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2020-05-21
Quanto M5s nei favori chiesti a Palamara...
Alessandro Di Battista (Ansa)
L'elenco dei personaggi che comunicavano via Whatsapp con Luca Palamara potrebbe riempire la tribuna autorità dello stadio Olimpico. E sino al maggio scorso essere nella sua agenda era un onore. Oggi è un po' come prendersi il Covid. Tra chi è rimasto infettato c'è anche uno dei più stretti collaboratori del premier Giuseppe Conte, Ermanno De Francisco, classe 1963, il capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. Le poche informazioni reperibili su di lui sono disponibili sui siti istituzionali e in qualche articolo di stampa.
Innanzitutto bisogna dire che è stato fortemente voluto dal premier e che l'atto con il quale è stato nominato capo del Dagl è del giugno 2018, quando nacque il gabinetto Conte. Se da una parte il nome di De Francisco è poco noto al grande pubblico (pur essendo già stato consigliere di Silvio Berlusconi); dall'altra, invece, è molto conosciuto negli ambienti della giustizia amministrativa. Prima della nomina di Conte, infatti, vestiva i panni di presidente di sezione del Consiglio di Stato. E prima ancora si era diviso tra un posto da vice commissario della polizia di e uno da ricercatore all'Università di Ferrara.
La svolta quando, nel 1997, vince il concorso per Palazzo Spada. Ed è ancora a Palazzo Spada quando, per ottenere notizie sui trasferimenti nella magistratura ordinaria, si rivolge allo stratega delle nomine Palamara. In particolare sembrava interessargli l'assegnazione del posto di procuratore aggiunto a Salerno. È il 10 dicembre 2017 quando de Francisco scrive a Palamara: «Ciao Luca, sono Ermanno De Francisco (consiglio di presidenza della giustizia amministrativa). Come ti avevo accennato martedì allo stadio, vorrei passare un attimo a trovarti domani in ufficio (cosa di cinque minuti)». Nel resto del testo comunica al suo interlocutore quali siano i suoi orari. Palamara risponde: «Carissimo Ermanno con grande piacere ci possiamo aggiornare per dopo le 17, ti chiamo io ad ora di pranzo un abbraccio a domani». Il giorno successivo l'appuntamento viene confermato. «Ermanno va bene per te alle 18?», gli scrive Palamara. «Sì, perfetto! Grazie. Fammi lasciare un passi alla portineria del Csm». Uno degli argomenti nel menù dell'incontro è forse ricavabile da un altro messaggio che De Francisco inviò, a distanza di un mese dal meeting, all'ex componente del parlamentino delle toghe. «Ciao Luca, a che punto siete con la vostra attività per la scelta del procuratore aggiunto di Salerno? […]». «Caro Ermanno ancora non abbiamo iniziato la trattazione», risponde Palamara, che subito dopo specifica: «Ti aggiorno prontamente, un caro saluto». Dai documenti non emerge altro. E il nome dell'aggiunto che stava a cuore al consigliere giuridico di Conte resta ignoto.
Ma tra i tecnici scelti dai 5 stelle De Francisco non è l'unico ad aver chattato con Palamara. Come anticipato dalla Verità, c'è anche Maria Casola, promossa un anno fa a capo del Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula. Dopo una tornata di nomine il pm romano le scrive: «Ma in questa vicenda l'unico che poteva realmente aiutarti era uno solo. E io te l'avevo anche detto. Le correnti sono state tagliate fuori. Diba (Alessandro Di Battista, ndr) era l'unico. Come hanno fatto i 5s che hanno sostenuto Baldi e Basentini», ovvero Fulvio Baldi e Francesco Basentini, i due uomini scelti dal ministro Alfonso Bonafede come capo di gabinetto e come capo del Dap, prima delle loro sofferte dimissioni. D'altra parte, la Casola il Diba lo conosce davvero. I due frequentano la stessa parrocchia: Santa Chiara, che si trova in piazza dei Giuochi delfici, nella zona di Roma nord. Per Di Battista si tratta della chiesa di famiglia e qui è stato officiato il funerale della mamma di Alessandro lo scorso novembre. Lei è anche tra le fedeli più impegnate.
