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2019-04-18
Quei profeti del calcio giovani e incoscienti. L’Ajax divulga il verbo del match perfetto
Ansa
Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all'evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un'inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un'ossessione. C'è già chi vaticina la fine di un'epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare - quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web - ma di calcio e dell'Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un'appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.
L'evidenza maggiore dell'altra sera è un'abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull'estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall'altra un gioiello tecnico e tattico con un'idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d'attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.
Torna alla mente l'Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l'Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del Paese ospitante, fino all'ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens.
Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l'Argentina, anch'essa paese ospitante, a togliere all'Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell'italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell'Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E lo saranno ancora prossimamente, con il Manchester City di Pep. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d'imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l'Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona - a proposito - e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.
Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L'Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c'è stata astuzia nell'Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l'ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un'intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l'editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport.
Il naufragio della Juventus è anche economico. Persi 400 milioni in una sera
Mai finita così in fretta, mai finita così male. La stagione della corazzata del calcio italiano si conclude fra le malinconie di aprile, sabato sera allo Stadium contro la Fiorentina. A meno di terremoti sportivi sarà festa per l'ottavo scudetto consecutivo, prezioso e scontato come l'arrivo dei primi temporali o la frase di Matteo Renzi: «Noi eravamo più bravi». Una bicchierata e via, al di là delle celebrazioni televisive e della statistica, perché il cuore e la mente sono rimasti lì, al 67' di una sera da cani, mentre Matthijs de Ligt colpiva di testa fra due bianconeri imbambolati (Daniele Rugani e Alex Sandro) il pallone della vita o almeno quello della Champions. Fine delle trasmissioni perché, andata anche la Tim Cup, la Juventus prova la vissuta sensazione delle rivali milanesi negli anni bui: tirare a campare fino alle ferie.
Non se l'aspettava nessuno, men che meno Cristiano Ronaldo che era arrivato in elicottero a luglio per vincere la coppa dalle grandi orecchie e ieri mattina faceva shopping in centro a Torino a bordo della lussuosa Rolls Royce. Per lui, evidentemente senza parole dopo la batosta, ha parlato mamma Dolores: «È triste, mi ha detto che non può fare miracoli. Sarà per la prossima volta, la vita continua». A 34 anni e dopo essere entrato almeno in semifinale negli ultimi 11, si può anche farsene una ragione. Non se l'aspettava il presidente Andrea Agnelli, che aveva finanziato la macchina perfetta per conquistare l'Europa con un investimento di 350 milioni (ingaggi compresi) per mettere a disposizione dell'allenatore CR7, Joao Cancelo ed Emre Can e adesso si trova a dover ribadire che «la stagione è stata buona, siamo quinti nel ranking Uefa, siamo usciti a testa alta».
Per la verità, in fondo alla lezione di calcio impartita dall'Ajax nel secondo tempo (poteva finire 2-5) le orecchie strisciavano come quelle dei bassethound. A forza di uscire a testa alta, qualcuno ha sibilato che nel logo al posto della zebra potrebbe esserci una giraffa. Sta di fatto che il presidente è rimasto pietrificato esattamente come la Borsa, che ieri mattina ha subito sentenziato -25% sul titolo, sospeso per eccesso di ribasso per poi rientrare con numeri meno disastrosi. La notte infernale è costata 45 milioni in titoli bruciati e in mancati guadagni, che vanno ad aggiungersi agli investimenti per ora infruttuosi, per un totale stimato da Bloomberg in 400 milioni di euro. L'unico juventino ad azzeccare un pronostico nell'ultimo mese è stato il direttore finanziario Marco Re quando ha annunciato che il primo bilancio dell'era CR7 sarà in rosso.
La frenata è stata violenta, la parola più immediata di fronte ai numeri e ai volti dei tifosi è fallimento. Ma la Juventus ha mezzi, solidità, potere per ripartire subito. Ora bisognerà capire se ha anche un allenatore. Nell'immediato, Agnelli ha compiuto un gesto saggio e ha confermato Max Allegri. Ma oggi nessuno a Torino, tranne lui, è convinto che il tecnico sia l'uomo ideale per affrontare una ristrutturazione nei giocatori (la difesa dei senatori ha un'età media di 32 anni e Rugani è inaffidabile, Paulo Dybala uno straccio, Miralem Pjanic invecchiato, Federico Bernardeschi una riserva di lusso) e soprattutto nel gioco. Perché a perdere contro gli olandesi volanti, a farsi schiacciare ad Amsterdam e a farsi annichilire allo Stadium è stato innanzitutto l'allenatore.
