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2022-03-25
«Pure l’Europa paga per le sanzioni». Biden annuncia che faremo la fame
Mario Draghi, Emmanuel Macron e Joe Biden (Ansa)
Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni».
In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre).
Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca.
Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».
Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?)
In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali.
Tramonta il sogno Nato di Renzi
La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto.
Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi.
Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
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L’ammissione della Casa Bianca dopo il summit atlantico e il G7: «Se il Cremlino userà armi chimiche risponderemo». India e Cina si astengono sulla risoluzione Onu per la fine delle ostilità da parte di Mosca.Tramonta il sogno Nato di Matteo Renzi. Rinnovato di un anno il mandato di Jens Stoltenberg. Il Rottamatore aspirava all’incarico come salvagente dopo le politiche. Anche Enrico Letta sarebbe stato tentato.Lo speciale comprende due articoli. Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni». In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre). Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca. Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?) In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-leuropa-paga-per-le-sanzioni-biden-annuncia-che-faremo-la-fame-2657033663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tramonta-il-sogno-nato-di-renzi" data-post-id="2657033663" data-published-at="1648153157" data-use-pagination="False"> Tramonta il sogno Nato di Renzi La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto. Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi. Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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