Accolto da salve di cannone e campane a festa, Vladimir Putin si è recato ieri in visita ufficiale a Belgrado dove ha incontrato, insieme al suo ministro per gli affari esteri Sergej Lavrov e quello per l’energia Aleks Novak, per la quattordicesima volta Aleksander Vučić, presidente della Serbia. Gli obiettivi di Mosca sono complessi e mirano a non perdere il ruolo dominante nei Balcani senza esporsi troppo con la Nato.
Le due delegazioni hanno confermato le buone relazioni commerciali bilaterali sottoscrivendo ben ventuno accordi strategici di collaborazione nel campo dei trasporti ferroviari e delle infrastrutture stradali ma soprattutto firmando i documenti con i quali la Serbia si dice pronta ad ospitare il gasdotto Turkish Stream e a comperare il gas dalla Russia. Il presidente serbo ha detto che il gas russo è il migliore ed il più conveniente al mondo e che la Russia è da sempre il partner più affidabile per la sicurezza del suo Paese. Putin lo ha ringraziato per l’ospitalità decorandolo con l’alta onorificenza dell’ordine di Alessandro Nevski e assicurandoli d’essere pronto fin da subito ad avviare l’investimento di 1,4 miliardi di dollari per iniziare i lavori di costruzione del gasdotto sul territorio serbo. Un modo per bilanciare le offerte provenienti da Pechino.
Tuttavia ad un anno esatto dall’uccisione in Kosovo del politico serbo Oliver Ivanovic i veri messaggi politici sono stati lanciati in direzione di Pristina e della sua alleata Washington. Putin ha sottolineato che per la Russia, così come per la Serbia, non ci sono soluzioni accettabili al di fuori della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza Onu che vuole il Kosovo disarmato e sotto amministrazione internazionale. Purtroppo, ha aggiunto il presidente russo, ultimamente le autorità kosovare – che hanno istituito il mese scorso un esercito regolare – prendono decisioni provocatorie che stanno innalzando la tensione mentre l’Unione europea e le altre forze occidentali coinvolte stanno destabilizzando la regione guidando maldestramente il processo. Per ringraziarlo dell’appoggio Aleksander Vučić gli ha simbolicamente fatto dono di un cucciolo di cane la cui razza è originaria delle alture del Kosovo.
Nonostante i costanti richiami storici alla grande amicizia tra i due popoli da sempre basata sulla filosofia del panslavismo e sulla volontà di Mosca d’essere presente nello scacchiere geopolitico balcanico, la maggioranza della popolazione serba, nonostante apprezzi il pomposo omaggio politico, sa bene che dalla Russia non ha mai avuto grandi vantaggi e che nei momenti cardine la Serbia è stata sempre lasciata sola in balia degli eventi. I proclami a favore del Kosovo serbo non possono far dimenticare che Mosca ha accettato con silenzioso compiacimento in passato l’indipendenza di Pristina sostenuta dalle forze occidentali per avere a disposizione un precedente storico poi abilmente sfruttato nel caso della Crimea. Pertanto, a parte i solenni proclami ufficiali, Putin in cuor suo spera che Vučić concordi presto con Pristina, sostenuta in questo da Washington, uno scambio di territori con cui chiudere la partita e fissare l’indipendenza del Kosovo. Tale scenario permetterebbe a Mosca di poter sperare in futuro di staccare qualche ulteriore pezzo di Ucraina o scambiare dei territori con la Georgia, ma soprattutto a rientrare appieno nei giochi di potere dei Balcani appoggiando indirettamente la frammentazione della Bosnia Erzegovina ovvero l’eventuale annessione della Repubblica Srpska alla Serbia. Non a caso a Belgrado Putin ha incontrato anche il presidente dell’entità serba di Bosnia Erzegovina, Milorad Dodik, che è venuto a lamentarsi del fatto che i Bosniacchi a Sarajevo stanno condizionando la formazione del nuovo governo con l’avvio dei negoziati per la Nato. All’allargamento della Nato nella regione Vladimir Putin è ovviamente particolarmente allergico dato che qualora la Grecia nei prossimi giorni ratificasse l’intesa sul nome della Macedonia anche quest’ultima rientrerebbe in pochi anni nell’Alleanza nordatlantica e ne rimarrebbero ancora fuori solo la Serbia e la Bosnia Erzegovina. La Russia ha bisogno di creare il miglior scenario possibile per ostacolare i piani della Nato. Non solo per evitare che la Cina cresca in Kosovo e influenzi con i miliardi stanziati lungo i Balcani la politica dei Paesi sempre alla ricerca di fondi freschi da spendere.
Dall’altra parte Aleksander Vučić si trova in una posizione davvero poco invidiabile: egli deve la sua posizione all’Occidente, a cui ha promesso di voler chiudere la faccenda del Kosovo riconoscendo le autorità di Pristina, non può andare contro la volontà della maggioranza della popolazione contraria ad ogni perdita territoriale e al contempo deve mantenersi politicamente in bilico tra Bruxelles e Mosca. Un atteggiamento funambolico che Putin, nascondendosi dietro la maschera dell’amicizia, è venuto personalmente a rendere ancora più instabile.
Il presidente russo ha concluso la giornata con un bagno di folla alla chiesa di San Sava dove, oltre ovviamente al patriarca della chiesa nazionale, c’erano ad attenderlo più di 125.000 persone arrivate da tutta il Paese e che Putin, rompendo il protocollo, ha ringraziato personalmente rivolgendosi loro in lingua serba. A questo punto, vista la situazione regionale molto fluida, che pretende grande stabilità interna per poter essere gestita al meglio, è probabile che Vučić inizi a pensare di sfruttare il successo d’immagine conseguito ed amplificato dai media nazionali sotto il controllo del governo per indire elezioni anticipate.
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