«Oltre a venire a messa», spiega alla Verità uno dei sacerdoti, «segue tanti progetti». Basta fare una ricerca su Google per scoprire che di attività la chiesa ne produce davvero tante. Come quella che risale al 20 gennaio 2008, quando venne organizzato un concerto il cui l'incasso venne devoluto a sostegno di progetti di sviluppo sul microcredito in Congo e in Guatemala. Iniziative seguite dalle associazioni Amka Onlus e Progetto continenti Onlus. Coincidenza: nel 2008 l'ex parlamentare grillino Di Battista lavorava per Amka.
Lui lo ha messo nero su bianco in una biografia online e la stessa associazione ce lo conferma: «Ha gestito campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi», afferma la responsabile stampa, «inoltre teneva corsi di volontariato internazionale per i giovani che volevano partire». Di Battista è anche partito per Congo e Guatemala con questi gruppi di volontari tra il 2007 e il 2010. E l'incontro con Amka avviene proprio in piazza dei Giuochi Delfici: «L'associazione, apartitica e laica», spiegano, «nasce su iniziativa di un gruppo di missionari della parrocchia che frequentava». E che frequenta. Come la Casola. Che, per un aiuto, però, invece di rivolgersi a Santa Chiara deve aver preferito Palamara.
Le toghe di «Autonomia» si indignano per trame che riguardano pure loro
Dopo Area, Magistratura indipendente e Unicost, anche la più giovane delle correnti della magistratura, quella di Autonomia e indipendenza, rompe il silenzio sulla seconda tornata dello scandalo Csm, quella sollevata dalla Verità: «Siamo nuovamente in presenza di fatti molto gravi che mostrano un sistema profondamente malato, intriso di favoritismi, clientele, distorte logiche di gruppo e interferenze politiche estranee alle fisiologiche dinamiche dell'autogoverno».
A&I cerca di offrire la sua interpretazione di ciò che ogni giorno salta fuori dai faldoni dell'inchiesta sul pm romano Luca Palamara. Una lettura che sembra poco interessata a rimettere tutto in discussione: «Si affaccia una linea difensiva basata sul tentativo di diluire le responsabilità di singoli o gruppi in un indistinto calderone, la strategia del siamo tutti uguali, nessuno escluso».
Come se con il secondo tempo dell'inchiesta qualcuno cercasse di cancellare il risultato del primo. La verità è che molte toghe speravano di aver sfangato lo scandalo Csm, che aveva fatto pagar pegno solo a una piccola fetta della magistratura. Ma le chat di Palamara non risparmiano nessuno. Neanche i magistrati di A&I, come Franca Amadori, giudice del Tribunale di Roma, che si rivolge a Barbara Sargenti, la pm che ha indagato sull'ex leader di An, Gianfranco Fini, e sui Tulliani, per ottenere il numero di telefonino di Palamara. E quando la Sargenti annuncia al collega la richiesta, questi risponde: «Noooooooo salvami tu!!!». Lei è in imbarazzo, ma non può dire di no alla collega. E spiega: «Se le dico che non ce l'ho non ci crede, giustamente... e se le dico che tu sei molto preso e che glielo giro solo a patto che non ti chiami e che mandi solo Whatsapp?». Alla fine il pm acconsente. La Amadori se ne infischia di Whatsapp e il 17 dicembre 2018 prova a chiamare più volte, senza ottenere una risposta. A quel punto scrive: «Ciao Luca, ho tentato di contattarti, ma senza successo. Volevo solo sapere se ci sono possibilità per la mia domanda (è la seconda volta che la presento, la prima fu nel 2012, cinque anni fa) per il massimario... azz....». Due giorni dopo scrive di nuovo: «Caro Luca, ho saputo di essere stata già proposta per la Corte d'appello, ma io non credevo che fossero così incredibilmente rapidi! Considerando che per il massimario ho presentato domanda a luglio e, dopo quasi sei mesi, ancora non hanno deciso nulla, pensavo di avere tempo». Poco dopo manda