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2021-06-01
Il processo Ilva sforna 300 anni di carcere
Getty Images-Ansa
Il disastro ambientale dell'Ilva di Taranto costa ai Riva una pesantissima sentenza di condanna in primo grado per complessivi 306 anni e due mesi. Il processo ribattezzato «Ambiente svenduto», con accuse a vario titolo che vanno dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla corruzione in atti giudiziari, all'omicidio colposo, al favoreggiamento, comprendendo anche altre imputazioni minori, si è chiuso con 22 anni di reclusione per Fabio Riva (il pm ne aveva chiesti 28) e 20 per Nicola (il pm ne aveva chiesti 25), gli ex proprietari del gruppo siderurgico.
La sentenza della Corte d'assise per i 47 imputati è stata letta in aula per un'ora e 46 minuti di fila ieri mattina dal presidente, Stefania D'Errico, alla trecentotrentesima udienza dei cinque anni di processo. Disposta, così come richiesto dalla Procura, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire, la confisca degli impianti dell'area a caldo (che non avrà effetto sulla produzione fino a sentenza irrevocabile). Nonché la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa (oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione) e Riva forni elettrici, per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro. Condanne pesanti anche per il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, definito dall'accusa come la «longa manus» dei Riva con le istituzioni e la politica, al quale sono stati inflitti 21 anni e 6 mesi di reclusione, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, condannato a 21 anni.
Agli uomini di fiducia dell'acciaieria, Alfredo Ceriani, Lanfranco Legnani, Agostino Pastorino e Giovanni Rebaioli, considerati i colonnelli dei Riva sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi di pena. L'avvocato dei Riva, Francesco Perli, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (l'accusa ne aveva chiesti 7). Per l'ex direttore del sito, Adolfo Buffo, ora direttore generale di Acciaierie Italia, partecipata di Invitalia, 4 anni (la richiesta era 17 anni). Condannato anche l'ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata: per lui i giudici hanno stabilito una pena di 3 anni e 6 mesi. Sei mesi in meno all'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: 3 anni di pena. Era accusato di aver fatto pressione sui dirigenti della Provincia affinché concedessero l'autorizzazione all'Ilva per l'uso della discarica interna. Tre anni anche all'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva. Condannato a 2 anni per favoreggiamento (pena sospesa) l'ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato. A molti dei condannati, a seconda delle pene, la Corte ha inflitto anche l'interdizione perpetua o per cinque anni dai pubblici uffici o dai propri incarichi.
Assolti invece l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva nel periodo più difficile, l'ex assessore pugliese ora deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano. I giudici hanno anche trasmesso gli atti alla Procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per quattro testimoni, tra i quali l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Papa.
I Riva, tramite i loro avvocati, oltre ad annunciare ricorso, hanno rivendicato di aver investito ingenti capitali per migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Ma nonostante la questione provenisse da lontano, è con la loro gestione che è scoppiato il bubbone, con il sequestro degli impianti dell'area a caldo il 26 luglio 2012, dopo che l'azienda era stata definita strategica da un numero considerevole di decreti denominati Salva Ilva.
La città pugliese convive con la questione ambientale sin dal 1889, quando re Umberto I decise di piazzare lì l'Arsenale militare. Ma è dal 1960 che combatte con il siderurgico. Lo stabilimento viene costruito nel 1959 nel quartiere Tamburi su una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. L'Italsider di Taranto, di proprietà pubblica, comincia a produrre nel luglio del 1960. La grave crisi degli anni Ottanta porta l'Iri a dismettere l'acciaieria, che nel maggio 1995 viene acquisita dal gruppo Riva. La privatizzazione, finalizzata dal primo governo Prodi (che si beccò non poche critiche per il prezzo di favore pagato dai Riva), era partita con il governo Dini.
Sequestri e arresti cominciati nel 2012 hanno messo fuori gioco i Riva. E a gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. I commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia. Ma dopo soli tre anni, nel novembre 2019 ArcelorMittal annuncia di voler lasciare lo stabilimento, restituendolo allo Stato. Nel dicembre 2020 firma con Invitalia un accordo che fa entrare l'Agenzia al 50% nella compagine societaria. Caduto il governo Conte, però, anche se Domenico Arcuri si era intestato il salvataggio dell'azienda, il decreto non è mai arrivato. Questione di non poco conto, perché di fatto non sono stati versati i 400 milioni di euro annunciati.
Nichi non ci sta e urla al complotto. La sinistra finge di non conoscerlo
La condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione devono essere stati un duro colpo per l'ex governatore pugliese e paladino dei diritti Lgbt Nichi Vendola. I pm avevano chiesto una pena da 5 anni per concussione aggravata in concorso, in quanto avrebbe esercitato pressioni sull'ex direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a 2 anni, pena sospesa), per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva.
