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2022-03-25
«Pure l’Europa paga per le sanzioni». Biden annuncia che faremo la fame
Mario Draghi, Emmanuel Macron e Joe Biden (Ansa)
Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni».
In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre).
Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca.
Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».
Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?)
In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali.
Tramonta il sogno Nato di Renzi
La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto.
Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi.
Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
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L’ammissione della Casa Bianca dopo il summit atlantico e il G7: «Se il Cremlino userà armi chimiche risponderemo». India e Cina si astengono sulla risoluzione Onu per la fine delle ostilità da parte di Mosca.Tramonta il sogno Nato di Matteo Renzi. Rinnovato di un anno il mandato di Jens Stoltenberg. Il Rottamatore aspirava all’incarico come salvagente dopo le politiche. Anche Enrico Letta sarebbe stato tentato.Lo speciale comprende due articoli. Si è tenuto ieri a Bruxelles il summit straordinario della Nato dedicato alla crisi ucraina. Nella dichiarazione finale è contenuta una dura condanna di Mosca. «Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina con la massima fermezza. Chiediamo al presidente Putin di fermare immediatamente questa guerra e di ritirare le forze militari dall’Ucraina», si legge nel comunicato. Non è mancato poi un riferimento alla Cina. «Chiediamo a tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, di sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico della Russia e ad astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia a eludere le sanzioni». In questo quadro, è stato innanzitutto stabilito un rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, schierando nuovi battaglioni in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni alla Russia, oltre a un piano per accogliere fino a 100.000 rifugiati. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è comunque tornato a escludere la creazione di una no fly zone, mettendo al contempo in guardia Mosca dall’uso di armi chimiche. «Qualsiasi uso di armi chimiche cambierebbe radicalmente la natura del conflitto: sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze gravi e diffuse», ha dichiarato. Lo stesso Volodymyr Zelenesky, che ieri ha parlato per via telematica al vertice dell’Alleanza, ha sì chiesto aerei e carri armati, ma ha al contempo evitato di invocare la creazione di una no fly zone. Tra l’altro, proprio ieri, un alto funzionario americano ha riferito alla Cnn che la Casa Bianca continua a essere contraria all’invio di caccia in Ucraina. Tra l’altro, come conseguenza della crisi in corso, a Stoltenberg è stato prorogato l’incarico di segretario generale per un altro anno (avrebbe infatti originariamente dovuto ritirarsi il prossimo settembre). Al summit Nato ha fatto seguito un vertice del G7. Anche in questo caso, è stata pronunciata una severa condanna dell’invasione russa. «Rimaniamo sconvolti e condanniamo i devastanti attacchi alla popolazione ucraina e alle infrastrutture civili, inclusi ospedali e scuole. Accogliamo con favore le indagini sui meccanismi internazionali, anche da parte del procuratore della Corte penale internazionale», si legge nel comunicato finale che, oltre a paventare il rischio dell’uso di armi chimiche, si concentra sul tema dell’esposizione energetica occidentale nei confronti della Russia. «Chiediamo ai Paesi produttori di petrolio e gas di agire in modo responsabile e di aumentare le consegne ai mercati internazionali, rilevando che l’Opec ha un ruolo chiave da svolgere», recita in tal senso la nota. Il problema è che molti Paesi dell’Opec (dal Venezuela all’Iran, passando anche per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti) stanno tenendo una posizione amichevole o comunque morbida nei confronti di Mosca. Il G7 ha inoltre sottolineato il problema della «sicurezza alimentare globale»: una questione che sta sempre più riguardando il Medio Oriente e l’Africa. Un fattore, questo, che potrebbe essere usato da Cina e Russia come leva geopolitica