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2022-03-12
Raid contro Dnipro e le città dell’Ovest. A Kiev si stringe la morsa dei blindati
Ansa
La guerra in Ucraina si fa più cruenta. Immagini satellitari hanno mostrato che il lungo convoglio militare russo, fermatosi nei pressi di Kiev nei giorni scorsi, è stato sciolto, mentre i suoi elementi sono stati riposizionati in svariate aree attorno alla capitale ucraina. Secondo il ministero della Difesa britannico, è probabile che questa mossa possa preludere a un attacco contro Kiev nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Un segnale preoccupante è arrivato dalla Turchia che ha evacuato la propria ambasciata nella capitale ucraina.
Nel frattempo, gli attacchi di Mosca si sono intensificati. «Ogni 30 minuti gli aerei arrivavano sulla città di Mariupol e operavano sulle aree residenziali, uccidendo civili: anziani, donne, bambini», ha dichiarato il sindaco di Mariupol, Vadym Boychenko. I media di Mosca hanno inoltre riferito che i separatisti filorussi avrebbero conquistato la città di Volnovakha: un fattore che, secondo Al Jazeera, potrebbe facilitare la presa di controllo della stessa Mariupol da parte dei russi. Ricordiamo che il Cremlino considera questa città strategica sia perché punta a sottrarre al governo di Kiev i centri portuali sia per la sua posizione sul Mar d’Azov.
In tutto questo, tre raid aerei si sono abbattuti sulla città di Dnipro. «Ci sono stati tre attacchi aerei sulla città, in particolare su un asilo nido, un condominio e una fabbrica di scarpe a due piani, provocando un incendio. Una persona è morta», hanno dichiarato le autorità ucraine. Nel frattempo, il ministero della Difesa russo ha reso noto che le proprie truppe hanno lanciato un attacco ad alta precisione contro due aeroporti militari posti nelle città di Lutsk e Ivano-Frankivsk: le strutture sarebbero state messe fuori gioco.
Un aspetto da sottolineare è che queste città sono collocate fortemente a Ovest e -specialmente Ivano-Frankivsk - a non molti chilometri dai confini di Moldavia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, cioè dell’Ue. Bisogna però fare attenzione soprattutto alla Moldavia, perché si sospetta che il Cremlino voglia usare un’eventuale conquista di Odessa come trampolino di lancio verso la Transnistria. Non è quindi del tutto escludibile che l’offensiva ai due aeroporti possa essere inserita in questo quadro. Intanto, Energoatom ha reso noto ieri che Mosca ha dichiarato la centrale nucleare di Zaporizhzhia come ormai sottoposta al controllo della russa Rosatom. Si conferma quindi la strategia militare del Cremlino che, oltre al controllo dei porti, mira a bloccare il rifornimento energetico al governo di Kiev. Dall’altra parte, il Guardian ha pubblicato il video di un drone che sembra descrivere una possente imboscata ucraina ai danni di una colonna di carri armati russi nei pressi di un sobborgo a Est di Kiev.
«Abbiamo già raggiunto una svolta strategica. Siamo già sulla strada per la vittoria. Abbiamo bisogno di tempo, pazienza, saggezza, energia, dobbiamo fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile», ha detto Volodymyr Zelensky, in un videomessaggio ieri. Incontrandosi con l’omologo bielorusso Alexander Lukashenko, Vladimir Putin ha dal canto suo parlato di alcuni progressi nei colloqui con l’Ucraina. Ricordiamo che l’incontro in Turchia dell’altro ieri tra i ministri degli Esteri russo e ucraino si era concluso senza passi avanti, sebbene fosse stata ventilata l’ipotesi di un vertice tra Putin e Zelensky. Oltre ad aumentare la pressione militare, il capo del Cremlino si è detto pronto a cedere alle repubbliche separatiste del Donbass le armi occidentali cadute in mano russa nel corso del conflitto. Tutto questo, mentre su alcuni siti circola la notizia che i sistemi di difesa ucraini avrebbero per errore abbattuto due velivoli militari rumeni nei giorni scorsi: non è però al momento chiaro se tale notizia sia verificata. Frattanto il sindaco di Melitopol, Ivan Fedorov, è stato sequestrato ieri nel centro della città mentre stava distribuendo aiuti umanitari alla popolazione, pare da un commando di dieci russi.
