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2021-06-01
Il processo Ilva sforna 300 anni di carcere
Getty Images-Ansa
Il disastro ambientale dell'Ilva di Taranto costa ai Riva una pesantissima sentenza di condanna in primo grado per complessivi 306 anni e due mesi. Il processo ribattezzato «Ambiente svenduto», con accuse a vario titolo che vanno dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla corruzione in atti giudiziari, all'omicidio colposo, al favoreggiamento, comprendendo anche altre imputazioni minori, si è chiuso con 22 anni di reclusione per Fabio Riva (il pm ne aveva chiesti 28) e 20 per Nicola (il pm ne aveva chiesti 25), gli ex proprietari del gruppo siderurgico.
La sentenza della Corte d'assise per i 47 imputati è stata letta in aula per un'ora e 46 minuti di fila ieri mattina dal presidente, Stefania D'Errico, alla trecentotrentesima udienza dei cinque anni di processo. Disposta, così come richiesto dalla Procura, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire, la confisca degli impianti dell'area a caldo (che non avrà effetto sulla produzione fino a sentenza irrevocabile). Nonché la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa (oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione) e Riva forni elettrici, per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro. Condanne pesanti anche per il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, definito dall'accusa come la «longa manus» dei Riva con le istituzioni e la politica, al quale sono stati inflitti 21 anni e 6 mesi di reclusione, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, condannato a 21 anni.
Agli uomini di fiducia dell'acciaieria, Alfredo Ceriani, Lanfranco Legnani, Agostino Pastorino e Giovanni Rebaioli, considerati i colonnelli dei Riva sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi di pena. L'avvocato dei Riva, Francesco Perli, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (l'accusa ne aveva chiesti 7). Per l'ex direttore del sito, Adolfo Buffo, ora direttore generale di Acciaierie Italia, partecipata di Invitalia, 4 anni (la richiesta era 17 anni). Condannato anche l'ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata: per lui i giudici hanno stabilito una pena di 3 anni e 6 mesi. Sei mesi in meno all'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: 3 anni di pena. Era accusato di aver fatto pressione sui dirigenti della Provincia affinché concedessero l'autorizzazione all'Ilva per l'uso della discarica interna. Tre anni anche all'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva. Condannato a 2 anni per favoreggiamento (pena sospesa) l'ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato. A molti dei condannati, a seconda delle pene, la Corte ha inflitto anche l'interdizione perpetua o per cinque anni dai pubblici uffici o dai propri incarichi.
Assolti invece l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva nel periodo più difficile, l'ex assessore pugliese ora deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano. I giudici hanno anche trasmesso gli atti alla Procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per quattro testimoni, tra i quali l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Papa.
I Riva, tramite i loro avvocati, oltre ad annunciare ricorso, hanno rivendicato di aver investito ingenti capitali per migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Ma nonostante la questione provenisse da lontano, è con la loro gestione che è scoppiato il bubbone, con il sequestro degli impianti dell'area a caldo il 26 luglio 2012, dopo che l'azienda era stata definita strategica da un numero considerevole di decreti denominati Salva Ilva.
La città pugliese convive con la questione ambientale sin dal 1889, quando re Umberto I decise di piazzare lì l'Arsenale militare. Ma è dal 1960 che combatte con il siderurgico. Lo stabilimento viene costruito nel 1959 nel quartiere Tamburi su una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. L'Italsider di Taranto, di proprietà pubblica, comincia a produrre nel luglio del 1960. La grave crisi degli anni Ottanta porta l'Iri a dismettere l'acciaieria, che nel maggio 1995 viene acquisita dal gruppo Riva. La privatizzazione, finalizzata dal primo governo Prodi (che si beccò non poche critiche per il prezzo di favore pagato dai Riva), era partita con il governo Dini.
Sequestri e arresti cominciati nel 2012 hanno messo fuori gioco i Riva. E a gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. I commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia. Ma dopo soli tre anni, nel novembre 2019 ArcelorMittal annuncia di voler lasciare lo stabilimento, restituendolo allo Stato. Nel dicembre 2020 firma con Invitalia un accordo che fa entrare l'Agenzia al 50% nella compagine societaria. Caduto il governo Conte, però, anche se Domenico Arcuri si era intestato il salvataggio dell'azienda, il decreto non è mai arrivato. Questione di non poco conto, perché di fatto non sono stati versati i 400 milioni di euro annunciati.
Nichi non ci sta e urla al complotto. La sinistra finge di non conoscerlo
La condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione devono essere stati un duro colpo per l'ex governatore pugliese e paladino dei diritti Lgbt Nichi Vendola. I pm avevano chiesto una pena da 5 anni per concussione aggravata in concorso, in quanto avrebbe esercitato pressioni sull'ex direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a 2 anni, pena sospesa), per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva.
Vendola è andato in escandescenza: «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità», ha commentato, aggiungendo che «è come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l'ombra di una prova». Ed è andato a muso duro contro i giudici: «Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all'avanguardia contro i veleni industriali».
