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2019-10-08
Preti sposati e un ministero per le donne: Hummes detta il programma al Sinodo
Ansa
Avvio in canoa per il Sinodo panamazzonico che fino al prossimo 27 ottobre terrà impegnati in Vaticano ben 184 padri sinodali. Ieri mattina la grande assemblea ha preso il via dalla basilica di San Pietro con una processione verso l'aula Paolo VI, luogo del lavori, con alla testa del corteo una canoa con tutti i simboli e i prodotti tipici della regione panamazzonica, reti da pesca, cartelli con santi della regione e il Papa che avanzava circondato dagli indios e dai loro canti. Fra la folla anche padre Alex Zanotelli da sempre in prima linea per le cosiddette chiese di base.
Papa Francesco avvia così un altro processo, secondo la sua ripetuta massima che occorre «avviare processi e non occupare spazi». I critici sostengono che questa prassi sia semplicemente un modo per spingere certe novità che non sarebbero sviluppi della dottrina o modi di inculturare il Vangelo, ma forzature che stridono con il deposito della fede. È questa la posizione espressa dai cardinali dubbiosi Raymond Burke e Walter Brandmüller, ma voci critiche si sono sentite anche dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Robert Sarah e persino dal prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet. Le controversie che hanno accompagnato il documento di lavoro di questo Sinodo riguardano la questione della possibile ordinazione di uomini sposati di provata fede al sacerdozio, la definizione di una specie di diaconato femminile e, infine, una sorta di ecoteologia indigenista che scavalcherebbe la legittima inculturazione del Vangelo per trasformarsi in una specie di inedito luogo teologico.
Nella linea dell'avviare processi il Papa, aprendo l'assemblea, ha detto che il discusso documento di lavoro, l'Instrumentum laboris, «è un testo martire, destinato a essere distrutto perché è un punto di partenza per ciò che lo Spirito farà in noi». In concreto questo punto di partenza del processo l'ha indicato il relatore generale del sinodo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio e vero padre di questo sinodo amazzonico, il quale nella sua relazione ha dettato l'agenda. Come ha ricordato anche il segretario generale del sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, quelli raccolti da Hummes sono i «nuclei generativi», cioè delle idee su cui concentrarsi per trovare le proposte.
Così i «nuclei generativi» espressi da Hummes confermano le attese. Ha subito ricordato, per chi nutrisse ancora qualche dubbio su dove porterà il nuovo processo avviato, che «le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all'impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità». Altrettanto chiaro è il riferimento che Hummes ha fatto al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, per cui «si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità». Peraltro, a questo proposito, ha colpito l'intervento di suor Cediel Castillo, missionaria comboniana, che ha ricordato come le donne in Amazzonia oggi facciano «educazione, assistenza sanitaria» e tutto ciò che «una donna può fare: battezzare bambini, celebrare matrimoni e ascoltare confessioni, ma non diamo l'assoluzione».
L'altra grande questione oggetto di critica è quella del ruolo assegnato alla spiritualità e ai riti paganeggianti degli indios che sembrano, invece, essere benedetti sopravvalutando la presenza di «semi di verità». Per questo ha sollevato perplessità il rituale ecologico indigeno andato in onda venerdì scorso nei giardini vaticani, ma il Papa ieri ha fatto una battuta nei confronti di chi guarda con sprezzo certi usi e costumi. «Ieri», ha detto, «sono stato molto triste nel sentire un commento beffardo qui, su quel signore devoto che portava le offerte con le piume in testa, dimmi: qual è la differenza tra indossare piume sulla testa e il tricorno usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?».
L'aspetto più politico del sinodo il Papa lo aveva sottolineato, invece, nell'omelia di domenica scorsa dove con una metafora sul fuoco ha distinto tra il «fuoco di Dio», che «è calore che attira e raccoglie in unità», e un altro fuoco, «appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l'Amazzonia». Ricordando anche che tante «volte c'è stata colonizzazione anziché evangelizzazione!».
Nella linea ecologicamente corretta ieri mattina il cardinale Baldisseri ha ricordato che il sinodo abbatterà le sue emissioni di CO2. Dopo aver calcolato che l'impatto ambientale dei voli aerei dei padri sinodali per arrivare a Roma ha provocato 573.000 emissioni di CO2, si è deciso che il tutto verrà in qualche modo compensato con l'acquisto di titoli di forestazione per il rimboschimento di 50 ettari di foresta nel bacino amazzonico.
