True
2018-07-15
Quattro valide ragioni per tifare Croazia e arrostire i galletti
Ansa
Mosca, ore 17, Luzhniki Stadium. Aggiungete 90 minuti, più cinque di recupero, più eventuali supplementari e rigori: al massimo verso le 19.30 italiane, forse molto prima, sapremo il nome della nazionale campione del mondo di calcio. Come si dice in questi casi, vinca il migliore: ma se per caso risulterà migliore la Croazia, saremo tutti più tranquilli.
Qui non si vuole certo istigare al tifo contro la Francia, che peraltro (prima gufata) parte favoritissima: squadra obiettivamente molto forte, un Mbappé sontuoso, e soprattutto un cammino meno faticoso di quello dei croati, che escono da una serie di spossanti match conclusi solo ai supplementari. Insomma, Francia lanciatissima verso il titolo (seconda gufata). Starei per dire che, a meno di una clamorosa sorpresa, legata al talento di Modric e alla tenacia di Mandzukic, la Francia ha già le mani sulla coppa del mondo (terza gufata).
Compiuti i doverosi riti scaramantici e apotropaici, ragioniamo freddamente sulle ragioni per cui una vittoria francese sarebbe una notevole scocciatura.
Primo: già stasera, in diretta, l'esultanza di Macron in tribuna, non sappiamo se accompagnato dall'immancabile Brigitte, sarebbe uno spettacolo per stomaci forti. Diciamocelo francamente: conoscendo abitudini e attitudini dell'inquilino dell'Eliseo, in pochi minuti sarebbe capace di sollevare lui la coppa, togliendola dalle mani del capitano della squadra, il portiere Lloris. Non senza aver prima sorriso a 32 denti in tribuna autorità, e fatto gesti da ganassa (ganassa chic, si capisce) in favore di telecamera.
Secondo: partirebbe dal mattino successivo, sui giornaloni italiani, il coretto a cappella degli editorialisti per cantare la canzoncina multiculturale e multietnica, accompagnata da inevitabili commenti (già scritti: sono sul tavolo di una decina di direttori, che aspettano solo di sapere se cestinarli o pubblicarli, in base al risultato della partita di stasera) tra la Croazia «nazionalista e sovranista» e la Francia «multi-qua e multi-là». In tutta questa melassa preconfezionata, non aspettatevi però una sola osservazione, un solo «piccolo dettaglio»: in questo trionfo di accoglienza, in questo meraviglioso mix di colori e storie, provate a fare un confronto tra la formazione della nazionale di calcio francese e la squadra di governo.
Nel governo Macron-Philippe trovate una sola ministra di colore, non a caso al marginale dicastero dello Sport: la bravissima ex schermitrice, già medaglia d'oro olimpica, Laura Flessel. Appena una su 18 ministri, e per giunta allo sport. Se invece prendete la nazionale di calcio, nella semifinale con il Belgio, sui tredici giocatori schierati dal ct Deschamps (gli undici di partenza, più i due subentrati in gara), ben otto sono di colore. Otto su 13. Nessuna conclusione, nessun commento: solo un'evidenza numerica - diciamo così - sul diverso ritmo con cui procede l'integrazione multietnica, velocissima nello sport e lentissima (quasi impercettibile) quando si tratta del potere vero.
Terzo: tornerebbero in auge, qui da noi, i «macronisti italici». Una specie animale particolarissima, a pelo corto e a pelo lungo, in espansione rapidissima al momento della vittoria elettorale di Macron (in un tripudio di Inni alla gioia e bandiere europee), e poi improvvisamente sparita al limite dell'estinzione negli ultimi tempi, quando è risultato chiaro a tutti che il soave Macron, sull'immigrazione, fa il fenomeno se si tratta dell'Italia, ma a casa sua schiera esercito e polizia. Meglio scomparire per un po': troppo impopolare la posizione… Ora però questi macronisti nostrani potrebbero riemergere, in pericolosa coincidenza con la data fatidica per la Francia del 14 luglio.
Quarto (e ultimo, e più serio argomento): sarà bene metterselo in testa. La Francia, e in questo fa benissimo dal suo punto di vista, persegue in modo determinato e spregiudicato il proprio interesse nazionale. Ammanta tutto di retorica europeista, ma in mente ha solo i colori della propria bandiera. Vale su tutto: quando vuole fare raid economici e shopping in Italia (ma è prontissima a bloccare analoghe missioni italiane in territorio francese); quando difende gli interessi dei suoi campioni nazionali (energetici, infrastrutturali, eccetera) e delle sue banche; quando continua a coltivare disegni di influenza in Africa e nel Mediterraneo (in genere a spese dell'Italia); quando addita buchi e problemi nei conti pubblici altrui per meglio nascondere il fatto che il suo rapporto deficit/Pil veleggia pericolosamente verso il 5 per cento. È ora di accorgercene, e di non far finta di credere alla favola per cui Parigi si fa carico dei problemi degli altri e del futuro della costruzione europea.
