarda l'arcivescovo McCarrick, comprese le sue presunte aggressioni a minori, preti e seminaristi, nonché ogni risposta a tali accuse». Proprio intorno all'ex cardinale di Washington si sviluppa tutto il memoriale Viganò, ed è significativo che i vescovi statunitensi proseguano nell'intento di indagare, affidando il compito a «esperti laici in settori pertinenti, come le forze dell'ordine e i servizi sociali». Per di più l'indicazione arriva dopo che il presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, è stato ricevuto dal Papa.Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, vicinissimo a Francesco, al quale probabilmente ha fatto da ghostwriter per diversi documenti. Intervistato mercoledì dall'istituto brasiliano Humanitas Unisinos, Fernández ha definito «sorprendente» il fatto che «ci siano vescovi che non cercano di prendere le distanze da qualcuno», ovvero monsignor Viganò, «che è fuori di sé. Si vede che ci sono ossessioni ideologiche più potenti del buon senso». Intanto si attendono ancora i «chiarimenti» promessi dal Vaticano sul memoriale dell'ex nunzio. Nel frattempo, chi ha fede può seguire l'invito alla preghiera di Benedetto XVI. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ratzinger-capisco-il-dolore-dei-vescovi-per-la-mia-rinuncia-2606597159.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-scuola-oggi-si-insegna-lateismo-nellora-di-religione" data-post-id="2606597159" data-published-at="1767750861" data-use-pagination="False"> A scuola oggi si insegna l’ateismo. Nell’ora di religione Essere rispettosi delle altra culture va bene, ma in Gran Bretagna ultimamente si tende a prendere il concetto un po' troppo alla lettera. Come sta succedendo nel caso dell'ora di religione, durante la quale presto verrà insegnato anche l'ateismo. Nelle scuole secondarie inglesi la materia definita studi religiosi è molto ampia, tanto che comprende anche la filosofia. Per questo non ci si focalizza su cristianesimo, cattolicesimo o protestantesimo, ma da tempo ormai vengono fornite agli allievi indicazioni anche a proposito dell'ebraismo, dell'induismo, del buddismo e dell'islam. Un quadro già abbastanza ampio da confondere un ragazzino con dei dubbi, cui d'ora in poi si aggiungerà anche un'altra «complicazione»: la teoria dell'ateismo. A sollecitarne l'introduzione nel curriculum di studio sono stati i risultati di un'indagine condotta dalla commissione Affari religiosi nel corso degli ultimi due anni, per definire l'efficacia del programma e la sua corrispondenza con il mondo di oggi. Analizzando i dati, gli esperti del ministero si sono convinti che gli studi religiosi debbano tenere conto della crescente diversità del mondo e quindi anche spiegare cosa sono ateismo, agnosticismo e secolarizzazione, ormai molto diffusi, specie tra i giovani. Persino il nome della materia dovrà cambiare, diventando «religione e visioni del mondo». L'obiettivo sarà quello di fornire ai ragazzini un bagaglio di conoscenze adeguato ad affrontare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Soprattutto c'è l'intento di insegnare agli allievi a rispettare le differenti fedi e i diversi punti di vista e a dimostrare empatia nei confronti del prossimo. La commissione che ha compiuto l'indagine ha raccomandato che gli studi religiosi così articolati vengano seguiti dagli allievi delle scuole pubbliche almeno fino all'anno undici, quindi fino ai 16 anni, ma non ha definito nessun obbligo, lasciando libere le famiglie di scegliere se fare frequentare ai figli la materia oppure no. E, a guardare le statistiche, si può prevedere che ben pochi faranno la coda per inserirla nel piano di studi. Secondo dati recenti, infatti, in Gran Bretagna un cittadino su due non manifesta alcun credo religioso e il numero degli studenti che decidono di affrontare queste materie all'esame finale delle superiori è in caduta libera. Il rapporto della commissione che ha preso in esame i dati di 3.000 scuole del Paese analizzando le valutazioni di insegnanti, docenti e genitori, evidenzia però come lo studio della religione sia fondamentale anche per materie diverse come l'arte, la storia, la scienza o la politica e serva nella vita quotidiana. Se si conoscono credenze e aspettative delle persone, si può affrontarle in modo più adeguato e anche rispondere meglio alle loro esigenze: vale per medici, amministratori pubblici, insegnanti, ma in fondo anche per tassisti e persone che lavorano dietro la cassa di un negozio. Se lo studio delle religione e la conoscenza delle diverse confessioni ha un senso, però, risulta strano pensare di incentrare delle lezioni sulla mancanza di fede e la secolarizzazione. Secondo molti docenti si tratta di un rischio, visto che in fondo si finisce per presentare come un'alternativa accettata un atteggiamento che spesso deriva da una mancanza di approfondimento. La commissione, comunque, ha lasciato alle scuole di ispirazione religiosa la libertà di dedicare più spazio al proprio credo all'interno del programma annuale, quasi si rendesse conto che non ha senso mettere sullo stesso piano un credo religioso con l'agnosticismo o l'ateismo. È quanto ha voluto precisare il Catholic education service, secondo il quale questo rapporto non è un tentativo di arricchire gli studi religiosi quanto un modo per cambiare il loro carattere. «La qualità dell'educazione religiose - hanno sottolineato gli esperti cattolici - non dipende dal fatto che si insegna meno religione». Un parere condiviso anche dai rappresentanti delle sinagoghe, che vedono nell'inclusione di visioni alternative e secolarizzate del mondo solo un impoverimento degli studi religiosi. Caterina Belloni
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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