Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal settimo capitolo di Non è colpa dello specchio se le facce sono storte (Utet, 180 pagine, 19 euro) di Paolo Nori. Lo scrittore ha collaborato a lungo con La Verità.
Come mi è capitato di dire e di scrivere innumerevoli volte, la letteratura russa moderna è un fenomeno relativamente recente, comincia all’inizio degli anni venti dell’Ottocento quando Aleksandr Puškin si mette a scrivere il romanzo in versi Evgenij Onegin. losif Brodskij, in un saggio del 1977 che si intitola Guida a una città che ha cambiato nome, dice che allora, negli anni Venti dell’Ottocento, la letteratura russa ha cominciato a correre dietro la realtà e che, trent’anni dopo, negli anni Cinquanta, l’ha raggiunta. E che, se andate nella casa dove Dostoevskij è stato interrogato dalla terza sezione, la polizia segreta, è difficile che troviate una guida turistica che racconta ai turisti che quella casa li è la sede di quella vicenda che ha condotto poi alla di lavori forzati quella condanna a morte poi commutata, sul patibolo, a quattro anni, per Dostoevskij; se andate nello Stoljarnyj pereulok, il vicolo dei Falegnami, nella casa dove Raskolnikov, nel romanzo Delitto e castigo, è stato interrogato da Porfir Petrovič, il pubblico ministero, è sicuro, dice Brodskij, che troviate qualcuno che la racconta ai turisti. La finzione, dice, è diventata più forte della realtà.
Pietroburgo è anche lei una città relativamente recente, è stata fondata nel 1703 da Pietro il Grande in un posto nel quale, fino ad allora, non aveva mai abitato nessuno. È una città disegnata con la riga e col compasso («La più astratta e premeditata città del globo terracqueo», secondo una celebre definizione di Dostoevskij), come si vede dalle lunghe strade rettilinee che ne attraversano il centro, i prospekty, parola che noi traduciamo con «prospettive». La più conosciuta è la prospettiva Nevskij; perpendicolare alla Nevskij c’è la prospettiva dove abitava Brodskij, al numero 24, la Litejnyj (della Fonderia, sarebbe); sempre dalla stessa parte della strada, al numero 4 del Litejnyj prospekt, c’è un grande edificio, che i pietroburghesi chamano Bolšoj dom, la grande casa, che è la sede dei servizi segreti, il Kgb, che oggi si chiama Fsb. Brodskij, in quel saggio su Leningrado, scrive che nella luce particolare, nordica, pallida e diffusa, di Pietroburgo, «e grazie alle strade così lunghe e rettilinee, i pensieri di un passante vanno molto più lontano della sua destinazione, e un uomo con una vista normale può distinguere a più di un chilometro di distanza il numero dell’autobus in arrivo o indovinare l’età del poliziotto che lo pedina» (la traduzione è di Gilberto Forti).
Una ventina di anni fa, con un mio amico russo, camminavo per il Litejnyj e siamo passati davanti alla sede del Kgb e lui, si chiama Tim, mi ha detto che c’era stato un funzionario dei servizi segreti che aveva proposto di far diventare quell’edificio, la grande casa, monumento letterario. «Ma perché?», gli avevano chiesto. «Come perché?», aveva risposto lui, «sono passati tutti di qui». Aveva ragione. Tutti i più grandi scrittori di Leningrado erano passati tutti di lì e qualcuno di lì non era poi uscito.
Nella storia degli archivi sovietici un ruolo fondamentale ce l’hanno gli archivi privati, e un archivio singolarissimo è quello che si è costruita Anna Achmatova tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento, quando abitava nella Fontannyj dom, dove oggi c’è la sede del Museo Achmatova, il cui ingresso è sempre sul Litejnyj prospekt, dall’altra parte della strada, rispetto alla casa di Brodskij e alla sede del Kgb, al numero 53. Anna Achmatova ha avuto, suo malgrado, molto a che fare, con il potere sovietico.