Per tutte queste ragioni, sorridendo senza cattiveria e senza malizia verso i «cugini» francesi, vale la pena di affidarsi con speranza a Modric e Mandzukic, e pure a Perisic e Brozovic, e augurarci che siano tutti in serata di grazia. Dalla loro buona vena, deriverà un pezzettino di tranquillità anche per noi. Appuntamento alle 17: gufata vivamente consigliata.
Daniele Capezzone
Modric non è stato un migrante. Kalinic da psichiatra
Ci abbiamo pensato tutti: ma cosa sarebbe, oggi, calcisticamente, la vecchia Iugoslavia, con le geometrie del bosniaco Miralev Pjanic e gli affondi del serbo Serjei Milinkovic Savic accanto al motore (per niente) immobile della Croazia, Luka Modric? Una sorta di Brasile balcanico, praticamente. Del resto a Belgrado il Marakana ce l'hanno già.
Si tratta, tuttavia, di una fallacia logica: la forza della nazionale con la maglia a scacchi bianchi e rossi è anche e soprattutto in quell'orgoglio, in quella sofferenza, in quella combattività di chi è cresciuto schivando i cecchini in un periodo in cui i coetanei di questa parte dell'Adriatico sperimentavano al massimo le emozioni di Beverly Hills 90210. Schegge di fierezza nazionale piantate sul dorso dell'Europa dopo l'esplosione di un'impossibile convivenza. Si sono scannati, pur di non stare più insieme, i cultori dell'impossibile dream team slavo se ne faranno una ragione.
Se non altro, dopo averci ammannito la narrazione della bella Inghilterra multirazziale (nonostante Birmingham), del superbo Belgio colorato (nonostante Molenbeek) e quella, tuttora nel menù, della fantastica Francia della diversità (nonostante Seine-Saint-Denis), stavolta il gioco della strumentalizzazione avrà le polveri bagnate. O forse no, forse la creatività retorica e il cinismo politicante possono trasformare in mascotte dell'invasione persino quei volti tagliati con l'accetta, gente che ha festeggiato la qualificazione per i mondiali brasiliani con cori degli Ustascia e che sotto la doccia intona brani del cantante nazionalista Marko Perkovic Thompson, i cui concerti sono vietati in mezza Europa.
Per osare l'inosabile, basta far leva sul suono delle parole. «Rifugiato», per esempio. Ha iniziato tutto Muhammad Lila, giornalista della Cnn, che in un tweet recante la foto del piccolo Modric, ha scritto: «Quando aveva 6 anni, suo nonno fu ucciso. Lui e la sua famiglia hanno vissuto da rifugiati, in una zona di guerra. È cresciuto con il suono delle granate che esplodevano. I suoi allenatori dicevano che era troppo debole e troppo timido per giocare a calcio. Oggi Luka Modric ha portato la Croazia alla sua prima finale mondiale». È il segnale, si può scatenare l'inferno: «Russia 2018, Luka Modric: dall'infanzia da rifugiato al sogno Mondiale con la Croazia», è il titolo di un video strappalacrime di Repubblica.
E se l'attualizzazione non fosse chiara, l'Huffington Post è ancora più didascalico: «La storia di Modric, croato classe 1985, inizia con le stesse paura di milioni di rifugiati che oggi abbandonano i loro paesi in cerca di un futuro migliore, schiacciati fra guerre e povertà». Perché è ovvio: un bambino di 6 anni che scappa da una guerra vera e si rifugia a 40 chilometri da casa (dal villaggio natale di Zaton Obrovacki a Zara, dove fu ospitato da un ostello) deve convincerci ad aprire le porte e possibilmente dare la cittadinanza a centinaia di migliaia di nigeriani di 20 anni. Chiaro, no?
Certo, c'è anche la famiglia di Mario Mandzukic rifugiata in Germania, sempre a causa della guerra, e il portiere Danijel Subasic che è per metà serbo, tutte storie su cui la stampa sta insistendo molto per costruire la narrazione dell'accoglienza, sempre con il medesimo, ineffabile senso per i nessi logici: o pensate che il fatto che il padre di Subasic fosse serbo non sia un buon motivo per diventare una provincia dell'Africa?
La verità è che da quelle parti i paradisi di convivenza, progresso e fraternità li hanno già sperimentati: gli è piaciuto talmente tanto che ne sono usciti con i giardinieri che disegnano svastiche sull'erba dei campi da calcio (successe a Spalato, durante un Croazia-Italia). Sono così, genio e sregolatezza. La fantasia dei mediterranei e la cattiveria degli slavi. L'inaffidabilità di entrambi.
Pensiamo solo a Nikola Kalinic, l'uomo delle sliding doors prese in faccia. Stasera, l'attaccante croato guarderà i suoi compagni dare l'assalto al cielo da seduto. Non in panchina, ché quella non la gradisce, bensì nella poltrona di casa sua. Contro la Nigeria si era rifiutato di entrare, suscitando l'ira del ct Zlatko Dalic, che lo cacciò senza tanti complimenti. Via dal ritiro, quindi.
