2019-08-12
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
La piccola Trevallion ricoverata da domenica scorsa per problemi respiratori. Ma Catherine è stata informata dagli addetti della casa-famiglia a distanza di un giorno. Genitori sempre monitorati durante le visite. La Lega: «Valutiamo azioni legali».
«La bimba sta male». La telefonata, che doveva raggiungere prima di chiunque altro la mamma della piccola Trevallion, una dei tre bambini della «casa nel bosco», è arrivata a destinazione nientemeno che il giorno successivo, molte ore dopo che lo Stato si era già attivato per occuparsi della bambina, ricoverata in ospedale da domenica scorsa.
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Le norme istitutive sancivano la garanzia di approvvigionamento. Ma in 30 anni l’Ue ha ottenuto solo un balzo dei prezzi del 35%.
L’allarme per la crisi energetica non accenna a diminuire. Lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato e i prezzi di gasolio e benzina sono elevati, mentre i governi cercano di evitare il contagio inflazionistico abbassando le tasse sull’energia
Nel frattempo, dall’Ue non è arrivato granché, se non una serie di raccomandazioni e di impegni a «coordinare» stoccaggi e informazioni, con l’esortazione a investire in fonti rinnovabili. Di concreto si è visto solo il METSAF (Middle East crisis Temporary State Aid Framework), ovvero il quadro temporaneo di sospensione del divieto di aiuti di Stato in seguito alla crisi di Hormuz. Mentre nel caso della crisi energetica del 2021-2022 l’Ue è stata direttamente parte in causa del vertiginoso aumento dei prezzi del gas, in questo caso Bruxelles non è direttamente coinvolta nello scontro tra Usa e Iran.
Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che ancora una volta l’Europa si trova disarmata davanti ad uno shock esterno che colpisce il suo settore più strategico, quello dell’energia. La prima grande direttiva sulla liberalizzazione del mercato elettrico europeo è la 96/92/CE del 1996, a seguire le altre su gas e fonti rinnovabili. Evidentemente, non sono bastati 30 anni di direttive, raccomandazioni, regolamenti, programmi, piani, strategie, relazioni, comunicazioni e atti della più varia natura per mettere un punto fermo.
L’Europa dell’energia è ancora un cantiere di cui non si vede la fine e di cui si è persa la ragione d’essere. Diamo qualche numero. Nel 1995, un consumatore domestico nell’Ue pagava in media circa 13 centesimi di euro per kWh, che corrispondono a poco più di 21 centesimi a prezzi attuali, secondo le serie storiche di Eurostat contenute nel volume «Electricity prices» 1990-2003. Si tratta del prezzo al consumatore finale, tasse e trasporto inclusi. Nel 2025, sempre secondo Eurostat, la media europea si colloca attorno a 28,7 centesimi per kWh. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, significa un aumento compreso tra il 30% e il 40%. Il dato si conferma nei principali Paesi europei. In Germania si passa da circa 28 centesimi del 1995 a prezzi 2025 di quasi 39 centesimi, con un incremento vicino al 40%. In Francia si va da circa 18 centesimi nel 1995 a 24 centesimi del 2025, pari a un aumento nell’ordine del 30%. L’eccezione è l’Italia, dove nel 1995 il prezzo, riportato a valori odierni, era già attorno a 33 centesimi per kWh e oggi si colloca poco sopra 31 centesimi, risultando sostanzialmente stabile. Non si può dire che l’Unione europea abbia fatto bene ai prezzi dell’energia elettrica, dunque, né che il passaggio dai vari monopoli nazionali al «mercato» abbia dato frutti degni di questo nome. Ci risparmiamo qui i calcoli sul prezzo del gas.