È la Chiesa in uscita, come ha ricordato ancora una volta il cardinale Hummes. C'è «bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia». Dice di «non aver paura del nuovo» il cardinale brasiliano promotore di tutta questa colossale macchina panamazzonica, ma per qualcuno è già tutto scritto, come sarebbe stato anche in altre occasioni (ad esempio per il Sinodo sulla famiglia). Una diceria che verrà misurata nelle prossime settimane di discussioni in aula e lavori nei gruppi linguistici, fino al documento finale che dovrà essere consegnato il 25 ottobre.
I vescovi europei suonano la sveglia e a Parigi si lotta per la famiglia
«Vogliamo dare un messaggio di speranza all'Europa in affanno e diciamo con forza: Svegliati, Europa!», è una scossa alle coscienze intorpidite del Vecchio continente il messaggio finale dell'annuale assemblea plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee).
«Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza» è stato il tema al centro dei lavori che si sono tenuti dal 3 al 6 ottobre a Santiago de Compostela, tomba dell'apostolo Giacomo e da secoli meta di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del nostro continente. Ed è in questo luogo simbolo del cristianesimo occidentale che si è levata l'esortazione dei presuli che va a toccare le corde più profonde dei popoli europei: «Nelle diverse storie e tradizioni, nelle sfide vecchie e nuove, ci sono elementi di speranza: tra questi, i santi e i martiri dei nostri Paesi, fiaccole ardenti che incoraggiano il presente e annunciano il futuro. Essi brillano come stelle nel cielo». «Riscopri le tue radici, Europa!», si legge ancora nel messaggio. «Contempla i numerosi esempi di questa speranza soddisfatta, a cominciare dai nostri santi patroni: Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, segno di un'Europa unita nella diversità».
I pastori riconoscono un primato nell'impegno per i diritti sociali e per il bene comune che smentisce la retorica della colpevolizzazione dell'europeo: «Rallegrati, Europa, della bontà del tuo popolo, dei tanti santi nascosti che ogni giorno contribuiscono, in silenzio, alla costruzione di una società civile più giusta e più a misura d'uomo». Identificano poi nella famiglia l'architrave e il motore della nostra civiltà: «Guarda alle tante famiglie, le sole capaci di generare futuro. Riconosci con gratitudine la loro fede in Dio e il loro esempio». Un concetto su cui tornano attingendo alle parole di papa Francesco: «Per un nuovo umanesimo europeo, capace di dialogare, di integrare e di generare, valorizzando nel contempo ciò che è più caro alla tradizione del continente: la difesa della vita e della dignità umana, la promozione della famiglia e il rispetto per i diritti fondamentali della persona».
Il messaggio fa da pungolo a una società ripiegata su sé stessa e incapace di trarre beneficio dalla grandezza delle proprie tradizioni e allo stesso tempo mette in evidenza quelle che definisce «contraddizioni esistenti» di un'Europa che disperde quel bisogno di buono e di trascendente insito in ogni persona. Ecco così elencati dai presuli quei paradossi della nostra epoca: «Il desiderio di Dio e allo stesso tempo la fragilità della vita cristiana; il desiderio di diritti umani universali e allo stesso tempo la perdita del rispetto della dignità umana; il desiderio di armonia nella società e con il creato, ma anche la perdita di ogni senso di verità oggettiva; il desiderio di una felicità duratura, ma anche la perdita di un senso condiviso del destino a cui l'umanità è chiamata; il desiderio di pace interiore e coerenza espressi in una ricerca spirituale, ma anche la negazione di quella ricerca in molti discorsi pubblici». Parole in cui si legge il riferimento ai tanti aneliti di giustizia e trascendenza che però vengono vanificati nel relativismo assoluto dei valori e nell'espulsione della religione dalla dimensione pubblica.
Infine i vescovi europei si sono «soffermati sulle domande esistenziali che si trovano nel profondo del cuore umano e che non scompaiono mai, anche se oscurate da risultati materiali», quali «il futuro oltre la morte» e «il male che ferisce l'umano». Interrogativi a cui il messaggio della Ccee risponde in maniera inequivocabile: «Noi crediamo che la vera risposta a tutte le domande di senso è Gesù Cristo, volto del Padre, unico salvatore dell'uomo e del mondo». È solo tramite Gesù che il cuore di un uomo può cambiare poiché «egli rende chi lo accoglie disponibile ad ascoltare, ad amare e a farsi prossimo, mettendosi, nel nome di Cristo, a servizio dell'uomo».