Ora i suoi colleghi rischiano di diventare campioni del mondo, per la prima volta, poi chissà quando ricapiterà. Che le scelte di vita non fossero il suo forte lo si era capito quando Kalinic aveva rotto traumaticamente con la Fiorentina per approdare al Milan dei sogni, quello che i cinesi sembravano dover riportare ai fasti di un tempo. Ma i rossoneri hanno imbroccato un'annata storta e lui di più: errori, partitacce, lite con i tifosi, lite con Rino Gattuso, tanto per cambiare. Insomma, uno che fa sempre scelte dalle conseguenze disastrose e continua a perseverare. A pensarci bene, la metafora dell'Europa aperta all'accoglienza è molto più lui che Modric.
Adriano Scianca
Il migliore non è in finale: Hazard
La notizia della sua morte era francamente esagerata. Lanciata su Facebook nei giorni scorsi, ha avuto migliaia di contatti in poche ore e ha raccolto frasi di disperazione fra i tifosi belgi. Ma all'82° della penultima partita del mondiale Eden Hazard l'ha personalmente smentita: ha ricevuto palla da Kevin De Bruyne, l'ha difesa dal ritorno di un difensore inglese e l'ha scaricata con rabbia in porta. Vivo e vegeto, terzo gol nel torneo, fine del film (2-0), lutto a Piccadilly Circus e Belgio che per la prima volta sale sul podio mondiale. Per la verità la sfida era finita quattro minuti dopo l'inizio, quando Thomas Meunier aveva inflitto il primo dolore al portiere inglese, affermando due tendenze opposte: Inghilterra in preda alla depressione e all'acido lattico dopo il sogno svanito della finale e Belgio entusiasta, ancora abbastanza vitale da stampare il marchio del suo contropiede col turbo, una volta di più, in terra di Russia.
Dove sono finite le ragazze? Già siamo di fronte alla partita più inutile del torneo, quella fra le sconfitte, che nella storia si definisce finalina proprio perché solo i fanatici ricordano a memoria chi è arrivato terzo o quarto. E in più notiamo la malinconica assenza delle bellezze sugli spalti. Sollecitato dagli imam della Fifa a non inquadrare signorine avvenenti per non incoraggiare il sessismo, il regista ha già messo il chador alle telecamere. Così ci fanno compagnia imbarazzanti ragionieri di Kensington travestiti da crociati (e anche qui, seguendo i deliri del politicamente corretto, qualcuno potrebbe avere da ridire) e attempati signori con il naso rosso.
Sarebbe più divertente un cartone animato sovietico o il vecchio monoscopio, se in campo non ci fosse lui, il numero dieci in maglia gialla, quello con lo sguardo truce e il dribbling da ballerino del Bolscioi. Eden Hazard, il folletto, il miglior giocatore di questo mondiale. Perché se il Belgio è arrivato fin qui il merito è certamente del ct Roberto Martinez che lo ha assemblato con intelligenza, del gigantesco portiere Thibault Courtois, dell'asse verticale formato da Vincent Kompany, Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku. Ma sulla Grand Place dovrebbero erigere un monumento equestre a lui, l'elemento di corto circuito, il diabolico artista che tocca ogni pallone e manda in porta gli altri quando non decide di andarci da solo. Colui che Roman Abramovich nel 2012 pensava essere il terzo uomo fra Leo Messi e Cristiano Ronaldo.
Lo pagò 40 milioni per portarlo al Chelsea, nella speranza che maturasse subito. E invece Hazard, che oggi ha 27 anni ed è ufficialmente immarcabile, ne ha impiegati quattro a crescere, a passare dal ruolo di monello a quello di leader, a togliersi dalla biografia il nomignolo di deaf, il sordo, che ascolta solo la sua musica interiore e non i dettami tattici dell'allenatore. Brutta faccenda se i tecnici si chiamano Josè Mourinho e Antonio Conte, storie tese inevitabili negli spogliatoi. Oggi Hazard è uno straordinario direttore d'orchestra in campo, se ne sono accorti anche gli inglesi.
Nello stadio di San Pietroburgo si presenta al 13° con la sua azione preferita: accelerazione centrale, devastante, un paio di avversari dribblati come birilli. Alla mezz'ora regala a Youri Telemans (21 anni, bella conferma) un pallone d'oro sfruttato male. Si ferma e riparte, rallenta e ti pianta in asso, apre a sinistra, imbuca l'assist, gioca tra le linee anche quando dorme, come piace alla nouvelle vague della critica sportiva in cerca di vampate di originalità. Gli inglesi lo fermano abbracciandolo, frustrati e senza affetto. Contro di lui e i suoi allegri compari, i britannici non ci capiscono nulla: il capocannoniere Harry Kane è un fantasma stremato (sei gol e un gioco troppo dispendioso per durare), i granatieri di difesa sono stanchi (Harry Maguire si fa notare solo sui colpi di testa), Jesse Lingard e Markus Rashford hanno voglia di vacanze, gli altri sono già su Booking.com da due giorni. Solo Eric Dier, tuttocampista del Tottenham, ha voglia di essere protagonista e per due volte sfiora il gol del pareggio.
