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2022-04-22
Putin e Usa litigano su Mariupol: «Presa». «Non hai le prove». Nuovi raid a Kharkiv
Al cinquantasettesimo giorno di guerra la città di portuale ucraina di Mariupol è caduta, mentre circa 2.000 irriducibili soldati (ma c’è chi parla di un numero che va dai 300 ai 1.000) restano ancora asserragliati all’interno dell’acciaieria Azovstal, che si trova fuori città. A loro, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ieri pomeriggio, ha offerto una scappatoia: «I militari ucraini possono deporre le armi e lasciare Mariupol attraverso i corridoi umanitari. I militari ucraini hanno avuto e hanno ancora la possibilità di deporre le armi e lasciare la città attraverso i corridoi designati». E a proposito della proposta del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha chiesto «che le truppe russe catturate siano scambiate con la fornitura di un passaggio umanitario sicuro per i militari ucraini», Peskov ha affermato: «Questa possibilità esisteva anche prima che il presidente Zelensky facesse la sua dichiarazione».
Dubbi sulla caduta di Mariupol ha espresso Joe Biden, secondo cui «non ci sono prove» della presa della città. Il segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa ucraino, Oleksiy Danilov, ha dichiarato all’agenzia Ukrinform che il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che documenta compulsivamente la guerra su Telegram (un fatto che ha creato più di un problema ai russi), sarebbe stato incaricato lo scorso 3 febbraio da Vladimir Putin di assassinare il presidente ucraino Zelensky. A proposito delle continue spacconate mediatiche del leader ceceno, Danilov le ha liquidate così: «Posso dire con certezza che non è mai stato qui. Tutte queste foto secondo le quali sarebbe stato in zona di guerra sono una totale sciocchezza».
Secondo il sindaco di Mariupol, Vadim Boychenko , nei dintorni della città martire «i soldati russi hanno scavato una fossa comune di 30 metri e portato dei corpi con i camion».
La notizia del giorno però è arrivata dalla televisione di Stato russa, che ha diffuso il video del colloquio tra Putin e il suo ministro della Difesa, il Generale Sergej Shoigu. Questi, nonostante non goda più dei favori del Cremlino, che lo accusa del sostanziale fallimento di quello che doveva essere nei piani un blitz di 72 ore, molto probabilmente si aspettava di vedersi autorizzare l’assalto finale all’acciaieria. «Attualmente», ha riferito il funzionario allo zar, «la situazione in città è calma, permettendoci di iniziare a ristabilire l’ordine, riportare la popolazione e stabilire una vita pacifica. Per quanto riguarda coloro che sono fuggiti allo stabilimento dell’Azovstal e sono rimasti completamente bloccati lì e attorno all’intero perimetro, ci vogliono circa tre o quattro giorni per completare questo lavoro all’Azovstal. Il rapporto è terminato». A quel punto Putin, seduto di fronte a lui, con tono gelido, lo ha fermato: «Ritengo inopportuno il proposto assalto all’acciaieria. Ti ordino di annullarlo». Shoigu non ha potuto fare altro che abbozzare, con un sommesso: «Va bene». Poi, il presidente russo, senza tradire la minima emozione, ha aggiunto: «In questo caso dobbiamo pensare - voglio dire, dobbiamo pensarci sempre, ma in particolare in questo caso - dobbiamo pensare a preservare la vita e la salute dei nostri soldati e ufficiali. Non c’è bisogno di arrampicarsi in quelle catacombe e strisciare sottoterra sotto quelle strutture industriali. Blocca questa zona industriale in modo che nemmeno una mosca possa entrare o uscire».
