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2020-05-21
Quanto M5s nei favori chiesti a Palamara...
Alessandro Di Battista (Ansa)
L'elenco dei personaggi che comunicavano via Whatsapp con Luca Palamara potrebbe riempire la tribuna autorità dello stadio Olimpico. E sino al maggio scorso essere nella sua agenda era un onore. Oggi è un po' come prendersi il Covid. Tra chi è rimasto infettato c'è anche uno dei più stretti collaboratori del premier Giuseppe Conte, Ermanno De Francisco, classe 1963, il capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. Le poche informazioni reperibili su di lui sono disponibili sui siti istituzionali e in qualche articolo di stampa.
Innanzitutto bisogna dire che è stato fortemente voluto dal premier e che l'atto con il quale è stato nominato capo del Dagl è del giugno 2018, quando nacque il gabinetto Conte. Se da una parte il nome di De Francisco è poco noto al grande pubblico (pur essendo già stato consigliere di Silvio Berlusconi); dall'altra, invece, è molto conosciuto negli ambienti della giustizia amministrativa. Prima della nomina di Conte, infatti, vestiva i panni di presidente di sezione del Consiglio di Stato. E prima ancora si era diviso tra un posto da vice commissario della polizia di e uno da ricercatore all'Università di Ferrara.
La svolta quando, nel 1997, vince il concorso per Palazzo Spada. Ed è ancora a Palazzo Spada quando, per ottenere notizie sui trasferimenti nella magistratura ordinaria, si rivolge allo stratega delle nomine Palamara. In particolare sembrava interessargli l'assegnazione del posto di procuratore aggiunto a Salerno. È il 10 dicembre 2017 quando de Francisco scrive a Palamara: «Ciao Luca, sono Ermanno De Francisco (consiglio di presidenza della giustizia amministrativa). Come ti avevo accennato martedì allo stadio, vorrei passare un attimo a trovarti domani in ufficio (cosa di cinque minuti)». Nel resto del testo comunica al suo interlocutore quali siano i suoi orari. Palamara risponde: «Carissimo Ermanno con grande piacere ci possiamo aggiornare per dopo le 17, ti chiamo io ad ora di pranzo un abbraccio a domani». Il giorno successivo l'appuntamento viene confermato. «Ermanno va bene per te alle 18?», gli scrive Palamara. «Sì, perfetto! Grazie. Fammi lasciare un passi alla portineria del Csm». Uno degli argomenti nel menù dell'incontro è forse ricavabile da un altro messaggio che De Francisco inviò, a distanza di un mese dal meeting, all'ex componente del parlamentino delle toghe. «Ciao Luca, a che punto siete con la vostra attività per la scelta del procuratore aggiunto di Salerno? […]». «Caro Ermanno ancora non abbiamo iniziato la trattazione», risponde Palamara, che subito dopo specifica: «Ti aggiorno prontamente, un caro saluto». Dai documenti non emerge altro. E il nome dell'aggiunto che stava a cuore al consigliere giuridico di Conte resta ignoto.
Ma tra i tecnici scelti dai 5 stelle De Francisco non è l'unico ad aver chattato con Palamara. Come anticipato dalla Verità, c'è anche Maria Casola, promossa un anno fa a capo del Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula. Dopo una tornata di nomine il pm romano le scrive: «Ma in questa vicenda l'unico che poteva realmente aiutarti era uno solo. E io te l'avevo anche detto. Le correnti sono state tagliate fuori. Diba (Alessandro Di Battista, ndr) era l'unico. Come hanno fatto i 5s che hanno sostenuto Baldi e Basentini», ovvero Fulvio Baldi e Francesco Basentini, i due uomini scelti dal ministro Alfonso Bonafede come capo di gabinetto e come capo del Dap, prima delle loro sofferte dimissioni. D'altra parte, la Casola il Diba lo conosce davvero. I due frequentano la stessa parrocchia: Santa Chiara, che si trova in piazza dei Giuochi delfici, nella zona di Roma nord. Per Di Battista si tratta della chiesa di famiglia e qui è stato officiato il funerale della mamma di Alessandro lo scorso novembre. Lei è anche tra le fedeli più impegnate.
