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2020-12-12
Professionisti contro il dl Ristori. I medici: «Sbigottiti dal governo»
(Stefano Guidi/Getty Images)
Dl Ristori quater ai blocchi di partenza ma non mancano le critiche da parte dei professionisti.
In commissione congiunta Bilancio e finanze al Senato si va verso un'intesa sugli emendamenti principali presenti all'interno del dl Ristori, che dovrebbe portare all'approvazione di un numero di modifiche comprese fra 50 e 100. Dei 600 milioni a disposizione per le modifiche, 380 sarebbero impegnati da emendamenti proposti dalle opposizioni sul trasporto pubblico (90 milioni), sul taglio alle bollette alle imprese (180 milioni), e sui trasferimenti alle Regioni (110 milioni). E dunque se da una parte il governo procede spedito verso l'approvazione finale del quarto dl Ristori, dall'altra diverse associazioni di categoria si mostrano critiche verso le misure in discussione. «Doveva essere fatto un intervento più organico», dichiara Marco Cuchel, presidente dell'associazione nazionale dei commercialisti (Anc). Anche questa volta, prosegue Cuchel, si sono lasciate fuori fette del mondo produttivo. Si sarebbero dovute comprendere «oltre a tutte le categorie colpite dalle chiusure forzate anche quelle che sono rimaste aperte», spiega il presidente del Anc. Con un piano più organico e preparato per tempo si sarebbe potuto, dunque, far fronte ed aiutare le diverse realtà economiche in Italia.
Altro neo riguarda gli avvisi bonari. Cuchel ricorda infatti come per il momento tutti quei contribuenti che stanno affrontando una rateizzazione non sono oggetto di una proroga. E dunque devono rispettare le scadenze del mese, pena la decadenza dell'agevolazione fiscale. Critiche arrivano anche da Franco Fietta, presidente della fondazione Inarcassa. «Di questo passo, si rischia di perdere un'altra buona occasione per mettere al riparo i liberi professionisti, ma anche il Paese, da una crisi economica e professionale che si sta abbattendo con tutta la sua durezza», tuona Fietta.
Il Presidente di Inarcassa sottolinea inoltre che al Senato, è stato presentato un emendamento al decreto Ristori che estende i contributi a fondo perduto anche ai liberi professionisti iscritti alle casse di previdenza private (al momento esclusi). «Una misura di buon senso che avrebbe lo scopo di fissare una piccola barriera alla significativa contrazione dei redditi 2020 prevista per i nostri iscritti. Un danno economico importante».
Ed è proprio sul tema dell'esclusione dei professionisti dai ristori che Gaetana Stella, presidente di Confprofessioni, invoca, come si chiede ormai da diverso tempo al governo, di aiutare tramite il fondo perduto anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti che hanno subito una significativa contrazione del proprio fatturato, equiparandoli alle Pmi, come sancito dal diritto europeo. «Tuttavia, nonostante le tante promesse, neanche il dl Ristori quater ha rimediato a questa disparità di trattamento». Secondo Stella, «si percepisce una crescente sfiducia nei confronti dello Stato da parte di professionisti e lavoratori autonomi, che si sentono abbandonati e dimenticati dalle istituzioni proprio ora che la crisi economica sta aggravando le iniquità nei confronti di una categoria che, secondo gli ultimi dati Istat, da febbraio a oggi ha registrato un calo di oltre 136.000 unità». Anche perché, «i decreti legge Ristori (passati), con la loro distinzione per codici Ateco, si fermano alla superficie del problema. Dietro ogni esercizio costretto a chiudere per contenere la diffusione del contagio c'è una filiera di attività economiche connesse che rischiano di fermarsi, a cominciare dai liberi professionisti che assistono le imprese, e che restano ancora una volta esclusi da qualsiasi sostegno straordinario e privi di ammortizzatori sociali, tanto presso le casse di previdenza quanto presso la gestione separata Inps».
