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2018-07-15
Quattro valide ragioni per tifare Croazia e arrostire i galletti
Ansa
Mosca, ore 17, Luzhniki Stadium. Aggiungete 90 minuti, più cinque di recupero, più eventuali supplementari e rigori: al massimo verso le 19.30 italiane, forse molto prima, sapremo il nome della nazionale campione del mondo di calcio. Come si dice in questi casi, vinca il migliore: ma se per caso risulterà migliore la Croazia, saremo tutti più tranquilli.
Qui non si vuole certo istigare al tifo contro la Francia, che peraltro (prima gufata) parte favoritissima: squadra obiettivamente molto forte, un Mbappé sontuoso, e soprattutto un cammino meno faticoso di quello dei croati, che escono da una serie di spossanti match conclusi solo ai supplementari. Insomma, Francia lanciatissima verso il titolo (seconda gufata). Starei per dire che, a meno di una clamorosa sorpresa, legata al talento di Modric e alla tenacia di Mandzukic, la Francia ha già le mani sulla coppa del mondo (terza gufata).
Compiuti i doverosi riti scaramantici e apotropaici, ragioniamo freddamente sulle ragioni per cui una vittoria francese sarebbe una notevole scocciatura.
Primo: già stasera, in diretta, l'esultanza di Macron in tribuna, non sappiamo se accompagnato dall'immancabile Brigitte, sarebbe uno spettacolo per stomaci forti. Diciamocelo francamente: conoscendo abitudini e attitudini dell'inquilino dell'Eliseo, in pochi minuti sarebbe capace di sollevare lui la coppa, togliendola dalle mani del capitano della squadra, il portiere Lloris. Non senza aver prima sorriso a 32 denti in tribuna autorità, e fatto gesti da ganassa (ganassa chic, si capisce) in favore di telecamera.
Secondo: partirebbe dal mattino successivo, sui giornaloni italiani, il coretto a cappella degli editorialisti per cantare la canzoncina multiculturale e multietnica, accompagnata da inevitabili commenti (già scritti: sono sul tavolo di una decina di direttori, che aspettano solo di sapere se cestinarli o pubblicarli, in base al risultato della partita di stasera) tra la Croazia «nazionalista e sovranista» e la Francia «multi-qua e multi-là». In tutta questa melassa preconfezionata, non aspettatevi però una sola osservazione, un solo «piccolo dettaglio»: in questo trionfo di accoglienza, in questo meraviglioso mix di colori e storie, provate a fare un confronto tra la formazione della nazionale di calcio francese e la squadra di governo.
Nel governo Macron-Philippe trovate una sola ministra di colore, non a caso al marginale dicastero dello Sport: la bravissima ex schermitrice, già medaglia d'oro olimpica, Laura Flessel. Appena una su 18 ministri, e per giunta allo sport. Se invece prendete la nazionale di calcio, nella semifinale con il Belgio, sui tredici giocatori schierati dal ct Deschamps (gli undici di partenza, più i due subentrati in gara), ben otto sono di colore. Otto su 13. Nessuna conclusione, nessun commento: solo un'evidenza numerica - diciamo così - sul diverso ritmo con cui procede l'integrazione multietnica, velocissima nello sport e lentissima (quasi impercettibile) quando si tratta del potere vero.
Terzo: tornerebbero in auge, qui da noi, i «macronisti italici». Una specie animale particolarissima, a pelo corto e a pelo lungo, in espansione rapidissima al momento della vittoria elettorale di Macron (in un tripudio di Inni alla gioia e bandiere europee), e poi improvvisamente sparita al limite dell'estinzione negli ultimi tempi, quando è risultato chiaro a tutti che il soave Macron, sull'immigrazione, fa il fenomeno se si tratta dell'Italia, ma a casa sua schiera esercito e polizia. Meglio scomparire per un po': troppo impopolare la posizione… Ora però questi macronisti nostrani potrebbero riemergere, in pericolosa coincidenza con la data fatidica per la Francia del 14 luglio.
