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2024-06-13
Pure i Verdi europei scansano il M5s. Ma Conte non schioda
Giuseppe Conte (Ansa)
Un ritorno alla Prima Repubblica, ma senza qualità. Nelle ultime 24 ore Giuseppe Conte prima si è esibito nel rito delle finte dimissioni da reuccio del M5s, ben sapendo che tanto oggi nessuno prenderebbe il suo posto, poi ha lanciato un altro mitologico arnese della politica politicante come «l’assembla costituente». Ovviamente da tenersi non domani, ma con comodo in autunno, di modo che l’ex avvocato del popolo possa fare anche il segretario balneare. Manca solo un altro feticcio come «la verifica», ma giusto perché i grillini stanno all’opposizione e quindi non saprebbero bene con chi e cosa verificare. Insomma, ciò che resta del movimento che doveva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit a febbraio 2013) si dimena oggi in formule antiche, senza leader carismatici e in compenso con ex dal dente avvelenato come Luigi Di Maio che accusa Conte di aver ridotto il Movimento a un soggetto politico «snaturato, verticistico e chiuso».
L’assemblea dei parlamentari di M5s di martedì sera è stata aggiornata alle prossime ore perché, dopo il 9,9% delle Europee, mica ce la si può cavare con un dopo cena. Ma l’ex premier, che passerà alla storia per i Dpcm anti Covid che cominciavano con il mitologico «Consentiamo», nella giornata di martedì ha dato la «disponibilità a mettermi per primo in discussione». Insomma, tradotto dal lessico paleodemocristiano, «dimissioni». Poi, ovviamente, non se n’è fatto nulla perché qualche suo colonnello deve avergli detto: «Ma no, che fai, mica è colpa tua, resta». Del resto, se nessuno ha impedito a Conte di riempire le liste per le Europee di signor nessuno, a cominciare da Beppe Grillo, non è che gli si possa addebitare tutta la sconfitta.
Ma il pezzo forte è arrivato ieri quando Conte, vistosi riconfermato (da se stesso), ha ovviamente rilanciato, almeno nella sua testa: «Credo che sia venuto il momento di costruire una grande assemblea collettiva […] un’assemblea costituente», con la partecipazione di tutti gli iscritti, in presenza e da remoto». Insomma, dopo quattro anni da condottiero solitario, ora socializza la sconfitta. Senza andare a scomodare le liturgie di mezzo secolo fa, va detto che le ultime «costituenti» non hanno avuto esiti brillantissimi, almeno per chi le ha lanciate.
Per esempio, a novembre del 2022, dopo la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd Enrico Letta lanciò un «congresso costituente» e accompagnò l’idea con una lettera agli iscritti in cui scriveva: «Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi». Sì, ma con un altro segretario, Elli Schlein. Negli ultimi due anni, anche Carlo Calenda ha parlato di «assemblea costituente» per il suo fantomatico Terzo polo, con o senza Matteo Renzi. E martedì, quando ha dovuto commentare il disastro delle Europee in cui il suo movimento è rimasto fuori da Strasburgo, che cosa ha annunciato l’ex ministro montiano? Semplice: «Azione continuerà a fare il suo lavoro, apriremo la fase costituente che abbiamo promesso agli elettori». I quali elettori centristi, s’immagina, se non gli fai la fase costituente che hai promesso ti vengono a prendere a casa.
In ogni caso, la sconfitta in politica non sempre è il momento del coraggio. Più spesso è il momento della perfidia. E allora si è rifatto vivo anche l’uomo che due governi fa aveva «sconfitto la povertà» con il reddito di cittadinanza, ovvero Luigi Di Maio. Stava benissimo alla Farnesina, tra feluche, cerimoniale e ricevimenti. Poi qualcuno ha fatto cadere il governo di Mario Draghi e, se non avesse trovato un incarico di terza fila con la Commissione Ue come Rappresentante speciale per il Golfo, avrebbe fatto la fine di Matteo Renzi, che in Arabia ci va a fatturare. Così, intervistato dalla Stampa, Di Maio dice una cosa che nel 2024 è lunare: «Perdono i partiti che hanno fatto cadere Draghi», ovvero M5s e Lega. Poi va di spada: «Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo. Ha snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato».
Di Maio ricorda che «un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse», invece «Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente». Sì, ma non è che l’avvocato foggiano si sia nominato leader da solo, al posto di Di Maio. E in effetti ecco un bel graffio anche al comico genovese: «Grillo, ha 300.000 buoni motivi per restare in silenzio». Un riferimento ai soldi che il comico ligure prende dal Movimento come «consulente della comunicazione». Almeno sul processo per stupro al figlio di Grillo, Luigino ha sorvolato.