Al coro delle critiche si unisce anche il Consiglio nazionale dei commercialisti (Cndcec). «Si sta perdendo un'altra occasione per dare un contributo ai liberi professionisti», tuona Giorgio Luchetta, vicepresidente del Cndcec. «Questa categoria si sta rendendo conto di essere invisibile agli occhi del governo. Tutte le grida di aiuto non sono state ascoltate». Secondo Lucchetta questo modo di agire da parte dell'esecutivo va a umiliare i liberi professionisti. Il vicepresidente sottolinea poi ancora una volta come, anche in questo decreto Ristori, siano presenti delle disparità. A pensar male si potrebbe dire che questo modo di operare sia dettato dal fatto che secondo il governo i lavoratori liberi professionisti appartengono ad una casta di privilegiati. E dunque non necessitano di aiuti economici.
Nel frattempo si scaglia contro l'esecutivo anche la Federazione dell'ordine dei medici, ma questa volta sui fondi del Recovery plan: «È come se la montagna avesse partorito un topolino. Su 196 miliardi di euro del Recovery fund, solo 9 sono andati alla sanità. E questo in piena pandemia. Quando abbiamo bisogno di ospedali moderni, di assumere personale, di formare nuovi specialisti e medici di medicina generale», sottolinea il Presidente della Federazione degli ordini dei medici, Filippo Anelli, che aggiunge: «Come classe medica, siamo sbigottiti».
«I miei clienti vengono da altri Comuni. Così incasso solo il 25%»

Mauro Elli è lo chef del ristorante Il Cantuccio di Albavilla, che vanta una stella Michelin e che si trova in un piccolo Comune in provincia di Como. È anche il vicepresidente della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi.
Per lui, come per tanti altri ristoratori, la possibilità di avere clienti in arrivo da Comuni limitrofi può fare una differenza sostanziale. Del resto, spiega alla Verità, già così, chiudendo alle 18 e permettendo solo l'asporto, c'è ben poco da festeggiare per la categoria.
Quanto costa per un ristoratore tenere aperto solo a pranzo?
«Il mio settore mi obbliga ad avere dei costi fissi. Per questo, in molti casi tenere aperto a pranzo non consente ai ristoratori di coprire le spese per non perdere soldi. Qui non si tratta di creare utili, si tratta di avere la possibilità di pagare i costi che abbiamo. Bisogna considerare che solo il personale di un ristorante incide per il 50-60%% sui costi. Poi ci sono bollette e affitti che circa, a spanne, valgono un altro 10% di spese legate ad utenze. Poi ci sono le spese legate alla materia prima. Io, ad esempio, punto molto sulla qualità e sotto un certo livello non posso scendere. Alla fine, per fare utile, io ho molto chiaro in testa quanti coperti devo fare ogni settimana. Sotto quella soglia vado in perdita. Ecco perché, nonostante il passaggio a zona gialla, io so che in Lombardia un 35-40% dei ristoranti non riaprirà. Bisogna considerare che in certi ristoranti come il mio si va prettamente solo la sera o il sabato e la domenica. Io al momento sono cosciente che aprirò in perdita. Ciononostante, voglio dare un servizio ai miei clienti e, così facendo, perdo un po' meno. Io, prima del Covid, ero aperto sei sere su sette e tre pranzi. Quando potremo riaprire io starò aperto sette pranzi. Nella realtà per me saranno importanti quello della domenica e quello del sabato. Il resto farò pochi coperti. Per farla breve, io aprirò il mio ristorante sapendo che lavorerò intorno al 25% del mio normale fatturato».
C'è poi il problema del tira e molla sullo spostamento tra Comuni. La Lombardia chiede la deroga. Un ristorante come il suo sarebbe molto penalizzato in caso fosse vietato spostarsi. Qual è la percentuale di clienti che viene da fuori del comune nel suo caso?