Perché Putin ha deciso di non distruggere l’acciaieria? Secondo il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé, nelle Azovstal ci sarebbero «ordigni chimici». Alla Verità, però, risulta che le ragioni dello zar siano diverse - certo, non quelle da lui narrate, ovvero: «Per evitare un bagno di sangue», visto che fino a oggi egli ha avallato ogni azione commessa dai suoi soldati. Il leader russo ritiene inutile sacrificare altri soldati (oltre ai 21.000 già deceduti), specie ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati su questa acciaieria; inoltre, una volta che Mariupol sarà russa a tutti gli effetti, gli acciai della Azovstal faranno molto comodo al Cremlino.
Mentre scriviamo, Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, viene bombardata senza sosta, come ha riferito al Guardian il sindaco Ihor Terekhov: «La Federazione russa sta bombardando furiosamente la città», dove vivono ancora 1 milione di persone, mentre circa il 30% della popolazione, per lo più donne bambini e anziani, sono stati evacuati.
Bombe anche a Kherson, dove i russi costringono i civili a combattere con loro, mentre nel Donbass l’avanzata dell’Armata, secondo il consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino, Oleksiy Arestovych, incontra le prime difficoltà sia nella regione di Lugansk che in direzione di Gulyai Pole, nella provincia di Zaporizhzhia (Ucraina sudorientale).
Clamorose notizie arrivano direttamente dalla Russia: a Tver, nella zona europea centrale del Paese, una struttura di ricerca militare, apparentemente coinvolta nello sviluppo di almeno alcuni dei missili terra-aria della «serie S» e dei missili balistici Iskander, è esplosa. Il primo bilancio parla di diversi morti e altrettanti feriti. Ignote la ragioni, ma visto l’obbiettivo altamente sensibile non è azzardato ipotizzare che possa esserci un legame con la guerra in corso.
Infine, sempre ieri pomeriggio, è bruciato l’impianto chimico di Dmitrievsky, il più grande produttore russo di solventi chimici, che si trova alla periferia di Mosca. Rogo accidentale? Forse.
Francesco insiste: «Sia tregua». Da Ankara partono accuse alla Nato
Una spaccatura clamorosa, quella aperta dalla Turchia nel fronte della Nato. Ieri, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in una intervista a Cnn Turk, riportata da Nova, ha accusato (pur senza citarli espressamente) Stati Uniti e Gran Bretagna di remare contro i negoziati: «Dopo l’incontro di Istanbul», ha detto Cavusoglu, «tra le delegazioni di Russia e Ucraina, pensavamo che il conflitto non sarebbe andato avanti per molto. Durante le riunioni ministeriali della Nato ho notato i rappresentanti di diversi paesi lavorare al prolungamento del conflitto piuttosto che a una sua soluzione diplomatica. È una posizione», ha aggiunto Cavusoglu, «da cui noi ovviamente ci dissociamo». L’esponente del governo della Turchia che, ricordiamolo, ha il secondo esercito più consistente dell’intera Alleanza atlantica dopo gli Usa, ha definito lo stato attuale delle trattative come «parzialmente congelate», ha ribadito che la Turchia è pronta «a ospitare colloqui di vertice e a continuare a mediare. Un incontro a Istanbul tra il presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, è ancora sul tavolo», ha spiegato Cavusoglu, «anche se non sono stati fatti progressi nelle trattative».
Dopo che papa Francesco aveva chiesto invano una tregua pasquale, ieri la Santa Sede e il Pontefice si sono uniti all’appello di Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, d’accordo con monsignor Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, per una tregua in occasione della Pasqua secondo il calendario giuliano, il 24 aprile prossimo. Il Cremlino ha respinto la proposta. Ieri russi e ucraini si sono scambiati 19 prigionieri per parte. Il direttore del secondo dipartimento per la Comunità degli Stati indipendenti del ministero degli Esteri russo, Alekseij Polishchuk, in un’intervista alla Tass, ha ipotizzato che i cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Russia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti, Francia) potrebbero fare da garanti per la sicurezza dell’Ucraina nel caso di un successo dei negoziati. «Altre opzioni non sono escluse», ha precisato Polishchuk, «quindi l’elenco esatto non è stato ancora determinato». «La squadra di negoziatori tra Russia e Ucraina», ha fatto sapere ieri mattina il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, «rimane la stessa, e sono coinvolti anche alcuni esperti necessari per redigere il futuro documento». Intanto, il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha affermato che «ogni giorno di più, di fronte a sempre nuovi crimini di guerra russi, si perde la fiducia nei risultati dei negoziati. Oggi (ieri, ndr)», ha aggiunto Zelensky, parlando con la tv francese Bfmtv, «la nostra delegazione sta parlando ufficialmente con la delegazione russa e in linea di principio siamo favorevoli a un incontro a livello dei leader di Russia e Ucraina. Perché a livello di leader possiamo fermare questa guerra».
