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2024-06-13
Pure i Verdi europei scansano il M5s. Ma Conte non schioda
Giuseppe Conte (Ansa)
Un ritorno alla Prima Repubblica, ma senza qualità. Nelle ultime 24 ore Giuseppe Conte prima si è esibito nel rito delle finte dimissioni da reuccio del M5s, ben sapendo che tanto oggi nessuno prenderebbe il suo posto, poi ha lanciato un altro mitologico arnese della politica politicante come «l’assembla costituente». Ovviamente da tenersi non domani, ma con comodo in autunno, di modo che l’ex avvocato del popolo possa fare anche il segretario balneare. Manca solo un altro feticcio come «la verifica», ma giusto perché i grillini stanno all’opposizione e quindi non saprebbero bene con chi e cosa verificare. Insomma, ciò che resta del movimento che doveva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit a febbraio 2013) si dimena oggi in formule antiche, senza leader carismatici e in compenso con ex dal dente avvelenato come Luigi Di Maio che accusa Conte di aver ridotto il Movimento a un soggetto politico «snaturato, verticistico e chiuso».
L’assemblea dei parlamentari di M5s di martedì sera è stata aggiornata alle prossime ore perché, dopo il 9,9% delle Europee, mica ce la si può cavare con un dopo cena. Ma l’ex premier, che passerà alla storia per i Dpcm anti Covid che cominciavano con il mitologico «Consentiamo», nella giornata di martedì ha dato la «disponibilità a mettermi per primo in discussione». Insomma, tradotto dal lessico paleodemocristiano, «dimissioni». Poi, ovviamente, non se n’è fatto nulla perché qualche suo colonnello deve avergli detto: «Ma no, che fai, mica è colpa tua, resta». Del resto, se nessuno ha impedito a Conte di riempire le liste per le Europee di signor nessuno, a cominciare da Beppe Grillo, non è che gli si possa addebitare tutta la sconfitta.
Ma il pezzo forte è arrivato ieri quando Conte, vistosi riconfermato (da se stesso), ha ovviamente rilanciato, almeno nella sua testa: «Credo che sia venuto il momento di costruire una grande assemblea collettiva […] un’assemblea costituente», con la partecipazione di tutti gli iscritti, in presenza e da remoto». Insomma, dopo quattro anni da condottiero solitario, ora socializza la sconfitta. Senza andare a scomodare le liturgie di mezzo secolo fa, va detto che le ultime «costituenti» non hanno avuto esiti brillantissimi, almeno per chi le ha lanciate.
Per esempio, a novembre del 2022, dopo la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd Enrico Letta lanciò un «congresso costituente» e accompagnò l’idea con una lettera agli iscritti in cui scriveva: «Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi». Sì, ma con un altro segretario, Elli Schlein. Negli ultimi due anni, anche Carlo Calenda ha parlato di «assemblea costituente» per il suo fantomatico Terzo polo, con o senza Matteo Renzi. E martedì, quando ha dovuto commentare il disastro delle Europee in cui il suo movimento è rimasto fuori da Strasburgo, che cosa ha annunciato l’ex ministro montiano? Semplice: «Azione continuerà a fare il suo lavoro, apriremo la fase costituente che abbiamo promesso agli elettori». I quali elettori centristi, s’immagina, se non gli fai la fase costituente che hai promesso ti vengono a prendere a casa.
In ogni caso, la sconfitta in politica non sempre è il momento del coraggio. Più spesso è il momento della perfidia. E allora si è rifatto vivo anche l’uomo che due governi fa aveva «sconfitto la povertà» con il reddito di cittadinanza, ovvero Luigi Di Maio. Stava benissimo alla Farnesina, tra feluche, cerimoniale e ricevimenti. Poi qualcuno ha fatto cadere il governo di Mario Draghi e, se non avesse trovato un incarico di terza fila con la Commissione Ue come Rappresentante speciale per il Golfo, avrebbe fatto la fine di Matteo Renzi, che in Arabia ci va a fatturare. Così, intervistato dalla Stampa, Di Maio dice una cosa che nel 2024 è lunare: «Perdono i partiti che hanno fatto cadere Draghi», ovvero M5s e Lega. Poi va di spada: «Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo. Ha snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato».
Di Maio ricorda che «un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse», invece «Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente». Sì, ma non è che l’avvocato foggiano si sia nominato leader da solo, al posto di Di Maio. E in effetti ecco un bel graffio anche al comico genovese: «Grillo, ha 300.000 buoni motivi per restare in silenzio». Un riferimento ai soldi che il comico ligure prende dal Movimento come «consulente della comunicazione». Almeno sul processo per stupro al figlio di Grillo, Luigino ha sorvolato.