Contro il destino non si va. E il destino del mondiale che ha perso Leo Messi nei meandri delle teorie di Sigmund Freud e che ha mandato a casa Cristiano Ronaldo per manifesta inferiorità dei compagni, è legato ad Hazard. Incoronarlo prima della finale, scusate la petulanza, non è un azzardo. Perché Kylian Mbappé potrà essere un simbolo, ma a 19 anni deve ancora mangiare quintali di polenta prima di diventare numero uno. E Luka Modric, cervello elettronico inarrivabile della Croazia, è stato portato a braccia in finale dagli altri dieci guerrieri nella sfida bucata contro l'Inghilterra.
Il nostro uomo è Hazard, figlio di Thierry e Carine, che giocavano a calcio e quando hanno smesso hanno fatto gli insegnanti di educazione fisica. È anche il pilastro attorno al quale Maurizio Sarri vuole costruire il nuovo Chelsea; dopo aver allenato divinamente due ragazzi che un po' gli somigliano come Lorenzo Insigne e Dries Mertens (i pregi di entrambi per farne uno), può svolgere un gran lavoro con il re del Belgio. Il problema è che proprio lui è l'obiettivo numero uno di un signore che di pallone se ne intende, Florentino Perez, alla ricerca per il suo Real Madrid di un leader al quale affidare la maglia numero sette di Cristiano Ronaldo. Secondo i giornali spagnoli l'offerta è pronta a partire: 170 milioni. Poiché il ragazzo avrebbe altri estimatori che stanno a Barcellona, in Spagna si profila un'asta bollente. Niente male per un mezzo morto.
Giorgio Gandola
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Se vincerà la Francia dovremo sorbirci l'esultanza di Emmanuel Macron e il coro di elogi dei giornaloni nostrani.Luka Modric non è stato un migrante. Nikola Kalinic da psichiatra. Il talento scappò dalla guerra a 6 anni, poi però è tornato a casa sua. Ma per Repubblica è un simbolo. Che pena il milanista... Eden Hazard. Imprendibile, geniale, costante. Il capitano del Belgio ha disputato un mondiale strepitoso, chiuso con 3 gol e il bronzo. Maurizio Sarri l'aspetta a Londra, a meno che il Real...Lo speciale contiene tre articoli.Mosca, ore 17, Luzhniki Stadium. Aggiungete 90 minuti, più cinque di recupero, più eventuali supplementari e rigori: al massimo verso le 19.30 italiane, forse molto prima, sapremo il nome della nazionale campione del mondo di calcio. Come si dice in questi casi, vinca il migliore: ma se per caso risulterà migliore la Croazia, saremo tutti più tranquilli. Qui non si vuole certo istigare al tifo contro la Francia, che peraltro (prima gufata) parte favoritissima: squadra obiettivamente molto forte, un Mbappé sontuoso, e soprattutto un cammino meno faticoso di quello dei croati, che escono da una serie di spossanti match conclusi solo ai supplementari. Insomma, Francia lanciatissima verso il titolo (seconda gufata). Starei per dire che, a meno di una clamorosa sorpresa, legata al talento di Modric e alla tenacia di Mandzukic, la Francia ha già le mani sulla coppa del mondo (terza gufata).Compiuti i doverosi riti scaramantici e apotropaici, ragioniamo freddamente sulle ragioni per cui una vittoria francese sarebbe una notevole scocciatura. Primo: già stasera, in diretta, l'esultanza di Macron in tribuna, non sappiamo se accompagnato dall'immancabile Brigitte, sarebbe uno spettacolo per stomaci forti. Diciamocelo francamente: conoscendo abitudini e attitudini dell'inquilino dell'Eliseo, in pochi minuti sarebbe capace di sollevare lui la coppa, togliendola dalle mani del capitano della squadra, il portiere Lloris. Non senza aver prima sorriso a 32 denti in tribuna autorità, e fatto gesti da ganassa (ganassa chic, si capisce) in favore di telecamera.Secondo: partirebbe dal mattino successivo, sui giornaloni italiani, il coretto a cappella degli editorialisti per cantare la canzoncina multiculturale e multietnica, accompagnata da inevitabili commenti (già scritti: sono sul tavolo di una decina di direttori, che aspettano solo di sapere se cestinarli o pubblicarli, in base al risultato della partita di stasera) tra la Croazia «nazionalista e sovranista» e la Francia «multi-qua e multi-là». In tutta questa melassa preconfezionata, non aspettatevi però una sola osservazione, un solo «piccolo dettaglio»: in questo trionfo di accoglienza, in questo meraviglioso mix di colori e storie, provate a fare un confronto tra la formazione della nazionale di calcio francese e la squadra di governo. Nel governo Macron-Philippe trovate una sola ministra di colore, non a caso al marginale dicastero dello Sport: la bravissima ex schermitrice, già medaglia d'oro olimpica, Laura Flessel. Appena una su 18 ministri, e per giunta allo sport. Se invece prendete la nazionale di calcio, nella semifinale con il Belgio, sui tredici giocatori schierati dal ct Deschamps (gli undici di partenza, più i due subentrati in gara), ben otto sono di colore. Otto su 13. Nessuna conclusione, nessun commento: solo un'evidenza numerica - diciamo così - sul diverso