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2019-04-18
Quei profeti del calcio giovani e incoscienti. L’Ajax divulga il verbo del match perfetto
Ansa
Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all'evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un'inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un'ossessione. C'è già chi vaticina la fine di un'epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare - quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web - ma di calcio e dell'Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un'appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.
L'evidenza maggiore dell'altra sera è un'abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull'estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall'altra un gioiello tecnico e tattico con un'idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d'attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.
Torna alla mente l'Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l'Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del Paese ospitante, fino all'ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens.
Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l'Argentina, anch'essa paese ospitante, a togliere all'Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell'italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell'Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E lo saranno ancora prossimamente, con il Manchester City di Pep. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d'imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l'Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona - a proposito - e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.
Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L'Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c'è stata astuzia nell'Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l'ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un'intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l'editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport.
Il naufragio della Juventus è anche economico. Persi 400 milioni in una sera
Mai finita così in fretta, mai finita così male. La stagione della corazzata del calcio italiano si conclude fra le malinconie di aprile, sabato sera allo Stadium contro la Fiorentina. A meno di terremoti sportivi sarà festa per l'ottavo scudetto consecutivo, prezioso e scontato come l'arrivo dei primi temporali o la frase di Matteo Renzi: «Noi eravamo più bravi». Una bicchierata e via, al di là delle celebrazioni televisive e della statistica, perché il cuore e la mente sono rimasti lì, al 67' di una sera da cani, mentre Matthijs de Ligt colpiva di testa fra due bianconeri imbambolati (Daniele Rugani e Alex Sandro) il pallone della vita o almeno quello della Champions. Fine delle trasmissioni perché, andata anche la Tim Cup, la Juventus prova la vissuta sensazione delle rivali milanesi negli anni bui: tirare a campare fino alle ferie.
Non se l'aspettava nessuno, men che meno Cristiano Ronaldo che era arrivato in elicottero a luglio per vincere la coppa dalle grandi orecchie e ieri mattina faceva shopping in centro a Torino a bordo della lussuosa Rolls Royce. Per lui, evidentemente senza parole dopo la batosta, ha parlato mamma Dolores: «È triste, mi ha detto che non può fare miracoli. Sarà per la prossima volta, la vita continua». A 34 anni e dopo essere entrato almeno in semifinale negli ultimi 11, si può anche farsene una ragione. Non se l'aspettava il presidente Andrea Agnelli, che aveva finanziato la macchina perfetta per conquistare l'Europa con un investimento di 350 milioni (ingaggi compresi) per mettere a disposizione dell'allenatore CR7, Joao Cancelo ed Emre Can e adesso si trova a dover ribadire che «la stagione è stata buona, siamo quinti nel ranking Uefa, siamo usciti a testa alta».
Per la verità, in fondo alla lezione di calcio impartita dall'Ajax nel secondo tempo (poteva finire 2-5) le orecchie strisciavano come quelle dei bassethound. A forza di uscire a testa alta, qualcuno ha sibilato che nel logo al posto della zebra potrebbe esserci una giraffa. Sta di fatto che il presidente è rimasto pietrificato esattamente come la Borsa, che ieri mattina ha subito sentenziato -25% sul titolo, sospeso per eccesso di ribasso per poi rientrare con numeri meno disastrosi. La notte infernale è costata 45 milioni in titoli bruciati e in mancati guadagni, che vanno ad aggiungersi agli investimenti per ora infruttuosi, per un totale stimato da Bloomberg in 400 milioni di euro. L'unico juventino ad azzeccare un pronostico nell'ultimo mese è stato il direttore finanziario Marco Re quando ha annunciato che il primo bilancio dell'era CR7 sarà in rosso.
La frenata è stata violenta, la parola più immediata di fronte ai numeri e ai volti dei tifosi è fallimento. Ma la Juventus ha mezzi, solidità, potere per ripartire subito. Ora bisognerà capire se ha anche un allenatore. Nell'immediato, Agnelli ha compiuto un gesto saggio e ha confermato Max Allegri. Ma oggi nessuno a Torino, tranne lui, è convinto che il tecnico sia l'uomo ideale per affrontare una ristrutturazione nei giocatori (la difesa dei senatori ha un'età media di 32 anni e Rugani è inaffidabile, Paulo Dybala uno straccio, Miralem Pjanic invecchiato, Federico Bernardeschi una riserva di lusso) e soprattutto nel gioco. Perché a perdere contro gli olandesi volanti, a farsi schiacciare ad Amsterdam e a farsi annichilire allo Stadium è stato innanzitutto l'allenatore.
