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2023-09-29
Putin avverte: «Lavoriamo ad armi atomiche avanzate». La Nato lusinga Zelensky
Vladimir Putin e Ramzan Kadyrov (Ansa)
«L’autorità nucleare russa Rosatom è impegnata nella creazione di armi avanzate in grado di mantenere un equilibrio strategico nel mondo». Lo ha detto ieri il presidente russo, Vladimir Putin, che ha aggiunto: «È importante che gli scienziati nucleari russi aumentino i contatti reciprocamente vantaggiosi con partner coscienziosi e affidabili all’estero». Propaganda, oppure c’è del vero? Entrambe le cose, visto che, come ha mostrato la recente visita del leader nordcoreano Kim Jong-un, Putin sta cercando sempre di più di coinvolgere la Corea del Nord e l’Iran - già suo fornitore di armamenti - nello sviluppo di questi progetti. E al di là dei toni roboanti che servono a spaventare gli ucraini e la Nato, la questione non va certo minimizzata.
Sempre nella giornata di ieri i media russi hanno diffuso un video che mostra Putin mentre è a colloquio con il leader ceceno Ramzan Kadyrov, sul quale, nelle scorse settimane, sono circolate notizie a proposito del precario stato di salute. Secondo i servizi ucraini, «il macellaio di Grozny» sarebbe gravemente malato ai reni, tanto che la sua morte sarebbe prossima. Kadyrov aveva reagito pubblicando un video mentre cammina sotto la pioggia in un parco; poi, per allontanare ulteriormente i sospetti, ha ammesso di essere a Mosca in ospedale ma solo «perché sono andato a trovare zio Magomed, che è malato». Il video della visita in ospedale però è a dir poco surreale. Anche sul video di ieri con Putin occorre essere prudenti, perché il leader ceceno appare decisamente più giovane e persino più magro del solito.
Intanto sul campo i combattimenti proseguono e ieri si sono rifatti sentire attraverso i loro canali Telegram i combattenti della «Legione Libertà della Russia», che hanno scritto di essere penetrati nella regione di Belgorod, dove infuria la battaglia: «Continuiamo a ripulire la nostra casa dalla sporcizia di Putin. La battaglia è iniziata». Le forze di frontiera russe hanno reso noto di aver sventato un tentativo di incursione di sabotatori ucraini nell’area, che confina con l’Ucraina: «È stato sventato il tentativo di attraversare il confine di stato della Russia e non ci sono state vittime tra le truppe russe». Sempre ieri il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel corso della conferenza stampa congiunta con l’omologa, Annalena Baerbock, a Berlino, sul tema della guerra in Ucraina ha affermato: «C’è perfetta sintonia fra Italia e Germania. Aiuteremo Kiev non solo a livello militare ma anche in relazione alla ricostruzione del Paese, compresi gli sforzi per garantire l’efficienza elettrica». Peraltro, la tedesca Rheinmetall ha autorizzato una joint venture con Kiev: produrrà e fornirà assistenza per le attrezzature militari direttamente sul suolo ucraino.
Il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed eur-atlantica, Olha Stefanishyna, in un’intervista rilasciata all’Ansa, ha chiesto aiuto all’Italia: «Sono orgogliosa di poter dire che l’Italia ha avuto un ruolo vitale nel far sì che l’Ucraina potesse ricevere lo status di Paese candidato all’Ue. Ora speriamo che l’Italia giochi un ruolo cruciale non solo nel sostenere l’Ucraina nel suo percorso d’ingresso nell’Ue ma anche nel convincere altri Paesi più scettici».
