Le sembravano due amici. Uno era suo coetaneo, di origini marocchine, l’altro, di origini tunisine, diciottenne. Entrambi figli di genitori stranieri, ma nati in Italia. Come la vittima. «Famiglie integrate», le definiscono gli inquirenti. Con loro la ragazzina condivideva pomeriggi e messaggi su WhatsApp. Poi quella che sembrava un’amicizia si è trasformata in un incubo che l’ha tenuta in silenzio per mesi. Ha dovuto trovare il coraggio di raccontare tutto ai genitori e poi ai carabinieri. Ora i due ragazzi sono indagati per violenza sessuale aggravata e diffusione illecita di materiale sessualmente esplicito, il revenge porn. La vittima ha appena 12 anni e non può esistere, per legge, alcun consenso a rapporti di quel tipo.
I carabinieri l’altro giorno si sono presentati nelle abitazioni dei due indagati, in un paese della provincia, e hanno eseguito un decreto di perquisizione emesso dalla Procura per i minorenni dell’Aquila e dalla Procura della Repubblica di Sulmona. I carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Sulmona hanno setacciato le abitazioni dei due, le pertinenze, i garage e i veicoli in uso alle famiglie. Sono stati sequestrati telefoni cellulari, tablet, computer portatili, memorie digitali e ogni dispositivo elettronico riconducibile agli indagati. Il materiale è stato affidato a un consulente tecnico per le verifiche forensi e per il ripristino di chat eventualmente cancellate. L’obiettivo delle indagini è raccogliere elementi a riscontro del racconto fornito dalla vittima, che ha denunciato di essere stata costretta a subire rapporti sessuali sotto la minaccia della diffusione dei video.
I due indagati, stando all’ipotesi dell’accusa, avrebbero scattato foto e registrato video per esercitare pressioni psicologiche affinché la vittima non parlasse, ma anche per ottenere ulteriori prestazioni. Secondo le prime ricostruzioni (che ancora non sono finite in una informativa completa sull’accaduto), il coetaneo potrebbe aver svolto il ruolo di «esca», avvicinando la ragazzina e creando le condizioni in cui sarebbe poi avvenuto quanto denunciato. Gli investigatori, però, precisano che questa ipotesi non è ancora stata completamente vagliata e che le responsabilità saranno definite solo al termine della prima fase di indagini, per attribuire a ciascuno dei due le contestazioni esatte.
L’inchiesta è partita nel mese di luglio, quando uno dei filmati sarebbe finito in alcune chat di coetanei, raggiungendo altri adolescenti della città di Sulmona. La ragazzina, spaventata dalla possibile diffusione pubblica delle immagini, ha raccontato tutto ai genitori. E ora gli investigatori dovranno cercare di ricostruire il percorso digitale di quei file nelle chat, nelle gallerie multimediali, negli archivi cloud e sui supporti di memoria, nel tentativo di stabilire quante persone abbiano ricevuto i contenuti e se ci siano altri responsabili della loro diffusione. Sono stati già richiesti i tabulati telefonici e gli accessi ai gestori di messaggistica per verificare date, orari e movimenti del materiale digitale.
La vittima, nella sua denuncia, avrebbe indicato più episodi di presunti abusi che sarebbero avvenuti tra la primavera e l’inizio dell’estate. Le dichiarazioni della dodicenne verranno ora sottoposte a un’audizione protetta, alla presenza di uno psicologo e di consulenti, come previsto dalla normativa per le vittime minorenni. Anche l’indagato minorenne verrà ascoltato in forma protetta. Al momento nei confronti dei due giovani non sono state applicate misure cautelari. I due fascicoli, spiega chi indaga, sono separati ma collegati: ed entrambi, per ora, contengono gli stessi capi d’imputazione provvisori. Particolare attenzione sarà riservata ai gruppi di messaggistica istantanea e ai social network sui quali il materiale potrebbe essere stato inoltrato. Ma, fanno sapere gli inquirenti, non risultano al momento tracce di video e foto in rete su piattaforme pubbliche. Sarà l’analisi dei dispositivi sequestrati a chiarire se i file siano stati condivisi oltre la cerchia di conoscenze dirette. Gli investigatori intendono verificare se esistano chat di gruppo in cui le immagini siano state commentate, salvate o ulteriormente inoltrate. L’inchiesta, quindi, potrebbe estendersi anche a chiunque abbia ricevuto o inoltrato i contenuti. In questo caso potrebbero scattare ulteriori contestazioni per la diffusione non autorizzata di quel materiale. I servizi sociali del Comune sono stati attivati dagli inquirenti e avrebbero già predisposto percorsi di sostegno psicologico per la vittima e per la sua famiglia. Il fascicolo è in continua integrazione e chi indaga lo rappresenta come un lavoro «delicato». Nei prossimi giorni i carabinieri trasmetteranno un’informativa aggiornata alle due Procure competenti. Mentre i due indagati, stando alle notizie diffuse dalle agenzie di stampa, per il tramite dei loro avvocati respingono ogni accusa e attendono una convocazione per essere ascoltati.
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