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2019-10-08
Preti sposati e un ministero per le donne: Hummes detta il programma al Sinodo
Ansa
Avvio in canoa per il Sinodo panamazzonico che fino al prossimo 27 ottobre terrà impegnati in Vaticano ben 184 padri sinodali. Ieri mattina la grande assemblea ha preso il via dalla basilica di San Pietro con una processione verso l'aula Paolo VI, luogo del lavori, con alla testa del corteo una canoa con tutti i simboli e i prodotti tipici della regione panamazzonica, reti da pesca, cartelli con santi della regione e il Papa che avanzava circondato dagli indios e dai loro canti. Fra la folla anche padre Alex Zanotelli da sempre in prima linea per le cosiddette chiese di base.
Papa Francesco avvia così un altro processo, secondo la sua ripetuta massima che occorre «avviare processi e non occupare spazi». I critici sostengono che questa prassi sia semplicemente un modo per spingere certe novità che non sarebbero sviluppi della dottrina o modi di inculturare il Vangelo, ma forzature che stridono con il deposito della fede. È questa la posizione espressa dai cardinali dubbiosi Raymond Burke e Walter Brandmüller, ma voci critiche si sono sentite anche dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Robert Sarah e persino dal prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet. Le controversie che hanno accompagnato il documento di lavoro di questo Sinodo riguardano la questione della possibile ordinazione di uomini sposati di provata fede al sacerdozio, la definizione di una specie di diaconato femminile e, infine, una sorta di ecoteologia indigenista che scavalcherebbe la legittima inculturazione del Vangelo per trasformarsi in una specie di inedito luogo teologico.
Nella linea dell'avviare processi il Papa, aprendo l'assemblea, ha detto che il discusso documento di lavoro, l'Instrumentum laboris, «è un testo martire, destinato a essere distrutto perché è un punto di partenza per ciò che lo Spirito farà in noi». In concreto questo punto di partenza del processo l'ha indicato il relatore generale del sinodo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio e vero padre di questo sinodo amazzonico, il quale nella sua relazione ha dettato l'agenda. Come ha ricordato anche il segretario generale del sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, quelli raccolti da Hummes sono i «nuclei generativi», cioè delle idee su cui concentrarsi per trovare le proposte.
Così i «nuclei generativi» espressi da Hummes confermano le attese. Ha subito ricordato, per chi nutrisse ancora qualche dubbio su dove porterà il nuovo processo avviato, che «le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all'impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità». Altrettanto chiaro è il riferimento che Hummes ha fatto al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, per cui «si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità». Peraltro, a questo proposito, ha colpito l'intervento di suor Cediel Castillo, missionaria comboniana, che ha ricordato come le donne in Amazzonia oggi facciano «educazione, assistenza sanitaria» e tutto ciò che «una donna può fare: battezzare bambini, celebrare matrimoni e ascoltare confessioni, ma non diamo l'assoluzione».
L'altra grande questione oggetto di critica è quella del ruolo assegnato alla spiritualità e ai riti paganeggianti degli indios che sembrano, invece, essere benedetti sopravvalutando la presenza di «semi di verità». Per questo ha sollevato perplessità il rituale ecologico indigeno andato in onda venerdì scorso nei giardini vaticani, ma il Papa ieri ha fatto una battuta nei confronti di chi guarda con sprezzo certi usi e costumi. «Ieri», ha detto, «sono stato molto triste nel sentire un commento beffardo qui, su quel signore devoto che portava le offerte con le piume in testa, dimmi: qual è la differenza tra indossare piume sulla testa e il tricorno usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?».
L'aspetto più politico del sinodo il Papa lo aveva sottolineato, invece, nell'omelia di domenica scorsa dove con una metafora sul fuoco ha distinto tra il «fuoco di Dio», che «è calore che attira e raccoglie in unità», e un altro fuoco, «appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l'Amazzonia». Ricordando anche che tante «volte c'è stata colonizzazione anziché evangelizzazione!».
Nella linea ecologicamente corretta ieri mattina il cardinale Baldisseri ha ricordato che il sinodo abbatterà le sue emissioni di CO2. Dopo aver calcolato che l'impatto ambientale dei voli aerei dei padri sinodali per arrivare a Roma ha provocato 573.000 emissioni di CO2, si è deciso che il tutto verrà in qualche modo compensato con l'acquisto di titoli di forestazione per il rimboschimento di 50 ettari di foresta nel bacino amazzonico.