Vendola è andato in escandescenza: «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità», ha commentato, aggiungendo che «è come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l'ombra di una prova». Ed è andato a muso duro contro i giudici: «Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all'avanguardia contro i veleni industriali».
Parole che sembrano lontanissime da quelle del 2009, quando fu indagato per gli scandali nel settore della Sanità l'assessore Alberto Tedesco: «Piena fiducia nell'operato della magistratura, impegnata nell'opera di bonifica della Pubblica amministrazione da qualsivoglia veleno corruttivo e da ogni rete affaristica», disse Vendola. Parole ribadite nel 2013, dopo il primo avviso di garanzia per i fatti dell'Ilva, quando giurò che lui e la sua giunta avevano sempre «tenuto la schiena dritta». Poi la solita menata: «Ho piena fiducia nella magistratura».
Ora, invece, annuncia: «Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l'ennesima prova di una giustizia profondamente malata». E denuncia: «Sappiano che i giudici hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l'intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell'Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda».
È un fiume in piena Vendola: «Ho taciuto per quasi dieci anni, difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità». Nonostante l'ex governatore abbia suonato la tromba, il soccorso rosso è sembrato molto fiacco. A parte Michele Emiliano, che ha sottolineato come «la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l'unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica», il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, che ha ricordato le «battaglie» per abbassare i livelli di diossina, e il collega democratico Gianni Pittella, Vendola sembra quasi isolato.
Dure anche le parole dell'ex legale del Gruppo Riva, Francesco Perli: «Non sono per nulla abbattuto anzi più determinato di prima a combattere per il prevalere della verità. Non ho concorso alla concussione di Assennato perché non ho partecipato ad alcuna riunione con Vendola in quanto nelle stesse ore ero in udienza avanti a un giudice del tribunale di Milano. Il procedimento Aia non è un procedimento segretato, come ha sostenuto Argentino, ma un procedimento aperto cui partecipano tutti gli enti e le associazioni ambientaliste e nel quale le migliori tecniche da adottare sono proposte dall'operatore tra le Bat vigenti e la loro appropiatezza valutata dalla Commissione Aaia».
E infine l'avvocato ha aggiunto: «Io ho fatto soltanto l'avvocato e i giudici di Taranto i faccendieri devono andare a scovarli da altre parti, magari più vicino. Nel dispositivo mi hanno anche inibito di svolgere la professione di legale. Una cosa vergognosa. Pensavo che le due giudici togate fossero di ben altro livello».
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Condannati gli ex proprietari Fabio (22) e Nicola (20) Riva, i collaboratori Girolamo Archinà (21 e mezzo) e Luigi Capogrosso (22), e molti manager. Pure i politici: dall'ex governatore Nichi Vendola (3 e 6 mesi) all'ex presidente della Provincia, Gianni Florido (3). Confiscata l'area a caldo.L'ex presidente pugliese si sfoga: «Mostruosità giuridica, un delitto contro la verità».Lo speciale contiene due articoli.Il disastro ambientale dell'Ilva di Taranto costa ai Riva una pesantissima sentenza di condanna in primo grado per complessivi 306 anni e due mesi. Il processo ribattezzato «Ambiente svenduto», con accuse a vario titolo che vanno dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla corruzione in atti giudiziari, all'omicidio colposo, al favoreggiamento, comprendendo anche altre imputazioni minori, si è chiuso con 22 anni di reclusione per Fabio Riva (il pm ne aveva chiesti 28) e 20 per Nicola (il pm ne aveva chiesti 25), gli ex proprietari del gruppo siderurgico. La sentenza della Corte d'assise per i 47 imputati è stata letta in aula per un'ora e 46 minuti di fila ieri mattina dal presidente, Stefania D'Errico, alla trecentotrentesima udienza dei cinque anni di processo. Disposta, così come richiesto dalla Procura, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire, la confisca degli impianti dell'area a caldo (che non avrà effetto sulla produzione fino a sentenza irrevocabile). Nonché la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa (oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione) e Riva forni elettrici, per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro. Condanne pesanti anche per il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, definito dall'accusa come la «longa manus» dei Riva con le istituzioni e la politica, al quale sono stati inflitti 21 anni e 6 mesi di reclusione, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, condannato a 21 anni. Agli uomini di fiducia dell'acciaieria, Alfredo Ceriani, Lanfranco Legnani, Agostino Pastorino e Giovanni Rebaioli, considerati i colonnelli dei Riva sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi di pena. L'avvocato dei Riva, Francesco Perli, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (l'accusa ne aveva chiesti 7). Per l'ex direttore del sito, Adolfo Buffo, ora direttore generale di Acciaierie Italia, partecipata di Invitalia, 4 anni (la richiesta era 17 anni). Condannato anche l'ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata: per lui i giudici hanno stabilito una pena di 3 anni e 6 mesi. Sei mesi in meno all'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: 3 anni di pena. Era accusato di aver fatto pressione sui dirigenti della Provincia affinché concedessero l'autorizzazione all'Ilva per l'uso della discarica interna. Tre anni anche all'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva. Condannato a 2 anni per favoreggiamento (pena sospesa) l'ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato. A molti dei condannati, a seconda delle pene, la Corte ha