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2022-11-14
Qatar 2022, la coppa del mondo al via
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Ormai ci siamo. La lunga attesa per assistere alla coppa del mondo di calcio durata quattro anni è terminata. Domenica 20 novembre, alle 17 italiane, in Qatar comincia la ventiduesima edizione dei mondiali, una delle più discusse di sempre, per la collocazione temporale in inverno che costringe le federazioni a spaccare in due i campionati nazionali, e per le numerose questioni relative al mancato rispetto dei diritti umani da parte del Paese della penisola araba.
Qatar 2022, però, ha tutte le carte in regola per regalare agli appassionati di calcio un bel mondiale, con un tocco di imprevedibilità. Un mondiale che l'Italia guarderà da spettatrice per la seconda volta consecutiva dopo Russia 2018, a causa della mancata qualificazione sancita dalla sconfitta nel playoff di marzo contro la Macedonia del Nord a Palermo. Archiviata la prima parte di Serie A, con il Napoli di Luciano Spalletti che l'ha fatta da padrone scavando un solco tra sé e le inseguitrici, ai tifosi non resta che mettersi comodi sul divano e guardarsi 64 partite in 28 giorni per una vera e propria abbuffata di calcio. Come detto, si parte questa domenica con la gara d'inaugurazione tra i padroni di casa del Qatar e l'Ecuador nella cornice dello stadio Al-Bayt nella città di Al Khor, nel Nord Est del Qatar. Lunedì 21 in programma ci sono tre partite: Inghilterra-Iran alle 14, Senegal-Olanda alle 17 e Stati Uniti Galles alle 20. Poi, da martedì 22 novembre a venerdì 2 dicembre, giorno in cui si conclude la fase a gironi, si viaggia a un ritmo di quattro partite al giorno così spalmate: alle 11, alle 14, alle 17 e alle 20. Sabato 3 dicembre comincia la fase a eliminazione diretta con gli ottavi di finale per i quali si giocheranno due match al giorno, alle 16 e alle 20, fino a martedì 6 dicembre. Tre giorni di riposo ed ecco i quarti di finale, fissati nei giorni di venerdì 9 e sabato 10 dicembre. Martedì 13 e mercoledì 14 saranno i giorni delle semifinali con entrambe le gare alle ore 20. Preludio alla finalissima - preceduta dalla consueta finalina per il terzo e quarto posto del giorno prima - in programma domenica 18 dicembre alle 16 al Lusail Stadium.
Finalissima ambita da molti, ma traguardo concreto per pochi. La nazionale campione del mondo, stando ai pronostici, dovrebbe uscire da una rosa ristretta di cinque/sei nomi, ma nel calcio le sorprese sono sempre dietro l'angolo. Anche se l'albo d'oro maturato fin qui ci racconta che dal 1930, anno della prima edizione di un mondiale di calcio, a vincere sono state soltanto in otto: dall'Uruguay campione nel 1930 e 1950 in quella finale vinta contro il Brasile che è passata alla storia come il Maracanazo, alla Francia campione nel 1998 e nel 2018, con in mezzo quattro successi per l'Italia nel 1934, 1938, 1982 e 2006; cinque per il Brasile nel 1958, 1962, 1970, 1994 e 2002; quattro per la Germania nel 1954, 1974, 1990 e 2014; due per l'Argentina nel 1978 e 1986; uno per l'Inghilterra nel 1966 e uno per la Spagna nel 2010. Su chi puntare quindi quest'anno? Quasi scontato dire Brasile: la nazionale verdeoro, a ogni mondiale parte favorita ma non trionfa da vent'anni. Il ct Adenor Leonardo Bacchi, detto Tite, non può contare su fenomeni del calibro di Ronaldo, Ronaldinho e Rivaldo - solo per citare alcuni dei campioni del 2002 - ma si presenta in Qatar con una selezione dove la qualità di certo non manca, dai due madridisti campioni d'Europa con il Real di Carlo Ancelotti, Vinicius Junior e Rodrygo, all'asso del Paris Saint Germain Neymar. L'Argentina e gli argentini non pensano ad altro da almeno un anno a questa parte e stanno preparando questo appuntamento con dovizia di particolari, anche in virtù del fatto che sarà l'ultimissima occasione per Lionel Messi di vincere il titolo iridato con la nazionale, ultimo tassello di un'incredibile carriera che lo accosterebbe a un mostro sacro come Diego Armando Maradona. E poi la Francia. I blues di Didier Deschamps non solo sono i campioni in carica e vorranno difendere il titolo conquistato quattro anni fa in Russia battendo 4-2 la rivelazione Croazia, ma possono contare su una generazione di talenti in continua ascesa e sul calciatore più forte e più costoso al mondo, Kylian Mbappé e sul neo pallone d'oro Karim Benzema.