A forza di ripetere «l'unica cosa che conta è vincere», Allegri si è avvitato su se stesso e si è dimenticato di dare un minimo di gioco alla squadra. Niente di scientifico, solo quel salvagente al quale ti aggrappi quando gli avversari sembrano 13 e tu sei in riserva. In Italia non succede mai, qui la Juventus passeggia a meno che non schieri la Primavera, ma all'estero la musica cambia. Gli schemi non sono tutto ma servono anche a valorizzare i tuoi giocatori; è assurdo non averne studiato uno neppure per lanciare a rete Ronaldo, cercato solo con i cross neanche fosse un Maurito Icardi qualunque. Una filosofia tattica serve soprattutto se dall'altra parte hai una dozzina di ragazzini scatenati, che corrono a doppia velocità e giocano a memoria da quando andavano alle elementari.
Il vivaio, questo giardino segreto che l'Ajax coltiva da mezzo secolo, ha eliminato i Ronaldo boys. Uno smacco moltiplicato dalla considerazione che De Ligt, De Jong e Van de Beek sono costati meno dell'ingaggio di Mattia De Sciglio e oggi valgono 200 milioni in tre. Allegri ha tempo di riflettere per ripartire con le idee chiare e magari con un Dybala più coinvolto nel progetto. A sorpresa, nell'anno della possibile consacrazione, l'argentino è diventato impalpabile, soprammobile, riserva. Forse non c'è più neppure la voglia di ripartire con lui. Ma ripartire si deve, se non lo fa la Juventus non lo fa nessuno. Anche se la legnata è stata dura. E la maledizione del perfido «Fino al confine» si è rivelata più inossidabile del miglior giocatore del mondo.
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Dalla rivoluzione di Johan Cruijff al tiki taka, fino ai ragazzi terribili di Erik Ten Hag: la scuola olandese vive il suo ennesimo trionfo.Dopo l'uscita dalla coppa, il titolo bianconero lascia sul terreno della Borsa fino al 25%. Tante le incognite tecniche sul futuro: dalla conferma di Massimiliano Allegri all'investimento su Cr7.Lo speciale contiene due articoli.Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all'evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un'inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un'ossessione. C'è già chi vaticina la fine di un'epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare - quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web - ma di calcio e dell'Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un'appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.L'evidenza maggiore dell'altra sera è un'abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull'estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall'altra un gioiello tecnico e tattico con un'idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d'attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.Torna alla mente l'Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l'Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del Paese ospitante, fino all'ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens. Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l'Argentina, anch'essa paese ospitante, a togliere all'Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell'italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell'Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E lo saranno ancora prossimamente, con il Manchester City di Pep. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d'imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l'Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona - a proposito - e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L'Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c'è stata astuzia nell'Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l'ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un'intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l'editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quei-profeti-del-calcio-giovani-e-incoscienti-lajax-divulga-il-verbo-del-match-perfetto-2634912833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-naufragio-della-juventus-e-anche-economico-persi-400-milioni-in-una-sera" data-post-id="2634912833" data-published-at="1775182131" data-use-pagination="False"> Il naufragio della Juventus è anche economico. Persi 400 milioni in una sera Mai finita così in fretta, mai finita così male. La stagione della corazzata del calcio italiano si conclude fra le malinconie di aprile, sabato sera allo Stadium contro la Fiorentina. A meno di terremoti sportivi sarà festa per l'ottavo scudetto consecutivo, prezioso e scontato come l'arrivo dei primi temporali o la frase di Matteo Renzi: «Noi eravamo più