Quando, nel 1935, arrestano suo figlio, Lev Gumilëv, e il suo terzo marito, Nikolaj Punin, Anna Achmatova scrive una lettera a Stalin (l’aiuta a scriverla Michail Bulgakov); nella lettera assicura che Lev e Punin «non sono né fascisti, ne spie, né membri di organizzazioni controrivoluzionarie». «Vivo in Urss dall’inizio della rivoluzione», continua Anna Achmatova, «non ho mai voluto abbandonare un Paese al quale sono legata con la mente e con il cuore. Nonostante i miei versi non vengano pubblicati e i giudizi dei critici mi abbiano procurato molti momenti dolorosi, non mi sono persa d’animo; in condizioni morali e materiali molto pesanti ho continuato a lavorare e ho già pubblicato uno studio su Puškin, e un secondo sta per essere pubblicato. A Leningrado vivo molto isolata e a volte sono malata per lunghi periodi. L’arresto delle sole due persone che mi sono vicine mi assesta un colpo che non posso sopportare. La prego, Iosif Vissarionovič, di rendermi mio marito e mio figlio, certa che nessuno se ne pentirà mai» (Anna Achmatova, 1° novembre 1935).
Subito dopo aver ricevuto questa lettera, Stalin ordina di liberare il figlio e il marito di Anna Achmatova. L’ordine di scarcerazione arriva di notte e Punin, il marito, chiede se può continuare a dormire e essere rilasciato il mattino dopo, quando ricomincia il servizio dei tram. Gli rispondono che le prigioni sovietiche non sono alberghi, lo liberano subito e lui si fa a piedi tutta la strada fino alla Fontannyj dom.
Nel 1938 Lidija Čukovskaja, alla quale hanno arrestato il ma rito, un astrofisico, Matvej Bronštejn, che è stato condannato a «dieci anni senza corrispondenza», va dall’Achmatova e le chiede come fare per fare liberare il proprio marito. Anni dopo saprà che quella formula, «dieci anni senza corrispondenza», era un eufemismo per dire «eliminato». Lidija comincia a frequentare Anna Achmatova e, ogni volta che la incontra, prende appunti. I suoi quaderni diventeranno tre volumi, intitolati Incontri con Anna Achmatova. Il primo dei volumi (1938-1941) è stato tradotto in italiano, per Adelphi, da Giovanna Moracci. All’inizio di questo primo volume Čukovskaja ci racconta come Anna Achmatova scriveva il poema su quel che succedeva nelle file davanti alle Croci, il carcere di Leningrado, il più grande dell’Unione Sovietica, dove lei è andata, per diciassette mesi, per vedere suo figlio Lev (l’avevano arrestato ancora). «Una volta», scrive Anna Achmatova, «una donna che stava dietro di me, con delle labbra blu e che, naturalmente, non aveva mai sentito il mio nome, si è riscossa dal torpore che ci avvolgeva tutti e mi ha chiesto in un orecchio (li sussurravano tutti): “Ma lei questo lo può descrivere?”. E io ho detto: “Posso”. Allora una cosa che sembrava un sorriso è scivolato lungo quello che una volta doveva esser stato il suo viso». Questo è il prologo di Requiem, come è stato scritto il resto ce lo dice Lidija Čukovskaja. «Anna Andreevna», scrive Čukovskaja, «quando veniva a trovarmi, mi recitava versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, non si risolveva neppure a sussurrare; d’un tratto, nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzetto di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: “Volete del tè?”, oppure: “Come siete abbronzata!”, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi nella memoria, glieli restituivo in silenzio. “L’autunno è venuto così presto”, diceva Anna Andreevna ad alta voce e, acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere. Era un rito: le mani, il fiammifero, il posacenere - un rito splendido e doloroso».
Io mi immagino Anna Achmatova e le sue conoscenti che, a guardare i loro contemporanei, si chiedono «Ma perché vanno tutti in giro con l’ombrello aperto come dei selvaggi?». E, contemporaneamente, di nascosto dai selvaggi, e col dubbio di essere loro, le selvagge, senza ombrello, bagnate fradicie, mettono in piedi un tipo di archivio stupefacente. Anna Achmatova, che non si azzardava a mettere per iscritto il suo poema, e che, a casa sua, aveva paura che ci fossero dei microfoni, non si azzardava neanche a dirle ad alta voce, le poesie di Requiem, Anna Achmatova era circondata da persone, una di queste è Lidija Cukovskaja, che le facevano da memoria. Persone che, come in Fahrenheit 451, di Ray Bradbury, diventavano persone-libro, la cui sopravvivenza equivaleva alla sopravvivenza di una grande opera letteraria. Ma Fahrenheit 451 è un romanzo, questa è la realtà. Se Anna Achmatova fosse morta, nella Leningrado degli anni Quaranta, ci sarebbero state loro, Lidija Čukovskaja e le altre selvagge, a tramandare Requiem.