A forza di ripetere «l'unica cosa che conta è vincere», Allegri si è avvitato su se stesso e si è dimenticato di dare un minimo di gioco alla squadra. Niente di scientifico, solo quel salvagente al quale ti aggrappi quando gli avversari sembrano 13 e tu sei in riserva. In Italia non succede mai, qui la Juventus passeggia a meno che non schieri la Primavera, ma all'estero la musica cambia. Gli schemi non sono tutto ma servono anche a valorizzare i tuoi giocatori; è assurdo non averne studiato uno neppure per lanciare a rete Ronaldo, cercato solo con i cross neanche fosse un Maurito Icardi qualunque. Una filosofia tattica serve soprattutto se dall'altra parte hai una dozzina di ragazzini scatenati, che corrono a doppia velocità e giocano a memoria da quando andavano alle elementari.
Il vivaio, questo giardino segreto che l'Ajax coltiva da mezzo secolo, ha eliminato i Ronaldo boys. Uno smacco moltiplicato dalla considerazione che De Ligt, De Jong e Van de Beek sono costati meno dell'ingaggio di Mattia De Sciglio e oggi valgono 200 milioni in tre. Allegri ha tempo di riflettere per ripartire con le idee chiare e magari con un Dybala più coinvolto nel progetto. A sorpresa, nell'anno della possibile consacrazione, l'argentino è diventato impalpabile, soprammobile, riserva. Forse non c'è più neppure la voglia di ripartire con lui. Ma ripartire si deve, se non lo fa la Juventus non lo fa nessuno. Anche se la legnata è stata dura. E la maledizione del perfido «Fino al confine» si è rivelata più inossidabile del miglior giocatore del mondo.
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Dalla rivoluzione di Johan Cruijff al tiki taka, fino ai ragazzi terribili di Erik Ten Hag: la scuola olandese vive il suo ennesimo trionfo.Dopo l'uscita dalla coppa, il titolo bianconero lascia sul terreno della Borsa fino al 25%. Tante le incognite tecniche sul futuro: dalla conferma di Massimiliano Allegri all'investimento su Cr7.Lo speciale contiene due articoli.Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all'evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un'inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un'ossessione. C'è già chi vaticina la fine di un'epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare - quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web - ma di calcio e dell'Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un'appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.L'evidenza maggiore dell'altra sera è un'abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull'estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall'altra un gioiello tecnico e tattico con un'idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d'attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.Torna alla mente l'Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l'Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del Paese ospitante, fino all'ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens. Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l'Argentina, anch'essa paese ospitante, a togliere all'Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell'italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell'Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E lo saranno ancora prossimamente, con il Manchester City di Pep. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d'imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l'Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona - a proposito - e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L'Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c'è stata astuzia nell'Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l'ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un'intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l'editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quei-profeti-del-calcio-giovani-e-incoscienti-lajax-divulga-il-verbo-del-match-perfetto-2634912833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-naufragio-della-juventus-e-anche-economico-persi-400-milioni-in-una-sera" data-post-id="2634912833" data-published-at="1767739522" data-use-pagination="False"> Il naufragio della Juventus è anche economico. Persi 400 milioni in una sera Mai finita così in fretta, mai finita così male. La stagione della corazzata del calcio italiano si conclude fra le malinconie di aprile, sabato sera allo Stadium contro la Fiorentina. A meno di terremoti sportivi sarà festa per l'ottavo scudetto consecutivo, prezioso e scontato come l'arrivo dei primi temporali o la frase di Matteo Renzi: «Noi eravamo più bravi». Una bicchierata e via, al