«Oltre a venire a messa», spiega alla Verità uno dei sacerdoti, «segue tanti progetti». Basta fare una ricerca su Google per scoprire che di attività la chiesa ne produce davvero tante. Come quella che risale al 20 gennaio 2008, quando venne organizzato un concerto il cui l'incasso venne devoluto a sostegno di progetti di sviluppo sul microcredito in Congo e in Guatemala. Iniziative seguite dalle associazioni Amka Onlus e Progetto continenti Onlus. Coincidenza: nel 2008 l'ex parlamentare grillino Di Battista lavorava per Amka.
Lui lo ha messo nero su bianco in una biografia online e la stessa associazione ce lo conferma: «Ha gestito campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi», afferma la responsabile stampa, «inoltre teneva corsi di volontariato internazionale per i giovani che volevano partire». Di Battista è anche partito per Congo e Guatemala con questi gruppi di volontari tra il 2007 e il 2010. E l'incontro con Amka avviene proprio in piazza dei Giuochi Delfici: «L'associazione, apartitica e laica», spiegano, «nasce su iniziativa di un gruppo di missionari della parrocchia che frequentava». E che frequenta. Come la Casola. Che, per un aiuto, però, invece di rivolgersi a Santa Chiara deve aver preferito Palamara.
Le toghe di «Autonomia» si indignano per trame che riguardano pure loro
Dopo Area, Magistratura indipendente e Unicost, anche la più giovane delle correnti della magistratura, quella di Autonomia e indipendenza, rompe il silenzio sulla seconda tornata dello scandalo Csm, quella sollevata dalla Verità: «Siamo nuovamente in presenza di fatti molto gravi che mostrano un sistema profondamente malato, intriso di favoritismi, clientele, distorte logiche di gruppo e interferenze politiche estranee alle fisiologiche dinamiche dell'autogoverno».
A&I cerca di offrire la sua interpretazione di ciò che ogni giorno salta fuori dai faldoni dell'inchiesta sul pm romano Luca Palamara. Una lettura che sembra poco interessata a rimettere tutto in discussione: «Si affaccia una linea difensiva basata sul tentativo di diluire le responsabilità di singoli o gruppi in un indistinto calderone, la strategia del siamo tutti uguali, nessuno escluso».
Come se con il secondo tempo dell'inchiesta qualcuno cercasse di cancellare il risultato del primo. La verità è che molte toghe speravano di aver sfangato lo scandalo Csm, che aveva fatto pagar pegno solo a una piccola fetta della magistratura. Ma le chat di Palamara non risparmiano nessuno. Neanche i magistrati di A&I, come Franca Amadori, giudice del Tribunale di Roma, che si rivolge a Barbara Sargenti, la pm che ha indagato sull'ex leader di An, Gianfranco Fini, e sui Tulliani, per ottenere il numero di telefonino di Palamara. E quando la Sargenti annuncia al collega la richiesta, questi risponde: «Noooooooo salvami tu!!!». Lei è in imbarazzo, ma non può dire di no alla collega. E spiega: «Se le dico che non ce l'ho non ci crede, giustamente... e se le dico che tu sei molto preso e che glielo giro solo a patto che non ti chiami e che mandi solo Whatsapp?». Alla fine il pm acconsente. La Amadori se ne infischia di Whatsapp e il 17 dicembre 2018 prova a chiamare più volte, senza ottenere una risposta. A quel punto scrive: «Ciao Luca, ho tentato di contattarti, ma senza successo. Volevo solo sapere se ci sono possibilità per la mia domanda (è la seconda volta che la presento, la prima fu nel 2012, cinque anni fa) per il massimario... azz....». Due giorni dopo scrive di nuovo: «Caro Luca, ho saputo di essere stata già proposta per la Corte d'appello, ma io non credevo che fossero così incredibilmente rapidi! Considerando che per il massimario ho presentato domanda a luglio e, dopo quasi sei mesi, ancora non hanno deciso nulla, pensavo di avere tempo». Poco