«Nel mio caso il 90-95% dei clienti viene da fuori di Albavilla. Certo, io voglio comunque garantire il servizio a quelle quattro o cinque famiglie che vogliono mangiare da me. Certo è che a livello economico non funziona. Per noi ristoratori il Natale è un giorno importante, ma non così fondamentale per i conti del ristorante. Certo, un locale come il mio a Natale è sempre pieno. Io ho clienti che prenotano da un anno con l'altro. Quest'anno verranno in pochi, lo so già. Saranno numeri che non giustificano un'apertura. Se va bene avrò 10-15 persone su un totale di 35-40 coperti il 25 dicembre. Del resto, senza turisti, sono in molti a tenere giù la serranda anche in posto più turistici di Albavilla».
Alla fine dell'anno che fatturato avrà realizzato rispetto al 2019?
«Io credo che saremo al di sotto del 50% circa rispetto al 2019».
Quanto incide la delivery sul suo fatturato?
«Il mio lavoro si basa sull'offrire prodotti di alta qualità. Questo incide molto sui costi. Noi abbiamo deciso di fare il servizio di asporto senza appoggiarci ai grandi servizi di consegna del cibo e portando noi le vivande a casa dei clienti. Anche in questo caso, lo faccio per il servizio. A conti fatti, il servizio incide pochissimo sul fatturato annuale. Noi lo facciamo solo il sabato e la domenica. In settimana non viene richiesto».
Viste le difficoltà, immagino avrà chiesto dei ristori. Sono arrivati?
«Le parlo come vicepresidente Fipe. Io credo che il 60-70% siano arrivati, ma in molti casi non sono ancora arrivati. A me, personalmente, sono arrivati pochi giorni fa. In ritardo rispetto al 15 novembre previsto».
Continua a leggereRiduci
Il decreto quater è ai blocchi di partenza, ma dalle categorie piovono critiche: «L'esecutivo ha lasciato fuori intere fette del mondo produttivo». Dottori furiosi: «Perché nel Recovery plan solo 9 miliardi alla sanità?»Parla lo chef stellato Mauro Elli: «Non riusciamo a pagare i costi Il 40% dei ristoranti della Lombardia non riaprirà più».Lo speciale contiene due articoli.Dl Ristori quater ai blocchi di partenza ma non mancano le critiche da parte dei professionisti. In commissione congiunta Bilancio e finanze al Senato si va verso un'intesa sugli emendamenti principali presenti all'interno del dl Ristori, che dovrebbe portare all'approvazione di un numero di modifiche comprese fra 50 e 100. Dei 600 milioni a disposizione per le modifiche, 380 sarebbero impegnati da emendamenti proposti dalle opposizioni sul trasporto pubblico (90 milioni), sul taglio alle bollette alle imprese (180 milioni), e sui trasferimenti alle Regioni (110 milioni). E dunque se da una parte il governo procede spedito verso l'approvazione finale del quarto dl Ristori, dall'altra diverse associazioni di categoria si mostrano critiche verso le misure in discussione. «Doveva essere fatto un intervento più organico», dichiara Marco Cuchel, presidente dell'associazione nazionale dei commercialisti (Anc). Anche questa volta, prosegue Cuchel, si sono lasciate fuori fette del mondo produttivo. Si sarebbero dovute comprendere «oltre a tutte le categorie colpite dalle chiusure forzate anche quelle che sono rimaste aperte», spiega il presidente del Anc. Con un piano più organico e preparato per tempo si sarebbe potuto, dunque, far fronte ed aiutare le diverse realtà economiche in Italia. Altro neo riguarda gli avvisi bonari. Cuchel ricorda infatti come per il momento tutti quei contribuenti che stanno affrontando una rateizzazione non sono oggetto di una proroga. E dunque devono rispettare le scadenze del mese, pena la decadenza dell'agevolazione fiscale. Critiche arrivano anche da Franco Fietta, presidente della fondazione Inarcassa. «Di questo passo, si rischia di perdere un'altra buona occasione per mettere al riparo i liberi professionisti, ma anche il Paese, da una crisi economica e