La sottoscrizione della Verità in sostegno al al vicebrigadiere Emanuele Marroccella sta andando al di là delle più rosee aspettative. Ieri sera, grazie al sostegno dei nostri lettori e di quanti, in generale, hanno a cuore le forze dell’ordine, il totale delle donazioni è arrivato a quota 326.000 euro. Una cifra largamente superiore alla provvisionale di 125.000 euro che il carabiniere dovrà pagare a figli, moglie, fratelli del siriano Jamal Badawi, cui, tra l’altro, era stata tolta la patria potestà. Come ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro, la cifra in eccedenza sarà utilizzata per altre situazioni analoghe. Chi ancora non l’avesse fatto ha quindi la possibilità di effettuare la sua donazione fino a sabato, giorno in cui la sottoscrizione verrà chiusa.
Una tale mobilitazione deve comunque aver dato fastidio a qualcuno. Ieri, infatti, l’avvocato Michele Vincelli legale di parte civile di Badawi, ha rilasciato dichiarazioni in netto contrasto con le perizie depositate durante il processo. Ha infatti accusato infatti il militare di «aver sparato alle spalle». Il carabiniere, la notte del 20 settembre 2020, nel corso di un intervento per sventare un furto, aveva visto il delinquente aggredire e ferire il collega Lorenzo Grasso con un’arma contundente e, per bloccare il malvivente, aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti. Marroccella è stato condannato per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi e deve appunto pagare subito una provvisionale di 125.000 euro.
«In merito alle false notizie che stanno circolando da giorni, in merito all’episodio che ha provocato la morte violenta di Badawi Jamal, ad opera di un carabiniere, il difensore di parte civile tiene a precisare che il militare non doveva salvare alcun collega e ha sparato a Badawi mentre questi era in fuga di spalle, non costituiva alcun pericolo, l’altro carabiniere era anch’esso in piedi e con la pistola in pugno e, soprattutto, al momento degli spari, non vi era in corso alcuna colluttazione tra i due», ha dichiarato in una nota l’avvocato Vincelli.
Un’affermazione già fatta in precedenza ma che non corrisponde al vero. I legali del carabiniere, che prima avevano pensato di non intervenire, ora lo fanno attraverso La Verità. «Non voltiamo le spalle né agli atti processuali né al dispositivo della sentenza. Non volteremo le spalle nemmeno alla motivazione che verrà depositata dal giudice, che rispetteremo ma che impugneremo davanti alla Corte d’appello. Proprio perché non voltiamo le spalle agli atti processuali, riteniamo comunque doveroso precisare quanto emerso nel corso del processo e precisamente che il Badawi, come rilevato nelle consulenze medico legali depositate nel corso dell’istruttoria dibattimentale, è stato colpito sulla linea ascellare anteriore. Riteniamo anatomicamente e giuridicamente improprio parlare e tantomeno scrivere di colpo sparato alle spalle», chiariscono gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo. La Verità, raccontando questo tragico episodio, aveva riportato stralci delle perizie del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) che documentavano le conclusioni delle indagini, dei rilievi effettuati. «Entrambi i colpi sparati erano rivolti con traiettoria verso il basso», si dichiarava. Nonostante la concitazione del momento il carabiniere puntava alle gambe del siriano, voleva solo bloccarlo. «La topografia della ferita d’ingresso a carico del cadavere di Jamal Badawi conferma che […] il vivo di volata dell’arma del vicebrigadiere si sia trovato in posizione perpendicolare rispetto al piano passante per la regione laterale emitoracica destra del Badawi. In altri termini, perché quella lesione si sia potuta produrre […] l’unica possibilità è che il vivo di volata dell’arma fosse pressoché perpendicolare rispetto al piano cutaneo attinto, ossia la regione emitoracica destra», scrive nella relazione di consulenza tecnica medico legale di parte il professor Giulio Di Mizio.
Il siriano, caduto dopo aver colpito il vice brigadiere Grasso, si era rialzato con agilità (lo mostrano le telecamere) continuando a muoversi quasi piegato per saltare il cancello del recinto e scappare, senza abbandonare la presa del cacciavite in suo possesso e purtroppo il proiettile l’aveva raggiunto sulla linea ascellare anteriore. Nessuno sparo alle spalle e nemmeno ad altezza uomo: se fosse stato in posizione eretta le telecamere l’avrebbero inquadrato. Badawi scappava perché sapeva di avere già quattro fogli di espulsione e quasi sicuramente non si sarebbe fermato davanti alla pattuglia accorsa all’esterno. Quanto a dire che l’altro carabiniere sarebbe stato «anch’esso in piedi e con la pistola in pugno», e all’affermazione che il siriano «non costituiva alcun pericolo», sempre la perizia smentisce il legale di parte civile. Dopo che i due vicebrigadieri avevano intimato «Alt, carabinieri», il siriano aveva aggredito e ferito Grasso, il quale temeva di essere stato accoltellato. In realtà l’arma usata poi risultò essere un grosso cacciavite. Di fatto, prosegue la perizia del professor Di Mizio, il carabiniere «dopo aver flesso il busto in avanti, e quindi essersi accasciato al suolo», aveva lanciato l’urlo di allarme al collega. Non era in piedi con pistola in mano, era a terra ferito e fu portato al pronto soccorso. Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», Marroccella aveva «sparato dall’alto verso il basso» e l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi».






