Confesso: ho perso il conto del numero di decreti varati dal governo da quando è scoppiata l’epidemia di coronavirus. Dal giorno in cui Giuseppe Conte annunciò davanti alle telecamere di Lilli Gruber che il governo era prontissimo ad affrontare l’emergenza sono trascorsi meno di due mesi e credo che tra provvedimenti sanitari ed economici Palazzo Chigi abbia approvato almeno una dozzina di leggi e leggine.

Ogni volta, soprattutto quando si tratta di soldi, le iperboli si sprecano. In conferenza stampa il presidente del Consiglio descrive il suo operato dicendo che non è paragonabile a quello messo in campo da nessun altro Paese europeo. Ma che dico: del mondo. E tuttavia, ogni volta il governo è costretto a correggersi, ad aggiungere altre norme o a rinviare a nuove e più efficaci direttive che si faranno nelle prossime settimane.

L’ultima apparizione in video del premier è quella nota, in cui ha perso le staffe con Matteo Salvini e Giorgia Meloni per essere stato criticato sul Mes e con voce vibrante ha accusato i leader dell’opposizione di danneggiare l’Italia. In precedenza ce n’era stata un’altra degna di nota, quando cioè nella solita conferenza stampa, dopo quasi un mese che il Paese e le fabbriche erano chiuse per decreto, Conte ha annunciato un intervento «poderoso» a sostegno delle imprese. Quattrocento miliardi di immediata liquidità con cui le banche avrebbero inondato le aziende italiane. Quanto fosse istantaneo il finanziamento, molti imprenditori lo hanno sperimentato sulla propria pelle. Innanzitutto perché hanno appreso che la liquidità non era affatto gratis. Dopo aver perso produzione e fatturato, hanno infatti scoperto che la mano tesa del governo consisteva in un prestito bancario, garantito dallo Stato, ma da rendersi nei tempi previsti dal sistema creditizio e comunque subordinato alle regole che vigono allo sportello. In parole semplici, la celerità del finanziamento era condizionata dall’autorizzazione di Bruxelles prima e dal servizio crediti dell’azienda bancaria poi, ovvero: apertura della pratica, valutazione del rischio da parte dell’apposito comitato e quindi, nel caso tutto sia andato a buon fine, ecco giungere mesi dopo l’erogazione dell’agognato fido.

Senza dire poi che i 400 miliardi, come ha documentato La Verità in questi giorni, sono molti molti di meno e alla fine lo Stato non ci metterà un euro, se non quelli già stanziati. Il tutto per dire che finora l’esecutivo, anzi la maggioranza giallorossa, ha scherzato, promettendo mari e monti senza avere messo a disposizione né una cunetta né una pozzanghera. E però adesso dalle parti di Palazzo Chigi, forse anche per via dell’ostilità che sta crescendo fra gli italiani nei confronti di un governo nullafacente, qualcuno comincia a pensare che le ricette economiche fin qui sfornate non siano poi così appetibili come la propaganda governativa va dicendo.

Stefano Patuanelli, il grillino che ha sostituito Luigi Di Maio al ministero dello Sviluppo economico senza aver mai sviluppato niente, ieri ha cominciato a parlare di finanziamenti a fondo perduto alle piccole e piccolissime imprese, una specie di indennizzo per la chiusura dell’attività. Da quel che si apprende si tratterebbe di spiccioli, ossia di poche migliaia di euro, ma per lo meno si comincia a capire che non si può chiedere a chi ha visto crollare dalla mattina alla sera il proprio fatturato di indebitarsi senza avere alcuna prospettiva di ripresa. Anche Nunzia Catalfo, l’altra grillina che con Patuanelli si è spartita l’eredità di Di Maio, divenendo ministro del Lavoro e riuscendo dunque ad assicurarsi almeno il suo, pare cominci a dubitare «dell’immediato e poderoso» intervento del governo in favore dell’economia, tanto da ammettere che forse non si è fatto a sufficienza. Di questo passo è probabile che verso fine anno lo stesso Conte, mettendo da parte l’autostima che lo distingue, arrivi alle medesime conclusioni. Speriamo che non sia troppo tardi e che l’Italia non sia già fallita. Speriamo anche che nel frattempo il Covid-19 sia stato archiviato e con esso il governo, che dalle parole non passa mai ai fatti.

Da non perdere

La moschea l’hanno bocciata i veneziani con il voto
L'editoriale

La moschea l’hanno bocciata i veneziani con il voto

Il sindaco Simone Venturini aveva promesso in campagna elettorale di opporsi alla grande moschea di Mestre e, dopo la vittoria, ha mantenuto l’impegno. Non vieta il culto islamico, ma contesta un maxi-centro vicino alla stazione per ragioni urbanistiche, di sicurezza e di impatto sul quartiere.

L'editoriale

I maxi utili non esistono. Benzina cara per il green

La svolta ecologista della Ue ha portato alla chiusura di 30 raffinerie nel continente, di cui sei in Italia, con un calo della produzione del 20%. Eppure, la sinistra vuole stangare le compagnie sparando cifre a caso sui maxi profitti. Un piano già perdente con Draghi

Via il woke non resta niente a sinistra
L'editoriale

Via il woke non resta niente a sinistra

Il ritorno alla realtà è complicato per chi negli ultimi anni ha messo davanti ai salari i diritti Lgbt e il clima. Ora Conte fa il qualunquista sulle disuguaglianze, la Schlein mente sulle bollette e Renzi resta ai margini