2019-08-12
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2026-04-12
Elezioni Ungheria, se Orbán perde è una sberla a Trump ma di sicuro non è la rivincita dell’Ue
Viktor Orbán e sua moglie Aniko Levai votano alle elezioni generali a Budapest (Ansa)
Benché si venda come europeista, lo sfidante del leader ungherese è uomo di destra, attento ai confini e poco favorevole all’ingresso di Kiev nell’Unione. E se la spuntasse, cadrebbe il mito del pericolo di ingerenze russe.
Messaggi su Telegram a favore di Viktor Orbán manovrati dal Cremlino. Una ricerca di Vox Harbor, società di analisi dati, ha rivelato che i post affiliati alla Russia rappresentano una quota significativa dei contenuti filo-Orbán, diffusi tramite Telegram dopo averli tradotti e adattati al pubblico ungherese.
Molte narrazioni rispecchiano le tesi dello stesso primo ministro, ovvero che l’Unione europea vuole minare la sovranità dell’Ungheria, che i leader filo-europei di Kiev stanno complottando contro Orbán, che si cerchi di trascinare l’Ungheria nella guerra tra Ucraina e Russia e che si tenterà di manipolare il risultato elettorale per negargli la vittoria. Obiettivo, dunque, diffondere timore su quello che accadrà se sarà eletto Péter Magyar di Tisza, il principale rivale del premier.
Il Financial Times e il Washington Post avevano già riportato che la Russia avrebbe aiutato il partito di Orbán a vincere le elezioni, promuovendone l’immagine sui social media come «leader forte con amici in tutto il mondo», e screditando il principale rivale, Magyar, fatto passare come un «pupazzo dell’Ue».
Secondo il sito investigativo indipendente russo Agentstvo, quasi la metà del personale dell’ambasciata russa in Ungheria potrebbe avere legami con i servizi segreti. Quindici dipendenti dell’ambasciata hanno confermato di avere contatti con i servizi segreti e altri sei sono sospettati di averne. Il governo di Orbán e Mosca hanno sempre smentito qualsiasi interferenza russa. E Bruxelles ha negato interferenze nella politica ungherese. Di certo, se vince Magyar sarà la dimostrazione che la pressione di Putin non è così influente.
Ieri a Budapest si è svolto l’ultimo comizio del premier uscente. «Stringiamo la mano a un milione di ungheresi e diciamo loro che domani (oggi per chi legge, ndr) ci sono le elezioni, che l’Ungheria ha bisogno di pace e sicurezza, che Fidesz è la scelta sicura», aveva invitato a fare dalle prime ore del mattino. «Se ti fai degli amici, avrai qualcuno su cui contare in caso di problemi. Buone notizie», scriveva sabato il primo ministro sulla sua pagina social, riferendosi al fatto che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un post pubblicato sulla piattaforma Truth, aveva assicurato a Orbán e al popolo ungherese il suo sostegno.
Magyar ha girato tutto il Paese, senza concedersi una tregua, ma la capitale l’ha lasciata all’ex alleato, al leader che oggi cercherà di sconfiggere. Nei suoi ultimi video, il quarantacinquenne avvocato si è rivolto a coloro che potrebbero essere bersaglio di «ricatti e pressioni da parte di Fidesz», esortandoli a pensare al proprio futuro e a quello dei loro figli. «Anche voi siete cittadini ungheresi liberi, il vostro voto vale esattamente quanto il mio o quello di chiunque altro. Fidesz perderà le elezioni di domenica e non dovrete più temerli», è stato il suo messaggio conclusivo.
Una sua affermazione alle urne sarebbe uno smacco per Trump ma non è affatto certo che rappresenti una vittoria dell’Unione europea. Magyar è stato il leader dell’opposizione a Orbán però rimane sempre uomo di destra. Si descrive come un liberale e un europeista, eppure è ben determinato a non cedere su sovranità nazionale e controllo dei confini, quindi non sarà molto compiacente verso Bruxelles. In campagna elettorale ha preferito concentrarsi su temi dell’economia e della corruzione nel suo Paese. Quanto al conflitto russo-ucraino, Magyar ha più volte espresso posizioni non dissimili dal premier uscente, schierandosi contro all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue e a nuovi miliardi a Kiev.