Che la deriva laicista e relativista dell'Europa non sia ineluttabile lo hanno affermato con forza domenica anche 600.000 francesi, che sono scesi in piazza a Parigi contro la nuova legge quadro sulla bioetica che allarga alle coppie lesbiche e alle donne single la fecondazione eterologa. Una norma che in pratica elimina la figura paterna e il diritto dei bambini di avere un padre. Alla manifestazione anche una rappresentanza italiana guidata da il vicepresidente di Pro vita & famiglia, Jacopo Coghe, che è intervenuto dal palco: «Se una madre non è più colei che partorisce, se un padre non è più colui che genera, se i figli si possono comprare, se il sesso si decide con la mente, significa che non è solo questione di modello della società da contestare, ma di cambio del paradigma dell'umanità».
La mobilitazione ha avuto anche il plauso di monsignor Éric de Moulins Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. «Noi vescovi abbiamo attirato l'attenzione sulla gravità rispetto a quello che si è in procinto di decidere», ha detto il presule, incoraggiando «con forza i cittadini a esprimersi a proposito della legge». Il presidente dei vescovi francesi ha quindi chiesto un'ulteriore riflessione ai deputanti e senatori su ciò che andranno a decidere: «Comprendiamo profondamente la sofferenza di chi non può avere figli, ma torniamo a dire che non si può dare una risposta a questo dolore trasformando la procreazione in fabbricazione. Che lo si voglia o no, questo progetto di legge ci sta conducendo a questo».
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Nell'agenda del cardinale brasiliano l'elogio dei riti pagani indios. E il Papa conferma: «Meglio le piume del tricorno». Una suora: «In Amazzonia battezziamo e sposiamo».Dal Consiglio delle conferenze episcopali del Vecchio continente arriva un invito forte ai fedeli a non lasciarsi abbattere dal laicismo. La risposta proviene da 600.000 francesi in piazza contro la nuova legge sulla bioetica.Lo speciale contiene due articoli.Avvio in canoa per il Sinodo panamazzonico che fino al prossimo 27 ottobre terrà impegnati in Vaticano ben 184 padri sinodali. Ieri mattina la grande assemblea ha preso il via dalla basilica di San Pietro con una processione verso l'aula Paolo VI, luogo del lavori, con alla testa del corteo una canoa con tutti i simboli e i prodotti tipici della regione panamazzonica, reti da pesca, cartelli con santi della regione e il Papa che avanzava circondato dagli indios e dai loro canti. Fra la folla anche padre Alex Zanotelli da sempre in prima linea per le cosiddette chiese di base.Papa Francesco avvia così un altro processo, secondo la sua ripetuta massima che occorre «avviare processi e non occupare spazi». I critici sostengono che questa prassi sia semplicemente un modo per spingere certe novità che non sarebbero sviluppi della dottrina o modi di inculturare il Vangelo, ma forzature che stridono con il deposito della fede. È questa la posizione espressa dai cardinali dubbiosi Raymond Burke e Walter Brandmüller, ma voci critiche si sono sentite anche dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Robert Sarah e persino dal prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet. Le controversie che hanno accompagnato il documento di lavoro di questo Sinodo riguardano la questione della possibile ordinazione di uomini sposati di provata fede al sacerdozio, la definizione di una specie di diaconato femminile e, infine, una sorta di ecoteologia indigenista che scavalcherebbe la legittima inculturazione del Vangelo per trasformarsi in una specie di inedito luogo teologico. Nella linea dell'avviare processi il Papa, aprendo l'assemblea, ha detto che il discusso documento di lavoro, l'Instrumentum laboris, «è un testo martire, destinato a essere distrutto perché è un punto di partenza per ciò che lo Spirito farà in noi». In concreto questo punto di partenza del processo l'ha indicato il relatore generale del sinodo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio e vero padre di questo sinodo amazzonico, il quale nella sua relazione ha dettato l'agenda. Come ha ricordato anche il segretario generale del sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, quelli raccolti da Hummes sono i «nuclei generativi», cioè delle idee su cui concentrarsi per trovare le proposte. Così i «nuclei generativi» espressi da Hummes confermano le attese. Ha subito ricordato, per chi nutrisse ancora