E mentre si attende ormai da domenica sera una qualche epifania del suddetto consulente della comunicazione, un fatto sembra certo: il tetto dei due mandati ha i giorni contati perché ormai nel Movimento si sono resi conto che è inutile crescere una qualche classe dirigente e poi rinunciarvi per regole troppo severe. E in un’Italia che si sta abituando al duello tra due donne, Meloni e Schlein, il M5s potrebbe provare a incunearsi con un’altra leadership femminile come Chiara Appendino.
Sul fronte delle alleanze, per ora tocca stare a sinistra, con Avs che si è offerta come perno di una coalizione a guida Pd. Solo che al momento, in Europa, il gruppo dei Verdi non fa entrare i 5 stelle di Conte. La fase Calimero va avanti.
«Pignoriamo lo stipendio della Salis»
La battaglia tra Aler e Ilaria Salis prosegue anche dopo le elezioni europee. Tra le fila di Fratelli d’Italia c’è, infatti, chi chiede di pignorare il nuovo stipendio da europarlamentare della Salis per recuperare il presunto debito di 90.000 euro accumulato con l’azienda di Regione Lombardia che gestisce l’edilizia popolare. A proporlo è il consigliere comunale milanese Enrico Marcora che ieri, in una nota, ha chiesto appunto che Aler «si attivi subito per pignorare i suoi futuri stipendi da parlamentare europea». Marcora ha aggiunto: «La cosa positiva della sua elezione è la possibilità di Aler di recuperare l’importante importo dovutogli da Salis». Del resto, il salario da europarlamentare è di 10.377,43 euro lordi al mese, che al netto si traduce in 8.089,63 euro, dopo aver detratto le imposte dell’Ue e i contributi assicurativi.
Ma il tema è complesso dal punto di vista normativo. Per i parlamentari in Italia, infatti, è impossibile vedersi pignorare lo stipendio. Lo vieta una legge del 1965 tanto che, negli anni passati, c’era chi aveva chiesto di abolire questo privilegio dal momento che alcuni padri separati e parlamentari evitavano di pagare l’assegno di mantenimento dei figli nascondendosi, appunto, dietro lo status di deputato o senatore.
In Europa potrebbe essere diverso. Ma anche qui le interpretazioni normative differiscono. C’è chi sostiene che fino a un terzo lo stipendio da europarlamentare sia pignorabile, ma a Bruxelles altri ricordano il principio della extraterritorialità, in quanto l’Europarlamento è istituzione Ue, al di fuori dei confini nazionali. Insomma, nel caso si prevede una dura battaglia legale. «Bisognerebbe prima avere un titolo esecutivo. Dunque un provvedimento dell’autorità giurisdizionale che accerti che vi sia stata una occupazione senza titolo dell’immobile. Poi la messa in mora e la richiesta di pagamento. Quindi, con il titolo esecutivo, si potrà richiedere eventualmente il pignoramento. Al momento tutto questo manca», spiegava ieri Eugenio Losco, avvocato di Salis che ha deciso di replicare alle richieste di Marcora.
«Non risulta alcuna sentenza», prosegue l’avvocato Losco, «che abbia accertato l’occupazione senza titolo da parte della signora Salis di via Borsi 14. Quella riportata nei giornali è una contabilizzazione interna, forse necessaria ai fini di bilancio. E si fonderebbe su un accesso nel 2008 senza ulteriori accertamenti sull’occupazione dell’immobile da parte della signora Salis».
Dal canto suo, Aler Milano ha ribadito ancora una volta che «attiverà nelle opportune sedi le procedure di riscossione coattiva del credito» che dovrebbe ammontare a oltre 90.000 euro accumulati in 16 anni e cioè a partire dal 2008 quando l’allora ventiquattrenne Ilaria Salis venne identificata come occupante abusiva di un appartamento in via Borsi, nella zona anarchica di Milano sui Navigli tra le case popolari gestite dall’azienda lombarda. Nel febbraio del 2009, come spiega Aler, «dagli atti conservati in azienda si evince che presso la questura di Milano è stata depositata denuncia querela per occupazione abusiva e danneggiamento della porta di ingresso dell’alloggio di via Borsi 14 ai sensi dell’articoli 633 e 635 del Codice penale, sporta da Aler Milano nei confronti della signora Salis Ilaria».
Non va dimenticato che per lo stesso reato di invasione di terreni o edifici, Salis è già stata condannata a 10 mesi per l’occupazione nel 2014 di un appartamento in via Cinquecento, in zona Corvetto, con sentenza diventata definitiva nel 2019. «Sul punto» spiega Aler «non è possibile affermare che la Salis non abbia avuto conoscenza in assoluto di fattispecie analoghe riferibili ad altro diverso processo penale nel 2016 che l’ha vista condannata sia in primo che in secondo grado per i reati di cui agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, inerente invasione di terreni ed edifici».