La Francia campione del mondo nel 2018 (Ansa)
Appena dietro questo terzetto di favorite, collochiamo un altro tris composto da Germania, Spagna e Inghilterra. I tedeschi dopo l'era targata Joachim Löw che ha vissuto il suo culmine con il successo iridato nel 2014 in Brasile, stanno affrontando un delicato ricambio generazionale affidato alla sapienza tattica e gestionale del ct Hans-Dieter Flick, già vice di Löw nel 2014 e campione di Germania, d'Europa e del mondo con il Bayern Monaco nel 2020, e all'esperienza dell'eterno Thomas Müller, capocannoniere a Sud Africa 2010 con cinque reti. Dalla sua la nazionale tedesca ha però una grande tradizione favorevole ai mondiali: oltre ai quattro titoli vinti, infatti, la Germania si è piazzata altre otto volte tra le prime quattro. Per vincere il proprio girone, il gruppo E, dovrà vedersela però con la Spagna, oltre che con Giappone e Costa Rica che, salvo clamorose sorprese, saluteranno la competizione dopo tre partite. La nazionale guidata da Luis Enrique, così come la Germania, sta vivendo un ricambio importante di calciatori e non è più quella squadra che dominò il calcio europeo e mondiale tra il 2008 e il 2012 facendo incetta di trofei con due Europei e un mondiale. Ma va tenuta sempre in considerazione in chiave vittoria finale. Il tiki taka rimane sempre il marchio di fabbrica, seppur con interpreti diversi da quei Xavi, Iniesta e Xabi Alonso del recente passato. Il presente, e soprattutto il futuro, propone ragazzi di grande qualità come i due talentini del Barcellona Pedri e Gavi, anche se a destare più di ogni legittima preoccupazione è una difesa non del tutto ermetica. L'Inghilterra, invece, proverà a farsi strada nel gruppo B insieme a Stati Uniti, Galles e Iran. Tutto sommato un girone non troppo impegnativo, seppur con qualche insidia nascosta. La nazionale dei Tre leoni cerca un successo che manca da troppo tempo. Non solo a livello mondiale e da quel 1966 che vide gli inventori del calcio trionfare in casa a Wembley contro la Germania Ovest. La delusione della sconfitta, sempre a Wembley di un anno fa nella finale di Euro 2020, contro l'Italia scotta ancora. La voglia di rivalsa e di rivincita può essere un'arma in più, ma in una competizione breve come il mondiale non può bastare. Serve un gruppo unito e giocatori in grado di risolvere le partite con una giocata. Il ct Gareth Southgate ha buonissimi interpreti dalla cintola in su, dal cannoniere del Tottenham di Antonio Conte, Harry Kane, al gioiello del Manchester City Phil Foden, ma così come per la Spagna, i problemi maggiori derivano da una difesa ballerina affidata ancora ai non irresistibili Harry Maguire e John Stones.
Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne del Belgio (Ansa)
Ed eccoci alle sorprese. In ogni mondiale ce n'è sempre almeno una. Magari non solleverà la coppa al cielo di Doha, ma farà un ottimo percorso fino ai quarti o addirittura in semifinale. Tra le più accreditate a ricoprire questo ruolo abbiamo scelto Belgio, Danimarca e Serbia. I Diavoli Rossi del ct spagnolo Roberto Martinez sono da anni ai vertici del ranking mondiale, e la loro speranza è quella di raccogliere qualche frutto concreto. Il terzo posto di Russia 2018 non ha avuto il giusto seguito a Euro 2020, dove il Belgio è stato eliminato ai quarti di finale dall'Italia. In Qatar l'obiettivo è vincere il girone F con Croazia, Canada e Marocco e poi giocarsi il tutto per tutto in un ottavo di finale non fortunato sulla carta, visto che la prima del gruppo F incrocerà la seconda del gruppo E, e quindi con ogni probabilità una tra Germania e Spagna. Se Lukaku e compagni dovessero superare quell'ostacolo, sognare è d'obbligo. Discorso diverso per la Danimarca. La nazionale rivelazione a Euro 2020 si gioca il passaggio alla fase a eliminazione diretta nel gruppo D con la Francia, l'Australia e la Tunisia. Da questo gruppo può arrivare la prima sorpresa in termini di classifica, con i danesi del ct Kasper Hjulmand che possono addirittura ambire a passare come primi davanti alla Francia. Qui l'incrocio è con il girone C, e quindi Argentina, Polonia, Messico e Arabia Saudita. Evitare l'Albiceleste agli ottavi può essere uno spartiacque decisivo. Infine, la Serbia. Inserita nel girone G con Brasile, Svizzera e Camerun, sulla carta si gioca il secondo posto con gli elvetici. Il ct Dragan Stojkovic ha a disposizione una quantità enorme di talento: dal laziale Sergej Milinkovic-Savic allo juventino Dusan Vlahovic le premesse sono più che buone. L'ipotetico incrocio agli ottavi è con la seconda del girone H, che uscirà tra Portogallo, Uruguay, Corea del Sud e Ghana. In ogni caso un ottavo non impossibile. E a proposito del gruppo H, merita una menzione anche il Portogallo di Cristiano Ronaldo: il campione di Madeira sta attraversando al Manchester United uno dei momenti più complicati di tutta la sua carriera. La nazionale, il profumo di mondiale e il confronto a distanza con l'eterno rivale Messi può rigenerarlo. Dal suo rendimento e da quello del milanista Rafael Leao, a caccia della definitiva consacrazione in un palcoscenico così importante, dipenderà il percorso della selezione scelta dal ct Fernando Santos.
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Domenica 20 novembre alle 17 italiane scatta la ventiduesima edizione del campionato del mondo di calcio, la prima giocata d'inverno, la seconda consecutiva senza l'Italia. Dal match d'esordio tra i padroni di casa e l'Ecuador alla finalissima del 18 dicembre, 64 partite in 28 giorni. Tra le favorite Brasile, Argentina e Francia davanti a Germania, Spagna e Inghilterra. Belgio, Danimarca e Serbia possibili outsiders.Ormai ci siamo. La lunga attesa per assistere alla coppa del mondo di calcio durata quattro anni è terminata. Domenica 20 novembre, alle 17 italiane, in Qatar comincia la ventiduesima edizione dei mondiali, una delle più discusse di sempre, per la collocazione temporale in inverno che costringe le federazioni a spaccare in due i campionati nazionali, e per le numerose questioni relative al mancato rispetto dei diritti umani da parte del Paese della penisola araba.Qatar 2022, però, ha tutte le carte in regola per regalare agli appassionati di calcio un bel mondiale, con un tocco di imprevedibilità. Un mondiale che l'Italia guarderà da spettatrice per la seconda volta consecutiva dopo Russia 2018, a causa della mancata qualificazione sancita dalla sconfitta nel playoff di marzo contro la Macedonia del Nord a Palermo. Archiviata la prima parte di Serie A, con il Napoli di Luciano Spalletti che l'ha fatta da padrone scavando un solco tra sé e le inseguitrici, ai tifosi non resta che mettersi comodi sul divano e guardarsi 64 partite in 28 giorni per una vera e propria abbuffata di calcio. Come detto, si parte questa domenica con la gara d'inaugurazione tra i padroni di casa del Qatar e l'Ecuador nella cornice dello stadio Al-Bayt nella città di