ritmo con cui procede l'integrazione multietnica, velocissima nello sport e lentissima (quasi impercettibile) quando si tratta del potere vero. Terzo: tornerebbero in auge, qui da noi, i «macronisti italici». Una specie animale particolarissima, a pelo corto e a pelo lungo, in espansione rapidissima al momento della vittoria elettorale di Macron (in un tripudio di Inni alla gioia e bandiere europee), e poi improvvisamente sparita al limite dell'estinzione negli ultimi tempi, quando è risultato chiaro a tutti che il soave Macron, sull'immigrazione, fa il fenomeno se si tratta dell'Italia, ma a casa sua schiera esercito e polizia. Meglio scomparire per un po': troppo impopolare la posizione… Ora però questi macronisti nostrani potrebbero riemergere, in pericolosa coincidenza con la data fatidica per la Francia del 14 luglio.Quarto (e ultimo, e più serio argomento): sarà bene metterselo in testa. La Francia, e in questo fa benissimo dal suo punto di vista, persegue in modo determinato e spregiudicato il proprio interesse nazionale. Ammanta tutto di retorica europeista, ma in mente ha solo i colori della propria bandiera. Vale su tutto: quando vuole fare raid economici e shopping in Italia (ma è prontissima a bloccare analoghe missioni italiane in territorio francese); quando difende gli interessi dei suoi campioni nazionali (energetici, infrastrutturali, eccetera) e delle sue banche; quando continua a coltivare disegni di influenza in Africa e nel Mediterraneo (in genere a spese dell'Italia); quando addita buchi e problemi nei conti pubblici altrui per meglio nascondere il fatto che il suo rapporto deficit/Pil veleggia pericolosamente verso il 5 per cento. È ora di accorgercene, e di non far finta di credere alla favola per cui Parigi si fa carico dei problemi degli altri e del futuro della costruzione europea. Per tutte queste ragioni, sorridendo senza cattiveria e senza malizia verso i «cugini» francesi, vale la pena di affidarsi con speranza a Modric e Mandzukic, e pure a Perisic e Brozovic, e augurarci che siano tutti in serata di grazia. Dalla loro buona vena, deriverà un pezzettino di tranquillità anche per noi. Appuntamento alle 17: gufata vivamente consigliata.Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quattro-valide-ragioni-per-tifare-croazia-e-arrostire-i-galletti-2586725266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="modric-non-e-stato-un-migrante-kalinic-da-psichiatra" data-post-id="2586725266" data-published-at="1782027695" data-use-pagination="False"> Modric non è stato un migrante. Kalinic da psichiatra Ci abbiamo pensato tutti: ma cosa sarebbe, oggi, calcisticamente, la vecchia Iugoslavia, con le geometrie del bosniaco Miralev Pjanic e gli affondi del serbo Serjei Milinkovic Savic accanto al motore (per niente) immobile della Croazia, Luka Modric? Una sorta di Brasile balcanico, praticamente. Del resto a Belgrado il Marakana ce l'hanno già. Si tratta, tuttavia, di una fallacia logica: la forza della nazionale con la maglia a scacchi bianchi e rossi è anche e soprattutto in quell'orgoglio, in quella sofferenza, in quella combattività di chi è cresciuto schivando i cecchini in un periodo in cui i coetanei di questa parte dell'Adriatico sperimentavano al massimo le emozioni di Beverly Hills 90210. Schegge di fierezza nazionale piantate sul dorso dell'Europa dopo l'esplosione di un'impossibile convivenza. Si sono scannati, pur di non stare più insieme, i cultori dell'impossibile dream team slavo se ne faranno una ragione. Se non altro, dopo averci ammannito la narrazione della bella Inghilterra multirazziale (nonostante Birmingham), del superbo Belgio colorato (nonostante Molenbeek) e quella, tuttora nel menù, della fantastica Francia della diversità (nonostante Seine-Saint-Denis), stavolta il gioco della strumentalizzazione avrà le polveri bagnate. O forse no, forse la creatività retorica e il cinismo politicante possono trasformare in mascotte dell'invasione persino quei volti tagliati con l'accetta, gente che ha festeggiato la qualificazione per i mondiali brasiliani con cori degli Ustascia e che sotto la doccia intona brani del cantante nazionalista Marko Perkovic Thompson, i cui concerti sono vietati in mezza Europa. Per osare l'inosabile, basta far leva sul suono delle parole. «Rifugiato», per esempio. Ha iniziato tutto Muhammad Lila, giornalista della Cnn, che in un tweet recante la foto del piccolo Modric, ha scritto: «Quando aveva 6 anni, suo nonno fu ucciso. Lui e la sua famiglia hanno vissuto da rifugiati, in una zona di guerra. È cresciuto con il suono delle granate che esplodevano. I suoi allenatori dicevano che era troppo debole e troppo timido per giocare a calcio. Oggi Luka Modric ha portato la Croazia alla sua prima finale mondiale». È il segnale, si può scatenare l'inferno: «Russia 2018, Luka Modric: dall'infanzia da rifugiato al sogno Mondiale con la Croazia», è il titolo di un video