dopo manda un altro messaggio: «Ora, io potrei presentare una revoca tardiva (i motivi non mancherebbero, per ragioni di servizio), ma vorrei farlo sapendo che ho qualche possibilità di andare al massimario». E ancora: «Non potresti aiutarmi a decidere?». La chat sembra un monologo. La Amadori continua: «Sai nulla?». Dopo il quarto messaggio Palamara risponde: «Cara Franca, per il massimario stanno discutendo, ma ancora non è stato deciso nulla». E lei: «Caro Luca, a me basterebbe sapere se mi hanno già estromessa, a prescindere. Così mi metto l'anima in pace e buonanotte. Non mi piace affatto la Corte d'Appello, ma il dibattimento mi piace ancor meno. Resterebbe, a questo punto, solo la funzione gip, che però non ho mai svolto e c'è chi dice che sia molto dura, mentre altri ne sono entusiasti. Non so che pensare... dammi un suggerimento, ti prego! Non ho voglia di andare in Corte...». Palamara sembra riuscire sempre a trovare le parole giuste: «Nessuno può essere estromesso a prescindere. Il gip, un ruolo impegnativo che però è in grado di dare grande autonomia». Ipse dixit.
Infine dalle chat di Palamara spunta anche il consigliere di A&I al Csm, Giuseppe Marra, che prima di essere eletto, aveva dato la sua solidarietà a Palamara, non appena si seppe dell'inchiesta che lo riguardava: «Caro Luca, ho letto le brutte notizie giornalistiche. Mi dispiace molto. Sono sicuro che ne uscirai presto a testa alta. Un abbraccio».
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L'attuale consigliere per gli affari giuridici di Palazzo Chigi, Ermanno De Francisco, fortemente voluto dal premier, nel 2017 invocò la mano del pm. Stessa cosa che fece Maria Casola (Dag), legata a «Dibba» poiché frequentano la stessa parrocchia.La corrente Autonomia scrive un comunicato per bollare come inopportuni intrecci e pressioni. Però c'era anche una associata della sigla.Lo speciale contiene due articoli. L'elenco dei personaggi che comunicavano via Whatsapp con Luca Palamara potrebbe riempire la tribuna autorità dello stadio Olimpico. E sino al maggio scorso essere nella sua agenda era un onore. Oggi è un po' come prendersi il Covid. Tra chi è rimasto infettato c'è anche uno dei più stretti collaboratori del premier Giuseppe Conte, Ermanno De Francisco, classe 1963, il capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. Le poche informazioni reperibili su di lui sono disponibili sui siti istituzionali e in qualche articolo di stampa.Innanzitutto bisogna dire che è stato fortemente voluto dal premier e che l'atto con il quale è stato nominato capo del Dagl è del giugno 2018, quando nacque il gabinetto Conte. Se da una parte il nome di De Francisco è poco noto al grande pubblico (pur essendo già stato consigliere di Silvio Berlusconi); dall'altra, invece, è molto conosciuto negli ambienti della giustizia amministrativa. Prima della nomina di Conte, infatti, vestiva i panni di presidente di sezione del Consiglio di Stato. E prima ancora si era diviso tra un posto da vice commissario della polizia di e uno da ricercatore all'Università di Ferrara.La svolta quando, nel 1997, vince il concorso per Palazzo Spada. Ed è ancora a Palazzo Spada quando, per ottenere notizie sui trasferimenti nella magistratura ordinaria, si rivolge allo stratega delle nomine Palamara. In particolare sembrava interessargli l'assegnazione del posto di procuratore aggiunto a Salerno. È il 10 dicembre 2017 quando de Francisco scrive a Palamara: «Ciao Luca, sono Ermanno De Francisco (consiglio di presidenza della giustizia amministrativa). Come ti avevo accennato martedì allo stadio, vorrei passare un attimo a trovarti domani in ufficio (cosa di cinque minuti)». Nel resto del testo comunica al suo interlocutore quali siano i suoi orari. Palamara