qualche dubbio su dove porterà il nuovo processo avviato, che «le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all'impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità». Altrettanto chiaro è il riferimento che Hummes ha fatto al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, per cui «si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità». Peraltro, a questo proposito, ha colpito l'intervento di suor Cediel Castillo, missionaria comboniana, che ha ricordato come le donne in Amazzonia oggi facciano «educazione, assistenza sanitaria» e tutto ciò che «una donna può fare: battezzare bambini, celebrare matrimoni e ascoltare confessioni, ma non diamo l'assoluzione».L'altra grande questione oggetto di critica è quella del ruolo assegnato alla spiritualità e ai riti paganeggianti degli indios che sembrano, invece, essere benedetti sopravvalutando la presenza di «semi di verità». Per questo ha sollevato perplessità il rituale ecologico indigeno andato in onda venerdì scorso nei giardini vaticani, ma il Papa ieri ha fatto una battuta nei confronti di chi guarda con sprezzo certi usi e costumi. «Ieri», ha detto, «sono stato molto triste nel sentire un commento beffardo qui, su quel signore devoto che portava le offerte con le piume in testa, dimmi: qual è la differenza tra indossare piume sulla testa e il tricorno usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?». L'aspetto più politico del sinodo il Papa lo aveva sottolineato, invece, nell'omelia di domenica scorsa dove con una metafora sul fuoco ha distinto tra il «fuoco di Dio», che «è calore che attira e raccoglie in unità», e un altro fuoco, «appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l'Amazzonia». Ricordando anche che tante «volte c'è stata colonizzazione anziché evangelizzazione!». Nella linea ecologicamente corretta ieri mattina il cardinale Baldisseri ha ricordato che il sinodo abbatterà le sue emissioni di CO2. Dopo aver calcolato che l'impatto ambientale dei voli aerei dei padri sinodali per arrivare a Roma ha provocato 573.000 emissioni di CO2, si è deciso che il tutto verrà in qualche modo compensato con l'acquisto di titoli di forestazione per il rimboschimento di 50 ettari di foresta nel bacino amazzonico.È la Chiesa in uscita, come ha ricordato ancora una volta il cardinale Hummes. C'è «bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia». Dice di «non aver paura del nuovo» il cardinale brasiliano promotore di tutta questa colossale macchina panamazzonica, ma per qualcuno è già tutto scritto, come sarebbe stato anche in altre occasioni (ad esempio per il Sinodo sulla famiglia). Una diceria che verrà misurata nelle prossime settimane di discussioni in aula e lavori nei gruppi linguistici, fino al documento finale che dovrà essere consegnato il 25 ottobre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preti-sposati-e-un-ministero-per-le-donne-hummes-detta-il-programma-al-sinodo-2640875783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-vescovi-europei-suonano-la-sveglia-e-a-parigi-si-lotta-per-la-famiglia" data-post-id="2640875783" data-published-at="1769711275" data-use-pagination="False"> I vescovi europei suonano la sveglia e a Parigi si lotta per la famiglia «Vogliamo dare un messaggio di speranza all'Europa in affanno e diciamo con forza: Svegliati, Europa!», è una scossa alle coscienze intorpidite del Vecchio continente il messaggio finale dell'annuale assemblea plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee). «Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza» è stato il tema al centro dei lavori che si sono tenuti dal 3 al 6 ottobre a Santiago de Compostela, tomba dell'apostolo Giacomo e da secoli meta di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del nostro continente. Ed è in questo luogo simbolo del cristianesimo occidentale che si è levata l'esortazione dei presuli che va a toccare le corde più profonde dei popoli europei: «Nelle diverse storie e tradizioni, nelle sfide vecchie e nuove, ci sono elementi di speranza: tra questi, i santi e i martiri dei nostri Paesi, fiaccole ardenti che incoraggiano il presente e annunciano il futuro. Essi brillano come stelle nel cielo». «Riscopri le tue radici, Europa!», si legge ancora nel messaggio. «Contempla i numerosi esempi di questa speranza soddisfatta, a cominciare dai nostri santi patroni: Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, segno di un'Europa unita