di là delle celebrazioni televisive e della statistica, perché il cuore e la mente sono rimasti lì, al 67' di una sera da cani, mentre Matthijs de Ligt colpiva di testa fra due bianconeri imbambolati (Daniele Rugani e Alex Sandro) il pallone della vita o almeno quello della Champions. Fine delle trasmissioni perché, andata anche la Tim Cup, la Juventus prova la vissuta sensazione delle rivali milanesi negli anni bui: tirare a campare fino alle ferie. Non se l'aspettava nessuno, men che meno Cristiano Ronaldo che era arrivato in elicottero a luglio per vincere la coppa dalle grandi orecchie e ieri mattina faceva shopping in centro a Torino a bordo della lussuosa Rolls Royce. Per lui, evidentemente senza parole dopo la batosta, ha parlato mamma Dolores: «È triste, mi ha detto che non può fare miracoli. Sarà per la prossima volta, la vita continua». A 34 anni e dopo essere entrato almeno in semifinale negli ultimi 11, si può anche farsene una ragione. Non se l'aspettava il presidente Andrea Agnelli, che aveva finanziato la macchina perfetta per conquistare l'Europa con un investimento di 350 milioni (ingaggi compresi) per mettere a disposizione dell'allenatore CR7, Joao Cancelo ed Emre Can e adesso si trova a dover ribadire che «la stagione è stata buona, siamo quinti nel ranking Uefa, siamo usciti a testa alta». Per la verità, in fondo alla lezione di calcio impartita dall'Ajax nel secondo tempo (poteva finire 2-5) le orecchie strisciavano come quelle dei bassethound. A forza di uscire a testa alta, qualcuno ha sibilato che nel logo al posto della zebra potrebbe esserci una giraffa. Sta di fatto che il presidente è rimasto pietrificato esattamente come la Borsa, che ieri mattina ha subito sentenziato -25% sul titolo, sospeso per eccesso di ribasso per poi rientrare con numeri meno disastrosi. La notte infernale è costata 45 milioni in titoli bruciati e in mancati guadagni, che vanno ad aggiungersi agli investimenti per ora infruttuosi, per un totale stimato da Bloomberg in 400 milioni di euro. L'unico juventino ad azzeccare un pronostico nell'ultimo mese è stato il direttore finanziario Marco Re quando ha annunciato che il primo bilancio dell'era CR7 sarà in rosso. La frenata è stata violenta, la parola più immediata di fronte ai numeri e ai volti dei tifosi è fallimento. Ma la Juventus ha mezzi, solidità, potere per ripartire subito. Ora bisognerà capire se ha anche un allenatore. Nell'immediato, Agnelli ha compiuto un gesto saggio e ha confermato Max Allegri. Ma oggi nessuno a Torino, tranne lui, è convinto che il tecnico sia l'uomo ideale per affrontare una ristrutturazione nei giocatori (la difesa dei senatori ha un'età media di 32 anni e Rugani è inaffidabile, Paulo Dybala uno straccio, Miralem Pjanic invecchiato, Federico Bernardeschi una riserva di lusso) e soprattutto nel gioco. Perché a perdere contro gli olandesi volanti, a farsi schiacciare ad Amsterdam e a farsi annichilire allo Stadium è stato innanzitutto l'allenatore. A forza di ripetere «l'unica cosa che conta è vincere», Allegri si è avvitato su se stesso e si è dimenticato di dare un minimo di gioco alla squadra. Niente di scientifico, solo quel salvagente al quale ti aggrappi quando gli avversari sembrano 13 e tu sei in riserva. In Italia non succede mai, qui la Juventus passeggia a meno che non schieri la Primavera, ma all'estero la musica cambia. Gli schemi non sono tutto ma servono anche a valorizzare i tuoi giocatori; è assurdo non averne studiato uno neppure per lanciare a rete Ronaldo, cercato solo con i cross neanche fosse un Maurito Icardi qualunque. Una filosofia tattica serve soprattutto se dall'altra parte hai una dozzina di ragazzini scatenati, che corrono a doppia velocità e giocano a memoria da quando andavano alle elementari. Il vivaio, questo giardino segreto che l'Ajax coltiva da mezzo secolo, ha eliminato i Ronaldo boys. Uno smacco moltiplicato dalla considerazione che De Ligt, De Jong e Van de Beek sono costati meno dell'ingaggio di Mattia De Sciglio e oggi valgono 200 milioni in tre. Allegri ha tempo di riflettere per ripartire con le idee chiare e magari con un Dybala più coinvolto nel progetto. A sorpresa, nell'anno della possibile consacrazione, l'argentino è diventato impalpabile, soprammobile, riserva. Forse non c'è più neppure la voglia di ripartire con lui. Ma ripartire si deve, se non lo fa la Juventus non lo fa nessuno. Anche se la legnata è stata dura. E la maledizione del perfido «Fino al confine» si è rivelata più inossidabile del miglior giocatore del mondo.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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