È la Chiesa in uscita, come ha ricordato ancora una volta il cardinale Hummes. C'è «bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia». Dice di «non aver paura del nuovo» il cardinale brasiliano promotore di tutta questa colossale macchina panamazzonica, ma per qualcuno è già tutto scritto, come sarebbe stato anche in altre occasioni (ad esempio per il Sinodo sulla famiglia). Una diceria che verrà misurata nelle prossime settimane di discussioni in aula e lavori nei gruppi linguistici, fino al documento finale che dovrà essere consegnato il 25 ottobre.
I vescovi europei suonano la sveglia e a Parigi si lotta per la famiglia
«Vogliamo dare un messaggio di speranza all'Europa in affanno e diciamo con forza: Svegliati, Europa!», è una scossa alle coscienze intorpidite del Vecchio continente il messaggio finale dell'annuale assemblea plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee).
«Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza» è stato il tema al centro dei lavori che si sono tenuti dal 3 al 6 ottobre a Santiago de Compostela, tomba dell'apostolo Giacomo e da secoli meta di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del nostro continente. Ed è in questo luogo simbolo del cristianesimo occidentale che si è levata l'esortazione dei presuli che va a toccare le corde più profonde dei popoli europei: «Nelle diverse storie e tradizioni, nelle sfide vecchie e nuove, ci sono elementi di speranza: tra questi, i santi e i martiri dei nostri Paesi, fiaccole ardenti che incoraggiano il presente e annunciano il futuro. Essi brillano come stelle nel cielo». «Riscopri le tue radici, Europa!», si legge ancora nel messaggio. «Contempla i numerosi esempi di questa speranza soddisfatta, a cominciare dai nostri santi patroni: Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, segno di un'Europa unita nella diversità».
I pastori riconoscono un primato nell'impegno per i diritti sociali e per il bene comune che smentisce la retorica della colpevolizzazione dell'europeo: «Rallegrati, Europa, della bontà del tuo popolo, dei tanti santi nascosti che ogni giorno contribuiscono, in silenzio, alla costruzione di una società civile più giusta e più a misura d'uomo». Identificano poi nella famiglia l'architrave e il motore della nostra civiltà: «Guarda alle tante famiglie, le sole capaci di generare futuro. Riconosci con gratitudine la loro fede in Dio e il loro esempio». Un concetto su cui tornano attingendo alle parole di papa Francesco: «Per un nuovo umanesimo europeo, capace di dialogare, di integrare e di generare, valorizzando nel contempo ciò che è più caro alla tradizione del continente: la difesa della vita e della dignità umana, la promozione della famiglia e il rispetto per i diritti fondamentali della persona».
Il messaggio fa da pungolo a una società ripiegata su sé stessa e incapace di trarre beneficio dalla grandezza delle proprie tradizioni e allo stesso tempo mette in evidenza quelle che definisce «contraddizioni esistenti» di un'Europa che disperde quel bisogno di buono e di trascendente insito in ogni persona. Ecco così elencati dai presuli quei paradossi della nostra epoca: «Il desiderio di Dio e allo stesso tempo la fragilità della vita cristiana; il desiderio di diritti umani universali e allo stesso tempo la perdita del rispetto della dignità umana; il desiderio di armonia nella società e con il creato, ma anche la perdita di ogni senso di verità oggettiva; il desiderio di una felicità duratura, ma anche la perdita di un senso condiviso del destino a cui l'umanità è chiamata; il desiderio di pace interiore e coerenza espressi in una ricerca spirituale, ma anche la negazione di quella ricerca in molti discorsi pubblici». Parole in cui si legge il riferimento ai tanti aneliti di giustizia e trascendenza che però vengono vanificati nel relativismo assoluto dei valori e nell'espulsione della religione dalla dimensione pubblica.
Infine i vescovi europei si sono «soffermati sulle domande esistenziali che si trovano nel profondo del cuore umano e che non scompaiono mai, anche se oscurate da risultati materiali», quali «il futuro oltre la morte» e «il male che ferisce l'umano». Interrogativi a cui il messaggio della Ccee risponde in maniera inequivocabile: «Noi crediamo che la vera risposta a tutte le domande di senso è Gesù Cristo, volto del Padre, unico salvatore dell'uomo e del mondo». È solo tramite Gesù che il cuore di un uomo può cambiare poiché «egli rende chi lo accoglie disponibile ad ascoltare, ad amare e a farsi prossimo, mettendosi, nel nome di Cristo, a servizio dell'uomo».