Ieri è arrivato a Kiev il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che durante la conferenza stampa con Volodymyr Zelesnky ha affermato che «a Vilnius abbiamo deciso che l’Ucraina entrerà nella Nato e oggi l’Ucraina è più vicina che mai all’Alleanza ed è nostra intenzione rafforzare la frontiera orientale. Più forte è l’Ucraina, prima finisce l’aggressione. L’Ucraina non ha opzioni che quella di continuare a combattere. Ha bisogno di una pace giusta e sostenibile». Stoltenberg ha anche affermato che la Nato ha stipulato contratti per 2,4 miliardi di euro per le munizioni fondamentali per l’Ucraina, di cui 1 miliardo di euro di ordini fissi: «Tali contratti permetteranno ai membri della Nato di ricostituire le loro scorte continuando allo stesso tempo a fornire all’Ucraina munizioni». A lui ha risposto il leader ucraino: «Abbiamo dimostrato che l’ingresso nella Nato è un modo di rafforzare l’Ucraina ma anche per rendere la Nato più forte. La nostra alleanza con la Nato è naturale». Sul tema, seppur indirettamente, è intervenuto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che intervistato dall’agenzia Tass ha detto che i russi sono pronti a negoziare, ma alle loro condizioni: «La nostra posizione resta valida: siamo pronti a negoziare, ma tenendo conto delle realtà che si sono sviluppate sul terreno e tenendo conto della nostra posizione, che è ben nota a tutti, ovvero dei nostri interessi, degli interessi dei nostri sicurezza, degli interessi di impedire la creazione di una forza ostile ai confini della Russia il regime nazista che ha dichiarato apertamente l’obiettivo di sterminare tutto ciò che è russo su quelle terre, sia in Crimea che in Novorossiya». Intanto, l’ammiraglio Viktor Sokolov, che gli ucraini dichiaravano di aver ucciso con un raid in Crimea, è riapparso alla premiazione della squadra di calcio di Sebastopoli, cerimonia ripetuta apposta per dimostrare che è vivo.
Prosegue negli Stati Uniti lo scontro su 300 milioni di fondi per Kiev. Lo speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, li ha stralciati dal budget della Difesa nella speranza di farli approvare superando l’opposizione della fronda trumpiana e di una crescente fetta del suo partito, che non vuole più nuovi aiuti all’Ucraina. La somma, come scrive Politico, «dovrebbe essere recuperata in un disegno di legge ad hoc, da approvare con sostegno bipartisan» e in tal senso oggi è atteso un primo voto procedurale della Camera.
Adesso Macron fa il Calderoli. «Entro sei mesi Corsica autonoma»
In un importante discorso all’assemblea regionale di Ajaccio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ieri rilanciato la sua proposta per un’autonomia della Corsica. L’inquilino dell’Eliseo, infatti, si è detto «favorevole» a un «riconoscimento» delle specificità còrse all’interno di un articolo della Costituzione francese. Con la precisazione, beninteso, che questo statuto autonomo non dovrà essere «né contro lo Stato, né senza lo Stato». «Dobbiamo avere l’audacia», ha ribadito Macron, «di costruire un’autonomia della Corsica all’interno della Repubblica».
Il presidente ha quindi invitato i gruppi politici còrsi a sei mesi di negoziati, che serviranno per formulare un «progetto di legge organico», ossia un testo costituzionale che modificherà lo statuto della Corsica, che dal 1991 è una «collettività territoriale». Tuttavia, ha precisato Macron, in questo processo «non c’è alcuna linea rossa, ma c’è solo l’ideale della Repubblica». La Corsica, ha aggiunto l’inquilino dell’Eliseo, «ha bisogno oggi di più libertà», per uscire così da una situazione «di incomprensione e di risentimento» fra i còrsi e i francesi del continente. Anche perché, ha evidenziato il presidente, «lo status quo sarebbe il fallimento di tutti noi». Per questo motivo, è necessaria una «nuova tappa istituzionale» in grado di «ancorare pienamente la Corsica alla Repubblica» ma, al tempo stesso, di riconoscere «la singolarità della sua insularità mediterranea e del suo rapporto con il mondo». Questo riconoscimento, ha puntualizzato Macron, passerà anche per un «servizio di istruzione pubblica a favore del bilinguismo», con la lingua còrsa che «deve essere posta al centro della vita dell’isola».
