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2022-03-25
«Pure l’Europa paga per le sanzioni». Biden annuncia che faremo la fame
Mario Draghi, Emmanuel Macron e Joe Biden (Ansa)
Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni».
In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre).
Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca.
Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».
Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?)
In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali.
Tramonta il sogno Nato di Renzi
La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto.
Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi.
Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
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L’ammissione della Casa Bianca dopo il summit atlantico e il G7: «Se il Cremlino userà armi chimiche risponderemo». India e Cina si astengono sulla risoluzione Onu per la fine delle ostilità da parte di Mosca.Tramonta il sogno Nato di Matteo Renzi. Rinnovato di un anno il mandato di Jens Stoltenberg. Il Rottamatore aspirava all’incarico come salvagente dopo le politiche. Anche Enrico Letta sarebbe stato tentato.Lo speciale comprende due articoli. Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni». In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre). Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca. Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?) In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-leuropa-paga-per-le-sanzioni-biden-annuncia-che-faremo-la-fame-2657033663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tramonta-il-sogno-nato-di-renzi" data-post-id="2657033663" data-published-at="1648153157" data-use-pagination="False"> Tramonta il sogno Nato di Renzi La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto. Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi. Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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