Sul campo continua intanto l’assedio a Mariupol, con l’Ucraina che ha offerto alla Russia una «sessione speciale di negoziati» in città per permettere l’evacuazione di militari e civili che si trovano asserragliati nella zona dell’acciaieria Azovstal, proposta rifiutata con toni sprezzanti dal leader ceceno Ramzan Kadyrov. Ieri sono stati a Kiev la premier danese, Mette Frederiksen, e quello spagnolo Pedro Sánchez. Incontrando Zelensky, questi ha annunciato un nuovo invio di 200 tonnellate di materiale militare all’Ucraina. Il presidente americano, Joe Biden, ha incontrato alla Casa Bianca il premier ucraino, Denys Shmyhal. Gli Stati Uniti forniranno a Kiev un nuovo carico di armi da 800 milioni di dollari, a una settimana dall’ultima consegna. Washington darà all’Ucraina ulteriori 500 milioni di dollari per aiutare Zelensky a finanziare le attività del suo governo durante la guerra in corso.
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Lo zar ferma l’assalto all’acciaieria: si negozia sull’evacuazione delle truppe. Mistero sul rogo in un centro missilistico in Russia.Francesco insiste: «Sia tregua». Da Ankara partono accuse alla Nato. I turchi: «Alcuni vogliono allungare la guerra». Intanto il premier ucraino vola a Washington.Lo speciale comprende due articoli. Al cinquantasettesimo giorno di guerra la città di portuale ucraina di Mariupol è caduta, mentre circa 2.000 irriducibili soldati (ma c’è chi parla di un numero che va dai 300 ai 1.000) restano ancora asserragliati all’interno dell’acciaieria Azovstal, che si trova fuori città. A loro, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ieri pomeriggio, ha offerto una scappatoia: «I militari ucraini possono deporre le armi e lasciare Mariupol attraverso i corridoi umanitari. I militari ucraini hanno avuto e hanno ancora la possibilità di deporre le armi e lasciare la città attraverso i corridoi designati». E a proposito della proposta del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha chiesto «che le truppe russe catturate siano scambiate con la fornitura di un passaggio umanitario sicuro per i militari ucraini», Peskov ha affermato: «Questa possibilità esisteva anche prima che il presidente Zelensky facesse la sua dichiarazione». Dubbi sulla caduta di Mariupol ha espresso Joe Biden, secondo cui «non ci sono prove» della presa della città. Il segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa ucraino, Oleksiy Danilov, ha dichiarato all’agenzia Ukrinform che il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che documenta compulsivamente la guerra su Telegram (un fatto che ha creato più di un problema ai russi), sarebbe stato incaricato lo scorso 3 febbraio da Vladimir Putin di assassinare il presidente ucraino Zelensky. A proposito delle continue spacconate mediatiche del leader ceceno, Danilov le ha liquidate così: «Posso dire con certezza che non è mai stato qui. Tutte queste foto secondo le quali sarebbe stato in zona di guerra sono una totale sciocchezza». Secondo il sindaco di Mariupol, Vadim Boychenko , nei dintorni della città martire «i soldati russi hanno scavato una fossa comune di 30 metri e portato dei corpi con i camion». La notizia del giorno però è arrivata dalla televisione di Stato russa, che ha diffuso il video del colloquio tra Putin e il suo ministro della Difesa, il Generale Sergej Shoigu. Questi, nonostante non goda più dei favori del Cremlino, che lo accusa del sostanziale fallimento di quello che doveva essere nei piani un blitz di 72 ore, molto probabilmente si aspettava di vedersi autorizzare l’assalto finale all’acciaieria. «Attualmente», ha riferito il funzionario allo zar, «la situazione in città è calma, permettendoci di iniziare a ristabilire l’ordine, riportare la popolazione