E mentre si attende ormai da domenica sera una qualche epifania del suddetto consulente della comunicazione, un fatto sembra certo: il tetto dei due mandati ha i giorni contati perché ormai nel Movimento si sono resi conto che è inutile crescere una qualche classe dirigente e poi rinunciarvi per regole troppo severe. E in un’Italia che si sta abituando al duello tra due donne, Meloni e Schlein, il M5s potrebbe provare a incunearsi con un’altra leadership femminile come Chiara Appendino.
Sul fronte delle alleanze, per ora tocca stare a sinistra, con Avs che si è offerta come perno di una coalizione a guida Pd. Solo che al momento, in Europa, il gruppo dei Verdi non fa entrare i 5 stelle di Conte. La fase Calimero va avanti.
«Pignoriamo lo stipendio della Salis»
La battaglia tra Aler e Ilaria Salis prosegue anche dopo le elezioni europee. Tra le fila di Fratelli d’Italia c’è, infatti, chi chiede di pignorare il nuovo stipendio da europarlamentare della Salis per recuperare il presunto debito di 90.000 euro accumulato con l’azienda di Regione Lombardia che gestisce l’edilizia popolare. A proporlo è il consigliere comunale milanese Enrico Marcora che ieri, in una nota, ha chiesto appunto che Aler «si attivi subito per pignorare i suoi futuri stipendi da parlamentare europea». Marcora ha aggiunto: «La cosa positiva della sua elezione è la possibilità di Aler di recuperare l’importante importo dovutogli da Salis». Del resto, il salario da europarlamentare è di 10.377,43 euro lordi al mese, che al netto si traduce in 8.089,63 euro, dopo aver detratto le imposte dell’Ue e i contributi assicurativi.
Ma il tema è complesso dal punto di vista normativo. Per i parlamentari in Italia, infatti, è impossibile vedersi pignorare lo stipendio. Lo vieta una legge del 1965 tanto che, negli anni passati, c’era chi aveva chiesto di abolire questo privilegio dal momento che alcuni padri separati e parlamentari evitavano di pagare l’assegno di mantenimento dei figli nascondendosi, appunto, dietro lo status di deputato o senatore.
In Europa potrebbe essere diverso. Ma anche qui le interpretazioni normative differiscono. C’è chi sostiene che fino a un terzo lo stipendio da europarlamentare sia pignorabile, ma a Bruxelles altri ricordano il principio della extraterritorialità, in quanto l’Europarlamento è istituzione Ue, al di fuori dei confini nazionali. Insomma, nel caso si prevede una dura battaglia legale. «Bisognerebbe prima avere un titolo esecutivo. Dunque un provvedimento dell’autorità giurisdizionale che accerti che vi sia stata una occupazione senza titolo dell’immobile. Poi la messa in mora e la richiesta di pagamento. Quindi, con il titolo esecutivo, si potrà richiedere eventualmente il pignoramento. Al momento tutto questo manca», spiegava ieri Eugenio Losco, avvocato di Salis che ha deciso di replicare alle richieste di Marcora.
«Non risulta alcuna sentenza», prosegue l’avvocato Losco, «che abbia accertato l’occupazione senza titolo da parte della signora Salis di via Borsi 14. Quella riportata nei giornali è una contabilizzazione interna, forse necessaria ai fini di bilancio. E si fonderebbe su un accesso nel 2008 senza ulteriori accertamenti sull’occupazione dell’immobile da parte della signora Salis».
Dal canto suo, Aler Milano ha ribadito ancora una volta che «attiverà nelle opportune sedi le procedure di riscossione coattiva del credito» che dovrebbe ammontare a oltre 90.000 euro accumulati in 16 anni e cioè a partire dal 2008 quando l’allora ventiquattrenne Ilaria Salis venne identificata come occupante abusiva di un appartamento in via Borsi, nella zona anarchica di Milano sui Navigli tra le case popolari gestite dall’azienda lombarda. Nel febbraio del 2009, come spiega Aler, «dagli atti conservati in azienda si evince che presso la questura di Milano è stata depositata denuncia querela per occupazione abusiva e danneggiamento della porta di ingresso dell’alloggio di via Borsi 14 ai sensi dell’articoli 633 e 635 del Codice penale, sporta da Aler Milano nei confronti della signora Salis Ilaria».
Non va dimenticato che per lo stesso reato di invasione di terreni o edifici, Salis è già stata condannata a 10 mesi per l’occupazione nel 2014 di un appartamento in via Cinquecento, in zona Corvetto, con sentenza diventata definitiva nel 2019. «Sul punto» spiega Aler «non è possibile affermare che la Salis non abbia avuto conoscenza in assoluto di fattispecie analoghe riferibili ad altro diverso processo penale nel 2016 che l’ha vista condannata sia in primo che in secondo grado per i reati di cui agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, inerente invasione di terreni ed edifici».