Tanti anni dopo, negli anni Sessanta, Anna Achmatova era ormai celebre, considerata, le avevano dato una laurea ad honorem, a Oxford, e ci si aspettava che da un momento all’altro le conferissero un riconoscimento accademico di grande prestigio, il «mantello di Oxford». Una volta era a casa sua con Lidija Čukovskaja, era arrivata la postina, lei si aspettava il mantello di Oxford e invece le era arrivato un librettino fatto a mano, dei foglietti di corteccia di betulla sui quali erano tracciati, graffiati, i suoi versi. C’era una lettera, che accompagnava quel libretto, e diceva che il libretto veniva da un gulag. I prigionieri di quel gulag avevano bisogno delle poesie di Anna Achmatova. E le poesie di Anna Achmatova avevano trovato il modo di arrivare fino a loro, fino al gulag. Lidija Cukovskaja, visto questo libretto (che si trova ancora, nella casa museo sulla Fontanka), ha detto a Anna Achmatova: «Questo vale più di cento mantelli di Oxford». Aveva ragione.
In un libro singolarissimo di Mariusz Szczygieł sulla Repubblica Ceca, intitolato Gottland, si racconta, tra le altre, la storia di Tomáš Bat’a, il fondatore del calzaturificio Bata, che nel 1904 scrive, a caratteri enormi, sui muri del suo stabilimento, «Un giorno ha 86.400 secondi. E gli uomini per pensare, le macchine per sfacchinare. E non dobbiamo aver paura degli altri, dobbiamo avere paura di noi stessi».
Qualche anno più tardi, nel 1926, quando Bat’a è diventato sindaco di Zlín, la città dello stabilimento, e la sua azienda è la più grande della Cecoslovacchia, e la Cecoslovacchia è la più grande esportatrice di calzature del mondo, sul muro del suo feltrificio Bat’a fa scrivere, sempre in quei caratteri giganti: «Non leggete romanzi russi». E, sul muro del gommificio: «I romanzi russi uccidono la gioia di vivere». Qualcuno, in questi anni, ha proposto, come Bat’a, di bandire la letteratura russa, di non leggerla più, di non studiarla più, di dimenticarla. Mi sembra che le vicende di Zoščenko, di Puškin, di Dostoevskij, di Brodskij, di Bulgakov, di Mandel’štam, di Daniil Charms, di Nikolaj Zabolockij, di Anna Achmatova e, per me più di qualsiasi altra cosa, quel minuscolo libretto di corteccia di betulla, siano lì a ricordarci che la letteratura russa è stata più forte della censura zarista, dell’esercito sovietico, del Politburo, del terrore, della guerra, dei gulag, sarà più forte anche di Bat’a e dei suoi imitatori occidentali, credo.
Io ho l’impressione che leggere Baldini, dall’inizio alla fine, le poesie, e il teatro, significhi rivedere la tua città, la tua strada, i tuoi amici, le tue fidanzate, i tuoi treni, sentire la voce di tua mamma che ti chiede cos’hai, rivedere la prima panchina dove ti sei seduto con una ragazza, la prima volta che hai fatto una firma, quando hai giocato a nascondino da piccolo, la prima volta che hai visto la neve, tutti i coglioni che hai incontrato nella tua vita, tutte le volte che ti sei sbagliato, tua mamma, tuo babbo, tua nonna, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua barista, la tua macchina, le tue partite a carte, le telefonate, quelle sere che telefonavi e se ti rispondevano o no ti sembrava che potesse cambiare la tua vita, i tuoi gatti, i cani di tuo zio, «le chiavi vecchie che non aprono più niente, ma ti hanno aperto tutto», e che non ti azzardi a buttare via, e dopo che hai visto tutte queste cose, così precise, così vere, così tue e così di tutti, come fai a non parlarne? Come fai a non raccontarlo a nessuno, eh? Come fai?