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L’Avvocato senza popolo non si dimette e vuole una costituente. Luigi Di Maio lo sbertuccia evocando una «maledizione Draghi».Il consigliere di Fdi, Enrico Marcora: «Pignoriamo lo stipendio della Salis, così recuperiamo i 90.000 euro che deve ad Aler». Il legale dell’eurodeputata: «Manca il titolo esecutivo». L’azienda: «C’è una denuncia».Lo speciale contiene due articoli.Un ritorno alla Prima Repubblica, ma senza qualità. Nelle ultime 24 ore Giuseppe Conte prima si è esibito nel rito delle finte dimissioni da reuccio del M5s, ben sapendo che tanto oggi nessuno prenderebbe il suo posto, poi ha lanciato un altro mitologico arnese della politica politicante come «l’assembla costituente». Ovviamente da tenersi non domani, ma con comodo in autunno, di modo che l’ex avvocato del popolo possa fare anche il segretario balneare. Manca solo un altro feticcio come «la verifica», ma giusto perché i grillini stanno all’opposizione e quindi non saprebbero bene con chi e cosa verificare. Insomma, ciò che resta del movimento che doveva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit a febbraio 2013) si dimena oggi in formule antiche, senza leader carismatici e in compenso con ex dal dente avvelenato come Luigi Di Maio che accusa Conte di aver ridotto il Movimento a un soggetto politico «snaturato, verticistico e chiuso».L’assemblea dei parlamentari di M5s di martedì sera è stata aggiornata alle prossime ore perché, dopo il 9,9% delle Europee, mica ce la si può cavare con un dopo cena. Ma l’ex premier, che passerà alla storia per i Dpcm anti Covid che cominciavano con il mitologico «Consentiamo», nella giornata di martedì ha dato la «disponibilità a mettermi per primo in discussione». Insomma, tradotto dal lessico paleodemocristiano, «dimissioni». Poi, ovviamente, non se n’è fatto nulla perché qualche suo colonnello deve avergli detto: «Ma no, che fai, mica è colpa tua, resta». Del resto, se nessuno ha impedito a Conte di riempire le liste per le Europee di signor nessuno, a cominciare da Beppe Grillo, non è che gli si possa addebitare tutta la sconfitta. Ma il pezzo forte è arrivato ieri quando Conte, vistosi riconfermato (da se stesso), ha ovviamente rilanciato, almeno nella sua testa: «Credo che sia venuto il momento di costruire una grande assemblea collettiva […] un’assemblea costituente», con la partecipazione di tutti gli iscritti, in presenza e da remoto». Insomma, dopo quattro anni da condottiero solitario, ora socializza la sconfitta. Senza andare a scomodare le liturgie di mezzo secolo fa, va detto che le ultime «costituenti» non hanno avuto esiti brillantissimi, almeno per chi le ha lanciate. Per esempio, a novembre del 2022, dopo la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd Enrico Letta lanciò un «congresso costituente» e accompagnò l’idea con una lettera agli iscritti in cui scriveva: «Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi». Sì, ma con un altro segretario, Elli Schlein. Negli ultimi due anni, anche Carlo Calenda ha parlato di «assemblea costituente» per il suo fantomatico Terzo polo, con o senza Matteo Renzi. E martedì, quando ha dovuto commentare il disastro delle Europee in cui il suo movimento è rimasto fuori da Strasburgo, che cosa ha annunciato l’ex ministro montiano? Semplice: «Azione continuerà a fare il suo lavoro, apriremo la fase costituente che abbiamo promesso agli elettori». I quali elettori centristi, s’immagina, se non gli fai la fase costituente che hai promesso ti vengono a prendere a casa.In ogni caso, la sconfitta in politica non sempre è il momento del coraggio. Più spesso è il momento della perfidia. E allora si è rifatto vivo anche l’uomo che due governi fa aveva «sconfitto la povertà» con il reddito di cittadinanza, ovvero Luigi Di Maio. Stava benissimo alla Farnesina, tra feluche, cerimoniale e ricevimenti. Poi qualcuno ha fatto cadere il governo di Mario Draghi e, se non avesse trovato un incarico di terza fila con la Commissione Ue come Rappresentante speciale per il Golfo, avrebbe fatto la fine di Matteo Renzi, che in Arabia ci va a fatturare. Così, intervistato dalla Stampa, Di Maio dice una cosa che nel 2024 è lunare: «Perdono i partiti che hanno fatto cadere Draghi», ovvero M5s e Lega. Poi va di spada: «Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo. Ha snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato». Di Maio ricorda che «un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse», invece «Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente». Sì, ma non è che l’avvocato