Con il discorso di Ajaccio, si concludono così 18 mesi di discussioni tra il governo di Parigi e le autorità politiche locali. Le promesse del presidente, però, dovranno superare diversi ostacoli. Allo stato attuale, peraltro, difficilmente superabili. Per qualunque emendamento costituzionale che non passi da un referendum, infatti, occorrono i tre quinti dei voti del parlamento. Ora, all’Assemblea nazionale Macron non dispone di una maggioranza assoluta, ma solo relativa. Senza contare che al Senato il partito del presidente vive dell’appoggio esterno dei gollisti repubblicani, i quali sono contrari all’autonomia della Corsica. Insomma, le intenzioni saranno anche buone, ma la realtà è tutta un’altra cosa.
Nonostante tutto, però, si capisce bene perché Macron abbia dovuto giocare la carta dell’autonomia. I discorsi con i gruppi politici locali erano iniziati l’anno passato dopo i violenti disordini scatenatisi in tutta l’isola a causa della morte dell’indipendentista còrso Ivanu Colonna. Condannato all’ergastolo per l’omicidio del prefetto Claude Érignac, avvenuto nel 1998 ad Ajaccio, e pur dichiarandosi innocente, Colonna era stato rinchiuso nel carcere di Arles con lo status di «detenuto particolarmente segnalato» (Dps). Questo status prevedeva che Colonna dovesse essere costantemente sorvegliato all’interno della prigione. Malgrado ciò, non era presente alcuna guardia penitenziaria quando il detenuto fu aggredito e strangolato in palestra da Franck Elong Abé, uno jihadista camerunense, che avrebbe assalito Colonna per un presunto insulto a Maometto. Viste le dinamiche dell’omicidio, migliaia di còrsi protestarono vivamente (e violentemente) contro lo «Statu francese assassinu». Uno Stato che, ora, è sì pronto a fare concessioni. Ma, appunto, con un presidente che ha ben pochi assi nella manica da giocarsi.
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Viktor Sokolov, l’ammiraglio «ucciso», di nuovo in video. Jens Stoltenberg: 2,4 miliardi per i proiettili. Kiev: «L’Italia ci aiuti a entrare nell’Ue». Tranche di fondi Usa incagliata al Congresso.Emmanuel Macron e la Corsica indipendente: «Superare incomprensioni e risentimento». L’iter legislativo, però, sarà complicato.Lo speciale contiene due articoli.«L’autorità nucleare russa Rosatom è impegnata nella creazione di armi avanzate in grado di mantenere un equilibrio strategico nel mondo». Lo ha detto ieri il presidente russo, Vladimir Putin, che ha aggiunto: «È importante che gli scienziati nucleari russi aumentino i contatti reciprocamente vantaggiosi con partner coscienziosi e affidabili all’estero». Propaganda, oppure c’è del vero? Entrambe le cose, visto che, come ha mostrato la recente visita del leader nordcoreano Kim Jong-un, Putin sta cercando sempre di più di coinvolgere la Corea del Nord e l’Iran - già suo fornitore di armamenti - nello sviluppo di questi progetti. E al di là dei toni roboanti che servono a spaventare gli ucraini e la Nato, la questione non va certo minimizzata. Sempre nella giornata di ieri i media russi hanno diffuso un video che mostra Putin mentre è a colloquio con il leader ceceno Ramzan Kadyrov, sul quale, nelle scorse settimane, sono circolate notizie a proposito del precario stato di salute. Secondo i servizi ucraini, «il macellaio di Grozny» sarebbe gravemente malato ai reni, tanto che la sua morte sarebbe prossima. Kadyrov aveva reagito pubblicando un video mentre cammina sotto la pioggia in un parco; poi, per allontanare ulteriormente i sospetti, ha ammesso di essere a Mosca in ospedale ma solo «perché sono andato a trovare zio Magomed, che è malato». Il video della visita in ospedale però è a dir poco surreale. Anche sul video di ieri con Putin occorre essere prudenti, perché il leader ceceno appare decisamente più giovane e persino più magro del solito. Intanto sul campo i combattimenti proseguono e ieri si sono rifatti sentire attraverso i loro canali Telegram i combattenti della «Legione Libertà della Russia», che