Quarto (e ultimo, e più serio argomento): sarà bene metterselo in testa. La Francia, e in questo fa benissimo dal suo punto di vista, persegue in modo determinato e spregiudicato il proprio interesse nazionale. Ammanta tutto di retorica europeista, ma in mente ha solo i colori della propria bandiera. Vale su tutto: quando vuole fare raid economici e shopping in Italia (ma è prontissima a bloccare analoghe missioni italiane in territorio francese); quando difende gli interessi dei suoi campioni nazionali (energetici, infrastrutturali, eccetera) e delle sue banche; quando continua a coltivare disegni di influenza in Africa e nel Mediterraneo (in genere a spese dell'Italia); quando addita buchi e problemi nei conti pubblici altrui per meglio nascondere il fatto che il suo rapporto deficit/Pil veleggia pericolosamente verso il 5 per cento. È ora di accorgercene, e di non far finta di credere alla favola per cui Parigi si fa carico dei problemi degli altri e del futuro della costruzione europea.
Per tutte queste ragioni, sorridendo senza cattiveria e senza malizia verso i «cugini» francesi, vale la pena di affidarsi con speranza a Modric e Mandzukic, e pure a Perisic e Brozovic, e augurarci che siano tutti in serata di grazia. Dalla loro buona vena, deriverà un pezzettino di tranquillità anche per noi. Appuntamento alle 17: gufata vivamente consigliata.
Daniele Capezzone
Modric non è stato un migrante. Kalinic da psichiatra
Ci abbiamo pensato tutti: ma cosa sarebbe, oggi, calcisticamente, la vecchia Iugoslavia, con le geometrie del bosniaco Miralev Pjanic e gli affondi del serbo Serjei Milinkovic Savic accanto al motore (per niente) immobile della Croazia, Luka Modric? Una sorta di Brasile balcanico, praticamente. Del resto a Belgrado il Marakana ce l'hanno già.
Si tratta, tuttavia, di una fallacia logica: la forza della nazionale con la maglia a scacchi bianchi e rossi è anche e soprattutto in quell'orgoglio, in quella sofferenza, in quella combattività di chi è cresciuto schivando i cecchini in un periodo in cui i coetanei di questa parte dell'Adriatico sperimentavano al massimo le emozioni di Beverly Hills 90210. Schegge di fierezza nazionale piantate sul dorso dell'Europa dopo l'esplosione di un'impossibile convivenza. Si sono scannati, pur di non stare più insieme, i cultori dell'impossibile dream team slavo se ne faranno una ragione.
Se non altro, dopo averci ammannito la narrazione della bella Inghilterra multirazziale (nonostante Birmingham), del superbo Belgio colorato (nonostante Molenbeek) e quella, tuttora nel menù, della fantastica Francia della diversità (nonostante Seine-Saint-Denis), stavolta il gioco della strumentalizzazione avrà le polveri bagnate. O forse no, forse la creatività retorica e il cinismo politicante possono trasformare in mascotte dell'invasione persino quei volti tagliati con l'accetta, gente che ha festeggiato la qualificazione per i mondiali brasiliani con cori degli Ustascia e che sotto la doccia intona brani del cantante nazionalista Marko Perkovic Thompson, i cui concerti sono vietati in mezza Europa.
Per osare l'inosabile, basta far leva sul suono delle parole. «Rifugiato», per esempio. Ha iniziato tutto Muhammad Lila, giornalista della Cnn, che in un tweet recante la foto del piccolo Modric, ha scritto: «Quando aveva 6 anni, suo nonno fu ucciso. Lui e la sua famiglia hanno vissuto da rifugiati, in una zona di guerra. È cresciuto con il suono delle granate che esplodevano. I suoi allenatori dicevano che era troppo debole e troppo timido per giocare a calcio. Oggi Luka Modric ha portato la Croazia alla sua prima finale mondiale». È il segnale, si può scatenare l'inferno: «Russia 2018, Luka Modric: dall'infanzia da rifugiato al sogno Mondiale con la Croazia», è il titolo di un video strappalacrime di Repubblica.
E se l'attualizzazione non fosse chiara, l'Huffington Post è ancora più didascalico: «La storia di Modric, croato classe 1985, inizia con le stesse paura di milioni di rifugiati che oggi abbandonano i loro paesi in cerca di un futuro migliore, schiacciati fra guerre e povertà». Perché è ovvio: un bambino di 6 anni che scappa da una guerra vera e si rifugia a 40 chilometri da casa (dal villaggio natale di Zaton Obrovacki a Zara, dove fu ospitato da un ostello) deve convincerci ad aprire le porte e possibilmente dare la cittadinanza a centinaia di migliaia di nigeriani di 20 anni. Chiaro, no?