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L’Avvocato senza popolo non si dimette e vuole una costituente. Luigi Di Maio lo sbertuccia evocando una «maledizione Draghi».Il consigliere di Fdi, Enrico Marcora: «Pignoriamo lo stipendio della Salis, così recuperiamo i 90.000 euro che deve ad Aler». Il legale dell’eurodeputata: «Manca il titolo esecutivo». L’azienda: «C’è una denuncia».Lo speciale contiene due articoli.Un ritorno alla Prima Repubblica, ma senza qualità. Nelle ultime 24 ore Giuseppe Conte prima si è esibito nel rito delle finte dimissioni da reuccio del M5s, ben sapendo che tanto oggi nessuno prenderebbe il suo posto, poi ha lanciato un altro mitologico arnese della politica politicante come «l’assembla costituente». Ovviamente da tenersi non domani, ma con comodo in autunno, di modo che l’ex avvocato del popolo possa fare anche il segretario balneare. Manca solo un altro feticcio come «la verifica», ma giusto perché i grillini stanno all’opposizione e quindi non saprebbero bene con chi e cosa verificare. Insomma, ciò che resta del movimento che doveva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit a febbraio 2013) si dimena oggi in formule antiche, senza leader carismatici e in compenso con ex dal dente avvelenato come Luigi Di Maio che accusa Conte di aver ridotto il Movimento a un soggetto politico «snaturato, verticistico e chiuso».L’assemblea dei parlamentari di M5s di martedì sera è stata aggiornata alle prossime ore perché, dopo il 9,9% delle Europee, mica ce la si può cavare con un dopo cena. Ma l’ex premier, che passerà alla storia per i Dpcm anti Covid che cominciavano con il mitologico «Consentiamo», nella giornata di martedì ha dato la «disponibilità a mettermi per primo in discussione». Insomma, tradotto dal lessico paleodemocristiano, «dimissioni». Poi, ovviamente, non se n’è fatto nulla perché qualche suo colonnello deve avergli detto: «Ma no, che fai, mica è colpa tua, resta». Del resto, se nessuno ha impedito a Conte di riempire le liste per le Europee di signor nessuno, a cominciare da Beppe Grillo, non è che gli si possa addebitare tutta la sconfitta. Ma il pezzo forte è arrivato ieri quando Conte, vistosi riconfermato (da se stesso), ha ovviamente rilanciato, almeno nella sua testa: «Credo che sia venuto il momento di costruire una grande assemblea collettiva […] un’assemblea costituente», con la partecipazione di tutti gli iscritti, in presenza e da remoto». Insomma, dopo quattro anni da condottiero solitario, ora socializza la sconfitta. Senza andare a scomodare le liturgie di mezzo secolo fa, va detto che le ultime «costituenti» non hanno avuto esiti brillantissimi, almeno per chi le ha lanciate. Per esempio, a novembre del 2022, dopo la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd Enrico Letta lanciò un «congresso costituente» e accompagnò l’idea con una lettera agli iscritti in cui scriveva: «Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi». Sì, ma con un altro segretario, Elli Schlein. Negli ultimi due anni, anche Carlo Calenda ha parlato di «assemblea costituente» per il suo fantomatico Terzo polo, con o senza Matteo Renzi. E martedì, quando ha dovuto commentare il disastro delle Europee in cui il suo movimento è rimasto fuori da Strasburgo, che cosa ha annunciato l’ex ministro montiano? Semplice: «Azione continuerà a fare il suo lavoro, apriremo la fase costituente che abbiamo promesso agli elettori». I quali elettori centristi, s’immagina, se non gli fai la fase costituente che hai promesso ti vengono a prendere a casa.In ogni caso, la sconfitta in politica non sempre è il momento del coraggio. Più spesso è il momento della perfidia. E allora si è rifatto vivo anche l’uomo che due governi fa aveva «sconfitto la povertà» con il reddito di cittadinanza, ovvero Luigi Di Maio. Stava benissimo alla Farnesina, tra feluche, cerimoniale e ricevimenti. Poi qualcuno ha fatto cadere il governo di Mario Draghi e, se non avesse trovato un incarico di terza fila con la Commissione Ue come Rappresentante speciale per il Golfo, avrebbe fatto la fine di Matteo Renzi, che in Arabia ci va a fatturare. Così, intervistato dalla Stampa, Di Maio dice una cosa che nel 2024 è lunare: «Perdono i partiti che hanno fatto cadere Draghi», ovvero M5s e Lega. Poi va di spada: «Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo. Ha snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato». Di Maio ricorda che «un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse», invece «Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente». Sì, ma