hanno scritto di essere penetrati nella regione di Belgorod, dove infuria la battaglia: «Continuiamo a ripulire la nostra casa dalla sporcizia di Putin. La battaglia è iniziata». Le forze di frontiera russe hanno reso noto di aver sventato un tentativo di incursione di sabotatori ucraini nell’area, che confina con l’Ucraina: «È stato sventato il tentativo di attraversare il confine di stato della Russia e non ci sono state vittime tra le truppe russe». Sempre ieri il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel corso della conferenza stampa congiunta con l’omologa, Annalena Baerbock, a Berlino, sul tema della guerra in Ucraina ha affermato: «C’è perfetta sintonia fra Italia e Germania. Aiuteremo Kiev non solo a livello militare ma anche in relazione alla ricostruzione del Paese, compresi gli sforzi per garantire l’efficienza elettrica». Peraltro, la tedesca Rheinmetall ha autorizzato una joint venture con Kiev: produrrà e fornirà assistenza per le attrezzature militari direttamente sul suolo ucraino. Il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed eur-atlantica, Olha Stefanishyna, in un’intervista rilasciata all’Ansa, ha chiesto aiuto all’Italia: «Sono orgogliosa di poter dire che l’Italia ha avuto un ruolo vitale nel far sì che l’Ucraina potesse ricevere lo status di Paese candidato all’Ue. Ora speriamo che l’Italia giochi un ruolo cruciale non solo nel sostenere l’Ucraina nel suo percorso d’ingresso nell’Ue ma anche nel convincere altri Paesi più scettici». Ieri è arrivato a Kiev il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che durante la conferenza stampa con Volodymyr Zelesnky ha affermato che «a Vilnius abbiamo deciso che l’Ucraina entrerà nella Nato e oggi l’Ucraina è più vicina che mai all’Alleanza ed è nostra intenzione rafforzare la frontiera orientale. Più forte è l’Ucraina, prima finisce l’aggressione. L’Ucraina non ha opzioni che quella di continuare a combattere. Ha bisogno di una pace giusta e sostenibile». Stoltenberg ha anche affermato che la Nato ha stipulato contratti per 2,4 miliardi di euro per le munizioni fondamentali per l’Ucraina, di cui 1 miliardo di euro di ordini fissi: «Tali contratti permetteranno ai membri della Nato di ricostituire le loro scorte continuando allo stesso tempo a fornire all’Ucraina munizioni». A lui ha risposto il leader ucraino: «Abbiamo dimostrato che l’ingresso nella Nato è un modo di rafforzare l’Ucraina ma anche per rendere la Nato più forte. La nostra alleanza con la Nato è naturale». Sul tema, seppur indirettamente, è intervenuto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che intervistato dall’agenzia Tass ha detto che i russi sono pronti a negoziare, ma alle loro condizioni: «La nostra posizione resta valida: siamo pronti a negoziare, ma tenendo conto delle realtà che si sono sviluppate sul terreno e tenendo conto della nostra posizione, che è ben nota a tutti, ovvero dei nostri interessi, degli interessi dei nostri sicurezza, degli interessi di impedire la creazione di una forza ostile ai confini della Russia il regime nazista che ha dichiarato apertamente l’obiettivo di sterminare tutto ciò che è russo su quelle terre, sia in Crimea che in Novorossiya». Intanto, l’ammiraglio Viktor Sokolov, che gli ucraini dichiaravano di aver ucciso con un raid in Crimea, è riapparso alla premiazione della squadra di calcio di Sebastopoli, cerimonia ripetuta apposta per dimostrare che è vivo.Prosegue negli Stati Uniti lo scontro su 300 milioni di fondi per Kiev. Lo speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, li ha stralciati dal budget della Difesa nella speranza di farli approvare superando l’opposizione della fronda trumpiana e di una crescente fetta del suo partito, che non vuole più nuovi aiuti all’Ucraina. La somma, come scrive Politico, «dovrebbe essere recuperata in un disegno di legge ad hoc, da approvare con sostegno bipartisan» e in tal senso oggi è atteso un primo voto procedurale della Camera.