Il 28 aprile del 2005, un mese dopo la morte di Baldini, con Daniele Benati, Alberto Bertoni, Ermanno Cavazzoni e Ugo Cornia abbiamo fatto una lettura delle sue poesie che ciascuno di noi aveva scelto quelle che gli piacevano di più, e, io di letture ne ho fatte tante, quella è stata forse la lettura più bella della mia vita, sembrava che il teatrino della fondazione San Carlo di Modena fosse pieno degli oggetti nominati da Baldini che ha quel talento lì, come Anna Achmatova.
[…] Il testo letterario che ho letto di più, in vita mia, insieme al racconto di Gogol’ Il cappotto e all’articolo di Šklovskij L’arte come procedimento, è l’ultimo monologo teatrale di Raffaello Baldini, La fondazione, dove c’è uno che racconta che sua moglie l’ha lasciato e non si sa spiegare perché e poi si capisce che lui è uno che non butta via niente, che è affezionato alle cose e non riesce e buttarle via, è uno che tiene da conto, dice lui, perché le cose, per lui le cose… facciamolo spiegare a lui.
«Perché io le cose, eh, questo è un discorso che è fatica, non so, è come un sentimento di, che sarà da ridere, la gente magari ride, va bene, ridano quanto vogliono, ma io, perché le cose, ma parliamo di un albero, parliamo di un pomodoro, il cane, il gatto, il cavallo, sono esseri vivi, sono intelligenti, capiscono le cose, t’intendi con loro, ti conoscono, si affezionano, e un albero no? perché non parla? che poi sono cose che le leggi sul giornale, non c’è bisogno di essere un professore, le sanno tutti, un albero ha una sua vita, nasce, cresce, muore, e se gli spezzi un ramo può darsi che tu gli faccia male, che lui senta dolore, anche se non dice niente, anche se sta zitto, e lo stesso un pomodoro, una pianta di prezzemolo, perché se uno grida allora tutti, ah, c’è questo rispetto, c’è questa difesa, gli uccelli, che gridano, che la mattina nel prato un casino che ti svegliano alle cinque, e tutti contro la caccia, no alla caccia, no ai cacciatori, e perché non dicono mai: no alla pesca, no ai pescatori? perché i pesci stanno zitti, non dicono niente, che non ci pensano, loro, ma pensa se fossi tu, che vedi un budello di salsiccia, cotto sulla brace, caldo, è lì che ti aspetta, e tu non lo vuoi mangiare? un così bel budello, porca masóla, lo mordi, e dentro c’è un amo che ti si infila nel palato e uno dall’alto ti tira su di peso, che l’amo ti si conficca sempre più dentro, fino al cervello, un male, sangue in bocca da affogarsi, che tu magari ti aspetti che ti portino al pronto socorso, per forza, sei ferito, anche grave, invece, sì, quello ti cava l’amo, senza anestesia, che l’amo ha quell’uncino, sta buono, va là, e ti butta in una cesta, e tu zitto, non puoi dir niente, e beh non hai la voce, ha ragione lui, tu volevi mangiare la salsiccia, coglione, ti sta bene, impara, che tu non impari più, impareranno i tuoi figli, i tuoi nipoti» (la traduzione è di Giuseppe Bellosi, La fondazione Baldini non ha fatto in tempo a tradurla, è morto prima).
Il protagonista della Fondazione (si chiama Renzi, di cognome), è uno che, come tutti i protagonisti di Baldini, immagina le obiezioni dei suoi inesistenti ascoltatori ai suoi monologhi, e poi gli risponde, e all’obiezione Ma cosa la tieni a fare, questa roba, che non serve a niente? lui, devo averlo anche già scritto, risponde: «lo so, non serve a gnente, ma se dovessimo buttare via tutto quello che, tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? Alla televisione stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? O quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verucchio che è tutta una luce, e sopra le stelle, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve?».