Certo, c'è anche la famiglia di Mario Mandzukic rifugiata in Germania, sempre a causa della guerra, e il portiere Danijel Subasic che è per metà serbo, tutte storie su cui la stampa sta insistendo molto per costruire la narrazione dell'accoglienza, sempre con il medesimo, ineffabile senso per i nessi logici: o pensate che il fatto che il padre di Subasic fosse serbo non sia un buon motivo per diventare una provincia dell'Africa?
La verità è che da quelle parti i paradisi di convivenza, progresso e fraternità li hanno già sperimentati: gli è piaciuto talmente tanto che ne sono usciti con i giardinieri che disegnano svastiche sull'erba dei campi da calcio (successe a Spalato, durante un Croazia-Italia). Sono così, genio e sregolatezza. La fantasia dei mediterranei e la cattiveria degli slavi. L'inaffidabilità di entrambi.
Pensiamo solo a Nikola Kalinic, l'uomo delle sliding doors prese in faccia. Stasera, l'attaccante croato guarderà i suoi compagni dare l'assalto al cielo da seduto. Non in panchina, ché quella non la gradisce, bensì nella poltrona di casa sua. Contro la Nigeria si era rifiutato di entrare, suscitando l'ira del ct Zlatko Dalic, che lo cacciò senza tanti complimenti. Via dal ritiro, quindi.
Ora i suoi colleghi rischiano di diventare campioni del mondo, per la prima volta, poi chissà quando ricapiterà. Che le scelte di vita non fossero il suo forte lo si era capito quando Kalinic aveva rotto traumaticamente con la Fiorentina per approdare al Milan dei sogni, quello che i cinesi sembravano dover riportare ai fasti di un tempo. Ma i rossoneri hanno imbroccato un'annata storta e lui di più: errori, partitacce, lite con i tifosi, lite con Rino Gattuso, tanto per cambiare. Insomma, uno che fa sempre scelte dalle conseguenze disastrose e continua a perseverare. A pensarci bene, la metafora dell'Europa aperta all'accoglienza è molto più lui che Modric.
Adriano Scianca
Il migliore non è in finale: Hazard
La notizia della sua morte era francamente esagerata. Lanciata su Facebook nei giorni scorsi, ha avuto migliaia di contatti in poche ore e ha raccolto frasi di disperazione fra i tifosi belgi. Ma all'82° della penultima partita del mondiale Eden Hazard l'ha personalmente smentita: ha ricevuto palla da Kevin De Bruyne, l'ha difesa dal ritorno di un difensore inglese e l'ha scaricata con rabbia in porta. Vivo e vegeto, terzo gol nel torneo, fine del film (2-0), lutto a Piccadilly Circus e Belgio che per la prima volta sale sul podio mondiale. Per la verità la sfida era finita quattro minuti dopo l'inizio, quando Thomas Meunier aveva inflitto il primo dolore al portiere inglese, affermando due tendenze opposte: Inghilterra in preda alla depressione e all'acido lattico dopo il sogno svanito della finale e Belgio entusiasta, ancora abbastanza vitale da stampare il marchio del suo contropiede col turbo, una volta di più, in terra di Russia.
Dove sono finite le ragazze? Già siamo di fronte alla partita più inutile del torneo, quella fra le sconfitte, che nella storia si definisce finalina proprio perché solo i fanatici ricordano a memoria chi è arrivato terzo o quarto. E in più notiamo la malinconica assenza delle bellezze sugli spalti. Sollecitato dagli imam della Fifa a non inquadrare signorine avvenenti per non incoraggiare il sessismo, il regista ha già messo il chador alle telecamere. Così ci fanno compagnia imbarazzanti ragionieri di Kensington travestiti da crociati (e anche qui, seguendo i deliri del politicamente corretto, qualcuno potrebbe avere da ridire) e attempati signori con il naso rosso.