professionale che si sta abbattendo con tutta la sua durezza», tuona Fietta. Il Presidente di Inarcassa sottolinea inoltre che al Senato, è stato presentato un emendamento al decreto Ristori che estende i contributi a fondo perduto anche ai liberi professionisti iscritti alle casse di previdenza private (al momento esclusi). «Una misura di buon senso che avrebbe lo scopo di fissare una piccola barriera alla significativa contrazione dei redditi 2020 prevista per i nostri iscritti. Un danno economico importante». Ed è proprio sul tema dell'esclusione dei professionisti dai ristori che Gaetana Stella, presidente di Confprofessioni, invoca, come si chiede ormai da diverso tempo al governo, di aiutare tramite il fondo perduto anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti che hanno subito una significativa contrazione del proprio fatturato, equiparandoli alle Pmi, come sancito dal diritto europeo. «Tuttavia, nonostante le tante promesse, neanche il dl Ristori quater ha rimediato a questa disparità di trattamento». Secondo Stella, «si percepisce una crescente sfiducia nei confronti dello Stato da parte di professionisti e lavoratori autonomi, che si sentono abbandonati e dimenticati dalle istituzioni proprio ora che la crisi economica sta aggravando le iniquità nei confronti di una categoria che, secondo gli ultimi dati Istat, da febbraio a oggi ha registrato un calo di oltre 136.000 unità». Anche perché, «i decreti legge Ristori (passati), con la loro distinzione per codici Ateco, si fermano alla superficie del problema. Dietro ogni esercizio costretto a chiudere per contenere la diffusione del contagio c'è una filiera di attività economiche connesse che rischiano di fermarsi, a cominciare dai liberi professionisti che assistono le imprese, e che restano ancora una volta esclusi da qualsiasi sostegno straordinario e privi di ammortizzatori sociali, tanto presso le casse di previdenza quanto presso la gestione separata Inps». Al coro delle critiche si unisce anche il Consiglio nazionale dei commercialisti (Cndcec). «Si sta perdendo un'altra occasione per dare un contributo ai liberi professionisti», tuona Giorgio Luchetta, vicepresidente del Cndcec. «Questa categoria si sta rendendo conto di essere invisibile agli occhi del governo. Tutte le grida di aiuto non sono state ascoltate». Secondo Lucchetta questo modo di agire da parte dell'esecutivo va a umiliare i liberi professionisti. Il vicepresidente sottolinea poi ancora una volta come, anche in questo decreto Ristori, siano presenti delle disparità. A pensar male si potrebbe dire che questo modo di operare sia dettato dal fatto che secondo il governo i lavoratori liberi professionisti appartengono ad una casta di privilegiati. E dunque non necessitano di aiuti economici. Nel frattempo si scaglia contro l'esecutivo anche la Federazione dell'ordine dei medici, ma questa volta sui fondi del Recovery plan: «È come se la montagna avesse partorito un topolino. Su 196 miliardi di euro del Recovery fund, solo 9 sono andati alla sanità. E questo in piena pandemia. Quando abbiamo bisogno di ospedali moderni, di assumere personale, di formare nuovi specialisti e medici di medicina generale», sottolinea il Presidente della Federazione degli ordini dei medici, Filippo Anelli, che aggiunge: «Come classe medica, siamo sbigottiti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/professionisti-contro-il-dl-ristori-i-medici-sbigottiti-dal-governo-2649454418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-miei-clienti-vengono-da-altri-comuni-cosi-incasso-solo-il-25" data-post-id="2649454418" data-published-at="1607717377" data-use-pagination="False"> «I miei clienti vengono da altri Comuni. Così incasso solo il 25%» Mauro Elli è lo chef del ristorante Il Cantuccio di Albavilla, che vanta una stella Michelin e che si trova in