non è che l’avvocato foggiano si sia nominato leader da solo, al posto di Di Maio. E in effetti ecco un bel graffio anche al comico genovese: «Grillo, ha 300.000 buoni motivi per restare in silenzio». Un riferimento ai soldi che il comico ligure prende dal Movimento come «consulente della comunicazione». Almeno sul processo per stupro al figlio di Grillo, Luigino ha sorvolato. E mentre si attende ormai da domenica sera una qualche epifania del suddetto consulente della comunicazione, un fatto sembra certo: il tetto dei due mandati ha i giorni contati perché ormai nel Movimento si sono resi conto che è inutile crescere una qualche classe dirigente e poi rinunciarvi per regole troppo severe. E in un’Italia che si sta abituando al duello tra due donne, Meloni e Schlein, il M5s potrebbe provare a incunearsi con un’altra leadership femminile come Chiara Appendino. Sul fronte delle alleanze, per ora tocca stare a sinistra, con Avs che si è offerta come perno di una coalizione a guida Pd. Solo che al momento, in Europa, il gruppo dei Verdi non fa entrare i 5 stelle di Conte. 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Marcora ha aggiunto: «La cosa positiva della sua elezione è la possibilità di Aler di recuperare l’importante importo dovutogli da Salis». Del resto, il salario da europarlamentare è di 10.377,43 euro lordi al mese, che al netto si traduce in 8.089,63 euro, dopo aver detratto le imposte dell’Ue e i contributi assicurativi. Ma il tema è complesso dal punto di vista normativo. Per i parlamentari in Italia, infatti, è impossibile vedersi pignorare lo stipendio. Lo vieta una legge del 1965 tanto che, negli anni passati, c’era chi aveva chiesto di abolire questo privilegio dal momento che alcuni padri separati e parlamentari evitavano di pagare l’assegno di mantenimento dei figli nascondendosi, appunto, dietro lo status di deputato o senatore. In Europa potrebbe essere diverso. Ma anche qui le interpretazioni normative differiscono. C’è chi sostiene che fino a un terzo lo stipendio da europarlamentare sia pignorabile, ma a Bruxelles altri ricordano il principio della extraterritorialità, in quanto l’Europarlamento è istituzione Ue, al di fuori dei confini nazionali. Insomma, nel caso si prevede una dura battaglia legale. «Bisognerebbe prima avere un titolo esecutivo. Dunque un provvedimento dell’autorità giurisdizionale che accerti che vi sia stata una occupazione senza titolo dell’immobile. Poi la messa in mora e la richiesta di pagamento. Quindi, con il titolo esecutivo, si potrà richiedere eventualmente il pignoramento. Al momento tutto questo manca», spiegava ieri Eugenio Losco, avvocato di Salis che ha deciso di replicare alle richieste di Marcora. «Non risulta alcuna sentenza», prosegue l’avvocato Losco, «che abbia accertato l’occupazione senza titolo da parte della signora Salis di via Borsi 14. Quella riportata nei giornali è una contabilizzazione interna, forse necessaria ai fini di bilancio. E si fonderebbe su un accesso nel 2008 senza ulteriori accertamenti sull’occupazione dell’immobile da parte della signora Salis». Dal canto suo, Aler Milano ha ribadito ancora una volta che «attiverà nelle opportune sedi le procedure di riscossione coattiva del credito» che dovrebbe ammontare a oltre 90.000 euro accumulati in 16 anni e cioè a partire dal 2008 quando l’allora ventiquattrenne Ilaria Salis venne identificata come occupante abusiva di un appartamento in via Borsi, nella zona anarchica di Milano sui Navigli tra le case popolari gestite dall’azienda lombarda. Nel febbraio del 2009, come spiega Aler, «dagli atti conservati in azienda si evince che presso la questura di Milano è stata depositata denuncia querela per occupazione abusiva e danneggiamento della porta di ingresso dell’alloggio di via Borsi 14 ai sensi dell’articoli 633 e 635 del Codice penale, sporta da Aler Milano nei confronti della signora Salis Ilaria». Non va dimenticato che per lo stesso reato di invasione di terreni o edifici, Salis è già stata condannata a 10 mesi per l’occupazione nel 2014 di un appartamento in via Cinquecento, in zona Corvetto, con sentenza diventata definitiva nel 2019. «Sul punto» spiega Aler «non è possibile affermare che la Salis non abbia avuto conoscenza in assoluto di fattispecie analoghe riferibili ad altro diverso processo penale nel 2016 che l’ha vista condannata sia in primo che in secondo grado per i reati di cui agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, inerente invasione di terreni ed edifici».
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.