Sarebbe più divertente un cartone animato sovietico o il vecchio monoscopio, se in campo non ci fosse lui, il numero dieci in maglia gialla, quello con lo sguardo truce e il dribbling da ballerino del Bolscioi. Eden Hazard, il folletto, il miglior giocatore di questo mondiale. Perché se il Belgio è arrivato fin qui il merito è certamente del ct Roberto Martinez che lo ha assemblato con intelligenza, del gigantesco portiere Thibault Courtois, dell'asse verticale formato da Vincent Kompany, Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku. Ma sulla Grand Place dovrebbero erigere un monumento equestre a lui, l'elemento di corto circuito, il diabolico artista che tocca ogni pallone e manda in porta gli altri quando non decide di andarci da solo. Colui che Roman Abramovich nel 2012 pensava essere il terzo uomo fra Leo Messi e Cristiano Ronaldo.
Lo pagò 40 milioni per portarlo al Chelsea, nella speranza che maturasse subito. E invece Hazard, che oggi ha 27 anni ed è ufficialmente immarcabile, ne ha impiegati quattro a crescere, a passare dal ruolo di monello a quello di leader, a togliersi dalla biografia il nomignolo di deaf, il sordo, che ascolta solo la sua musica interiore e non i dettami tattici dell'allenatore. Brutta faccenda se i tecnici si chiamano Josè Mourinho e Antonio Conte, storie tese inevitabili negli spogliatoi. Oggi Hazard è uno straordinario direttore d'orchestra in campo, se ne sono accorti anche gli inglesi.
Nello stadio di San Pietroburgo si presenta al 13° con la sua azione preferita: accelerazione centrale, devastante, un paio di avversari dribblati come birilli. Alla mezz'ora regala a Youri Telemans (21 anni, bella conferma) un pallone d'oro sfruttato male. Si ferma e riparte, rallenta e ti pianta in asso, apre a sinistra, imbuca l'assist, gioca tra le linee anche quando dorme, come piace alla nouvelle vague della critica sportiva in cerca di vampate di originalità. Gli inglesi lo fermano abbracciandolo, frustrati e senza affetto. Contro di lui e i suoi allegri compari, i britannici non ci capiscono nulla: il capocannoniere Harry Kane è un fantasma stremato (sei gol e un gioco troppo dispendioso per durare), i granatieri di difesa sono stanchi (Harry Maguire si fa notare solo sui colpi di testa), Jesse Lingard e Markus Rashford hanno voglia di vacanze, gli altri sono già su Booking.com da due giorni. Solo Eric Dier, tuttocampista del Tottenham, ha voglia di essere protagonista e per due volte sfiora il gol del pareggio.
Contro il destino non si va. E il destino del mondiale che ha perso Leo Messi nei meandri delle teorie di Sigmund Freud e che ha mandato a casa Cristiano Ronaldo per manifesta inferiorità dei compagni, è legato ad Hazard. Incoronarlo prima della finale, scusate la petulanza, non è un azzardo. Perché Kylian Mbappé potrà essere un simbolo, ma a 19 anni deve ancora mangiare quintali di polenta prima di diventare numero uno. E Luka Modric, cervello elettronico inarrivabile della Croazia, è stato portato a braccia in finale dagli altri dieci guerrieri nella sfida bucata contro l'Inghilterra.
Il nostro uomo è Hazard, figlio di Thierry e Carine, che giocavano a calcio e quando hanno smesso hanno fatto gli insegnanti di educazione fisica. È anche il pilastro attorno al quale Maurizio Sarri vuole costruire il nuovo Chelsea; dopo aver allenato divinamente due ragazzi che un po' gli somigliano come Lorenzo Insigne e Dries Mertens (i pregi di entrambi per farne uno), può svolgere un gran lavoro con il re del Belgio. Il problema è che proprio lui è l'obiettivo numero uno di un signore che di pallone se ne intende, Florentino Perez, alla ricerca per il suo Real Madrid di un leader al quale affidare la maglia numero sette di Cristiano Ronaldo. Secondo i giornali spagnoli l'offerta è pronta a partire: 170 milioni. Poiché il ragazzo avrebbe altri estimatori che stanno a Barcellona, in Spagna si profila un'asta bollente. Niente male per un mezzo morto.