in termini di flussi migratori per mettere sotto pressione l’Ue (basti pensare alla influenza di Mosca e Pechino sul continente africano). Il tema dell’«emergenza cibo» è stato ripreso anche da Biden in conferenza stampa. «Siamo in procinto di elaborare con i nostri amici europei quanto è necessario per contribuire ad alleviare le preoccupazioni relative alla carenza di cibo», ha detto. Aggiungendo: «L'emergenza cibo sarà reale, il prezzo delle sanzioni non lo paga solo la Russia ma anche i nostri alleati europei».Nell’occasione - oltre ad assicurare contromisure in caso di uso di armi chimiche da parte del Cremlino - il presidente americano ha anche detto di ritenere che Mosca dovrebbe essere espulsa dal G20 e che spetta all’Ucraina la decisione di cedere eventualmente parte del proprio territorio alla Russia. Ha inoltre dichiarato che le «le sanzioni non funzionano mai come deterrente», dicendo che solo il loro mantenimento fermerà la Russia (peccato che, lo scorso 20 febbraio Kamala Harris disse che la minaccia di sanzioni contro Putin avrebbe avuto un «effetto deterrente»). Biden del resto sta continuando a seguire una linea meramente reattiva e sommato prevedibile, quando dovrebbe invece sparigliare le carte e giocare d’anticipo, per spiazzare e intimorire il Cremlino (qualcuno si ricorda la «madman theory» di Donald Trump e Richard Nixon?) In tutto questo, Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che le potenze occidentali sono pronte a comminare ulteriori misure punitive, mentre Mario Draghi ha definito una «violazione contrattuale» la richiesta della Russia di farsi pagare il gas in rubli. E proprio la questione energetica è stata affrontata nel corso del Consiglio europeo apertosi ieri sera, mentre La Verità stava andando in stampa, che ha riconfermato il presidente uscente, il belga Charles Michel, fino al 30 novembre 2024. Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna della Russia: un documento da cui la Cina si è tuttavia astenuta. Pechino continua a rivelarsi un attore ambiguo, che - in questa crisi - nutre interessi antitetici a quelli del blocco transatlantico. Una posizione di astensione è stata adottata anche dall’India, che conferma così la sua indisponibilità a rompere con Mosca: un problema, questo, non da poco per l’efficacia delle sanzioni occidentali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-leuropa-paga-per-le-sanzioni-biden-annuncia-che-faremo-la-fame-2657033663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tramonta-il-sogno-nato-di-renzi" data-post-id="2657033663" data-published-at="1648153157" data-use-pagination="False"> Tramonta il sogno Nato di Renzi La Nato paracadute per i leader della sinistra italiana? A dirla così, sembrerebbe una boutade o uno scenario fantapolitico, in realtà la proroga di un anno del mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, originariamente in scadenza a settembre di quest’anno, potrebbe fatalmente cadere in pasto alle beghe nostrane. Non è un mistero, infatti, che il malcelato interesse per la poltrona in questione aveva già innescato una competizione sottotraccia tra alcune figure del centrosinistra di casa nostra, le quali, però, avrebbero dovuto uscire allo scoperto prima della scadenza elettorale. Ora che i tragici eventi ucraini hanno indotto l’Alleanza atlantica a non gestire un passaggio di poteri in una fase così delicata, procrastinando il tutto di (almeno) 12 mesi, i personaggi ufficiosamente in lizza dovranno rivedere la propria strategia o mutarla del tutto. Con un’opzione in più, riguardante principalmente i due leader di partito che i bene informati, a dispetto di qualche blanda smentita dei diretti interessati, vedevano come principali contendenti: il segretario del Pd Enrico Letta e quello di Italia viva Matteo Renzi. Partiamo da quest’ultimo: la cosa ha cominciato a prendere corpo sul finire dell’esperienza del governo Conte bis, quando fu lo stesso Renzi, in uno dei vari retroscena raccontati di persona ai cronisti o sui libri, a rivelare che la carta di un incarico di prestigio internazionale come il vertice della Nato era stata messa sul tavolo dal premier pro tempore Giuseppe Conte, nella speranza di far rientrare la fronda renziana al suo esecutivo. Fallita l’operazione, è rimasta l’aspirazione del senatore di Scandicci (al netto delle