Ha fatto della lotta alla corruzione, del ripristino dello Stato di diritto gli argomenti principali del programma Tisza. Di frodi, provocazioni o eventi che potrebbero influenzare il voto, di video che riprendono presunti pagamenti e distribuzioni di pacchi di viveri se ne è continuato a parlare fino alle ultime battute di questa campagna elettorale.
Tra i veleni dell’ultima ora, sparsi sui social, non è passato certo inosservato il post dell'ex moglie di Péter Magyar e già ministro della Giustizia, Judit Varga. Non ha dichiarato che voterà per Fidesz, ma l’ha fatto capire chiaramente: «Io voto per la pace, non per la guerra. Per la pace, non per il caos. Per il vero amore, non per la manipolazione. A coloro che costruiscono la nazione, non ai distruttori e a coloro che incitano gli ungheresi contro gli ungheresi. Alla resistenza silenziosa, non al tradimento sfacciato. Forza Ungheria!», ha scritto pubblicando una sua foto sorridente al bar.
Oggi l’Ungheria vota ma le polemiche non finiranno presto. Il portavoce del governo, Zoltán Kovács, ha condannato la scelta di Magyar di riunirsi la notte elettorale a piazza Batthyany, di fronte al Parlamento e a pochi minuti dalla residenza del premier. «Bastano pochi minuti a piedi per passare dall’osservare i risultati all’agire», ha avvertito, alludendo al rischio che, nel caso di esito sfavorevole per Tisza, «in un momento di tensione la reazione si trasformi in escalation».
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C’è il sole, c’è profumo di prati, c’è voglia di immergersi passeggiando nella natura. E allor,a per questa domenica pienamente primaverile, abbiamo pensato a una ricetta che prende a piene mani dall’orto e dai sapori della “rinascita”, ma non c’impegna troppo in cucina. La base è una ricetta vegetariana a cui noi abbiano aggiunto il fascino morbidissimo e succulento della burrata.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola di grano italiano, due carote di media grandezza, un mazzetto di asparagi, 80 ml di olio extravergine di oliva di prima qualità, due o tre cipollotti freschi, 4 burratine (totale 200 gr), facoltativi 50 gr di Grana Padano o Parmigiano Reggiano grattugiato, sale e pepe qb.
Procedimento – Mondate le carote e fatele a tocchetti, togliete agli asparagi la parte più dura facendoli poi a rondelle e tenendo da parte le punte, fate a fettine i cipollotti. Nel frattempo mettete a bollire abbondante acqua leggermente salata per cuocere la pasta. A seconda dei formati ci vorranno dai 9 ai 14 minuti, il tempo necessario a completare la ricetta. In una padella ampia (ci dovete saltare la pasta) scaldate circa tre quarti dell’olio extravergine di oliva e fate stufare i cipollotti, aggiungete le carote fatte a cubetti e fate cuocere per circa 6 minuti. Se vi serve allungate con un po’ di acqua di cottura della pasta. A questo punto aggiungete gli asparagi, ma non le punte e fate andare per circa 3 minuti. Ora aggiungete le punte che devono restare croccanti. Aggiustate di sale e pepe, scolate la pasta bene al dente e finite la cottura in padella saltando nel condimento primaverile. Al momento di servire sistemate un po’ di pasta su ogni piatto e ponete al centro una burratina che ogni commensale provvederà poi ad aprire amalgamandola alla pasta, passate un filo d’olio a crudo e se viva un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con le burratine e il giro d’olio extravergine.
Abbinamento – Noi proponiamo un bianco frizzante: Pignoletto dei Colli Bolognesi. Ci sta bene qualsiasi spumante e vanno d’accordo col piatto anche i bianchi aromatici a esempio un Sauvignon del Collio.