nella diversità». I pastori riconoscono un primato nell'impegno per i diritti sociali e per il bene comune che smentisce la retorica della colpevolizzazione dell'europeo: «Rallegrati, Europa, della bontà del tuo popolo, dei tanti santi nascosti che ogni giorno contribuiscono, in silenzio, alla costruzione di una società civile più giusta e più a misura d'uomo». Identificano poi nella famiglia l'architrave e il motore della nostra civiltà: «Guarda alle tante famiglie, le sole capaci di generare futuro. Riconosci con gratitudine la loro fede in Dio e il loro esempio». Un concetto su cui tornano attingendo alle parole di papa Francesco: «Per un nuovo umanesimo europeo, capace di dialogare, di integrare e di generare, valorizzando nel contempo ciò che è più caro alla tradizione del continente: la difesa della vita e della dignità umana, la promozione della famiglia e il rispetto per i diritti fondamentali della persona». Il messaggio fa da pungolo a una società ripiegata su sé stessa e incapace di trarre beneficio dalla grandezza delle proprie tradizioni e allo stesso tempo mette in evidenza quelle che definisce «contraddizioni esistenti» di un'Europa che disperde quel bisogno di buono e di trascendente insito in ogni persona. Ecco così elencati dai presuli quei paradossi della nostra epoca: «Il desiderio di Dio e allo stesso tempo la fragilità della vita cristiana; il desiderio di diritti umani universali e allo stesso tempo la perdita del rispetto della dignità umana; il desiderio di armonia nella società e con il creato, ma anche la perdita di ogni senso di verità oggettiva; il desiderio di una felicità duratura, ma anche la perdita di un senso condiviso del destino a cui l'umanità è chiamata; il desiderio di pace interiore e coerenza espressi in una ricerca spirituale, ma anche la negazione di quella ricerca in molti discorsi pubblici». Parole in cui si legge il riferimento ai tanti aneliti di giustizia e trascendenza che però vengono vanificati nel relativismo assoluto dei valori e nell'espulsione della religione dalla dimensione pubblica. Infine i vescovi europei si sono «soffermati sulle domande esistenziali che si trovano nel profondo del cuore umano e che non scompaiono mai, anche se oscurate da risultati materiali», quali «il futuro oltre la morte» e «il male che ferisce l'umano». Interrogativi a cui il messaggio della Ccee risponde in maniera inequivocabile: «Noi crediamo che la vera risposta a tutte le domande di senso è Gesù Cristo, volto del Padre, unico salvatore dell'uomo e del mondo». È solo tramite Gesù che il cuore di un uomo può cambiare poiché «egli rende chi lo accoglie disponibile ad ascoltare, ad amare e a farsi prossimo, mettendosi, nel nome di Cristo, a servizio dell'uomo». Che la deriva laicista e relativista dell'Europa non sia ineluttabile lo hanno affermato con forza domenica anche 600.000 francesi, che sono scesi in piazza a Parigi contro la nuova legge quadro sulla bioetica che allarga alle coppie lesbiche e alle donne single la fecondazione eterologa. Una norma che in pratica elimina la figura paterna e il diritto dei bambini di avere un padre. Alla manifestazione anche una rappresentanza italiana guidata da il vicepresidente di Pro vita & famiglia, Jacopo Coghe, che è intervenuto dal palco: «Se una madre non è più colei che partorisce, se un padre non è più colui che genera, se i figli si possono comprare, se il sesso si decide con la mente, significa che non è solo questione di modello della società da contestare, ma di cambio del paradigma dell'umanità». La mobilitazione ha avuto anche il plauso di monsignor Éric de Moulins Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. «Noi vescovi abbiamo attirato l'attenzione sulla gravità rispetto a quello che si è in procinto di decidere», ha detto il presule, incoraggiando «con forza i cittadini a esprimersi a proposito della legge». Il presidente dei vescovi francesi ha quindi chiesto un'ulteriore riflessione ai deputanti e senatori su ciò che andranno a decidere: «Comprendiamo profondamente la sofferenza di chi non può avere figli, ma torniamo a dire che non si può dare una risposta a questo dolore trasformando la procreazione in fabbricazione. Che lo si voglia o no, questo progetto di legge ci sta conducendo a questo».
Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia a seguito dell'evento «Come sbloccare il potenziale della difesa europea» al Parlamento europeo di Bruxelles.