[…] Adesso io non voglio raccontare La fondazione come va a finire, anche se un po’ forse sì, con quest’ultimo pezzo un po’ lo racconto, ma non tanto, e comunque, se non volete saperlo saltate questo paragrafo, che lui, il protagonista, che è divorziato, e non ha figli, a un certo punto gli vien da pensare che, quando morirà, i suoi fratelli e i suoi nipoti sgombreranno tutto quello che lui ha raccolto nella sua vita, porteranno via tutto con un tir, e dice: «un tir, porca puttana, tutto quello che io ho raccolto in una vita, ammucchiato, alla rinfusa, in un tir, e via, a Mulinaccio, a scaricare tutto nell’immondizia, i miei sentimenti, il mio mondo, perché io volevo lasciare un segno, che la mia vita durasse, e tutte queste cose io volevo che fossero come dei testimoni, no, non dei testimoni, perché tutta questa roba è passata per le mie mani, sotto le mie mani, in un certo senso le ho dato una forma, sono una parte di me, che doveva durare più di me, qui non è che uno rinasce, e poi rinasce e poi rinasce, come dice quel coglione, qui è che non muori, fintanto che ci rimane una sedia, una cravatta, una bottiglia d’inchiostro, vuota, sì, ma una bottiglia d’inchiostro che l’hai adoperato tu, che hai scritto tu, fintanto che ci rimane una cartolina che ti ha mandato un amico venti trent’anni fa, salutissimi da Venezia, fintanto che ci rimangono le lampadine bruciate, che ti hanno fatto lume a te, i cartoni del panettone di Natale, le scatole degli stuzzicadenti, le chiavi vecchie che non aprono più niente, ma ti hanno aperto tutto, fintanto che ci sono le sveglie, che ne ho, di quelle vecchie, che si caricavano, tric, tric tric, […], fintanto che ci sono le carte delle melarance, che quelle davvero, ci sono quelli che fanno la collezione, e io le ho lì, ne ho, che non si contano, e non è una collezione, quelle carte sono io, e loro butteranno via tutto».
Non sono un critico letterario, ma io, per me, tra tutte le cose bellissime che ha scritto Baldini, per me, La fondazione è forse la cosa che a me piace di più; c’è una tenerezza per le cose, nella Fondazione, c’è un senso della vita dell’universo, e della nostra partecipazione, a questa vita, che mi sembra di capirlo e che, a sentire la figlia di Baldini, era molto baldiniana, nel senso che quell’affetto lì per le cose lo condivideva anche Raffaello, tant’è vero che una volta, mi ha raccontato Silvia, loro avevano una Fiat 131, bianca, che era così vecchia che hanno dovuto cambiarla con una Fiat Punto, bianca, e una volta Baldini ha detto a sua figlia Vuoi venire a fare un giro con me, oggi? e Silvia gli ha detto di sì e Baldini l’ha portata, a Milano, abitavano a Milano, vicino a piazzale Corvetto, dove c’era uno sfasciacarrozze, e le ha detto La vedi quella macchina là, in cima alla pila di macchine? Ecco quella è la nostra 131 che oggi la riducono a un cubo di lamiera.
E Silvia è scoppiata a ridere e Baldini l’ha guardata e le ha chiesto Ma non ti dispiace? Non ti dispiace per lei?
[…] Io credo che la poesia di Baldini, la letteratura di Baldini, quello che ha scritto Baldini, a me, come devo avere già detto, sembra abbia il potere di farci vedere le cose che ci circondano, la nostra macchina, i nostri appartamenti, le nostre cucine disordinate, i nostri stenditoi, i nostri parenti, come se fossero nell’universo. C’è un verso di una canzone di Jannacci che mi piace moltissimo, è il verso che dice «Mi guardi come si guarda un parente», e come si guarda, un parente? Non lo si guarda, lo si conosce, che bisogno c’è di guardarlo? ecco Baldini li guarda, i parenti, e ci fa vedere i nostri, di parenti, e, è un po’ che cerco un modo di finire questo romanzo, e forse l’ho trovato, perché uno si immagina che le poesie, i romanzi, la letteratura parlino di cose straordinarie, e ha ragione, parlano effettivamente di cose straordinarie, ma sono cose straordinarie che, delle volte, abitano con noi, come la moglie di Baldini, Lina, o le zie di Baldini, Ines e Giuliana, o come il mio compagno di banco o mia nonna Carmela, per esempio.
Come non mi stanco di dire, una cosa che mi piace, di Tolstoj, di Dostoevskij, di Anna Achmatova, di Raffaello Baldini, della letteratura, è il fatto che mi fanno vedere le cose che sono in casa mia, che mi circondano, come se le vedessi per la prima volta, non rendono visibile l’invisibile, rendono visibile il visibile.
