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2022-03-25
«Pure l’Europa paga per le sanzioni». Biden annuncia che faremo la fame
Mario Draghi, Emmanuel Macron e Joe Biden (Ansa)
Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni».
In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre).
Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca.
Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».
Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?)
In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali.
Tramonta il sogno Nato di Renzi
La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto.
Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi.
Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
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L’ammissione della Casa Bianca dopo il summit atlantico e il G7: «Se il Cremlino userà armi chimiche risponderemo». India e Cina si astengono sulla risoluzione Onu per la fine delle ostilità da parte di Mosca.Tramonta il sogno Nato di Matteo Renzi. Rinnovato di un anno il mandato di Jens Stoltenberg. Il Rottamatore aspirava all’incarico come salvagente dopo le politiche. Anche Enrico Letta sarebbe stato tentato.Lo speciale comprende due articoli. Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni». In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre). Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca. Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?) In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-leuropa-paga-per-le-sanzioni-biden-annuncia-che-faremo-la-fame-2657033663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tramonta-il-sogno-nato-di-renzi" data-post-id="2657033663" data-published-at="1648153157" data-use-pagination="False"> Tramonta il sogno Nato di Renzi La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto. Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi. Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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