In attesa del quarto round di colloqui tra le delegazioni, la situazione generale si fa sempre più preoccupante. I problemi russi derivano da una serie di elementi: l’assenza del fattore sorpresa, un’eccessiva sottovalutazione dell’avversario e un’avanzata territoriale troppo rapida nei primissimi giorni di invasione. Un dato, quest’ultimo, che - come detto alla Cnn dall’analista di Jane’s Thomas Bullock - ha permesso alle forze ucraine di allungarsi dietro le unità meccanizzate russe e di mettere nel mirino le colonne logistiche di Mosca, che viaggiavano su percorsi non resi adeguatamente sicuri. Gli ucraini, dal canto loro, sono in inferiorità numerica e il recente riposizionamento delle truppe russe punta probabilmente a correggere alcuni degli errori commessi. È probabile che i due contendenti si stiano muovendo per mettersi vicendevolmente sotto pressione in vista del prosieguo dei negoziati, con Putin che spera in un cedimento di Zelensky e Zelensky nel timore nutrito da Putin di impantanarsi. La guerra sul campo si accompagna a una guerra di nervi. E intanto la tensione continua a crescere.
Lo zar: «Passi avanti nei colloqui»
Mentre si intensificano le operazioni belliche sul terreno ucraino, i tentativi diplomatici non si arrestano. Ieri, il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto una nuova conversazione telefonica con l’omologo russo, Vladimir Putin. Inoltre, appositamente interpellato sul colloquio che avrebbe dovuto aver luogo l’altro ieri tra lo stesso Putin e l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha risposto: «Non ho informazioni su Schröder. Non posso dire nulla». Parole sibilline, ma che non costituiscono una smentita. Tra l’altro, proprio due giorni fa si era tenuta un’altra telefonata tra il leader russo, Macron e l’attuale cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Insomma, la crisi ucraina sta ricompattando quell’asse francotedesco che, almeno fino a pochi giorni fa, sembrava notevolmente indebolito. Tutto questo, mentre l’Italia e le stesse istituzioni europee sembrano progressivamente relegate a un ruolo marginale nei tentativi di mediazione.
Nel frattempo, il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato ieri nuove sanzioni a Mosca, rendendo inoltre nota l’intenzione di ridurre del 66% la dipendenza europea dal gas russo entro l’anno corrente. Misure punitive sono arrivate, sempre ieri, anche dagli Stati Uniti. Il presidente americano, Joe Biden, ha dichiarato che sarà revocato alla Russia lo status commerciale di «most favored nation»: come sottolineato da The Hill, «la mossa consentirà agli Stati Uniti e ad altri Paesi di imporre tariffe più elevate sulle merci russe, il che ostacolerà ulteriormente l’economia russa». Sempre ieri, Biden ha anche sentito al telefono Zelensky, assicurandogli sostegno. Tuttavia l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad escludere un’escalation. «Non combatteremo una guerra contro la Russia in Ucraina. Il conflitto diretto tra Nato e Russia è la terza guerra mondiale, qualcosa che dobbiamo sforzarci di evitare». Come sottolineato dai media d’Oltreatlantico, il riferimento era all’indisponibilità del governo statunitense ad aprire alla possibilità di istituire una no fly zone: scenario, questo, che rischierebbe di portare a un confronto militare diretto i caccia della Nato con quelli russi.