Il ruolo di Antonio Pennacchi nella storia della mia famiglia
Un pomeriggio di una decina di anni fa ero nella mia cucina di Casalecchio di Reno, che è la stanza più grande di casa mia, quella dove lavoro, e mi è suonato il telefono, ho preso su, mi ha risposto una voce che ha detto: «Buongiorno, sono Antonio Pennacchi».
«Oh, buongiorno» gli ho detto io.
Avevo letto alcuni dei suoi romanzi e avevo visto la presentazione di un numero di Limes in una libreria di Bologna, presentazione nel corso della quale Pennacchi aveva litigato con uno scrittore bolognese e mi era rimasto molto simpatico, ma non ci eravamo mai conosciuti, e mi sembrava stranissimo, che mi telefonasse.
Io, poi, un po’ sono io, che non sono tanto pratico, con il telefono, forse perché, quand’ero un ragazzo, non ce l’avevamo; eravamo una delle poche famiglie che non avevano il telefono, e poi, quando l’abbiamo preso, che io avevo ventidue anni, sono andato in Algeria a lavorare, e ho lavorato un anno e mezzo in Algeria, poi sono andato in Iraq, a lavorare, e ho lavorato un anno e mezzo in Iraq, e poi, quando sono tornato in Italia, mi sono iscritto all’università e la gente ha cominciato a telefonarmi e io, mi ricordo una mia amica che mi aveva telefonato, la prima volta che mi telefonava, e io le ho chiesto, «Cosa vuoi?», e lei, subito non mi ha detto niente, ma poi ha detto a un’altra nostra amica che io ero proprio maleducato, al telefono, e secondo me aveva ragione, e non c’entra il fatto che non abbiamo avuto il telefono per tanto tempo.
Perché la Battaglia, la figlia mia e di Togliatti, delle volte quando le telefono mi chiede «Cosa vuoi?», e lei il telefono in casa ce l’ha avuto fin da quando era piccola, non c’entra avere o non avere il telefono, è un fatto di razza, anche se le razze, come sappiamo, non esistono. Ma non divaghiamo.
Non divaghiamo
Allora ero lì, una decina di anni fa, nel mio appartamento, suona il telefono, prendo su, è una voce che dice: «Buongiorno, sono Antonio Pennacchi».
Io mi alzo, «Oh, buongiorno», gli dico, e mi metto a camminare (io, quando telefono, mi piace camminare).
E lui mi dice che, insomma, ha letto dei romanzi che ho scritto e che son proprio bravo, secondo lui.
E io penso che mai nessuno, degli scrittori che non conoscevo, mi aveva mai telefonato per dirmi che ero proprio bravo, e che avevo ragione, a pensare che Pennacchi era simpatico, anzi, ho pensato, è simpaticissimo.
Che un po’ è vero un po’ è una mia debolezza: tutti quelli a cui piacciono i miei libri e che pensano che io son proprio bravo son della gente che mi sembrano simpaticissimi (anche voi che leggete questo libro, se doveste trovare che il libro non vi dispiace e che io, dopotutto, son proprio bravo, se mai avremo l’occasione di incontrarci, anche per caso, nel vasto mondo, se mi fermaste e mi diceste, come mi ha detto Pennacchi, «Nori, vorrei dirti una cosa, che sei proprio bravo», be’, io penserei che siete simpaticissimi, o simpaticissime, a seconda del caso).
Poi Pennacchi è andato avanti e mi ha detto «Però» e io ho pensato «Lo sapevo che c’era un però», «Però», ha detto Pennacchi, «devo dirti una cosa».
«Dimmi» gli ho detto io.
«Tu adesso vai da Togliatti, ti metti in ginocchio le dici: Togliatti, perdonami è tutta colpa mia torniamo insieme, per cortesia.»
Che lì, quel periodo lì in cui mi ha telefonato Pennacchi, io erano tipo sei anni che con Togliatti ci eravam separati, ma avendo Pennacchi letto i libri nei quali io parlavo di Togliatti, sia i libri in cui di Togliatti mi innamoravo, che i libri in cui con Togliatti ci vivevo, che il libro in cui poi da Togliatti mi separavo, allora Pennacchi, che conosce il mondo e gli uomini, ha tratto una sua conclusione che io dovevo andar da Togliatti mettermi in ginocchio dirle «È tutta colpa mia torniamo insieme, per cortesia».