foggiano si sia nominato leader da solo, al posto di Di Maio. E in effetti ecco un bel graffio anche al comico genovese: «Grillo, ha 300.000 buoni motivi per restare in silenzio». Un riferimento ai soldi che il comico ligure prende dal Movimento come «consulente della comunicazione». Almeno sul processo per stupro al figlio di Grillo, Luigino ha sorvolato. E mentre si attende ormai da domenica sera una qualche epifania del suddetto consulente della comunicazione, un fatto sembra certo: il tetto dei due mandati ha i giorni contati perché ormai nel Movimento si sono resi conto che è inutile crescere una qualche classe dirigente e poi rinunciarvi per regole troppo severe. E in un’Italia che si sta abituando al duello tra due donne, Meloni e Schlein, il M5s potrebbe provare a incunearsi con un’altra leadership femminile come Chiara Appendino. Sul fronte delle alleanze, per ora tocca stare a sinistra, con Avs che si è offerta come perno di una coalizione a guida Pd. Solo che al momento, in Europa, il gruppo dei Verdi non fa entrare i 5 stelle di Conte. 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Marcora ha aggiunto: «La cosa positiva della sua elezione è la possibilità di Aler di recuperare l’importante importo dovutogli da Salis». Del resto, il salario da europarlamentare è di 10.377,43 euro lordi al mese, che al netto si traduce in 8.089,63 euro, dopo aver detratto le imposte dell’Ue e i contributi assicurativi. Ma il tema è complesso dal punto di vista normativo. Per i parlamentari in Italia, infatti, è impossibile vedersi pignorare lo stipendio. Lo vieta una legge del 1965 tanto che, negli anni passati, c’era chi aveva chiesto di abolire questo privilegio dal momento che alcuni padri separati e parlamentari evitavano di pagare l’assegno di mantenimento dei figli nascondendosi, appunto, dietro lo status di deputato o senatore. In Europa potrebbe essere diverso. Ma anche qui le interpretazioni normative differiscono. C’è chi sostiene che fino a un terzo lo stipendio da europarlamentare sia pignorabile, ma a Bruxelles altri ricordano il principio della extraterritorialità, in quanto l’Europarlamento è istituzione Ue, al di fuori dei confini nazionali. Insomma, nel caso si prevede una dura battaglia legale. «Bisognerebbe prima avere un titolo esecutivo. Dunque un provvedimento dell’autorità giurisdizionale che accerti che vi sia stata una occupazione senza titolo dell’immobile. Poi la messa in mora e la richiesta di pagamento. Quindi, con il titolo esecutivo, si potrà richiedere eventualmente il pignoramento. Al momento tutto questo manca», spiegava ieri Eugenio Losco, avvocato di Salis che ha deciso di replicare alle richieste di Marcora. «Non risulta alcuna sentenza», prosegue l’avvocato Losco, «che abbia accertato l’occupazione senza titolo da parte della signora Salis di via Borsi 14. Quella riportata nei giornali è una contabilizzazione interna, forse necessaria ai fini di bilancio. E si fonderebbe su un accesso nel 2008 senza ulteriori accertamenti sull’occupazione dell’immobile da parte della signora Salis». Dal canto suo, Aler Milano ha ribadito ancora una volta che «attiverà nelle opportune sedi le procedure di riscossione coattiva del credito» che dovrebbe ammontare a oltre 90.000 euro accumulati in 16 anni e cioè a partire dal 2008 quando l’allora ventiquattrenne Ilaria Salis venne identificata come occupante abusiva di un appartamento in via Borsi, nella zona anarchica di Milano sui Navigli tra le case popolari gestite dall’azienda lombarda. Nel febbraio del 2009, come spiega Aler, «dagli atti conservati in azienda si evince che presso la questura di Milano è stata depositata denuncia querela per occupazione abusiva e danneggiamento della porta di ingresso dell’alloggio di via Borsi 14 ai sensi dell’articoli 633 e 635 del Codice penale, sporta da Aler Milano nei confronti della signora Salis Ilaria». Non va dimenticato che per lo stesso reato di invasione di terreni o edifici, Salis è già stata condannata a 10 mesi per l’occupazione nel 2014 di un appartamento in via Cinquecento, in zona Corvetto, con sentenza diventata definitiva nel 2019. «Sul punto» spiega Aler «non è possibile affermare che la Salis non abbia avuto conoscenza in assoluto di fattispecie analoghe riferibili ad altro diverso processo penale nel 2016 che l’ha vista condannata sia in primo che in secondo grado per i reati di cui agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, inerente invasione di terreni ed edifici».
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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