Giorgio Gandola
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Se vincerà la Francia dovremo sorbirci l'esultanza di Emmanuel Macron e il coro di elogi dei giornaloni nostrani.Luka Modric non è stato un migrante. Nikola Kalinic da psichiatra. Il talento scappò dalla guerra a 6 anni, poi però è tornato a casa sua. Ma per Repubblica è un simbolo. Che pena il milanista... Eden Hazard. Imprendibile, geniale, costante. Il capitano del Belgio ha disputato un mondiale strepitoso, chiuso con 3 gol e il bronzo. Maurizio Sarri l'aspetta a Londra, a meno che il Real...Lo speciale contiene tre articoli.Mosca, ore 17, Luzhniki Stadium. Aggiungete 90 minuti, più cinque di recupero, più eventuali supplementari e rigori: al massimo verso le 19.30 italiane, forse molto prima, sapremo il nome della nazionale campione del mondo di calcio. Come si dice in questi casi, vinca il migliore: ma se per caso risulterà migliore la Croazia, saremo tutti più tranquilli. Qui non si vuole certo istigare al tifo contro la Francia, che peraltro (prima gufata) parte favoritissima: squadra obiettivamente molto forte, un Mbappé sontuoso, e soprattutto un cammino meno faticoso di quello dei croati, che escono da una serie di spossanti match conclusi solo ai supplementari. Insomma, Francia lanciatissima verso il titolo (seconda gufata). Starei per dire che, a meno di una clamorosa sorpresa, legata al talento di Modric e alla tenacia di Mandzukic, la Francia ha già le mani sulla coppa del mondo (terza gufata).Compiuti i doverosi riti scaramantici e apotropaici, ragioniamo freddamente sulle ragioni per cui una vittoria francese sarebbe una notevole scocciatura. Primo: già stasera, in diretta, l'esultanza di Macron in tribuna, non sappiamo se accompagnato dall'immancabile Brigitte, sarebbe uno spettacolo per stomaci forti. Diciamocelo francamente: conoscendo abitudini e attitudini dell'inquilino dell'Eliseo, in pochi minuti sarebbe capace di sollevare lui la coppa, togliendola dalle mani del capitano della squadra, il portiere Lloris. Non senza aver prima sorriso a 32 denti in tribuna autorità, e fatto gesti da ganassa (ganassa chic, si capisce) in favore di telecamera.Secondo: partirebbe dal mattino successivo, sui giornaloni italiani, il coretto a cappella degli editorialisti per cantare la canzoncina multiculturale e multietnica, accompagnata da inevitabili commenti (già scritti: sono sul tavolo di una decina di direttori, che aspettano solo di sapere se cestinarli o pubblicarli, in base al risultato della partita di stasera) tra la Croazia «nazionalista e sovranista» e la Francia «multi-qua e multi-là». In tutta questa melassa preconfezionata, non aspettatevi però una sola osservazione, un solo «piccolo dettaglio»: in questo trionfo di accoglienza, in questo meraviglioso mix di colori e storie, provate a fare un confronto tra la formazione della nazionale di calcio francese e la squadra di governo. Nel governo Macron-Philippe trovate una sola ministra di colore, non a caso al marginale dicastero dello Sport: la bravissima ex schermitrice, già medaglia d'oro olimpica, Laura Flessel. Appena una su 18 ministri, e per giunta allo sport. Se invece prendete la nazionale di calcio, nella semifinale con il Belgio, sui tredici giocatori schierati dal ct Deschamps (gli undici di partenza, più i due subentrati in gara), ben otto sono di colore. Otto su 13. Nessuna conclusione, nessun commento: solo un'evidenza numerica - diciamo così - sul diverso ritmo con cui procede l'integrazione multietnica, velocissima nello sport e lentissima (quasi impercettibile) quando si tratta del potere vero. Terzo: tornerebbero in auge, qui da noi, i «macronisti italici». Una specie animale particolarissima, a pelo corto e a pelo lungo, in espansione rapidissima al momento della vittoria elettorale di Macron (in un tripudio di Inni alla gioia e bandiere europee), e poi improvvisamente sparita al limite dell'estinzione negli ultimi tempi, quando è risultato chiaro a tutti che il soave Macron, sull'immigrazione, fa il