Un tentativo diplomatico è stato condotto ieri anche dal presidente della Finlandia, Sauli Niinistö, che ha avuto un colloquio con Putin. Niinistö ha in particolare chiesto al leader russo un cessate il fuoco immediato per consentire l’evacuazione dei civili, mettendo inoltre in luce le critiche mosse dall’opinione pubblica occidentale a Mosca. A intervenire, sempre ieri, è stato anche il presidente turco Tayyip Erdogan, secondo cui l’attuale crisi sarebbe il frutto della reazione occidentale troppo blanda all’invasione russa della Crimea avvenuta nel 2014. «Non ci saremmo trovati di fronte a un quadro del genere se l’Occidente, il mondo intero, avesse alzato la voce», ha detto Erdogan.
Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha avuto un incontro con l’omologo bielorusso, Alexander Lukashenko, rafforzando così ulteriormente i propri legami con Minsk. Ma il presidente russo sta gestendo la crisi ucraina anche su un piano extraeuropeo. Proprio ieri il vice ministro della Difesa russo, Alexander Fomin, e il ministro della Difesa del Mali, Sadio Camara, hanno avuto una discussione sulla cooperazione militare bilaterale. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, Mosca e Bamako hanno intensificato i loro rapporti a discapito della Francia. Tutto questo, mentre l’influenza russa sul Sahel sta crescendo progressivamente: quel Sahel che costituisce un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso l’Unione europea. Senza poi trascurare che la longa manus di Mosca si estende anche sulla parte orientale della Libia. Ecco, è proprio questo il punto. Nella sua ritorsione contro Bruxelles, Putin potrebbe cercare di mettere sotto pressione l’Ue da Sud, facendo leva sui flussi migratori. Un tema inquietante, rispetto a cui la leadership europea dovrebbe iniziare già a prendere delle contromisure.
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Attacchi vicini ai confini Ue. Sequestrato il sindaco di Melitopol I russi: «Controlliamo noi la centrale atomica di Zaporizhzhia».Nuova telefonata con Emmanuel Macron, Bruxelles e Washington introducono altre sanzioni. Erdogan rimprovera l’Occidente. E ora Vladimir Putin valuta di sfruttare i flussi di migranti.Lo speciale contiene due articoliLa guerra in Ucraina si fa più cruenta. Immagini satellitari hanno mostrato che il lungo convoglio militare russo, fermatosi nei pressi di Kiev nei giorni scorsi, è stato sciolto, mentre i suoi elementi sono stati riposizionati in svariate aree attorno alla capitale ucraina. Secondo il ministero della Difesa britannico, è probabile che questa mossa possa preludere a un attacco contro Kiev nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Un segnale preoccupante è arrivato dalla Turchia che ha evacuato la propria ambasciata nella capitale ucraina. Nel frattempo, gli attacchi di Mosca si sono intensificati. «Ogni 30 minuti gli aerei arrivavano sulla città di Mariupol e operavano sulle aree residenziali, uccidendo civili: anziani, donne, bambini», ha dichiarato il sindaco di Mariupol, Vadym Boychenko. I media di Mosca hanno inoltre riferito che i separatisti filorussi avrebbero conquistato la città di Volnovakha: un fattore che, secondo Al Jazeera, potrebbe facilitare la presa di controllo della stessa Mariupol da parte dei russi. Ricordiamo che il Cremlino considera questa città strategica sia perché punta a sottrarre al governo di Kiev i centri portuali sia per la sua posizione sul Mar d’Azov. In tutto questo, tre raid aerei si sono abbattuti sulla città di Dnipro. «Ci sono stati tre attacchi aerei sulla città, in particolare su un asilo nido, un condominio e una fabbrica di scarpe a due piani, provocando un incendio. Una persona è morta», hanno dichiarato le autorità ucraine. Nel frattempo, il ministero della Difesa russo ha reso noto che le proprie truppe hanno lanciato un attacco ad alta precisione contro due aeroporti militari posti nelle città di Lutsk e Ivano-Frankivsk: le strutture sarebbero state messe fuori gioco. Un aspetto da sottolineare è che queste città sono collocate fortemente a Ovest e -specialmente Ivano-Frankivsk - a non molti chilometri dai confini di Moldavia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, cioè dell’Ue. Bisogna però fare attenzione soprattutto alla Moldavia, perché si sospetta che il Cremlino voglia usare un’eventuale conquista di Odessa come trampolino di lancio verso la Transnistria. Non è quindi del tutto escludibile che l’offensiva ai due aeroporti possa essere inserita in questo quadro. Intanto, Energoatom ha reso noto ieri che Mosca ha dichiarato la centrale nucleare di Zaporizhzhia come ormai sottoposta al controllo della russa Rosatom. Si conferma quindi la strategia militare del Cremlino che, oltre al controllo dei porti, mira a bloccare il rifornimento energetico al governo di Kiev. Dall’altra parte, il Guardian ha pubblicato il video di un drone che sembra descrivere una possente imboscata ucraina ai danni di una colonna di carri armati russi nei pressi di un sobborgo a Est di Kiev. «Abbiamo già raggiunto una svolta strategica. Siamo già sulla strada per la vittoria. Abbiamo bisogno di tempo, pazienza, saggezza, energia, dobbiamo fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile», ha detto Volodymyr Zelensky, in un videomessaggio ieri. Incontrandosi con l’omologo bielorusso Alexander Lukashenko, Vladimir Putin ha dal canto suo parlato di alcuni progressi nei colloqui con l’Ucraina. Ricordiamo che l’incontro in Turchia dell’altro ieri tra i ministri degli Esteri russo e ucraino si era concluso senza passi avanti, sebbene fosse stata ventilata l’ipotesi di un vertice tra Putin e Zelensky. Oltre ad aumentare la pressione militare, il capo del Cremlino si è detto pronto a cedere alle repubbliche separatiste del Donbass le armi occidentali cadute in mano russa nel corso del conflitto. Tutto questo, mentre su alcuni siti circola la notizia che i sistemi di difesa ucraini avrebbero per errore abbattuto due velivoli militari rumeni nei giorni scorsi: non è però al momento chiaro se tale notizia sia verificata. Frattanto il sindaco di Melitopol, Ivan Fedorov, è stato sequestrato ieri nel centro della città mentre stava distribuendo aiuti umanitari alla popolazione, pare da un commando di dieci russi.In attesa del quarto round di colloqui tra le delegazioni, la situazione generale si fa sempre più preoccupante. I problemi russi derivano da una serie di elementi: l’assenza del fattore sorpresa, un’eccessiva sottovalutazione dell’avversario e un’avanzata territoriale troppo rapida nei primissimi giorni di invasione. Un dato, quest’ultimo, che - come detto alla Cnn dall’analista di Jane’s Thomas Bullock - ha permesso alle forze ucraine di allungarsi dietro le unità meccanizzate russe e di mettere nel mirino le colonne logistiche di Mosca, che viaggiavano su percorsi non resi adeguatamente sicuri. Gli ucraini, dal canto loro, sono in inferiorità numerica e il recente riposizionamento delle truppe russe punta probabilmente a correggere alcuni degli errori commessi. È probabile che i due contendenti si stiano muovendo per mettersi vicendevolmente sotto pressione in vista del prosieguo dei negoziati, con Putin che spera in un cedimento di Zelensky e Zelensky nel timore nutrito da Putin di impantanarsi. La guerra sul campo si accompagna a una guerra di nervi. E intanto la tensione continua a crescere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raid-contro-dnipro-e-le-citta-dellovest-a-kiev-si-stringe-la-morsa-dei-blindati-2656936068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-zar-passi-avanti-nei-colloqui" data-post-id="2656936068" data-published-at="1647072265" data-use-pagination="False"> Lo zar: «Passi avanti nei colloqui» Mentre si intensificano le operazioni belliche sul terreno ucraino, i tentativi diplomatici non si arrestano. Ieri, il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto una nuova conversazione telefonica con l’omologo russo, Vladimir Putin. Inoltre, appositamente interpellato sul colloquio che avrebbe dovuto aver luogo l’altro ieri tra lo stesso Putin e l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha risposto: «Non ho informazioni su Schröder. Non posso dire nulla». Parole sibilline, ma che non costituiscono una smentita. Tra l’altro, proprio due giorni fa si era tenuta un’altra telefonata tra il leader russo, Macron e l’attuale cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Insomma, la crisi ucraina sta ricompattando quell’asse francotedesco che, almeno fino a pochi giorni fa, sembrava notevolmente indebolito. Tutto questo, mentre l’Italia e le stesse istituzioni europee sembrano progressivamente relegate a un ruolo marginale nei tentativi di mediazione. Nel frattempo, il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato ieri nuove sanzioni a Mosca, rendendo inoltre nota l’intenzione di ridurre del 66% la dipendenza europea dal gas russo entro l’anno corrente. Misure punitive sono arrivate, sempre ieri, anche dagli Stati Uniti. Il presidente americano, Joe Biden, ha dichiarato che sarà revocato alla Russia lo status commerciale di «most favored nation»: come sottolineato da The Hill, «la mossa consentirà agli Stati Uniti e ad altri Paesi di imporre tariffe più elevate sulle merci russe, il che ostacolerà ulteriormente l’economia russa». Sempre ieri, Biden ha anche sentito al telefono Zelensky, assicurandogli sostegno. Tuttavia l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad escludere un’escalation. «Non combatteremo una guerra contro la Russia in Ucraina. Il conflitto diretto tra Nato e Russia è la terza guerra mondiale, qualcosa che dobbiamo sforzarci di evitare». Come sottolineato dai media d’Oltreatlantico, il riferimento era all’indisponibilità del governo statunitense ad aprire alla possibilità di istituire una no fly zone: scenario, questo, che rischierebbe di portare a un confronto militare diretto i caccia della Nato con quelli russi. Un tentativo diplomatico è stato condotto ieri anche dal presidente della Finlandia, Sauli Niinistö, che ha avuto un colloquio con Putin. Niinistö ha in particolare chiesto al leader russo un cessate il fuoco immediato per consentire l’evacuazione dei civili, mettendo inoltre in luce le critiche mosse dall’opinione pubblica occidentale a Mosca. A intervenire, sempre ieri, è stato anche il presidente turco Tayyip Erdogan, secondo cui l’attuale crisi sarebbe il frutto della reazione occidentale troppo blanda all’invasione russa della Crimea avvenuta nel 2014. «Non ci saremmo trovati di fronte a un quadro del genere se l’Occidente, il mondo intero, avesse alzato la voce», ha detto Erdogan. Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha avuto un incontro con l’omologo bielorusso, Alexander Lukashenko, rafforzando così ulteriormente i propri legami con Minsk. Ma il presidente russo sta gestendo la crisi ucraina anche su un piano extraeuropeo. Proprio ieri il vice ministro della Difesa russo, Alexander Fomin, e il ministro della Difesa del Mali, Sadio Camara, hanno avuto una discussione sulla cooperazione militare bilaterale. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, Mosca e Bamako hanno intensificato i loro rapporti a discapito della Francia. Tutto questo, mentre l’influenza russa sul Sahel sta crescendo progressivamente: quel Sahel che costituisce un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso l’Unione europea. Senza poi trascurare che la longa manus di Mosca si estende anche sulla parte orientale della Libia. Ecco, è proprio questo il punto. Nella sua ritorsione contro Bruxelles, Putin potrebbe cercare di mettere sotto pressione l’Ue da Sud, facendo leva sui flussi migratori. Un tema inquietante, rispetto a cui la leadership europea dovrebbe iniziare già a prendere delle contromisure.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».