smentite) che nel frattempo ha dovuto fronteggiare la crescita della candidatura di Letta, tra l’altro oggetto dell’endorsement di prestigiosi opinionisti, primo fra tutti Paolo Mieli. L’ormai iconico manifesto che lo vede in tuta mimetica e con l’elmetto uscire da un elicottero militare, inoltre, a livello simbolico non rappresenta certo una presa di distanza del leader dem di fronte a questa ipotesi. Se per lui e per Renzi, finora, la candidatura alla leadership Nato poteva anche essere uno stratagemma degli avversari interni ed esterni per allontanarli dall’agone politico nazionale, adesso potrebbe rappresentare una prestigiosa scialuppa di salvataggio, nel caso di un naufragio elettorale alle politiche della primavera del 2023. Con una serie di condizioni, però: la prima è che la situazione internazionale, a partire dalla guerra in Ucraina, abbia fatto registrare un sensibile miglioramento e che il contesto sia quindi più sicuro. La seconda è che i grandi elettori dell’Alleanza accettino come segretario generale un leader italiano eventualmente trombato, il che non gioverebbe di certo al prestigio dell’istituzione. Sullo sfondo, infine, restano le candidature degli outsider Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa, e di Federica Mogherini, ex Alto rappresentante Ue per la politica estera.
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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Carlo Nordio (Ansa)
Insomma Nordio è come se sottolineasse di non aver iniziato lui ad alzare i toni aggiungendo che si adeguerà come riteneva di aver già fatto perché «certe espressioni che ho usato non erano mie, ho citato espressioni altrui» riferendosi alla frase sul sistema paramafioso delle correnti. Il suo invito è quello «di entrare in una fase di dialogo costruttivo che sia essenzialmente contenutistico» chiarendo infine che «ci sono stati dei momenti in cui hanno detto piduista, revanscista, addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è, ma se come auspico e auspichiamo tutti, manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale i toni si abbasseranno e finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma».
«Importanti e significative le parole del presidente Mattarella che come sempre va ascoltato con grande attenzione», il commento molto istituzionale del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami. Il vicepremier Antonio Tajani, pur d’accordo con i colleghi di maggioranza ha colto l’occasione per precisare: «Mattarella ha invitato ad abbassare i toni in generale, ma tutti quanti dovrebbero farlo a cominciare dai magistrati che hanno incarichi di grande responsabilità, come il procuratore Gratteri, che talvolta usa un linguaggio che non è consono al ruolo che svolge».
La sinistra come prevedibile tenta di mettere il cappello sulle parole del capo dello Stato interpretandole a proprio favore. «Sono parole, le sue, che vanno ascoltate e per le quali va ringraziato. In particolare per aver ricordato il necessario rispetto reciproco tra le istituzioni per il bene del Paese» ha detto il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Anche il Movimento 5 stelle fa suo l’intervento di Mattarella. «Il nostro auspicio è che questo messaggio sia stato ben compreso da chi ha lanciato attacchi e ingiurie al Csm per sostenere una riforma costituzionale che punta a scardinare proprio quell’autonomia e quell’indipendenza». Il leader pentastellato Giuseppe Conte aggiunge: «Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato i livelli di guardia. Addirittura avevano convolto anche il ministro della Giustizia Nordio». Dimenticandosi tuttavia di citare Nicola Gratteri.
Tra i membri del Csm, a commentare la notizia, Isabella Bertolini, consigliere laico, che così ha interpretato quelle parole: «Mattarella non ha fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi ha messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm. Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli Italiani a capire il quesito referendario». «Non intendo rilasciare alcun commento», ha detto invece il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. «Non perché è un fatto che non è importante, ma perché è talmente importante, significativo ed eccezionale che non merita un mio commento».
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