fenomeno se si tratta dell'Italia, ma a casa sua schiera esercito e polizia. Meglio scomparire per un po': troppo impopolare la posizione… Ora però questi macronisti nostrani potrebbero riemergere, in pericolosa coincidenza con la data fatidica per la Francia del 14 luglio.Quarto (e ultimo, e più serio argomento): sarà bene metterselo in testa. La Francia, e in questo fa benissimo dal suo punto di vista, persegue in modo determinato e spregiudicato il proprio interesse nazionale. Ammanta tutto di retorica europeista, ma in mente ha solo i colori della propria bandiera. Vale su tutto: quando vuole fare raid economici e shopping in Italia (ma è prontissima a bloccare analoghe missioni italiane in territorio francese); quando difende gli interessi dei suoi campioni nazionali (energetici, infrastrutturali, eccetera) e delle sue banche; quando continua a coltivare disegni di influenza in Africa e nel Mediterraneo (in genere a spese dell'Italia); quando addita buchi e problemi nei conti pubblici altrui per meglio nascondere il fatto che il suo rapporto deficit/Pil veleggia pericolosamente verso il 5 per cento. È ora di accorgercene, e di non far finta di credere alla favola per cui Parigi si fa carico dei problemi degli altri e del futuro della costruzione europea. Per tutte queste ragioni, sorridendo senza cattiveria e senza malizia verso i «cugini» francesi, vale la pena di affidarsi con speranza a Modric e Mandzukic, e pure a Perisic e Brozovic, e augurarci che siano tutti in serata di grazia. Dalla loro buona vena, deriverà un pezzettino di tranquillità anche per noi. Appuntamento alle 17: gufata vivamente consigliata.Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quattro-valide-ragioni-per-tifare-croazia-e-arrostire-i-galletti-2586725266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="modric-non-e-stato-un-migrante-kalinic-da-psichiatra" data-post-id="2586725266" data-published-at="1768092154" data-use-pagination="False"> Modric non è stato un migrante. Kalinic da psichiatra Ci abbiamo pensato tutti: ma cosa sarebbe, oggi, calcisticamente, la vecchia Iugoslavia, con le geometrie del bosniaco Miralev Pjanic e gli affondi del serbo Serjei Milinkovic Savic accanto al motore (per niente) immobile della Croazia, Luka Modric? Una sorta di Brasile balcanico, praticamente. Del resto a Belgrado il Marakana ce l'hanno già. Si tratta, tuttavia, di una fallacia logica: la forza della nazionale con la maglia a scacchi bianchi e rossi è anche e soprattutto in quell'orgoglio, in quella sofferenza, in quella combattività di chi è cresciuto schivando i cecchini in un periodo in cui i coetanei di questa parte dell'Adriatico sperimentavano al massimo le emozioni di Beverly Hills 90210. Schegge di fierezza nazionale piantate sul dorso dell'Europa dopo l'esplosione di un'impossibile convivenza. Si sono scannati, pur di non stare più insieme, i cultori dell'impossibile dream team slavo se ne faranno una ragione. Se non altro, dopo averci ammannito la narrazione della bella Inghilterra multirazziale (nonostante Birmingham), del superbo Belgio colorato (nonostante Molenbeek) e quella, tuttora nel menù, della fantastica Francia della diversità (nonostante Seine-Saint-Denis), stavolta il gioco della strumentalizzazione avrà le polveri bagnate. O forse no, forse la creatività retorica e il cinismo politicante possono trasformare in mascotte dell'invasione persino quei volti tagliati con l'accetta, gente che ha festeggiato la qualificazione per i mondiali brasiliani con cori degli Ustascia e che sotto la doccia intona brani del cantante nazionalista Marko Perkovic Thompson, i cui concerti sono vietati in mezza Europa. Per osare l'inosabile, basta far leva sul suono delle parole. «Rifugiato», per esempio. Ha iniziato tutto Muhammad Lila, giornalista della Cnn, che in un tweet recante la foto del piccolo Modric, ha scritto: «Quando aveva 6 anni, suo nonno fu ucciso. Lui e la sua famiglia hanno vissuto da rifugiati, in una zona di guerra. È cresciuto con il suono delle