e stabilire una vita pacifica. Per quanto riguarda coloro che sono fuggiti allo stabilimento dell’Azovstal e sono rimasti completamente bloccati lì e attorno all’intero perimetro, ci vogliono circa tre o quattro giorni per completare questo lavoro all’Azovstal. Il rapporto è terminato». A quel punto Putin, seduto di fronte a lui, con tono gelido, lo ha fermato: «Ritengo inopportuno il proposto assalto all’acciaieria. Ti ordino di annullarlo». Shoigu non ha potuto fare altro che abbozzare, con un sommesso: «Va bene». Poi, il presidente russo, senza tradire la minima emozione, ha aggiunto: «In questo caso dobbiamo pensare - voglio dire, dobbiamo pensarci sempre, ma in particolare in questo caso - dobbiamo pensare a preservare la vita e la salute dei nostri soldati e ufficiali. Non c’è bisogno di arrampicarsi in quelle catacombe e strisciare sottoterra sotto quelle strutture industriali. Blocca questa zona industriale in modo che nemmeno una mosca possa entrare o uscire». Perché Putin ha deciso di non distruggere l’acciaieria? Secondo il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé, nelle Azovstal ci sarebbero «ordigni chimici». Alla Verità, però, risulta che le ragioni dello zar siano diverse - certo, non quelle da lui narrate, ovvero: «Per evitare un bagno di sangue», visto che fino a oggi egli ha avallato ogni azione commessa dai suoi soldati. Il leader russo ritiene inutile sacrificare altri soldati (oltre ai 21.000 già deceduti), specie ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati su questa acciaieria; inoltre, una volta che Mariupol sarà russa a tutti gli effetti, gli acciai della Azovstal faranno molto comodo al Cremlino. Mentre scriviamo, Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, viene bombardata senza sosta, come ha riferito al Guardian il sindaco Ihor Terekhov: «La Federazione russa sta bombardando furiosamente la città», dove vivono ancora 1 milione di persone, mentre circa il 30% della popolazione, per lo più donne bambini e anziani, sono stati evacuati. Bombe anche a Kherson, dove i russi costringono i civili a combattere con loro, mentre nel Donbass l’avanzata dell’Armata, secondo il consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino, Oleksiy Arestovych, incontra le prime difficoltà sia nella regione di Lugansk che in direzione di Gulyai Pole, nella provincia di Zaporizhzhia (Ucraina sudorientale). Clamorose notizie arrivano direttamente dalla Russia: a Tver, nella zona europea centrale del Paese, una struttura di ricerca militare, apparentemente coinvolta nello sviluppo di almeno alcuni dei missili terra-aria della «serie S» e dei missili balistici Iskander, è esplosa. Il primo bilancio parla di diversi morti e altrettanti feriti. Ignote la ragioni, ma visto l’obbiettivo altamente sensibile non è azzardato ipotizzare che possa esserci un legame con la guerra in corso. Infine, sempre ieri pomeriggio, è bruciato l’impianto chimico di Dmitrievsky, il più grande produttore russo di solventi chimici, che si trova alla periferia di Mosca. Rogo accidentale? Forse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-e-usa-litigano-su-mariupol-presa-non-hai-le-prove-nuovi-raid-a-kharkiv-2657193548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-insiste-sia-tregua-da-ankara-partono-accuse-alla-nato" data-post-id="2657193548" data-published-at="1650568077" data-use-pagination="False"> Francesco insiste: «Sia tregua». Da Ankara partono accuse alla Nato Una spaccatura clamorosa, quella aperta dalla Turchia nel fronte della Nato. Ieri, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in una intervista a Cnn Turk, riportata da Nova, ha accusato (pur senza citarli espressamente) Stati Uniti e Gran Bretagna di remare contro i negoziati: «Dopo