I motivi di questo fallimento sono nella architettura stessa dell’Unione. L’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) è la base della politica energetica europea. Introdotto con il Trattato di Lisbona dal 2009, stabilisce che l’Unione deve perseguire quattro obiettivi: garantire il funzionamento del mercato dell’energia, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovere l’efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili, promuovere l’interconnessione delle reti. La differenza tra «garantire» e «promuovere» è piuttosto lampante, ma con il Green deal si sono ribaltate le priorità. Lo sviluppo delle rinnovabili è diventata priorità, a scapito della sicurezza degli approvvigionamenti. La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 ha esposto l’Europa intera a una dipendenza eccessiva dal gas russo, mettendo a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, come infatti è successo. Ma, in seguito, la corsa a distaccarsi in tutta fretta dalle forniture di gas dalla Russia mentre l’Europa ne era ancora pienamente dipendente rappresenta a sua volta un vulnus alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Quanto al funzionamento del mercato dell’energia elettrica, siamo oggi al paradosso di vedere prezzi negativi dell’energia, che segnalano un dannoso eccesso di offerta, mentre in altri paesi i prezzi superano costantemente la media annuale di 100 €/MWh. Si è assistito a un clamoroso blackout in Spagna, dovuto al mancato adeguamento delle reti in seguito all’assalto degli impianti fotovoltaici, mentre la Germania ha spento le sue centrali nucleari provocando un aumento dei prezzi in tutta Europa. La Francia ha nazionalizzato di nuovo EdF e nessuno a Bruxelles ha alzato un sopracciglio. L’Ue impone il Green, che richiede ingenti sussidi pubblici, mentre dall’altra parte prescrive vincoli di bilancio che costringono i governi a scelte dolorose.
Tutta compresa nel suo ruolo di punta di lancia del green, l’Ue non si è mai preoccupata di avere una strategia su greggio e combustibili derivati, come se tutto riguardasse solo l’energia elettrica e il gas e non l’energia primaria, cioè tutta l’energia che viene utilizzata da famiglie e imprese. L’Ue non ha una idea di quante riserve di carburanti abbia a disposizione, per dirne una.
Anche il progetto di elettrificazione dei consumi energetici rappresenta una minaccia per la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo perché estremamente costosa, non solo perché stravolge i mercati elettrici, e non solo perché se il sistema elettrico cade non ci sono alternative. Ma anche perché si fonda sulla dipendenza tecnologica pressoché totale dalla Cina. In questo bailamme, famiglie e imprese sono vittima dei prezzi alti, l’economia europea frena e la recessione è alle porte. Se agli apprendisti stregoni di Bruxelles è stata lasciata mano libera troppo a lungo, occorre prenderne atto. Tocca ai governi, che rispondono ai cittadini, farsi carico delle scelte e prendere le decisioni utili a rimetterci in carreggiata, prima che sia troppo tardi.
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Giancarlo Giorgetti e Valdis Dombrovskis (Ansa)
Muro di Dombrovskis al pressing di Giorgetti: «Usare flessibilità già prevista». Eppure l’allarme sulle forniture arriva anche dal commissario all’Energia. Lagarde intanto avvisa: inflazione su dello 0,2% con Ets2 nel 2028.
Anche se in ritardo, la Commissione europea ora riconosce che la guerra nel Golfo, con il blocco dello stretto di Hormuz, sta portando il Vecchio Continente verso una crisi senza precedente, in una spirale di recessione e inflazione.
Eppure nonostante la consapevolezza della gravità della congiuntura, Bruxelles rimane sorda alle richieste di maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio.
Le parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al vertice dell’Eurogruppo di lunedì sono cadute nel vuoto. Di concedere l’attivazione della clausola di salvaguardia a tutti gli Stati membri non se ne parla, come pure di utilizzare i fondi per la difesa a copertura delle maggiori spese energetiche. Seppur grave, per la Commissione non c’è ancora una situazione di emergenza tale da richiedere interventi straordinari.
Una posizione che stride con i messaggi di allarme che pure continuano ad arrivare dagli stessi rappresentanti delle istituzioni comunitarie. Ieri il commissario all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Dialogo energetico di alto livello Ue-Moldavia, ha fatto un sintetico bilancio di quanto i Paesi dell’Unione hanno già speso in più per i combustibili fossili senza ricevere alcun aumento delle forniture.
«Oltre 30 miliardi di euro in più». A cui ha aggiunto un’analisi impietosa: «Il mondo sta affrontando quella che è probabilmente la più grave crisi energetica di sempre che sta mettendo a dura prova la resilienza delle nostre economie, delle nostre società e delle nostre partnership».
Insomma, in ballo ci sono qualche miliardo di scostamento di bilancio contro i 30 miliardi di maggiori spese energetiche già pagati dai Paesi Ue.