granate che esplodevano. I suoi allenatori dicevano che era troppo debole e troppo timido per giocare a calcio. Oggi Luka Modric ha portato la Croazia alla sua prima finale mondiale». È il segnale, si può scatenare l'inferno: «Russia 2018, Luka Modric: dall'infanzia da rifugiato al sogno Mondiale con la Croazia», è il titolo di un video strappalacrime di Repubblica. E se l'attualizzazione non fosse chiara, l'Huffington Post è ancora più didascalico: «La storia di Modric, croato classe 1985, inizia con le stesse paura di milioni di rifugiati che oggi abbandonano i loro paesi in cerca di un futuro migliore, schiacciati fra guerre e povertà». Perché è ovvio: un bambino di 6 anni che scappa da una guerra vera e si rifugia a 40 chilometri da casa (dal villaggio natale di Zaton Obrovacki a Zara, dove fu ospitato da un ostello) deve convincerci ad aprire le porte e possibilmente dare la cittadinanza a centinaia di migliaia di nigeriani di 20 anni. Chiaro, no? Certo, c'è anche la famiglia di Mario Mandzukic rifugiata in Germania, sempre a causa della guerra, e il portiere Danijel Subasic che è per metà serbo, tutte storie su cui la stampa sta insistendo molto per costruire la narrazione dell'accoglienza, sempre con il medesimo, ineffabile senso per i nessi logici: o pensate che il fatto che il padre di Subasic fosse serbo non sia un buon motivo per diventare una provincia dell'Africa? La verità è che da quelle parti i paradisi di convivenza, progresso e fraternità li hanno già sperimentati: gli è piaciuto talmente tanto che ne sono usciti con i giardinieri che disegnano svastiche sull'erba dei campi da calcio (successe a Spalato, durante un Croazia-Italia). Sono così, genio e sregolatezza. La fantasia dei mediterranei e la cattiveria degli slavi. L'inaffidabilità di entrambi. Pensiamo solo a Nikola Kalinic, l'uomo delle sliding doors prese in faccia. Stasera, l'attaccante croato guarderà i suoi compagni dare l'assalto al cielo da seduto. Non in panchina, ché quella non la gradisce, bensì nella poltrona di casa sua. Contro la Nigeria si era rifiutato di entrare, suscitando l'ira del ct Zlatko Dalic, che lo cacciò senza tanti complimenti. Via dal ritiro, quindi. Ora i suoi colleghi rischiano di diventare campioni del mondo, per la prima volta, poi chissà quando ricapiterà. Che le scelte di vita non fossero il suo forte lo si era capito quando Kalinic aveva rotto traumaticamente con la Fiorentina per approdare al Milan dei sogni, quello che i cinesi sembravano dover riportare ai fasti di un tempo. Ma i rossoneri hanno imbroccato un'annata storta e lui di più: errori, partitacce, lite con i tifosi, lite con Rino Gattuso, tanto per cambiare. Insomma, uno che fa sempre scelte dalle conseguenze disastrose e continua a perseverare. A pensarci bene, la metafora dell'Europa aperta all'accoglienza è molto più lui che Modric. 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Per la verità la sfida era finita quattro minuti dopo l'inizio, quando Thomas Meunier aveva inflitto il primo dolore al portiere inglese, affermando due tendenze opposte: Inghilterra in preda alla depressione e all'acido lattico dopo il sogno svanito della finale e Belgio entusiasta, ancora abbastanza vitale da stampare il marchio del suo contropiede col turbo, una volta di più, in terra di Russia. Dove sono finite le ragazze? Già siamo di fronte alla partita più inutile del torneo, quella fra le sconfitte, che nella storia si definisce finalina proprio perché solo i fanatici ricordano a memoria chi è arrivato terzo o quarto. E in più notiamo la malinconica assenza delle bellezze sugli spalti. Sollecitato dagli imam della Fifa a non inquadrare signorine avvenenti per non incoraggiare il sessismo, il regista ha già messo il chador alle telecamere. Così ci fanno compagnia imbarazzanti ragionieri di Kensington travestiti da crociati (e anche qui, seguendo i deliri del politicamente corretto, qualcuno potrebbe avere da ridire) e attempati signori con il naso rosso. Sarebbe più divertente un cartone animato