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-nucleare-guerra-nato-2665756799.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-macron-fa-il-calderoli-entro-sei-mesi-corsica-autonoma" data-post-id="2665756799" data-published-at="1695936999" data-use-pagination="False"> Adesso Macron fa il Calderoli. «Entro sei mesi Corsica autonoma» In un importante discorso all’assemblea regionale di Ajaccio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ieri rilanciato la sua proposta per un’autonomia della Corsica. L’inquilino dell’Eliseo, infatti, si è detto «favorevole» a un «riconoscimento» delle specificità còrse all’interno di un articolo della Costituzione francese. Con la precisazione, beninteso, che questo statuto autonomo non dovrà essere «né contro lo Stato, né senza lo Stato». «Dobbiamo avere l’audacia», ha ribadito Macron, «di costruire un’autonomia della Corsica all’interno della Repubblica». Il presidente ha quindi invitato i gruppi politici còrsi a sei mesi di negoziati, che serviranno per formulare un «progetto di legge organico», ossia un testo costituzionale che modificherà lo statuto della Corsica, che dal 1991 è una «collettività territoriale». Tuttavia, ha precisato Macron, in questo processo «non c’è alcuna linea rossa, ma c’è solo l’ideale della Repubblica». La Corsica, ha aggiunto l’inquilino dell’Eliseo, «ha bisogno oggi di più libertà», per uscire così da una situazione «di incomprensione e di risentimento» fra i còrsi e i francesi del continente. Anche perché, ha evidenziato il presidente, «lo status quo sarebbe il fallimento di tutti noi». Per questo motivo, è necessaria una «nuova tappa istituzionale» in grado di «ancorare pienamente la Corsica alla Repubblica» ma, al tempo stesso, di riconoscere «la singolarità della sua insularità mediterranea e del suo rapporto con il mondo». Questo riconoscimento, ha puntualizzato Macron, passerà anche per un «servizio di istruzione pubblica a favore del bilinguismo», con la lingua còrsa che «deve essere posta al centro della vita dell’isola». Con il discorso di Ajaccio, si concludono così 18 mesi di discussioni tra il governo di Parigi e le autorità politiche locali. Le promesse del presidente, però, dovranno superare diversi ostacoli. Allo stato attuale, peraltro, difficilmente superabili. Per qualunque emendamento costituzionale che non passi da un referendum, infatti, occorrono i tre quinti dei voti del parlamento. Ora, all’Assemblea nazionale Macron non dispone di una maggioranza assoluta, ma solo relativa. Senza contare che al Senato il partito del presidente vive dell’appoggio esterno dei gollisti repubblicani, i quali sono contrari all’autonomia della Corsica. Insomma, le intenzioni saranno anche buone, ma la realtà è tutta un’altra cosa. Nonostante tutto, però, si capisce bene perché Macron abbia dovuto giocare la carta dell’autonomia. I discorsi con i gruppi politici locali erano iniziati l’anno passato dopo i violenti disordini scatenatisi in tutta l’isola a causa della morte dell’indipendentista còrso Ivanu Colonna. Condannato all’ergastolo per l’omicidio del prefetto Claude Érignac, avvenuto nel 1998 ad Ajaccio, e pur dichiarandosi innocente, Colonna era stato rinchiuso nel carcere di Arles con lo status di «detenuto particolarmente segnalato» (Dps). Questo status prevedeva che Colonna dovesse essere costantemente sorvegliato all’interno della prigione. Malgrado ciò, non era presente alcuna guardia penitenziaria quando il detenuto fu aggredito e strangolato in palestra da Franck Elong Abé, uno jihadista camerunense, che avrebbe assalito Colonna per un presunto insulto a Maometto. Viste le dinamiche dell’omicidio, migliaia di còrsi protestarono vivamente (e violentemente) contro lo «Statu francese assassinu». Uno Stato che, ora, è sì pronto a fare concessioni. Ma, appunto, con un presidente che ha ben pochi assi nella manica da giocarsi.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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