Parole che sembrano lontanissime da quelle del 2009, quando fu indagato per gli scandali nel settore della Sanità l'assessore Alberto Tedesco: «Piena fiducia nell'operato della magistratura, impegnata nell'opera di bonifica della Pubblica amministrazione da qualsivoglia veleno corruttivo e da ogni rete affaristica», disse Vendola. Parole ribadite nel 2013, dopo il primo avviso di garanzia per i fatti dell'Ilva, quando giurò che lui e la sua giunta avevano sempre «tenuto la schiena dritta». Poi la solita menata: «Ho piena fiducia nella magistratura».
Ora, invece, annuncia: «Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l'ennesima prova di una giustizia profondamente malata». E denuncia: «Sappiano che i giudici hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l'intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell'Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda».
È un fiume in piena Vendola: «Ho taciuto per quasi dieci anni, difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità». Nonostante l'ex governatore abbia suonato la tromba, il soccorso rosso è sembrato molto fiacco. A parte Michele Emiliano, che ha sottolineato come «la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l'unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica», il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, che ha ricordato le «battaglie» per abbassare i livelli di diossina, e il collega democratico Gianni Pittella, Vendola sembra quasi isolato.
Dure anche le parole dell'ex legale del Gruppo Riva, Francesco Perli: «Non sono per nulla abbattuto anzi più determinato di prima a combattere per il prevalere della verità. Non ho concorso alla concussione di Assennato perché non ho partecipato ad alcuna riunione con Vendola in quanto nelle stesse ore ero in udienza avanti a un giudice del tribunale di Milano. Il procedimento Aia non è un procedimento segretato, come ha sostenuto Argentino, ma un procedimento aperto cui partecipano tutti gli enti e le associazioni ambientaliste e nel quale le migliori tecniche da adottare sono proposte dall'operatore tra le Bat vigenti e la loro appropiatezza valutata dalla Commissione Aaia».
E infine l'avvocato ha aggiunto: «Io ho fatto soltanto l'avvocato e i giudici di Taranto i faccendieri devono andare a scovarli da altre parti, magari più vicino. Nel dispositivo mi hanno anche inibito di svolgere la professione di legale. Una cosa vergognosa. Pensavo che le due giudici togate fossero di ben altro livello».
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Condannati gli ex proprietari Fabio (22) e Nicola (20) Riva, i collaboratori Girolamo Archinà (21 e mezzo) e Luigi Capogrosso (22), e molti manager. Pure i politici: dall'ex governatore Nichi Vendola (3 e 6 mesi) all'ex presidente della Provincia, Gianni Florido (3). Confiscata l'area a caldo.L'ex presidente pugliese si sfoga: «Mostruosità giuridica, un delitto contro la verità».Lo speciale contiene due articoli.Il disastro ambientale dell'Ilva di Taranto costa ai Riva una pesantissima sentenza di condanna in primo grado per complessivi 306 anni e due mesi. Il processo ribattezzato «Ambiente svenduto», con accuse a vario titolo che vanno dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla corruzione in atti giudiziari, all'omicidio colposo, al favoreggiamento, comprendendo anche altre imputazioni minori, si è chiuso con 22 anni di reclusione per Fabio Riva (il pm ne aveva chiesti 28) e 20 per Nicola (il pm ne aveva chiesti 25), gli ex proprietari del gruppo siderurgico. La sentenza della Corte d'assise per i 47 imputati è stata letta in aula per un'ora e 46 minuti di fila ieri mattina dal presidente, Stefania D'Errico, alla trecentotrentesima udienza dei cinque anni di processo. Disposta, così come richiesto dalla Procura, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire, la confisca degli impianti dell'area a caldo (che non avrà effetto sulla produzione fino a sentenza irrevocabile). Nonché la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa (oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione) e Riva forni elettrici, per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro. Condanne pesanti anche per il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, definito dall'accusa come la «longa manus» dei Riva con le istituzioni e la politica, al quale sono stati inflitti 21 anni e 6 mesi di reclusione, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, condannato a 21 anni. Agli uomini di fiducia dell'acciaieria, Alfredo Ceriani, Lanfranco Legnani, Agostino Pastorino e Giovanni Rebaioli, considerati i colonnelli dei Riva sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi di pena. L'avvocato dei Riva, Francesco Perli, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (l'accusa ne aveva chiesti 7). Per l'ex direttore del sito, Adolfo Buffo, ora direttore generale di Acciaierie Italia, partecipata di Invitalia, 4 anni (la richiesta era 17 anni). Condannato anche l'ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata: per lui i giudici hanno stabilito una pena di 3 anni e 6 mesi. Sei mesi in meno all'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: 3 anni di pena. Era accusato di aver fatto pressione sui dirigenti della Provincia affinché concedessero l'autorizzazione all'Ilva per l'uso della discarica interna. Tre anni anche all'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva. Condannato a 2 anni per favoreggiamento (pena sospesa) l'ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato. A molti dei condannati, a seconda delle pene, la Corte ha inflitto anche l'interdizione perpetua o per cinque anni dai pubblici uffici o dai propri incarichi. Assolti invece l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva nel periodo più difficile, l'ex assessore pugliese ora deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano. I