sovietico o il vecchio monoscopio, se in campo non ci fosse lui, il numero dieci in maglia gialla, quello con lo sguardo truce e il dribbling da ballerino del Bolscioi. Eden Hazard, il folletto, il miglior giocatore di questo mondiale. Perché se il Belgio è arrivato fin qui il merito è certamente del ct Roberto Martinez che lo ha assemblato con intelligenza, del gigantesco portiere Thibault Courtois, dell'asse verticale formato da Vincent Kompany, Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku. Ma sulla Grand Place dovrebbero erigere un monumento equestre a lui, l'elemento di corto circuito, il diabolico artista che tocca ogni pallone e manda in porta gli altri quando non decide di andarci da solo. Colui che Roman Abramovich nel 2012 pensava essere il terzo uomo fra Leo Messi e Cristiano Ronaldo. Lo pagò 40 milioni per portarlo al Chelsea, nella speranza che maturasse subito. E invece Hazard, che oggi ha 27 anni ed è ufficialmente immarcabile, ne ha impiegati quattro a crescere, a passare dal ruolo di monello a quello di leader, a togliersi dalla biografia il nomignolo di deaf, il sordo, che ascolta solo la sua musica interiore e non i dettami tattici dell'allenatore. Brutta faccenda se i tecnici si chiamano Josè Mourinho e Antonio Conte, storie tese inevitabili negli spogliatoi. Oggi Hazard è uno straordinario direttore d'orchestra in campo, se ne sono accorti anche gli inglesi. Nello stadio di San Pietroburgo si presenta al 13° con la sua azione preferita: accelerazione centrale, devastante, un paio di avversari dribblati come birilli. Alla mezz'ora regala a Youri Telemans (21 anni, bella conferma) un pallone d'oro sfruttato male. Si ferma e riparte, rallenta e ti pianta in asso, apre a sinistra, imbuca l'assist, gioca tra le linee anche quando dorme, come piace alla nouvelle vague della critica sportiva in cerca di vampate di originalità. Gli inglesi lo fermano abbracciandolo, frustrati e senza affetto. Contro di lui e i suoi allegri compari, i britannici non ci capiscono nulla: il capocannoniere Harry Kane è un fantasma stremato (sei gol e un gioco troppo dispendioso per durare), i granatieri di difesa sono stanchi (Harry Maguire si fa notare solo sui colpi di testa), Jesse Lingard e Markus Rashford hanno voglia di vacanze, gli altri sono già su Booking.com da due giorni. Solo Eric Dier, tuttocampista del Tottenham, ha voglia di essere protagonista e per due volte sfiora il gol del pareggio. Contro il destino non si va. E il destino del mondiale che ha perso Leo Messi nei meandri delle teorie di Sigmund Freud e che ha mandato a casa Cristiano Ronaldo per manifesta inferiorità dei compagni, è legato ad Hazard. Incoronarlo prima della finale, scusate la petulanza, non è un azzardo. Perché Kylian Mbappé potrà essere un simbolo, ma a 19 anni deve ancora mangiare quintali di polenta prima di diventare numero uno. E Luka Modric, cervello elettronico inarrivabile della Croazia, è stato portato a braccia in finale dagli altri dieci guerrieri nella sfida bucata contro l'Inghilterra. Il nostro uomo è Hazard, figlio di Thierry e Carine, che giocavano a calcio e quando hanno smesso hanno fatto gli insegnanti di educazione fisica. È anche il pilastro attorno al quale Maurizio Sarri vuole costruire il nuovo Chelsea; dopo aver allenato divinamente due ragazzi che un po' gli somigliano come Lorenzo Insigne e Dries Mertens (i pregi di entrambi per farne uno), può svolgere un gran lavoro con il re del Belgio. Il problema è che proprio lui è l'obiettivo numero uno di un signore che di pallone se ne intende, Florentino Perez, alla ricerca per il suo Real Madrid di un leader al quale affidare la maglia numero sette di Cristiano Ronaldo. Secondo i giornali spagnoli l'offerta è pronta a partire: 170 milioni. Poiché il ragazzo avrebbe altri estimatori che stanno a Barcellona, in Spagna si profila un'asta bollente. Niente male per un mezzo morto. Giorgio Gandola
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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