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Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance saluta mentre sale a bordo dell'Air Force Two dopo i negoziati che si sono svolti a Islamabad (Getty Images)
Dopo oltre 20 ore di colloqui a Islamabad, nessun accordo tra Washington e Teheran. Vance accusa: manca un impegno sul nucleare. L’Iran respinge le richieste Usa ma non chiude alla diplomazia. Resta il nodo dello Stretto di Hormuz, mentre cresce la tensione nella regione.
Dopo oltre venti ore di colloqui a Islamabad, il negoziato tra Stati Uniti e Iran si chiude senza un accordo. La sesta settimana di guerra, iniziata il 28 febbraio con l’offensiva congiunta di Washington e Israele, si apre così con uno stallo diplomatico che conferma quanto la distanza tra le parti resti profonda, nonostante i tentativi di mediazione del Pakistan.
A certificare il fallimento è il vicepresidente americano J.D. Vance, che lascia il Paese con toni netti: «Non abbiamo raggiunto un accordo» e, soprattutto, «non c’è un impegno esplicito da parte dell’Iran a non sviluppare armi nucleari». È questo, nelle parole dell’amministrazione statunitense, il nodo centrale. Washington chiede una garanzia chiara e duratura sul programma atomico iraniano, ritenuto il punto non negoziabile dell’intera trattativa. «Devono capire che questa è la nostra offerta finale», aggiunge Vance, lasciando intendere margini ridotti per ulteriori concessioni. Da Teheran la lettura è opposta. La televisione di Stato parla di «richieste irragionevoli», mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei riconosce che un’intesa su alcuni punti è stata trovata, ma conferma divergenze su «due o tre questioni importanti», senza entrare nei dettagli. Il clima, segnato da quaranta giorni di conflitto, resta quello della diffidenza reciproca. «Nessuno si aspettava di raggiungere un accordo in un solo incontro», sottolinea Baghaei, lasciando però aperta la porta a un possibile proseguimento del dialogo: «La via della diplomazia non è chiusa».
Tra i dossier più sensibili rimane quello dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico globale e leva geopolitica nelle mani di Teheran. Una fonte della sicurezza iraniana chiarisce che la situazione non cambierà finché non verrà definito un quadro condiviso con gli Stati Uniti. Nelle stesse ore, segnali di tensione arrivano proprio dal mare: due superpetroliere dirette verso il Golfo Persico hanno invertito la rotta all’avvicinarsi alle acque controllate dall’Iran, mentre i Pasdaran ribadiscono che qualsiasi tentativo di attraversamento da parte di navi militari sarà contrastato. Il fallimento dei colloqui riapre anche il fronte delle opzioni sul tavolo di Washington. Donald Trump, intervenuto indirettamente rilanciando un’analisi sulla sua piattaforma, lascia intravedere la possibilità di un blocco navale contro l’Iran, sul modello di quanto già fatto in Venezuela. Un’ipotesi che, se confermata, segnerebbe un ulteriore salto di tensione in un’area già altamente instabile.
Nel frattempo, il conflitto continua a produrre effetti su scala regionale. Nuovi raid israeliani nel sud del Libano hanno causato almeno undici morti, mentre il bilancio complessivo delle vittime nel Paese, secondo le autorità locali, supera le duemila unità dall’inizio di marzo. Sul fronte iraniano, Teheran denuncia migliaia di feriti, tra cui oltre duemila minori, nei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele. In questo quadro, il Pakistan prova a mantenere aperto un canale di comunicazione. Il ministro degli Esteri Ishaq Dar invita entrambe le parti a rispettare il cessate il fuoco e ribadisce la disponibilità di Islamabad a proseguire il ruolo di mediatore. Ma, al di là delle dichiarazioni, il negoziato si è fermato su questioni strutturali: il nucleare, la sicurezza marittima, il rapporto di forza nella regione.
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