Al Khor, nel Nord Est del Qatar. Lunedì 21 in programma ci sono tre partite: Inghilterra-Iran alle 14, Senegal-Olanda alle 17 e Stati Uniti Galles alle 20. Poi, da martedì 22 novembre a venerdì 2 dicembre, giorno in cui si conclude la fase a gironi, si viaggia a un ritmo di quattro partite al giorno così spalmate: alle 11, alle 14, alle 17 e alle 20. Sabato 3 dicembre comincia la fase a eliminazione diretta con gli ottavi di finale per i quali si giocheranno due match al giorno, alle 16 e alle 20, fino a martedì 6 dicembre. Tre giorni di riposo ed ecco i quarti di finale, fissati nei giorni di venerdì 9 e sabato 10 dicembre. Martedì 13 e mercoledì 14 saranno i giorni delle semifinali con entrambe le gare alle ore 20. Preludio alla finalissima - preceduta dalla consueta finalina per il terzo e quarto posto del giorno prima - in programma domenica 18 dicembre alle 16 al Lusail Stadium.Finalissima ambita da molti, ma traguardo concreto per pochi. La nazionale campione del mondo, stando ai pronostici, dovrebbe uscire da una rosa ristretta di cinque/sei nomi, ma nel calcio le sorprese sono sempre dietro l'angolo. Anche se l'albo d'oro maturato fin qui ci racconta che dal 1930, anno della prima edizione di un mondiale di calcio, a vincere sono state soltanto in otto: dall'Uruguay campione nel 1930 e 1950 in quella finale vinta contro il Brasile che è passata alla storia come il Maracanazo, alla Francia campione nel 1998 e nel 2018, con in mezzo quattro successi per l'Italia nel 1934, 1938, 1982 e 2006; cinque per il Brasile nel 1958, 1962, 1970, 1994 e 2002; quattro per la Germania nel 1954, 1974, 1990 e 2014; due per l'Argentina nel 1978 e 1986; uno per l'Inghilterra nel 1966 e uno per la Spagna nel 2010. Su chi puntare quindi quest'anno? Quasi scontato dire Brasile: la nazionale verdeoro, a ogni mondiale parte favorita ma non trionfa da vent'anni. Il ct Adenor Leonardo Bacchi, detto Tite, non può contare su fenomeni del calibro di Ronaldo, Ronaldinho e Rivaldo - solo per citare alcuni dei campioni del 2002 - ma si presenta in Qatar con una selezione dove la qualità di certo non manca, dai due madridisti campioni d'Europa con il Real di Carlo Ancelotti, Vinicius Junior e Rodrygo, all'asso del Paris Saint Germain Neymar. L'Argentina e gli argentini non pensano ad altro da almeno un anno a questa parte e stanno preparando questo appuntamento con dovizia di particolari, anche in virtù del fatto che sarà l'ultimissima occasione per Lionel Messi di vincere il titolo iridato con la nazionale, ultimo tassello di un'incredibile carriera che lo accosterebbe a un mostro sacro come Diego Armando Maradona. E poi la Francia. I blues di Didier Deschamps non solo sono i campioni in carica e vorranno difendere il titolo conquistato quattro anni fa in Russia battendo 4-2 la rivelazione Croazia, ma possono contare su una generazione di talenti in continua ascesa e sul calciatore più forte e più costoso al mondo, Kylian Mbappé e sul neo pallone d'oro Karim Benzema. La Francia campione del mondo nel 2018 (Ansa)Appena dietro questo terzetto di favorite, collochiamo un altro tris composto da Germania, Spagna e Inghilterra. I tedeschi dopo l'era targata Joachim Löw che ha vissuto il suo culmine con il successo iridato nel 2014 in Brasile, stanno affrontando un delicato ricambio generazionale affidato alla sapienza tattica e gestionale del ct Hans-Dieter Flick, già vice di Löw nel 2014 e campione di Germania, d'Europa e del mondo con il Bayern Monaco nel 2020, e all'esperienza dell'eterno Thomas Müller, capocannoniere a Sud Africa 2010 con cinque reti. Dalla sua la nazionale tedesca ha però una grande tradizione favorevole ai mondiali: oltre ai quattro titoli vinti, infatti, la Germania si è piazzata altre otto volte tra le prime quattro. Per vincere il proprio girone, il gruppo E, dovrà vedersela però con la Spagna, oltre che con Giappone e Costa Rica che, salvo clamorose sorprese, saluteranno la competizione dopo tre partite. La nazionale guidata da Luis Enrique, così come la Germania, sta vivendo un ricambio importante di calciatori e non è più quella squadra che dominò il calcio europeo e mondiale tra il 2008 e il 2012 facendo incetta di trofei con due Europei e un mondiale. Ma va tenuta sempre in