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Ci riprovano con l’allarme rating. Ma il vero spread ormai è dell’Ue

Il problema è Bruxelles che sta emettendo titoli con rendimenti superiori a quelli tedeschi e francesi. Si sgonfia la tensione per i giudizi di Moody’s e S&P. Confronto con Mario Draghi: nell’ultima Nadef il debito scende di più.

Non essendo stato sufficiente il governatore uscente di Bankitalia Ignazio Visco - arruolato dal Financial Times nell’«operazione paura» sul nostro debito pubblico - ieri è stata la volta dello spauracchio delle società di rating. A partire dal 20 ottobre, Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s emetteranno le loro pagelle sull’affidabilità del debito italiano: è innegabile l’importanza di tale valutazione sulle scelte di alcuni investitori, soprattutto istituzionali. Ma ciò che ci sembra esagerata è la sopravvalutazione di tali «pagelle» da parte di alcuni quotidiani italiani.

Le cifre del rapporto debito/Pil che le società di rating avranno davanti sono nettamente migliori rispetto a quelle davanti a cui, pochi mesi fa, non battevano ciglio. Per il 2023 il governo Draghi, appena 18 mesi fa, aveva come obiettivo programmatico il 145,2%; il governo attuale dovrebbe chiudere al 140,2%. Per il 2024, il Migliore si era impegnato a conseguire il 143,4%; la Meloni ha l’obiettivo del 140,1%. È vero che la pendenza del sentiero di rientro del debito/Pil, proposta dal ministro Giancarlo Giorgetti con la Nadef, è inferiore rispetto a quella dei predecessori. Ma non si può non vedere che siamo comunque arrivati intorno al 140%, quando il governo Draghi nel suo primo Def del 2021, stimava addirittura il 155% per il 2023 e il 152,7% per il 2024. È abbastanza intuitivo che la velocità di rientro dipende dal livello di partenza, ed è il livello che conta ai fini della sostenibilità della massa del debito. Non si capisce perché le società di rating non debbano prendere atto che, per il 2024, il 140,1% è più basso del 142,3% della prima Nadef del governo Meloni, peraltro allora osannata per la prudenza adottata. Le stesse società dovrebbero ben sapere che - per il solo fatto che la crescita del Pil nominale (5,3%, 4,1% e 3,6%, rispettivamente per 2023, 2024, 2025) è nettamente superiore al costo medio del debito - almeno la tenuta del rapporto col Pil è garantita, pur in presenza di disavanzi primari.

Invece ne abbiamo dovute leggere di tutti i colori. Abbiamo visto tirare per la giacchetta il capo economista del Fmi, Olivier Gourinchas, che ha messo in chiaro che la trave è costituita dall’origine statunitense delle tensioni sui tassi dei titoli governativi e dall’eccessivo deficit Usa, ma l’enfasi è andata sulla pagliuzza, perché gli è stato tirato con le pinze dalla bocca l’auspicio di «più ambizione nei piani di bilancio dell’Italia». In questo senso, l’unico rilievo che può essere mosso alla manovra è quello di non essere sufficientemente espansiva.

Diventano quindi contraddittori anche i rilievi dell’opposizione. Tra i tanti, segnaliamo l’intervento di ieri del senatore del Pd Antonio Misiani, secondo cui la manovra è «all'insegna dell'austerità e finanziata in deficit». Insomma il Fmi sostiene che c’è poca austerità, il Pd dice che ce n’è troppa. Forse Misiani e Gourinchas dovrebbero parlarsi. Faro puntato anche sulle ultime previsioni del Fmi stesso sulla crescita del 2024, ridotta al +0,7% dal +0,9% della precedente previsione di luglio. Ma nessuno ha notato che quella proiezione è «a legislazione vigente», cioè non tiene conto - perché è stata chiusa prima - dei circa 15 miliardi di maggior deficit annunciati proprio con la Nadef (da 3,7% di tendenziale a 4,3% di programmatico): varranno pure 0,2-0,3 punti di maggiore crescita, o no? Ogni parola pronunciata nelle audizioni parlamentari svoltesi prima del voto sulla Nadef è stata scrutata per avvalorare la tesi precostituita dell’allarme sui conti. Si è giunti perfino a citare la professoressa Liliana Cavallari dell’Upb che ha solo ricordato ciò che la Commissione scrive dal 2020 nel suo rapporto sul deficit e debito eccessivo pubblicato a maggio, e cioè che la primavera successiva l’Italia potrebbe essere a rischio di procedura d’infrazione. Una non notizia.