un piccolo Comune in provincia di Como. È anche il vicepresidente della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi. Per lui, come per tanti altri ristoratori, la possibilità di avere clienti in arrivo da Comuni limitrofi può fare una differenza sostanziale. Del resto, spiega alla Verità, già così, chiudendo alle 18 e permettendo solo l'asporto, c'è ben poco da festeggiare per la categoria. Quanto costa per un ristoratore tenere aperto solo a pranzo? «Il mio settore mi obbliga ad avere dei costi fissi. Per questo, in molti casi tenere aperto a pranzo non consente ai ristoratori di coprire le spese per non perdere soldi. Qui non si tratta di creare utili, si tratta di avere la possibilità di pagare i costi che abbiamo. Bisogna considerare che solo il personale di un ristorante incide per il 50-60%% sui costi. Poi ci sono bollette e affitti che circa, a spanne, valgono un altro 10% di spese legate ad utenze. Poi ci sono le spese legate alla materia prima. Io, ad esempio, punto molto sulla qualità e sotto un certo livello non posso scendere. Alla fine, per fare utile, io ho molto chiaro in testa quanti coperti devo fare ogni settimana. Sotto quella soglia vado in perdita. Ecco perché, nonostante il passaggio a zona gialla, io so che in Lombardia un 35-40% dei ristoranti non riaprirà. Bisogna considerare che in certi ristoranti come il mio si va prettamente solo la sera o il sabato e la domenica. Io al momento sono cosciente che aprirò in perdita. Ciononostante, voglio dare un servizio ai miei clienti e, così facendo, perdo un po' meno. Io, prima del Covid, ero aperto sei sere su sette e tre pranzi. Quando potremo riaprire io starò aperto sette pranzi. Nella realtà per me saranno importanti quello della domenica e quello del sabato. Il resto farò pochi coperti. Per farla breve, io aprirò il mio ristorante sapendo che lavorerò intorno al 25% del mio normale fatturato». C'è poi il problema del tira e molla sullo spostamento tra Comuni. La Lombardia chiede la deroga. Un ristorante come il suo sarebbe molto penalizzato in caso fosse vietato spostarsi. Qual è la percentuale di clienti che viene da fuori del comune nel suo caso? «Nel mio caso il 90-95% dei clienti viene da fuori di Albavilla. Certo, io voglio comunque garantire il servizio a quelle quattro o cinque famiglie che vogliono mangiare da me. Certo è che a livello economico non funziona. Per noi ristoratori il Natale è un giorno importante, ma non così fondamentale per i conti del ristorante. Certo, un locale come il mio a Natale è sempre pieno. Io ho clienti che prenotano da un anno con l'altro. Quest'anno verranno in pochi, lo so già. Saranno numeri che non giustificano un'apertura. Se va bene avrò 10-15 persone su un totale di 35-40 coperti il 25 dicembre. Del resto, senza turisti, sono in molti a tenere giù la serranda anche in posto più turistici di Albavilla». Alla fine dell'anno che fatturato avrà realizzato rispetto al 2019? «Io credo che saremo al di sotto del 50% circa rispetto al 2019». Quanto incide la delivery sul suo fatturato? «Il mio lavoro si basa sull'offrire prodotti di alta qualità. Questo incide molto sui costi. Noi abbiamo deciso di fare il servizio di asporto senza appoggiarci ai grandi servizi di consegna del cibo e portando noi le vivande a casa dei clienti. Anche in questo caso, lo faccio per il servizio. A conti fatti, il servizio incide pochissimo sul fatturato annuale. Noi lo facciamo solo il sabato e la domenica. In settimana non viene richiesto». Viste le difficoltà, immagino avrà chiesto dei ristori. Sono arrivati? «Le parlo come vicepresidente Fipe. Io credo che il 60-70% siano arrivati, ma in molti casi non sono ancora arrivati. A me, personalmente, sono arrivati pochi giorni fa. In ritardo rispetto al 15 novembre previsto».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.