considerazione in chiave vittoria finale. Il tiki taka rimane sempre il marchio di fabbrica, seppur con interpreti diversi da quei Xavi, Iniesta e Xabi Alonso del recente passato. Il presente, e soprattutto il futuro, propone ragazzi di grande qualità come i due talentini del Barcellona Pedri e Gavi, anche se a destare più di ogni legittima preoccupazione è una difesa non del tutto ermetica. L'Inghilterra, invece, proverà a farsi strada nel gruppo B insieme a Stati Uniti, Galles e Iran. Tutto sommato un girone non troppo impegnativo, seppur con qualche insidia nascosta. La nazionale dei Tre leoni cerca un successo che manca da troppo tempo. Non solo a livello mondiale e da quel 1966 che vide gli inventori del calcio trionfare in casa a Wembley contro la Germania Ovest. La delusione della sconfitta, sempre a Wembley di un anno fa nella finale di Euro 2020, contro l'Italia scotta ancora. La voglia di rivalsa e di rivincita può essere un'arma in più, ma in una competizione breve come il mondiale non può bastare. Serve un gruppo unito e giocatori in grado di risolvere le partite con una giocata. Il ct Gareth Southgate ha buonissimi interpreti dalla cintola in su, dal cannoniere del Tottenham di Antonio Conte, Harry Kane, al gioiello del Manchester City Phil Foden, ma così come per la Spagna, i problemi maggiori derivano da una difesa ballerina affidata ancora ai non irresistibili Harry Maguire e John Stones. Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne del Belgio (Ansa)Ed eccoci alle sorprese. In ogni mondiale ce n'è sempre almeno una. Magari non solleverà la coppa al cielo di Doha, ma farà un ottimo percorso fino ai quarti o addirittura in semifinale. Tra le più accreditate a ricoprire questo ruolo abbiamo scelto Belgio, Danimarca e Serbia. I Diavoli Rossi del ct spagnolo Roberto Martinez sono da anni ai vertici del ranking mondiale, e la loro speranza è quella di raccogliere qualche frutto concreto. Il terzo posto di Russia 2018 non ha avuto il giusto seguito a Euro 2020, dove il Belgio è stato eliminato ai quarti di finale dall'Italia. In Qatar l'obiettivo è vincere il girone F con Croazia, Canada e Marocco e poi giocarsi il tutto per tutto in un ottavo di finale non fortunato sulla carta, visto che la prima del gruppo F incrocerà la seconda del gruppo E, e quindi con ogni probabilità una tra Germania e Spagna. Se Lukaku e compagni dovessero superare quell'ostacolo, sognare è d'obbligo. Discorso diverso per la Danimarca. La nazionale rivelazione a Euro 2020 si gioca il passaggio alla fase a eliminazione diretta nel gruppo D con la Francia, l'Australia e la Tunisia. Da questo gruppo può arrivare la prima sorpresa in termini di classifica, con i danesi del ct Kasper Hjulmand che possono addirittura ambire a passare come primi davanti alla Francia. Qui l'incrocio è con il girone C, e quindi Argentina, Polonia, Messico e Arabia Saudita. Evitare l'Albiceleste agli ottavi può essere uno spartiacque decisivo. Infine, la Serbia. Inserita nel girone G con Brasile, Svizzera e Camerun, sulla carta si gioca il secondo posto con gli elvetici. Il ct Dragan Stojkovic ha a disposizione una quantità enorme di talento: dal laziale Sergej Milinkovic-Savic allo juventino Dusan Vlahovic le premesse sono più che buone. L'ipotetico incrocio agli ottavi è con la seconda del girone H, che uscirà tra Portogallo, Uruguay, Corea del Sud e Ghana. In ogni caso un ottavo non impossibile. E a proposito del gruppo H, merita una menzione anche il Portogallo di Cristiano Ronaldo: il campione di Madeira sta attraversando al Manchester United uno dei momenti più complicati di tutta la sua carriera. La nazionale, il profumo di mondiale e il confronto a distanza con l'eterno rivale Messi può rigenerarlo. Dal suo rendimento e da quello del milanista Rafael Leao, a caccia della definitiva consacrazione in un palcoscenico così importante, dipenderà il percorso della selezione scelta dal ct Fernando Santos.
Lucio Malan (Imagoeconomica)
La matematica suggeriva che avrebbe vinto il Sì, ma poi si è visto che molti elettori sono andati in ordine sparso…
«Su molte questioni gli elettori non votano sempre secondo le linee del partito. Possiamo dire che sono state compatte più le forze politiche che gli elettori».