l’incontro di Istanbul», ha detto Cavusoglu, «tra le delegazioni di Russia e Ucraina, pensavamo che il conflitto non sarebbe andato avanti per molto. Durante le riunioni ministeriali della Nato ho notato i rappresentanti di diversi paesi lavorare al prolungamento del conflitto piuttosto che a una sua soluzione diplomatica. È una posizione», ha aggiunto Cavusoglu, «da cui noi ovviamente ci dissociamo». L’esponente del governo della Turchia che, ricordiamolo, ha il secondo esercito più consistente dell’intera Alleanza atlantica dopo gli Usa, ha definito lo stato attuale delle trattative come «parzialmente congelate», ha ribadito che la Turchia è pronta «a ospitare colloqui di vertice e a continuare a mediare. Un incontro a Istanbul tra il presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, è ancora sul tavolo», ha spiegato Cavusoglu, «anche se non sono stati fatti progressi nelle trattative». Dopo che papa Francesco aveva chiesto invano una tregua pasquale, ieri la Santa Sede e il Pontefice si sono uniti all’appello di Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, d’accordo con monsignor Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, per una tregua in occasione della Pasqua secondo il calendario giuliano, il 24 aprile prossimo. Il Cremlino ha respinto la proposta. Ieri russi e ucraini si sono scambiati 19 prigionieri per parte. Il direttore del secondo dipartimento per la Comunità degli Stati indipendenti del ministero degli Esteri russo, Alekseij Polishchuk, in un’intervista alla Tass, ha ipotizzato che i cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Russia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti, Francia) potrebbero fare da garanti per la sicurezza dell’Ucraina nel caso di un successo dei negoziati. «Altre opzioni non sono escluse», ha precisato Polishchuk, «quindi l’elenco esatto non è stato ancora determinato». «La squadra di negoziatori tra Russia e Ucraina», ha fatto sapere ieri mattina il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, «rimane la stessa, e sono coinvolti anche alcuni esperti necessari per redigere il futuro documento». Intanto, il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha affermato che «ogni giorno di più, di fronte a sempre nuovi crimini di guerra russi, si perde la fiducia nei risultati dei negoziati. Oggi (ieri, ndr)», ha aggiunto Zelensky, parlando con la tv francese Bfmtv, «la nostra delegazione sta parlando ufficialmente con la delegazione russa e in linea di principio siamo favorevoli a un incontro a livello dei leader di Russia e Ucraina. Perché a livello di leader possiamo fermare questa guerra». Sul campo continua intanto l’assedio a Mariupol, con l’Ucraina che ha offerto alla Russia una «sessione speciale di negoziati» in città per permettere l’evacuazione di militari e civili che si trovano asserragliati nella zona dell’acciaieria Azovstal, proposta rifiutata con toni sprezzanti dal leader ceceno Ramzan Kadyrov. Ieri sono stati a Kiev la premier danese, Mette Frederiksen, e quello spagnolo Pedro Sánchez. Incontrando Zelensky, questi ha annunciato un nuovo invio di 200 tonnellate di materiale militare all’Ucraina. Il presidente americano, Joe Biden, ha incontrato alla Casa Bianca il premier ucraino, Denys Shmyhal. Gli Stati Uniti forniranno a Kiev un nuovo carico di armi da 800 milioni di dollari, a una settimana dall’ultima consegna. Washington darà all’Ucraina ulteriori 500 milioni di dollari per aiutare Zelensky a finanziare le attività del suo governo durante la guerra in corso.
«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.
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A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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