giudici hanno anche trasmesso gli atti alla Procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per quattro testimoni, tra i quali l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Papa. I Riva, tramite i loro avvocati, oltre ad annunciare ricorso, hanno rivendicato di aver investito ingenti capitali per migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Ma nonostante la questione provenisse da lontano, è con la loro gestione che è scoppiato il bubbone, con il sequestro degli impianti dell'area a caldo il 26 luglio 2012, dopo che l'azienda era stata definita strategica da un numero considerevole di decreti denominati Salva Ilva. La città pugliese convive con la questione ambientale sin dal 1889, quando re Umberto I decise di piazzare lì l'Arsenale militare. Ma è dal 1960 che combatte con il siderurgico. Lo stabilimento viene costruito nel 1959 nel quartiere Tamburi su una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. L'Italsider di Taranto, di proprietà pubblica, comincia a produrre nel luglio del 1960. La grave crisi degli anni Ottanta porta l'Iri a dismettere l'acciaieria, che nel maggio 1995 viene acquisita dal gruppo Riva. La privatizzazione, finalizzata dal primo governo Prodi (che si beccò non poche critiche per il prezzo di favore pagato dai Riva), era partita con il governo Dini. Sequestri e arresti cominciati nel 2012 hanno messo fuori gioco i Riva. E a gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. I commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia. Ma dopo soli tre anni, nel novembre 2019 ArcelorMittal annuncia di voler lasciare lo stabilimento, restituendolo allo Stato. Nel dicembre 2020 firma con Invitalia un accordo che fa entrare l'Agenzia al 50% nella compagine societaria. Caduto il governo Conte, però, anche se Domenico Arcuri si era intestato il salvataggio dell'azienda, il decreto non è mai arrivato. Questione di non poco conto, perché di fatto non sono stati versati i 400 milioni di euro annunciati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/processo-ilva-300-anni-carcere-2653185571.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nichi-non-ci-sta-e-urla-al-complotto-la-sinistra-finge-di-non-conoscerlo" data-post-id="2653185571" data-published-at="1622488613" data-use-pagination="False"> Nichi non ci sta e urla al complotto. La sinistra finge di non conoscerlo La condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione devono essere stati un duro colpo per l'ex governatore pugliese e paladino dei diritti Lgbt Nichi Vendola. I pm avevano chiesto una pena da 5 anni per concussione aggravata in concorso, in quanto avrebbe esercitato pressioni sull'ex direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a 2 anni, pena sospesa), per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. Vendola è andato in escandescenza: «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità», ha commentato, aggiungendo che «è come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l'ombra di una prova». Ed è andato a muso duro contro i giudici: «Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all'avanguardia contro i veleni industriali». Parole che sembrano lontanissime da quelle del 2009, quando fu indagato per gli scandali nel settore della Sanità l'assessore Alberto Tedesco: «Piena fiducia nell'operato della magistratura, impegnata nell'opera di bonifica della Pubblica amministrazione da qualsivoglia veleno corruttivo e da ogni rete affaristica», disse Vendola. Parole ribadite nel 2013, dopo il primo avviso di garanzia per i fatti dell'Ilva, quando giurò che lui e la sua giunta avevano sempre «tenuto la schiena dritta». Poi la solita menata: «Ho piena fiducia nella magistratura». Ora, invece, annuncia: «Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l'ennesima prova di una giustizia profondamente malata». E denuncia: «Sappiano che i giudici hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l'intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell'Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda». È un fiume in piena Vendola: «Ho taciuto per quasi dieci anni, difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità». Nonostante l'ex governatore abbia suonato la tromba, il soccorso rosso è sembrato molto fiacco. A parte Michele Emiliano, che ha sottolineato come «la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l'unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica», il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, che ha ricordato le «battaglie» per abbassare i livelli di diossina, e il collega democratico Gianni Pittella, Vendola sembra quasi isolato. Dure anche le parole dell'ex legale del Gruppo Riva, Francesco Perli: «Non sono per nulla abbattuto anzi più determinato di prima a combattere per il prevalere della verità. Non ho concorso alla concussione di Assennato perché non ho partecipato ad alcuna riunione con Vendola in quanto nelle stesse ore ero in udienza avanti a un giudice del tribunale di Milano. Il procedimento Aia non è un procedimento segretato, come ha sostenuto Argentino, ma un procedimento aperto cui partecipano tutti gli enti e le associazioni ambientaliste e nel quale le migliori tecniche da adottare sono proposte dall'operatore tra le Bat vigenti e la loro appropiatezza valutata dalla Commissione Aaia». E infine l'avvocato ha aggiunto: «Io ho fatto soltanto l'avvocato e i giudici di Taranto i faccendieri devono andare a scovarli da altre parti, magari più vicino. Nel dispositivo mi hanno anche inibito di svolgere la professione di legale. Una cosa vergognosa. Pensavo che le due giudici togate fossero di ben altro livello».
Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
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Dario Franceschini
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
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