L’affluenza è un dato positivo per il governo o ha sfavorito il fronte del Sì?
«L’alta partecipazione è sempre un dato positivo. Siamo riusciti a mobilitare tanti elettori, ma qualcuno a casa rispetto alle politiche è rimasto. Era un argomento complesso e la campagna referendaria non ha aiutato».
Con questa affluenza si può dire che il governo ha riavvicinato i cittadini alla politica?
«Sì, ha coinvolto i cittadini più una questione specifica che la moltitudine di candidati per le europee. È un interessante spunto di riflessione».
Quali sono gli errori commessi, se ce ne sono stati?
«La perfezione non è di questo mondo. Nel complesso abbiamo fatto quello che bisognava fare: parlare del merito e del contenuto della riforma. È stato molto difficile perché si parlava di fake news, come l’assoggettamento della magistratura alla politica, oppure delle polemiche legate a frasi estrapolate. C’è rammarico».
Hanno influito le parole di Nordio e di Bartolozzi?
«Il distacco è tale che non si può pensare che abbiano cambiato in modo significativo l’esito del referendum. Si è offerta l’opportunità al fronte del No di fare campagna parlando di argomenti che non riguardavano il tema della riforma».
E la vicenda di Delmastro?
«Con la vicenda di Delmastro la sinistra ha fatto campagna elettorale sabato, domenica e anche lunedì, durante il silenzio elettorale. E anche se Delmastro non è indagato (non capisco neppure come si possa ipotizzare un reato), hanno costruito trasmissioni intere. Anche qui si è offerta la possibilità di parlar d’altro».
Quanto hanno influito la guerra e l’ostilità diffusa nei confronti un alleato come Trump?
«Non credo che ci abbia danneggiati, ma di sicuro non ci ha favoriti».
Si è creato un partito del No. No alla guerra, no alle riforme, no alle infrastrutture no al governo e via così?
«È facile dire no. Anche noi non siamo contenti della guerra e dei suoi riflessi sul costo della vita. Anche se la benzina costa 40 centesimi in meno rispetto a quanto costava dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma nel 2022 per la sinistra andava tutto bene».
La sinistra festeggia. Un voto contro la riforma si traduce in un voto a favore delle opposizioni o si corre u troppo?
«Al partito del No è sufficiente dire no. Ma alle elezioni bisogna presentare un programma comune. Promesse favolose poi si devono scontrare con la realtà. Noi facciamo il nostro lavoro, vedremo cosa saranno capaci a mettere insieme gli altri. Dagli amici di Hannoun a Matteo Renzi… mi pare difficile».
Renzi invoca le dimissioni di Meloni.
«Ci vuole proprio coraggio.. Noi intanto attendiamo da dieci anni la sua uscita dalla politica così come aveva promesso se avesse perso il referendum che poi ha perso».
Nella saletta dell’Anm del tribunale di Napoli hanno suonato Bella ciao. E poi si canta «chi non salta Meloni è» Come la commenta?
«La commento con le sentenze della Corte di cassazione, della Corte costituzionale e con le dichiarazioni di diversi presidenti della Repubblica che dicono che il magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo».
Crede ancora che si possano fare le riforme in Italia?
«È una necessità che resta, noi faremo il possibile per fare ciò che si può, ma da questa riforma dipendeva molto di quello che si poteva fare nel campo della giustizia».
Da domani si pensa alla legge elettorale?
«Certo. L’opposizione che oggi ribadisce di voler vincere dovrebbe avere interesse ad avere i numeri per governare».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 marzo con Francesco Borgonovo
Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’emittente Channel 12 ha però interpellato un alto funzionario della sicurezza nazionale, piuttosto cauto sulle prospettive di pace: è «prematuro» parlarne, ha risposto, aggiungendo che «non è previsto che Teheran accetti le condizioni attuali». Eventualmente, per Israele, che già scommetteva su almeno un altro paio di settimane di bombardamenti, si tratterebbe di scegliere: accodarsi agli Usa (più probabile) o andare avanti da sé (difficile, se venissero meno supporto logistico e rifornimenti americani).