un altro messaggio: «Ora, io potrei presentare una revoca tardiva (i motivi non mancherebbero, per ragioni di servizio), ma vorrei farlo sapendo che ho qualche possibilità di andare al massimario». E ancora: «Non potresti aiutarmi a decidere?». La chat sembra un monologo. La Amadori continua: «Sai nulla?». Dopo il quarto messaggio Palamara risponde: «Cara Franca, per il massimario stanno discutendo, ma ancora non è stato deciso nulla». E lei: «Caro Luca, a me basterebbe sapere se mi hanno già estromessa, a prescindere. Così mi metto l'anima in pace e buonanotte. Non mi piace affatto la Corte d'Appello, ma il dibattimento mi piace ancor meno. Resterebbe, a questo punto, solo la funzione gip, che però non ho mai svolto e c'è chi dice che sia molto dura, mentre altri ne sono entusiasti. Non so che pensare... dammi un suggerimento, ti prego! Non ho voglia di andare in Corte...». Palamara sembra riuscire sempre a trovare le parole giuste: «Nessuno può essere estromesso a prescindere. Il gip, un ruolo impegnativo che però è in grado di dare grande autonomia». Ipse dixit.
Infine dalle chat di Palamara spunta anche il consigliere di A&I al Csm, Giuseppe Marra, che prima di essere eletto, aveva dato la sua solidarietà a Palamara, non appena si seppe dell'inchiesta che lo riguardava: «Caro Luca, ho letto le brutte notizie giornalistiche. Mi dispiace molto. Sono sicuro che ne uscirai presto a testa alta. Un abbraccio».
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L'attuale consigliere per gli affari giuridici di Palazzo Chigi, Ermanno De Francisco, fortemente voluto dal premier, nel 2017 invocò la mano del pm. Stessa cosa che fece Maria Casola (Dag), legata a «Dibba» poiché frequentano la stessa parrocchia.La corrente Autonomia scrive un comunicato per bollare come inopportuni intrecci e pressioni. Però c'era anche una associata della sigla.Lo speciale contiene due articoli. L'elenco dei personaggi che comunicavano via Whatsapp con Luca Palamara potrebbe riempire la tribuna autorità dello stadio Olimpico. E sino al maggio scorso essere nella sua agenda era un onore. Oggi è un po' come prendersi il Covid. Tra chi è rimasto infettato c'è anche uno dei più stretti collaboratori del premier Giuseppe Conte, Ermanno De Francisco, classe 1963, il capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. Le poche informazioni reperibili su di lui sono disponibili sui siti istituzionali e in qualche articolo di stampa.Innanzitutto bisogna dire che è stato fortemente voluto dal premier e che l'atto con il quale è stato nominato capo del Dagl è del giugno 2018, quando nacque il gabinetto Conte. Se da una parte il nome di De Francisco è poco noto al grande pubblico (pur essendo già stato consigliere di Silvio Berlusconi); dall'altra, invece, è molto conosciuto negli ambienti della giustizia amministrativa. Prima della nomina di Conte, infatti, vestiva i panni di presidente di sezione del Consiglio di Stato. E prima ancora si era diviso tra un posto da vice commissario della polizia di e uno da ricercatore all'Università di Ferrara.La svolta quando, nel 1997, vince il concorso per Palazzo Spada. Ed è ancora a Palazzo Spada quando, per ottenere notizie sui trasferimenti nella magistratura ordinaria, si rivolge allo stratega delle nomine Palamara. In particolare sembrava interessargli l'assegnazione del posto di procuratore aggiunto a Salerno. È il 10 dicembre 2017 quando de Francisco scrive a Palamara: «Ciao Luca, sono Ermanno De Francisco (consiglio di presidenza della giustizia amministrativa). Come ti avevo accennato martedì allo stadio, vorrei passare un attimo a trovarti domani in ufficio (cosa di cinque minuti)». Nel resto del testo comunica al suo interlocutore quali siano i suoi orari. Palamara risponde: «Carissimo Ermanno