strappalacrime di Repubblica. E se l'attualizzazione non fosse chiara, l'Huffington Post è ancora più didascalico: «La storia di Modric, croato classe 1985, inizia con le stesse paura di milioni di rifugiati che oggi abbandonano i loro paesi in cerca di un futuro migliore, schiacciati fra guerre e povertà». Perché è ovvio: un bambino di 6 anni che scappa da una guerra vera e si rifugia a 40 chilometri da casa (dal villaggio natale di Zaton Obrovacki a Zara, dove fu ospitato da un ostello) deve convincerci ad aprire le porte e possibilmente dare la cittadinanza a centinaia di migliaia di nigeriani di 20 anni. Chiaro, no? Certo, c'è anche la famiglia di Mario Mandzukic rifugiata in Germania, sempre a causa della guerra, e il portiere Danijel Subasic che è per metà serbo, tutte storie su cui la stampa sta insistendo molto per costruire la narrazione dell'accoglienza, sempre con il medesimo, ineffabile senso per i nessi logici: o pensate che il fatto che il padre di Subasic fosse serbo non sia un buon motivo per diventare una provincia dell'Africa? La verità è che da quelle parti i paradisi di convivenza, progresso e fraternità li hanno già sperimentati: gli è piaciuto talmente tanto che ne sono usciti con i giardinieri che disegnano svastiche sull'erba dei campi da calcio (successe a Spalato, durante un Croazia-Italia). Sono così, genio e sregolatezza. La fantasia dei mediterranei e la cattiveria degli slavi. L'inaffidabilità di entrambi. Pensiamo solo a Nikola Kalinic, l'uomo delle sliding doors prese in faccia. Stasera, l'attaccante croato guarderà i suoi compagni dare l'assalto al cielo da seduto. Non in panchina, ché quella non la gradisce, bensì nella poltrona di casa sua. Contro la Nigeria si era rifiutato di entrare, suscitando l'ira del ct Zlatko Dalic, che lo cacciò senza tanti complimenti. Via dal ritiro, quindi. Ora i suoi colleghi rischiano di diventare campioni del mondo, per la prima volta, poi chissà quando ricapiterà. Che le scelte di vita non fossero il suo forte lo si era capito quando Kalinic aveva rotto traumaticamente con la Fiorentina per approdare al Milan dei sogni, quello che i cinesi sembravano dover riportare ai fasti di un tempo. Ma i rossoneri hanno imbroccato un'annata storta e lui di più: errori, partitacce, lite con i tifosi, lite con Rino Gattuso, tanto per cambiare. Insomma, uno che fa sempre scelte dalle conseguenze disastrose e continua a perseverare. A pensarci bene, la metafora dell'Europa aperta all'accoglienza è molto più lui che Modric. 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Per la verità la sfida era finita quattro minuti dopo l'inizio, quando Thomas Meunier aveva inflitto il primo dolore al portiere inglese, affermando due tendenze opposte: Inghilterra in preda alla depressione e all'acido lattico dopo il sogno svanito della finale e Belgio entusiasta, ancora abbastanza vitale da stampare il marchio del suo contropiede col turbo, una volta di più, in terra di Russia. Dove sono finite le ragazze? Già siamo di fronte alla partita più inutile del torneo, quella fra le sconfitte, che nella storia si definisce finalina proprio perché solo i fanatici ricordano a memoria chi è arrivato terzo o quarto. E in più notiamo la malinconica assenza delle bellezze sugli spalti. Sollecitato dagli imam della Fifa a non inquadrare signorine avvenenti per non incoraggiare il sessismo, il regista ha già messo il chador alle telecamere. Così ci fanno compagnia imbarazzanti ragionieri di Kensington travestiti da crociati (e anche qui, seguendo i deliri del politicamente corretto, qualcuno potrebbe avere da ridire) e attempati signori con il naso rosso. Sarebbe più divertente un cartone animato sovietico o il vecchio monoscopio, se in campo non ci fosse lui, il numero dieci in maglia gialla, quello con lo sguardo truce e il dribbling da ballerino del Bolscioi. Eden Hazard, il folletto, il miglior giocatore di questo mondiale. Perché se il Belgio è arrivato fin qui il merito è certamente del ct Roberto Martinez che lo ha assemblato con intelligenza, del gigantesco portiere Thibault Courtois, dell'asse verticale formato da Vincent Kompany, Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku. Ma sulla Grand Place dovrebbero erigere un monumento equestre a lui, l'elemento di corto circuito, il diabolico artista che tocca ogni pallone e manda in porta gli altri quando non decide di andarci da solo. Colui che Roman Abramovich nel 2012 pensava essere il terzo uomo fra Leo Messi e Cristiano Ronaldo. Lo pagò 40 milioni per portarlo al Chelsea, nella speranza che maturasse subito. E invece Hazard, che oggi ha 27 anni ed è ufficialmente immarcabile, ne ha impiegati quattro a crescere, a passare dal ruolo di monello a quello di leader, a togliersi dalla biografia il nomignolo di deaf, il sordo, che ascolta solo la sua musica interiore e non i dettami tattici dell'allenatore. Brutta faccenda se i tecnici si chiamano