inflitto anche l'interdizione perpetua o per cinque anni dai pubblici uffici o dai propri incarichi. Assolti invece l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva nel periodo più difficile, l'ex assessore pugliese ora deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano. I giudici hanno anche trasmesso gli atti alla Procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per quattro testimoni, tra i quali l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Papa. I Riva, tramite i loro avvocati, oltre ad annunciare ricorso, hanno rivendicato di aver investito ingenti capitali per migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Ma nonostante la questione provenisse da lontano, è con la loro gestione che è scoppiato il bubbone, con il sequestro degli impianti dell'area a caldo il 26 luglio 2012, dopo che l'azienda era stata definita strategica da un numero considerevole di decreti denominati Salva Ilva. La città pugliese convive con la questione ambientale sin dal 1889, quando re Umberto I decise di piazzare lì l'Arsenale militare. Ma è dal 1960 che combatte con il siderurgico. Lo stabilimento viene costruito nel 1959 nel quartiere Tamburi su una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. L'Italsider di Taranto, di proprietà pubblica, comincia a produrre nel luglio del 1960. La grave crisi degli anni Ottanta porta l'Iri a dismettere l'acciaieria, che nel maggio 1995 viene acquisita dal gruppo Riva. La privatizzazione, finalizzata dal primo governo Prodi (che si beccò non poche critiche per il prezzo di favore pagato dai Riva), era partita con il governo Dini. Sequestri e arresti cominciati nel 2012 hanno messo fuori gioco i Riva. E a gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. I commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia. Ma dopo soli tre anni, nel novembre 2019 ArcelorMittal annuncia di voler lasciare lo stabilimento, restituendolo allo Stato. Nel dicembre 2020 firma con Invitalia un accordo che fa entrare l'Agenzia al 50% nella compagine societaria. Caduto il governo Conte, però, anche se Domenico Arcuri si era intestato il salvataggio dell'azienda, il decreto non è mai arrivato. Questione di non poco conto, perché di fatto non sono stati versati i 400 milioni di euro annunciati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/processo-ilva-300-anni-carcere-2653185571.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nichi-non-ci-sta-e-urla-al-complotto-la-sinistra-finge-di-non-conoscerlo" data-post-id="2653185571" data-published-at="1622488613" data-use-pagination="False"> Nichi non ci sta e urla al complotto. La sinistra finge di non conoscerlo La condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione devono essere stati un duro colpo per l'ex governatore pugliese e paladino dei diritti Lgbt Nichi Vendola. I pm avevano chiesto una pena da 5 anni per concussione aggravata in concorso, in quanto avrebbe esercitato pressioni sull'ex direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a 2 anni, pena sospesa), per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. Vendola è andato in escandescenza: «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità», ha commentato, aggiungendo che «è come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l'ombra di una prova». Ed è andato a muso duro contro i giudici: «Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all'avanguardia contro i veleni industriali». Parole che sembrano lontanissime da quelle del 2009, quando fu indagato per gli scandali nel settore della Sanità l'assessore Alberto Tedesco: «Piena fiducia nell'operato della magistratura, impegnata nell'opera di bonifica della Pubblica amministrazione da qualsivoglia veleno corruttivo e da ogni rete affaristica», disse Vendola. Parole ribadite nel 2013, dopo il primo avviso di garanzia per i fatti dell'Ilva, quando giurò che lui e la sua giunta avevano sempre «tenuto la schiena dritta». Poi la solita menata: «Ho piena fiducia nella magistratura». Ora, invece, annuncia: «Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l'ennesima prova di una giustizia profondamente malata». E denuncia: «Sappiano che i giudici hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l'intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell'Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda». È un fiume in piena Vendola: «Ho taciuto per quasi dieci anni, difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità». Nonostante l'ex governatore abbia suonato la tromba, il soccorso rosso è sembrato molto fiacco. A parte Michele Emiliano, che ha sottolineato come «la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l'unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica», il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, che ha ricordato le «battaglie» per abbassare i livelli di diossina, e il collega democratico Gianni Pittella, Vendola sembra quasi isolato. Dure anche le parole dell'ex legale del Gruppo Riva, Francesco Perli: «Non sono per nulla abbattuto anzi più determinato di prima a combattere per il prevalere della verità. Non ho concorso alla concussione di Assennato perché non ho partecipato ad alcuna riunione con Vendola in quanto nelle stesse ore ero in udienza avanti a un giudice del tribunale di Milano. Il procedimento Aia non è un procedimento segretato, come ha sostenuto Argentino, ma un procedimento aperto cui partecipano tutti gli enti e le associazioni ambientaliste e nel quale le migliori tecniche da adottare sono proposte dall'operatore tra le Bat vigenti e la loro appropiatezza valutata dalla Commissione Aaia». E infine l'avvocato ha aggiunto: «Io ho fatto soltanto l'avvocato e i giudici di Taranto i faccendieri devono andare a scovarli da altre parti, magari più vicino. Nel dispositivo mi hanno anche inibito di svolgere la professione di legale. Una cosa vergognosa. Pensavo che le due giudici togate fossero di ben altro livello».