con grande piacere ci possiamo aggiornare per dopo le 17, ti chiamo io ad ora di pranzo un abbraccio a domani». Il giorno successivo l'appuntamento viene confermato. «Ermanno va bene per te alle 18?», gli scrive Palamara. «Sì, perfetto! Grazie. Fammi lasciare un passi alla portineria del Csm». Uno degli argomenti nel menù dell'incontro è forse ricavabile da un altro messaggio che De Francisco inviò, a distanza di un mese dal meeting, all'ex componente del parlamentino delle toghe. «Ciao Luca, a che punto siete con la vostra attività per la scelta del procuratore aggiunto di Salerno? […]». «Caro Ermanno ancora non abbiamo iniziato la trattazione», risponde Palamara, che subito dopo specifica: «Ti aggiorno prontamente, un caro saluto». Dai documenti non emerge altro. E il nome dell'aggiunto che stava a cuore al consigliere giuridico di Conte resta ignoto.Ma tra i tecnici scelti dai 5 stelle De Francisco non è l'unico ad aver chattato con Palamara. Come anticipato dalla Verità, c'è anche Maria Casola, promossa un anno fa a capo del Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula. Dopo una tornata di nomine il pm romano le scrive: «Ma in questa vicenda l'unico che poteva realmente aiutarti era uno solo. E io te l'avevo anche detto. Le correnti sono state tagliate fuori. Diba (Alessandro Di Battista, ndr) era l'unico. Come hanno fatto i 5s che hanno sostenuto Baldi e Basentini», ovvero Fulvio Baldi e Francesco Basentini, i due uomini scelti dal ministro Alfonso Bonafede come capo di gabinetto e come capo del Dap, prima delle loro sofferte dimissioni. D'altra parte, la Casola il Diba lo conosce davvero. I due frequentano la stessa parrocchia: Santa Chiara, che si trova in piazza dei Giuochi delfici, nella zona di Roma nord. Per Di Battista si tratta della chiesa di famiglia e qui è stato officiato il funerale della mamma di Alessandro lo scorso novembre. Lei è anche tra le fedeli più impegnate.«Oltre a venire a messa», spiega alla Verità uno dei sacerdoti, «segue tanti progetti». Basta fare una ricerca su Google per scoprire che di attività la chiesa ne produce davvero tante. Come quella che risale al 20 gennaio 2008, quando venne organizzato un concerto il cui l'incasso venne devoluto a sostegno di progetti di sviluppo sul microcredito in Congo e in Guatemala. Iniziative seguite dalle associazioni Amka Onlus e Progetto continenti Onlus. Coincidenza: nel 2008 l'ex parlamentare grillino Di Battista lavorava per Amka.Lui lo ha messo nero su bianco in una biografia online e la stessa associazione ce lo conferma: «Ha gestito campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi», afferma la responsabile stampa, «inoltre teneva corsi di volontariato internazionale per i giovani che volevano partire». Di Battista è anche partito per Congo e Guatemala con questi gruppi di volontari tra il 2007 e il 2010. E l'incontro con Amka avviene proprio in piazza dei Giuochi Delfici: «L'associazione, apartitica e laica», spiegano, «nasce su iniziativa di un gruppo di missionari della parrocchia che frequentava». E che frequenta. Come la Casola. Che, per un aiuto, però, invece di rivolgersi a Santa Chiara deve aver preferito Palamara.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quanto-m5s-nei-favori-chiesti-a-palamara-2646046962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-toghe-di-autonomia-si-indignano-per-trame-che-riguardano-pure-loro" data-post-id="2646046962" data-published-at="1590005876" data-use-pagination="False"> Le toghe di «Autonomia» si indignano per trame che riguardano pure loro Dopo Area, Magistratura indipendente e Unicost, anche la più giovane delle correnti della magistratura, quella di Autonomia e indipendenza, rompe il silenzio sulla seconda tornata dello scandalo Csm, quella sollevata