Josè Mourinho e Antonio Conte, storie tese inevitabili negli spogliatoi. Oggi Hazard è uno straordinario direttore d'orchestra in campo, se ne sono accorti anche gli inglesi. Nello stadio di San Pietroburgo si presenta al 13° con la sua azione preferita: accelerazione centrale, devastante, un paio di avversari dribblati come birilli. Alla mezz'ora regala a Youri Telemans (21 anni, bella conferma) un pallone d'oro sfruttato male. Si ferma e riparte, rallenta e ti pianta in asso, apre a sinistra, imbuca l'assist, gioca tra le linee anche quando dorme, come piace alla nouvelle vague della critica sportiva in cerca di vampate di originalità. Gli inglesi lo fermano abbracciandolo, frustrati e senza affetto. Contro di lui e i suoi allegri compari, i britannici non ci capiscono nulla: il capocannoniere Harry Kane è un fantasma stremato (sei gol e un gioco troppo dispendioso per durare), i granatieri di difesa sono stanchi (Harry Maguire si fa notare solo sui colpi di testa), Jesse Lingard e Markus Rashford hanno voglia di vacanze, gli altri sono già su Booking.com da due giorni. Solo Eric Dier, tuttocampista del Tottenham, ha voglia di essere protagonista e per due volte sfiora il gol del pareggio. Contro il destino non si va. E il destino del mondiale che ha perso Leo Messi nei meandri delle teorie di Sigmund Freud e che ha mandato a casa Cristiano Ronaldo per manifesta inferiorità dei compagni, è legato ad Hazard. Incoronarlo prima della finale, scusate la petulanza, non è un azzardo. Perché Kylian Mbappé potrà essere un simbolo, ma a 19 anni deve ancora mangiare quintali di polenta prima di diventare numero uno. E Luka Modric, cervello elettronico inarrivabile della Croazia, è stato portato a braccia in finale dagli altri dieci guerrieri nella sfida bucata contro l'Inghilterra. Il nostro uomo è Hazard, figlio di Thierry e Carine, che giocavano a calcio e quando hanno smesso hanno fatto gli insegnanti di educazione fisica. È anche il pilastro attorno al quale Maurizio Sarri vuole costruire il nuovo Chelsea; dopo aver allenato divinamente due ragazzi che un po' gli somigliano come Lorenzo Insigne e Dries Mertens (i pregi di entrambi per farne uno), può svolgere un gran lavoro con il re del Belgio. Il problema è che proprio lui è l'obiettivo numero uno di un signore che di pallone se ne intende, Florentino Perez, alla ricerca per il suo Real Madrid di un leader al quale affidare la maglia numero sette di Cristiano Ronaldo. Secondo i giornali spagnoli l'offerta è pronta a partire: 170 milioni. Poiché il ragazzo avrebbe altri estimatori che stanno a Barcellona, in Spagna si profila un'asta bollente. Niente male per un mezzo morto. Giorgio Gandola
Guido George Lombardi, consigliere di Trump (Getty Images)
Lombardi ha poco tempo, ma ci tiene a chiarire una questione, fondamentale per provare a comprendere l’attacco senza precedenti del presidente americano: «C’è stato un momento decisivo nel cambiamento di Trump: il suo rientro dalla Cina». Un vero e proprio punto di non ritorno: «Ha cambiato attitudine per quanto riguarda l’Iran. Probabilmente c’è stato un momento di stress molto forte, che sta durando ancora». Possibile, certo. Ma, gli chiediamo, dovuto a cosa? «Lo conosco da tanto tempo e posso dire che forse Donald è stressato per il troppo lavoro, oppure per i troppi viaggi senza dormire. Non lo so con precisione, però si vede che è stressato». Non è solamente una questione fisica o di stanchezza. «Certamente», prosegue Lombardi, «un po’ di questo stress è dovuto alla difficoltà nei negoziati con Teheran, un altro po’ alle resistenze che Trump ha dovuto accettare nel corso della fase iniziale della guerra all’Iran, come per esempio la mancanza di appoggio dei Paesi europei e la chiusura delle basi, che sono della Nato, e quindi non sono veramente a disposizione dei governi». L’indipendenza della Meloni in politica estera e, in particolare, la decisione di non voler concedere le basi agli americani avrebbero quindi deluso Trump. O meglio: lo avrebbe fatto sentire tradito: «E purtroppo andrà avanti per un po’, anche se dovremmo riuscire a risolvere anche questa situazione», conclude Lombardi.
Non sarà facile, però. Del resto, lo stesso manager italoamericano non sa che dire («mi dispiace moltissimo, perché neanche io, che ho sempre cercato di difendere Donald, oggi proprio non trovo le parole»). Ma poi le trova e pensa che il presidente americano abbia commesso degli errori. Come, per esempio, «parlare direttamente con un giornalista, invece di affidarsi al suo ufficio stampa, o ancora meglio al ministro degli Esteri, Marco Rubio». A tal proposito, con un certo orgoglio, ci manda una sua foto insieme al segretario di Stato: «È di 16 anni fa», chiosa l’imprenditore, mentre ci manda altri scatti insieme a Santiago Abascal, Javier Milei e il presidente della commissione Esteri del Congresso americano, Brian Mast, che sta andando a incontrare.