Ma non è tutto. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, al termine dell’Ecofin è tornato a ribadire la linea della fermezza. Ha riferito che l’Eurogruppo ha discusso la proposta avanzata dal ministro Giancarlo Giorgetti di estendere all’energia la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per la difesa, e che «i ministri hanno espresso opinioni divergenti sulla necessità di una maggiore flessibilità fiscale. Attualmente, quindi, il nostro consiglio è di utilizzare la flessibilità già esistente, compreso l’uso degli stabilizzatori automatici». La strategia resta «wait and see», aspettare e guardare gli eventi. Anche se l’Europa intanto affonda.
«Come Commissione, continuiamo a monitorare attentamente la situazione e siamo pronti a reagire qualora la situazione lo richieda», ha aggiunto. «Di fronte a uno shock dell’offerta, se ci sono misure ampie in molti Stati membri e altri Paesi a sostegno dei consumi, smorzando il segnale dei prezzi, ciò potrebbe finire per fare aumentare i prezzi dell’energia con costi fiscali elevati e con benefici molto limitati per le famiglie e le imprese che avrebbero dovuto aiutare».
Intanto, consapevole della grave crisi economica, il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, cerca di strappare qualche concessione agli Stati Uniti sul fronte dei dazi. Nell’incontro di ieri, di quasi due ore a Parigi con il Rappresentante degli Usa al Commercio, Jamieson Greer, il commissario ha chiesto «un rapido ritorno ai termini concordati a Turnberry, ovvero un’aliquota tariffaria onnicomprensiva del 15%, con le deroghe concordate per l’Ue».
Ad aggravare la situazione ci sono le misure della transizione ecologica, che, a quanto pare, nessuno vuole mettere in discussione. Ecco quello che ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo a una conferenza a Francoforte sul rapporto fra clima, natura e politica monetaria. «L’introduzione dell’Ets2, che estende per la prima volta il prezzo del carbonio nell’Ue agli edifici e al trasporto su strada, aggiungerà 0,2 punti percentuali all’inflazione nel 2028.
Lagarde ha fatto questa analisi: «L’anno scorso le emissioni globali di carbonio da combustibili fossili hanno raggiunto un livello record. E, sebbene in passato i governi abbiano mostrato una determinazione comune a Parigi, oggi assistiamo a passi indietro in alcune giurisdizioni». Lagarde ha ricordato che c’è stato un acceso dibattito in Europa «sul fatto che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile nell’attuale contesto geopolitico volatile, aumentando i costi dell’energia. Ma lo status quo è chiaramente insostenibile. L’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi tutta da combustibili fossili, e l’aumento dei prezzi è un promemoria del costo di questa dipendenza. Le fonti alternative di energia offrono il percorso più chiaro per minimizzare i compromessi tra gli obiettivi della politica energetica europea di sostenibilità e accessibilità».
Quindi lo scenario è questo: no flessibilità e avanti tutta con le fonti energetiche alternative. Una linea che preoccupa il mondo dell’industria. «Bene Giorgetti. Oggi l’energia è un problema enorme per il nostro Paese» ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, riferendosi alla richiesta di deroghe al Patto di stabilità.
«Nessun Paese può essere lasciato indietro. Oggi l’Italia ha un prezzo di energia più alto di altri Paesi e quanto detto dal ministro è giustissimo per dare la capacità all’Italia di allinearsi. Sarebbe molto miope pensare che alcuni Paesi ce la possano fare e altri no». Il ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, ha usato toni meno soft. «È sorda e inutile un’Europa che ci dice puoi spendere più soldi per le armi, ma non per aiutare gli italiani a pagare le bollette e a fare benzina. Un’Europa così non ci serve».
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(Getty Images)
Ieri neanche un rigo sugli spari fuori dalla Casa Bianca. Ma grandi retroscena sullo zar.
Sui giornaloni, nei talk show frequentati dalla sinistra di lotta e tacco dodici come Silvia Salis, che snobba il vecchio scarpone degli alpini e calza solo Manolo Blahnik, ci sono due manifestazioni del male assoluto: Donald Trump e Vladimir Putin. Ma il primo è assai più pernicioso dell’altro.
Per misurarlo è sufficiente osservare quanto ci si preoccupi della sopravvivenza di ciascuno di loro. Le pallottole dirette a Donald Trump non fanno rumore, anzi a dire il vero lui l’attentato se lo crea; le inesistenti (o comunque non provate) minacce di colpo di Stato contro Vladimir Putin valgono la massima allerta.