risponde: «Carissimo Ermanno con grande piacere ci possiamo aggiornare per dopo le 17, ti chiamo io ad ora di pranzo un abbraccio a domani». Il giorno successivo l'appuntamento viene confermato. «Ermanno va bene per te alle 18?», gli scrive Palamara. «Sì, perfetto! Grazie. Fammi lasciare un passi alla portineria del Csm». Uno degli argomenti nel menù dell'incontro è forse ricavabile da un altro messaggio che De Francisco inviò, a distanza di un mese dal meeting, all'ex componente del parlamentino delle toghe. «Ciao Luca, a che punto siete con la vostra attività per la scelta del procuratore aggiunto di Salerno? […]». «Caro Ermanno ancora non abbiamo iniziato la trattazione», risponde Palamara, che subito dopo specifica: «Ti aggiorno prontamente, un caro saluto». Dai documenti non emerge altro. E il nome dell'aggiunto che stava a cuore al consigliere giuridico di Conte resta ignoto.Ma tra i tecnici scelti dai 5 stelle De Francisco non è l'unico ad aver chattato con Palamara. Come anticipato dalla Verità, c'è anche Maria Casola, promossa un anno fa a capo del Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula. Dopo una tornata di nomine il pm romano le scrive: «Ma in questa vicenda l'unico che poteva realmente aiutarti era uno solo. E io te l'avevo anche detto. Le correnti sono state tagliate fuori. Diba (Alessandro Di Battista, ndr) era l'unico. Come hanno fatto i 5s che hanno sostenuto Baldi e Basentini», ovvero Fulvio Baldi e Francesco Basentini, i due uomini scelti dal ministro Alfonso Bonafede come capo di gabinetto e come capo del Dap, prima delle loro sofferte dimissioni. D'altra parte, la Casola il Diba lo conosce davvero. I due frequentano la stessa parrocchia: Santa Chiara, che si trova in piazza dei Giuochi delfici, nella zona di Roma nord. Per Di Battista si tratta della chiesa di famiglia e qui è stato officiato il funerale della mamma di Alessandro lo scorso novembre. Lei è anche tra le fedeli più impegnate.«Oltre a venire a messa», spiega alla Verità uno dei sacerdoti, «segue tanti progetti». Basta fare una ricerca su Google per scoprire che di attività la chiesa ne produce davvero tante. Come quella che risale al 20 gennaio 2008, quando venne organizzato un concerto il cui l'incasso venne devoluto a sostegno di progetti di sviluppo sul microcredito in Congo e in Guatemala. Iniziative seguite dalle associazioni Amka Onlus e Progetto continenti Onlus. Coincidenza: nel 2008 l'ex parlamentare grillino Di Battista lavorava per Amka.Lui lo ha messo nero su bianco in una biografia online e la stessa associazione ce lo conferma: «Ha gestito campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi», afferma la responsabile stampa, «inoltre teneva corsi di volontariato internazionale per i giovani che volevano partire». Di Battista è anche partito per Congo e Guatemala con questi gruppi di volontari tra il 2007 e il 2010. E l'incontro con Amka avviene proprio in piazza dei Giuochi Delfici: «L'associazione, apartitica e laica», spiegano, «nasce su iniziativa di un gruppo di missionari della parrocchia che frequentava». E che frequenta. Come la Casola. Che, per un aiuto, però, invece di rivolgersi a Santa Chiara deve aver preferito Palamara.