dalla Verità: «Siamo nuovamente in presenza di fatti molto gravi che mostrano un sistema profondamente malato, intriso di favoritismi, clientele, distorte logiche di gruppo e interferenze politiche estranee alle fisiologiche dinamiche dell'autogoverno». A&I cerca di offrire la sua interpretazione di ciò che ogni giorno salta fuori dai faldoni dell'inchiesta sul pm romano Luca Palamara. Una lettura che sembra poco interessata a rimettere tutto in discussione: «Si affaccia una linea difensiva basata sul tentativo di diluire le responsabilità di singoli o gruppi in un indistinto calderone, la strategia del siamo tutti uguali, nessuno escluso». Come se con il secondo tempo dell'inchiesta qualcuno cercasse di cancellare il risultato del primo. La verità è che molte toghe speravano di aver sfangato lo scandalo Csm, che aveva fatto pagar pegno solo a una piccola fetta della magistratura. Ma le chat di Palamara non risparmiano nessuno. Neanche i magistrati di A&I, come Franca Amadori, giudice del Tribunale di Roma, che si rivolge a Barbara Sargenti, la pm che ha indagato sull'ex leader di An, Gianfranco Fini, e sui Tulliani, per ottenere il numero di telefonino di Palamara. E quando la Sargenti annuncia al collega la richiesta, questi risponde: «Noooooooo salvami tu!!!». Lei è in imbarazzo, ma non può dire di no alla collega. E spiega: «Se le dico che non ce l'ho non ci crede, giustamente... e se le dico che tu sei molto preso e che glielo giro solo a patto che non ti chiami e che mandi solo Whatsapp?». Alla fine il pm acconsente. La Amadori se ne infischia di Whatsapp e il 17 dicembre 2018 prova a chiamare più volte, senza ottenere una risposta. A quel punto scrive: «Ciao Luca, ho tentato di contattarti, ma senza successo. Volevo solo sapere se ci sono possibilità per la mia domanda (è la seconda volta che la presento, la prima fu nel 2012, cinque anni fa) per il massimario... azz....». Due giorni dopo scrive di nuovo: «Caro Luca, ho saputo di essere stata già proposta per la Corte d'appello, ma io non credevo che fossero così incredibilmente rapidi! Considerando che per il massimario ho presentato domanda a luglio e, dopo quasi sei mesi, ancora non hanno deciso nulla, pensavo di avere tempo». Poco dopo manda un altro messaggio: «Ora, io potrei presentare una revoca tardiva (i motivi non mancherebbero, per ragioni di servizio), ma vorrei farlo sapendo che ho qualche possibilità di andare al massimario». E ancora: «Non potresti aiutarmi a decidere?». La chat sembra un monologo. La Amadori continua: «Sai nulla?». Dopo il quarto messaggio Palamara risponde: «Cara Franca, per il massimario stanno discutendo, ma ancora non è stato deciso nulla». E lei: «Caro Luca, a me basterebbe sapere se mi hanno già estromessa, a prescindere. Così mi metto l'anima in pace e buonanotte. Non mi piace affatto la Corte d'Appello, ma il dibattimento mi piace ancor meno. Resterebbe, a questo punto, solo la funzione gip, che però non ho mai svolto e c'è chi dice che sia molto dura, mentre altri ne sono entusiasti. Non so che pensare... dammi un suggerimento, ti prego! Non ho voglia di andare in Corte...». Palamara sembra riuscire sempre a trovare le parole giuste: «Nessuno può essere estromesso a prescindere. Il gip, un ruolo impegnativo che però è in grado di dare grande autonomia». Ipse dixit. Infine dalle chat di Palamara spunta anche il consigliere di A&I al Csm, Giuseppe Marra, che prima di essere eletto, aveva dato la sua solidarietà a Palamara, non appena si seppe dell'inchiesta che lo riguardava: «Caro Luca, ho letto le brutte notizie giornalistiche. Mi dispiace molto. Sono sicuro che ne uscirai presto a testa alta. Un abbraccio».
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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