Subito dopo l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe concordato la sospensione per cinque giorni dei raid sulle infrastrutture energetiche, i media dello Stato ebraico hanno riferito che Tel Aviv era stata informata dal suo alleato e che era disposta ad adeguarsi ai termini della tregua. Nonostante la comunicazione dell’aeronautica, la quale sosteneva di aver lanciato un’offensiva contro Teheran. «Trump», ha poi spiegato una fonte israeliana, «ha senza dubbio fatto marcia indietro perché ha capito che il suo ultimatum» di 48 ore, diramato sabato, «non fa che complicare la situazione».
L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, all’inizio non ha commentato le dichiarazioni di The Donald, benché quest’ultimo assicurasse: «Israele sarà molto contento». Nel pomeriggio, JD Vance ha contattato il premier, con cui ha discusso le «componenti di un possibile accordo» per chiudere il conflitto. Alla fine, Netanyahu ha parlato al telefono con Trump: «Egli crede», ha riferito, «che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi attraverso un accordo. Tale accordo», ha giurato, «salvaguarderà i nostri interessi». Ma intanto, «continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». Si vede: le raffiche di ordigni sul Paese dei cedri hanno provocato 1.039 morti, tra cui 118 bambini.
Rispetto al leader Usa, Bibi ha meno da perdere. Questa guerra non avrà ridisegnato in modo definitivo l’equilibrio del Medio Oriente, ma è stata un passetto in più verso la costituzione del Grande Israele, antico pallino del sionismo oltranzista. Netanyahu bramava di coinvolgere gli Usa contro l’Iran almeno da un suo editoriale del 2002 su Chicago Sun-Times. Ieri, Reuters ha rivelato che, meno di 48 ore prima che scoppiassero le ostilità, egli ha convinto il tycoon a intervenire, ingolosendolo con la possibilità di uccidere Ali Khamenei. Non ha ottenuto un cambio di regime, però i simboli della tirannide sciita sono caduti vittime dei targeted killing e la nuova Guida suprema, Mojtaba, sarebbe ferita, isolata e impossibilitata a rispondere ai messaggi, stando al Washington Post. Se Teheran ha tenuto botta, le sue capacità sono state ridotte e il suo programma atomico dovrebbe essere stato riportato indietro di qualche anno. Certo, le mitologiche difese aree israeliane hanno mostrato dei limiti. Nessuna «cupola» è impenetrabile. Quella dello Stato ebraico era stata già messa a dura prova, nel 2025, da Hezbollah, dagli Huthi e dai missili balistici degli ayatollah. Stavolta, ha fatto impressione che un «buco» sia stato aperto ad Arad e Dimona, sede delle installazioni nucleari. Le Idf hanno ammesso malfunzionamenti nei sistemi antimissile. In più, l’economia è sotto pressione: la sospensione di diverse attività sta frenando la produzione e sul bilancio statale peseranno le enormi spese militari. Non a caso, la banca centrale, ieri, ha invocato un aumento della pressione fiscale. Ma è qui che si inseriscono le ambizioni di Netanyahu.
Qualche giorno fa, il premier le ha illustrate chiaramente: vista la situazione nel Golfo, ha osservato, «quello che bisogna fare è avere percorsi alternativi. Anziché passare per i punti bloccati degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb», minacciato dai ribelli yemeniti, «bisogna fare in modo che tutti gli oleodotti e i gasdotti vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente nei nostri porti mediterranei». Vasto programma. Gli farebbe concorrenza il disegno egiziano: sfruttare l’oleodotto Sumed, che sbocca a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea. E il piano andrebbe conciliato con lo spirito dei Patti di Abramo: l’iniziativa, al netto dei tempi di realizzazione dilatati, porterebbe le monarchie sunnite fuori dall’impasse iraniana, ma le metterebbe in posizione subordinata rispetto a Israele. Che invece, trasformandosi in un hub energetico di rilievo globale, accrescerebbe enormemente il suo potere negoziale: per chi dipende dalle importazioni di fonti fossili da quelle aree, diventerebbe impossibile opporsi ai disegni geopolitici di Tel Aviv.
Per punzecchiare le cancellerei europee, i vertici dello Stato ebraico stanno facendo leva sul dispiegamento di vettori a lunghissimo raggio da parte dei pasdaran: quei missili, ha annotato su X il ministero degli Esteri israeliano, «raggiungono già l’Europa». Al post era allegata una grafica con quattro razzi puntati su Roma, Londra, Parigi e Berlino. Tradotto: abortite ogni futura missione navale e attaccatevi al tubo di Netanyahu.
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