Che quello era un periodo che io vedevo un’altra persona, ma da degli anni, che stavo anche abbastanza bene, che Pennacchi non lo sapeva e io, quando mi aveva detto di andare da Togliatti mettermi in ginocchio eccetera eccetera io ho pensato «Ah, ma pensa, mi sembra un po’ difficile, ma ci penso», e intanto tra me e me mi dicevo «Va be’, Pennacchi, ha anche una certa età, è proprio fulminato».
Dopo Pennacchi mi ha detto che io, secondo lui, dovevo fare anche dei libri un po’ più impegnativi, con degli editori un po’ più impegnativi, e io gli ho detto «Ah, ma pensa, ci penso», e intanto pensavo «Sì sì, certo certo».
Dopo, qualche anno dopo, nel 2013, mi è successa una cosa strana che, dire che me la ricordo, non me la ricordo.
Ero a Bologna, su via Porrettana, verso sera, mi son svegliato poi qualche giorno dopo in un letto dell’Ospedale maggiore dove mi han raccontato che ero stato investito da un motorino e mi avevano ricoverato con un trauma cranico e mi avevano tenuto in coma farmacologico per qualche giorno e non sembravano esserci conseguenze serissime ma il trauma cranico, comunque, era una cosa da non prendere alla leggera, mi tenevano lì ancora qualche giorno poi mi lasciavano andare.
Tre settimane, in tutto, in camera con un signore che gli era entrato un palo in testa e che non capiva più niente, ma aveva gli occhi aperti, e c’erano dei suoi amici che lo andavano a trovare e gli portavano dei regali, un uovo di Pasqua, e gli parlavano, e lui non sentiva, e non faceva neanche una piega, e quell’uovo di Pasqua, sul davanzale, a prender la polvere, io quell’uovo di Pasqua non me lo dimentico più finché scampo, ma questo non c’entra.
Quello che c’entra è che prima, mentre dormivo, tre giorni dopo il mio incidente, non so come, un’agenzia di stampa ha dato notizia del fatto che io, praticamente, ero morto, e lì, quello lì, è stato il momento, nella mia vita, che ho raggiunto il picco di popolarità, la notizia della mia morte è stata la notizia che mi riguardava più diffusa dagli organi di stampa italiani, e io devo dire che è stato interessantissimo, essere morto, quando, in ospedale, ho saputo di esserlo (o, perlomeno, di esserlo stato).
Una volta uscito, poi, dall’ospedale, un giorno Togliatti mi ha telefonato, mi ha detto che doveva vedermi.
Allora io ho detto che andava bene e ci siamo visti, ci penso adesso per la prima volta, nel punto esatto dove avevo fatto l’incidente.
Non è stata una cosa premeditata, è andata così. E niente.
In ospedale, quando dormivo, c’era quasi sempre qualcuno, con me, lei, Togliatti, la ragazza che vedevo allora o mia mamma, e la prima volta che mi sono svegliato, in ospedale, la persona che c’era con me era lei, Togliatti, e io l’ho guardata, e le ho detto che le volevo bene e che fare la Battaglia, che è nostra figlia, è stata la cosa più bella che ho fatto nella mia vita.
«E io» mi ha detto lei, «che in questi anni che siamo stati separati ti ho sempre considerato come una funzione, il babbo della Battaglia, non come una persona, adesso io, da quella frase lì, ho ricominciato a vederti come una persona» mi ha detto lei, e poi mi ha detto anche delle altre cose sue togliattesche un po’ spiacevoli, ma perché lei è fatta così, per bilanciare la piacevolezza delle cose che le era toccato di dirmi.
E niente.
Dopo, è stato un processo lento, però due anni dopo, io e Togliatti, non so come dire, siam tornati insieme.
Faccio fatica a dire che siamo tornati insieme perché abitiamo ancora in due case diverse, però, non so come dire, siam tornati insieme. E io ho pensato «Ma Pennacchi. Chi l’avrebbe mai detto».
E con Pennacchi ci siamo poi visti, qualche volta, e ci siam parlati, e lo sono andato a trovare a Latina, e lui, tutte le volte, mi diceva «Tu però dovresti fare qualcosa di più ambizioso», e io, devo dire, questo romanzo su Dostoevskij, che io lo chiamo romanzo senza essere sicuro che sia un romanzo, se non ci fosse stato Pennacchi forse non l’avrei mai scritto.