Già il giorno in cui erano state diffuse le parole del tycoon, Lombardi aveva pubblicato una nota in cui diceva: «Posso capire i commenti di Trump riguardo l’eccessiva immigrazione clandestina nei Paesi europei, ma c’era di peggio sotto Obama e Biden. Io, invece, rimango sempre coerente con i nostri valori conservatori, condivisi con la nostra coalizione di governo. Quante volte, in passato, sono stato con Umberto Bossi o con il grande Silvio Berlusconi ad Arcore o a Gemonio. Sono fedele alle nostre tradizioni di libertà e rispetto per il prossimo e per le istituzioni». E poi quella che sembra una chiara presa di posizione: «Resto un sincero, e sopratutto un leale, ammiratore della nostra eccezionale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni».
L’aereo è ormai in volo. Lombardi ci manda un audio, con il vociare dei passeggeri in sottofondo. E aggiunge una promessa: «Continuiamo tra due giorni. Ma per l’Italia il futuro resta roseo». Non è certo facile immaginarlo oggi, almeno per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Ma, precisa il businessman prima di congedarsi, «le imprese americane e quelle del Golfo sono entusiaste del lavoro italiano e di quello del governo Meloni». È arrivato il momento di di salutarsi. Un’ultima frase: «Ci saranno tante sorprese». Un saluto in perfetto stile trumpiano, che appare come il trailer di un film che sta per arrivare sul grande schermo della politica. Anche se per Lombardi il peggio è passato. E spera che i rapporti tra Italia e Stati Uniti tornino alla normalità. Chissà. Tutto dipende dal suo dirimpettaio.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
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Giorgia Meloni (Ansa). Nel riquadro post pubblicato sul social Truth da Donald Trump
Trump è tornato a criticarla, questa volta con un post su Truth. «Meloni ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia» ha ribadito. «Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America, un Paese che davvero ama e protegge l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma anche la Nato ha fatto lo stesso!). Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato», ha insistito. «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!».
Un messaggio con un (forse voluto) refuso, in cui invece di scrivere Giorgia, scrive «Gigiorgia». Un infantilismo tipico di chi ha evidenti accenni di demenza senile. Peggiore di quella di Biden, che almeno se ne andava per prati e Truth non lo sapeva utilizzare. Trump, che è convinto di aver sconfitto militarmente l’Iran, sta collezionando una figuraccia dopo l’altra, una figura pessima davanti al mondo, uno spettacolo da asilo nido. A bloccare tutto, almeno dal canto su, ci pensa Meloni, che scrive: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Prima però ha risposto con una frecciata sanguinosissima: «Presidente Trump, questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua».
Resta unanime il coro a sostegno del premier. Il vicepremier Matteo Salvini si schiera senza indugio: «Litigare con gli alleati non è utile, lo dico dal punto di vista della presidenza americana. L’Italia è un Paese alleato responsabile, sempre presente e generoso. Nessuno può mettere in discussione i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti, sicuramente c’è un problema in questo momento perché, ribadisco, chi attacca il nostro presidente del Consiglio attacca tutto il governo e tutto il Paese. Tuttavia, questo non può e non deve mettere in discussione i buoni rapporti e le relazioni diplomatiche e commerciali fra Italia e Stati Uniti, che prescindono dal presidente attuale o dal presidente futuro». Lo ha detto a margine delle primarie del partito per la scelta del candidato sindaco di Milano, e sul nuovo botta e risposta ha commentato: «È chiaro che sono parole gratuite, inutili, sgradevoli, però non c’è una guerra fra Italia e Stati Uniti, ci sono già troppe guerre e spero che gliUsa ci aiutino a porre fine ad alcune di queste guerre, visto che anche in Iran mi sembra che le cose non stiano andando benissimo. Mentre in Iran, in Libano, in Israele, in Ucraina e in Russia si continua a sparare, ritengo che la più importante potenza mondiale debba rivolgere le sue attenzioni a questi fronti di guerra e non ad altro». Il movimento 5 stelle coglie l’occasione per attaccare il premier: «Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi», scrive Giuseppe Conte, «Risparmiateci la favoletta del governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio». A sinistra, nel Pd, c’è chi pensa al complotto: «Mi pare evidente che, con i suoi attacchi sconsiderati e arroganti a Meloni, Trump stia provando a tutti i costi a far vincere la destra al governo alle prossime elezioni. Ma ti abbiamo sgamato, mascherina» ha scritto il senatore Filippo Sensi.
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato è più istituzionale: «Per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni» dichiara, ma sottolinea anche Meloni ha puntato su un rapporto personale con Trump che «non ha rafforzato il peso dell’Italia».
Livello bassissimo per Matteo Renzi, che non attacca e non difende, ma si limita a dire: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo». Ahhh quando c’era lui…
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