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quanto-m5s-nei-favori-chiesti-a-palamara-2646046962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-toghe-di-autonomia-si-indignano-per-trame-che-riguardano-pure-loro" data-post-id="2646046962" data-published-at="1590005876" data-use-pagination="False"> Le toghe di «Autonomia» si indignano per trame che riguardano pure loro Dopo Area, Magistratura indipendente e Unicost, anche la più giovane delle correnti della magistratura, quella di Autonomia e indipendenza, rompe il silenzio sulla seconda tornata dello scandalo Csm, quella sollevata dalla Verità: «Siamo nuovamente in presenza di fatti molto gravi che mostrano un sistema profondamente malato, intriso di favoritismi, clientele, distorte logiche di gruppo e interferenze politiche estranee alle fisiologiche dinamiche dell'autogoverno». A&I cerca di offrire la sua interpretazione di ciò che ogni giorno salta fuori dai faldoni dell'inchiesta sul pm romano Luca Palamara. Una lettura che sembra poco interessata a rimettere tutto in discussione: «Si affaccia una linea difensiva basata sul tentativo di diluire le responsabilità di singoli o gruppi in un indistinto calderone, la strategia del siamo tutti uguali, nessuno escluso». Come se con il secondo tempo dell'inchiesta qualcuno cercasse di cancellare il risultato del primo. La verità è che molte toghe speravano di aver sfangato lo scandalo Csm, che aveva fatto pagar pegno solo a una piccola fetta della magistratura. Ma le chat di Palamara non risparmiano nessuno. Neanche i magistrati di A&I, come Franca Amadori, giudice del Tribunale di Roma, che si rivolge a Barbara Sargenti, la pm che ha indagato sull'ex leader di An, Gianfranco Fini, e sui Tulliani, per ottenere il numero di telefonino di Palamara. E quando la Sargenti annuncia al collega la richiesta, questi risponde: «Noooooooo salvami tu!!!». Lei è in imbarazzo, ma non può dire di no alla collega. E spiega: «Se le dico che non ce l'ho non ci crede, giustamente... e se le dico che tu sei molto preso e che glielo giro solo a patto che non ti chiami e che mandi solo Whatsapp?». Alla fine il pm acconsente. La Amadori se ne infischia di Whatsapp e il 17 dicembre 2018 prova a chiamare più volte, senza ottenere una risposta. A quel punto scrive: «Ciao Luca, ho tentato di contattarti, ma senza successo. Volevo solo sapere se ci sono possibilità per la mia domanda (è la seconda volta che la presento, la prima fu nel 2012, cinque anni fa) per il massimario... azz....». Due giorni dopo scrive di nuovo: «Caro Luca, ho saputo di essere stata già proposta per la Corte d'appello, ma io non credevo che fossero così incredibilmente rapidi! Considerando che per il massimario ho presentato domanda a luglio e, dopo quasi sei mesi, ancora non hanno deciso nulla, pensavo di avere tempo». Poco dopo manda un altro messaggio: «Ora, io potrei presentare una revoca tardiva (i motivi non mancherebbero, per ragioni di servizio), ma vorrei farlo sapendo che ho qualche possibilità di andare al massimario». E ancora: «Non potresti aiutarmi a decidere?». La chat sembra un monologo. La Amadori continua: «Sai nulla?». Dopo il quarto messaggio Palamara risponde: «Cara Franca, per il massimario stanno discutendo, ma ancora non è stato deciso nulla». E lei: «Caro Luca, a me basterebbe sapere se mi hanno già estromessa, a prescindere. Così mi metto l'anima in pace e buonanotte. Non mi piace affatto la Corte d'Appello, ma il dibattimento mi piace ancor meno. Resterebbe, a questo punto, solo la funzione gip, che però non ho mai svolto e c'è chi dice che sia molto dura, mentre altri ne sono entusiasti. Non so che pensare... dammi un suggerimento, ti prego! Non ho voglia di andare in Corte...». Palamara sembra riuscire sempre a trovare le parole giuste: «Nessuno può essere estromesso a prescindere. Il gip, un ruolo impegnativo che però è in grado di dare grande autonomia». Ipse dixit. Infine dalle chat di Palamara spunta anche il consigliere di A&I al Csm, Giuseppe Marra, che prima di essere eletto, aveva dato la sua solidarietà a Palamara, non appena si seppe dell'inchiesta che lo riguardava: «Caro Luca, ho letto le brutte notizie giornalistiche. Mi dispiace molto. Sono sicuro che ne uscirai presto a testa alta. Un abbraccio».
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.