bravi». Una bicchierata e via, al di là delle celebrazioni televisive e della statistica, perché il cuore e la mente sono rimasti lì, al 67' di una sera da cani, mentre Matthijs de Ligt colpiva di testa fra due bianconeri imbambolati (Daniele Rugani e Alex Sandro) il pallone della vita o almeno quello della Champions. Fine delle trasmissioni perché, andata anche la Tim Cup, la Juventus prova la vissuta sensazione delle rivali milanesi negli anni bui: tirare a campare fino alle ferie. Non se l'aspettava nessuno, men che meno Cristiano Ronaldo che era arrivato in elicottero a luglio per vincere la coppa dalle grandi orecchie e ieri mattina faceva shopping in centro a Torino a bordo della lussuosa Rolls Royce. Per lui, evidentemente senza parole dopo la batosta, ha parlato mamma Dolores: «È triste, mi ha detto che non può fare miracoli. Sarà per la prossima volta, la vita continua». A 34 anni e dopo essere entrato almeno in semifinale negli ultimi 11, si può anche farsene una ragione. Non se l'aspettava il presidente Andrea Agnelli, che aveva finanziato la macchina perfetta per conquistare l'Europa con un investimento di 350 milioni (ingaggi compresi) per mettere a disposizione dell'allenatore CR7, Joao Cancelo ed Emre Can e adesso si trova a dover ribadire che «la stagione è stata buona, siamo quinti nel ranking Uefa, siamo usciti a testa alta». Per la verità, in fondo alla lezione di calcio impartita dall'Ajax nel secondo tempo (poteva finire 2-5) le orecchie strisciavano come quelle dei bassethound. A forza di uscire a testa alta, qualcuno ha sibilato che nel logo al posto della zebra potrebbe esserci una giraffa. Sta di fatto che il presidente è rimasto pietrificato esattamente come la Borsa, che ieri mattina ha subito sentenziato -25% sul titolo, sospeso per eccesso di ribasso per poi rientrare con numeri meno disastrosi. La notte infernale è costata 45 milioni in titoli bruciati e in mancati guadagni, che vanno ad aggiungersi agli investimenti per ora infruttuosi, per un totale stimato da Bloomberg in 400 milioni di euro. L'unico juventino ad azzeccare un pronostico nell'ultimo mese è stato il direttore finanziario Marco Re quando ha annunciato che il primo bilancio dell'era CR7 sarà in rosso. La frenata è stata violenta, la parola più immediata di fronte ai numeri e ai volti dei tifosi è fallimento. Ma la Juventus ha mezzi, solidità, potere per ripartire subito. Ora bisognerà capire se ha anche un allenatore. Nell'immediato, Agnelli ha compiuto un gesto saggio e ha confermato Max Allegri. Ma oggi nessuno a Torino, tranne lui, è convinto che il tecnico sia l'uomo ideale per affrontare una ristrutturazione nei giocatori (la difesa dei senatori ha un'età media di 32 anni e Rugani è inaffidabile, Paulo Dybala uno straccio, Miralem Pjanic invecchiato, Federico Bernardeschi una riserva di lusso) e soprattutto nel gioco. Perché a perdere contro gli olandesi volanti, a farsi schiacciare ad Amsterdam e a farsi annichilire allo Stadium è stato innanzitutto l'allenatore. A forza di ripetere «l'unica cosa che conta è vincere», Allegri si è avvitato su se stesso e si è dimenticato di dare un minimo di gioco alla squadra. Niente di scientifico, solo quel salvagente al quale ti aggrappi quando gli avversari sembrano 13 e tu sei in riserva. In Italia non succede mai, qui la Juventus passeggia a meno che non schieri la Primavera, ma all'estero la musica cambia. Gli schemi non sono tutto ma servono anche a valorizzare i tuoi giocatori; è assurdo non averne studiato uno neppure per lanciare a rete Ronaldo, cercato solo con i cross neanche fosse un Maurito Icardi qualunque. Una filosofia tattica serve soprattutto se dall'altra parte hai una dozzina di ragazzini scatenati, che corrono a doppia velocità e giocano a memoria da quando andavano alle elementari. Il vivaio, questo giardino segreto che l'Ajax coltiva da mezzo secolo, ha eliminato i Ronaldo boys. Uno smacco moltiplicato dalla considerazione che De Ligt, De Jong e Van de Beek sono costati meno dell'ingaggio di Mattia De Sciglio e oggi valgono 200 milioni in tre. Allegri ha tempo di riflettere per ripartire con le idee chiare e magari con un Dybala più coinvolto nel progetto. A sorpresa, nell'anno della possibile consacrazione, l'argentino è diventato impalpabile, soprammobile, riserva. Forse non c'è più neppure la voglia di ripartire con lui. Ma ripartire si deve, se non lo fa la Juventus non lo fa nessuno. Anche se la legnata è stata dura. E la maledizione del perfido «Fino al confine» si è rivelata più inossidabile del miglior giocatore del mondo.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.