Il vero problema per il nostro Paese - oltre alle minacce della congiuntura internazionale - è che parte del debito su cui si concentra l’allarme sono prestiti Ue per il Next Generation che stentano a tradursi in investimenti, e quindi in crescita del Pil. La farraginosità delle regole imposte da Bruxelles, una pubblica amministrazione prima ridotta all’osso e poi sovraccaricata all’inverosimile, stanno rallentando tutto. Non basta incassare le rate: bisogna spenderle. E poi rimborsarle, a un tasso che non dipende dai mercati ma dalle scelte di indebitamento della Ue. A proposito delle quali ieri è arrivata sul Financial Times la scoperta che il vero spread è quello della Ue, non quello dell’Italia, come scriviamo qui da circa due anni. La Commissione mercoledì ha emesso titoli con rendimenti superiori a quelli tedeschi e francesi (80 e 20 punti rispettivamente). Gli investitori chiedono un premio, pur essendo titoli con tripla AAA grazie alle garanzie di tutti gli Stati membri, perché il mercato è relativamente poco liquido e lo sarà sempre di più (tutto terminerà nel 2026), i titoli non sono inclusi negli indici di Borsa e non esiste un derivato per le coperture. Tutte inefficienze che la Commissione scaricherà sui debitori, Italia in testa.

Trump insegna all’Ue come si tratta: l’India dice addio al petrolio russo
Narendra Modi e Donald Trump (Ansa)
Dazi scesi al 18% sull’import indiano e zero tasse sui prodotti americani, che New Delhi comprerà per un valore di 500 miliardi. Modi, inoltre, acquisterà l’oro nero solo da Usa e Venezuela. Altro che l’accordo di Ursula...

C’è modo e Modi di fare gli accordi commerciali. C’è chi va in India col cappello in mano offrendo chiacchiere e distintivo, con l’unico malcelato scopo di vendere le auto tedesche che sono state demolite dal Green deal, e chi si presenta al Paese più popoloso della terra dicendo: se volete la pace commerciale le cose si fanno come dico io. Parola di Donald Trump.

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L’Iran alza la tensione ma il tavolo non salta
Ansa
Nello stretto di Hormuz alcune motovedette iraniane hanno tentato di bloccare una petroliera Usa, mentre nel Mar Arabico un drone di Teheran è stato colpito vicino alla portaerei Lincoln. Trump conferma i colloqui, che la Repubblica islamica vuol spostare in Oman.

A che gioco sta giocando l’Iran? Quando ormai il processo diplomatico sembrava avviato, Teheran ha iniziato a porre degli ostacoli. Ieri, Axios ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe chiesto di cambiare la sede dei colloqui di venerdì con gli Stati Uniti. In particolare, l’Iran vorrebbe che si tenessero in Oman, anziché a Istanbul, come precedentemente concordato. La stessa testata ha riportato che una tale richiesta potrebbe mandare a monte la ripresa dei negoziati, irritando Donald Trump e spingendolo di nuovo verso lo scenario dell’opzione militare.

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Piantedosi: «È guerra allo Stato». Niente risoluzione con l’opposizione
Matteo Piantedosi (Ansa)
Il ministro dell’Interno ha riferito alla Camera: «Chi sfila con questi delinquenti offre loro l’impunità» Oggi l’informativa al Senato. Ignazio La Russa: «Deluso dai gruppi parlamentari». Maurizio Landini: «Attacco alla libertà».

«Siamo di fronte a una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti. È possibile dire che stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, per certi versi e pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».

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Edicola Verità | la rassegna stampa del 4 febbraio

Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 febbraio con Carlo Cambi

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