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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Roberto Saviano (Ansa)
Da sconosciuto cronista di nera, mettendo insieme «trafiletti di cronaca per farne letteratura» (sono parole sue), Saviano si è trasformato in autore di successo, con 10 milioni di copie vendute, un’opera tradotta in 52 lingue e dalla quale è stata tratta una serie televisiva. Tra diritti d’autore e ingaggi tv, il bestseller che «gli ha rovinato la vita» lo ha pure ricoperto d’oro. Nel 2018, su Panorama, Giacomo Amadori provò a fargli i conti in tasca. In totale calcolò che solo i proventi dei contratti con le case editrici e con quelle di produzione cinematografica gli erano valsi 13 milioni di euro, soldi che gli avevano consentito di comprar casa a New York, nell’elegante quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Una vita d’inferno, da esule nella Grande mela. La giornalista americana E. Nina Rothe che lo intervistò nel periodo in cui viveva negli Stati Uniti descrisse la sua vita in prigione nel seguente modo: «Fare la spesa nei negozi italiani su Arthur avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di Williamsburg, per lui rappresenta un lusso estremo». Come non capire la sofferenza di uno scrittore costretto a fare il turista a Little Italy, confinato a Manhattan, tra le tende di Zuccotti Park invece di aver la libertà potersi aggirarsi tra il rione Sanità e Forcella? «Cos’è Napoli per lei oggi?», gli chiede la vicedirettrice di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. «Napoli è casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai quartieri spagnoli», invece - udite, udite - pare abbia trovato casa a Roma, oltre che naturalmente a New York. Così, quando ritorna nel capoluogo campano, Saviano sta male. A colpirlo sarebbe la «napolitude», ovvero la nostalgia che prende chi dopo aver visto la città se ne allontana e finisce per soffrire di un generale malessere a causa della separazione da tanta bellezza. Ma questo non gli impedisce di accusare il capoluogo campano di non averlo apprezzato. «Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
E Saviano che sindrome ha? «Sono spezzato», commenta l’uomo simbolo del martirio della libertà di stampa, «Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come quello che non deve sbagliare, non deve cadere». Sarà, ma se uno deve nascondersi, non pubblica l’elenco dei luoghi dove presenterà i suoi libri o i suoi spettacoli. Se uno deve darsi alla latitanza non annuncia sul sito delle case editrici per cui lavora, o su quelli che prevendono i biglietti, le date dei suoi prossimi appuntamenti. La vita in fuga è altra: chi scappa non si fa trovare, non fa certo un comunicato stampa per annunciare dove lo si può rintracciare. E dove si possono comprare i suoi libri.
Ma Saviano è Saviano e con pazienza in questi vent’anni ha costruito il suo mito, accreditando l’idea che a sgominare i clan della camorra sia stato lui. Tempo fa l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, ex responsabile della squadra mobile di Napoli oltre che colui che arrestò latitanti del calibro di Michele Zagaria e Antonio Iovine, si permise di correggere la biografia dell’eroe anti-cosche, ridimensionando il peso di Gomorra nella lotta alla malavita. Mal gliene incolse. Nonostante avesse messo le manette a centinaia di camorristi, finì in un cono d’ombra durato anni. Perché chi tocca Saviano rischia. Dopo vent’anni da martire, infatti, è diventato un intoccabile. Ne sa qualche cosa anche Matteo Salvini, che avendolo querelato per essere stato definito «ministro della malavita» pur non essendo mai stato accostato alla malavita da alcuna inchiesta si è visto respingere la denuncia. Centinaia di giornalisti finiscono a processo e sono condannati per molto meno. Ma il martire della camorra no. Ormai è protetto da un’aura di sacralità. Odia Gomorra, ma con la riedizione del libro e con la pubblicità gratis garantita da interviste come quella di ieri, si appresta a fatturare altri milioni.
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