A parole la nostra sinistra odia l’uno quanto l’altro. Perché in fin dei conti Donald Trump, votato da 80 milioni di americani, è un autocrate come quello del Cremlino. E tuttavia si coglie una sfumatura: Trump che se la piglia con l’Europa - si vedano Ernesto Galli della Loggia e Paolo Gentiloni tra i tanti - è un nemico, Putin è pure un nemico, ma in maniera diversa. Lunedì nel tardo pomeriggio, a Washington, un uomo ha aperto il fuoco a poca distanza dalla Casa Bianca, dove Donald Trump stava tenendo un discorso. Nella residenza presidenziale è scattato il lockdown e tutta la zona fino a Washington Monument è stata presidiata dal Secret service, che ha colpito l’assalitore dopo che era riuscito a ferire un ragazzo. Di questo episodio non c’è traccia sui giornali di ieri. Si dirà: ma era tardi e non valeva la pena «ribattere» (aggiornare le pagine) per una notizia così, né infilarla in un telegiornale. Il retropensiero, invece, è lo stesso che è scattato dopo la sparatoria dell’Hilton Hotel il 25 aprile scorso, durante la cena di Trump con i corrispondenti esteri. Molti scrissero: il presidente americano se l’è cercata. In quell’occasione, i vertici della Casa Bianca erano i bersagli di Cole Tomas Allen, ingegnere trentunenne della California tifoso della democrat Kamala Harris, ma in Italia si è cominciato a dubitare. La sicurezza era troppa blanda e, per dirla col metodo Ranucci, una fonte - riferiva il Fatto Quotidiano - «di cui si sta cercando ancora conferma ha raccontato che per entrare all’Hilton bastava mostrare un biglietto». E magari Trump si era messo d’accordo anche con lo sparatore di Butler in campagna elettorale due anni fa. Memorabile il commento dell’Oliver Hardy de noantri, al secolo Alan Friedman, che su La Stampa il 26 aprile scriveva: «Oggi, nell’America di Trump, il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita. Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata». Gli faceva eco su Repubblica Gabriele Romagnoli che, citando i presidenti Usa ammazzati - Kennedy, Roosevelt, Lincoln -, notava: «In generale il bersaglio è una cucitura, l’attentatore uno strappo. Da Mar-a-Lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui è l’agente del caos, il provocatore quotidiano, l’estremista». E per non essere da meno Augusto Minzolini su X sentenziava: «Chi divide, usa un linguaggio violento, preferisce l’autoritarismo alla democrazia, apre conflitti senza sapere come chiuderli finisce per seminare vento e raccogliere tempesta».
Un ritratto di Vladimir Putin? No, si parla di Donald Trump, uno che se l’è cercata. Al contempo, vengono invece date per certe le voci su presunte minacce a Putin di cui fino adesso non c’è stata evidenza alcuna. Tutti i giornali à la page e le televisioni a reti unificate ieri raccontavano che è chiuso in un bunker perché teme un colpo di Stato e un attentato. Repubblica ieri in prima pagina aveva questo titolo: «Bunker e controlli. Putin in paranoia teme un golpe dall’ex Shoigu». Enrico Franceschini - che scrive da Londra e sa tutto, o forse ha solo letto il Financial Times che, con dovizia di particolari, narra l’angoscia di Putin, trasformatosi da dittatore in talpa - racconta che «ormai non dorme più nelle dacie presidenziali di Mosca e del Valdai, passa la maggior parte del tempo nei bunker sotterranei». A farlo fuori dovrebbe pensarci il segretario del consiglio di sicurezza Sergei Shoigu. I solitamente bene orientati spiegano che il 9 maggio la parata può essere rovinata dalle bombe di Zelensky. Sul Foglio raccontano che da giorno dell’orgoglio si è passati oggi al giorno della preoccupazione russa. La colpa? Di Vladimir Putin, che non teme un colpo di Stato bensì un drone ucraino che lo faccia secco mentre assiste alla parata. E allora come la Flotilla: tutti sotto coperta. È un coro: il bunker, il golpe, la parata blindata. L’obiettivo? Probabilmente destabilizzare. Ma forse un po’ ci sperano.
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