Che la deriva laicista e relativista dell'Europa non sia ineluttabile lo hanno affermato con forza domenica anche 600.000 francesi, che sono scesi in piazza a Parigi contro la nuova legge quadro sulla bioetica che allarga alle coppie lesbiche e alle donne single la fecondazione eterologa. Una norma che in pratica elimina la figura paterna e il diritto dei bambini di avere un padre. Alla manifestazione anche una rappresentanza italiana guidata da il vicepresidente di Pro vita & famiglia, Jacopo Coghe, che è intervenuto dal palco: «Se una madre non è più colei che partorisce, se un padre non è più colui che genera, se i figli si possono comprare, se il sesso si decide con la mente, significa che non è solo questione di modello della società da contestare, ma di cambio del paradigma dell'umanità».
La mobilitazione ha avuto anche il plauso di monsignor Éric de Moulins Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. «Noi vescovi abbiamo attirato l'attenzione sulla gravità rispetto a quello che si è in procinto di decidere», ha detto il presule, incoraggiando «con forza i cittadini a esprimersi a proposito della legge». Il presidente dei vescovi francesi ha quindi chiesto un'ulteriore riflessione ai deputanti e senatori su ciò che andranno a decidere: «Comprendiamo profondamente la sofferenza di chi non può avere figli, ma torniamo a dire che non si può dare una risposta a questo dolore trasformando la procreazione in fabbricazione. Che lo si voglia o no, questo progetto di legge ci sta conducendo a questo».
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Nell'agenda del cardinale brasiliano l'elogio dei riti pagani indios. E il Papa conferma: «Meglio le piume del tricorno». Una suora: «In Amazzonia battezziamo e sposiamo».Dal Consiglio delle conferenze episcopali del Vecchio continente arriva un invito forte ai fedeli a non lasciarsi abbattere dal laicismo. La risposta proviene da 600.000 francesi in piazza contro la nuova legge sulla bioetica.Lo speciale contiene due articoli.Avvio in canoa per il Sinodo panamazzonico che fino al prossimo 27 ottobre terrà impegnati in Vaticano ben 184 padri sinodali. Ieri mattina la grande assemblea ha preso il via dalla basilica di San Pietro con una processione verso l'aula Paolo VI, luogo del lavori, con alla testa del corteo una canoa con tutti i simboli e i prodotti tipici della regione panamazzonica, reti da pesca, cartelli con santi della regione e il Papa che avanzava circondato dagli indios e dai loro canti. Fra la folla anche padre Alex Zanotelli da sempre in prima linea per le cosiddette chiese di base.Papa Francesco avvia così un altro processo, secondo la sua ripetuta massima che occorre «avviare processi e non occupare spazi». I critici sostengono che questa prassi sia semplicemente un modo per spingere certe novità che non sarebbero sviluppi della dottrina o modi di inculturare il Vangelo, ma forzature che stridono con il deposito della fede. È questa la posizione espressa dai cardinali dubbiosi Raymond Burke e Walter Brandmüller, ma voci critiche si sono sentite anche dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Robert Sarah e persino dal prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet. Le controversie che hanno accompagnato il documento di lavoro di questo Sinodo riguardano la questione della possibile ordinazione di uomini sposati di provata fede al sacerdozio, la definizione di una specie di diaconato femminile e, infine, una sorta di ecoteologia indigenista che scavalcherebbe la legittima inculturazione del Vangelo per trasformarsi in una specie di inedito luogo teologico. Nella linea dell'avviare processi il Papa, aprendo l'assemblea, ha detto che il discusso documento di lavoro, l'Instrumentum laboris, «è un testo martire, destinato a essere distrutto perché è un punto di partenza per ciò che lo Spirito farà in noi». In concreto questo punto di partenza del processo l'ha indicato il relatore generale del sinodo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio e vero padre di questo sinodo amazzonico, il quale nella sua relazione ha dettato l'agenda. Come ha ricordato anche il segretario generale del sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, quelli raccolti da Hummes sono i «nuclei generativi», cioè delle idee su cui concentrarsi per trovare le proposte. Così i «nuclei generativi» espressi da Hummes confermano le attese. Ha subito ricordato, per chi nutrisse ancora qualche dubbio su dove porterà il nuovo processo avviato, che «le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all'impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità». Altrettanto chiaro è il riferimento che Hummes ha fatto al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, per cui «si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità». Peraltro, a questo proposito, ha colpito l'intervento di suor Cediel Castillo, missionaria comboniana, che ha ricordato come le donne in Amazzonia oggi facciano «educazione, assistenza sanitaria» e tutto ciò che «una donna può fare: battezzare bambini, celebrare matrimoni e ascoltare confessioni, ma non diamo l'assoluzione».L'altra grande questione oggetto di critica è quella del ruolo assegnato alla spiritualità e ai riti paganeggianti degli indios che sembrano, invece, essere benedetti sopravvalutando la presenza di «semi di verità». Per questo ha sollevato perplessità il rituale ecologico indigeno andato in onda venerdì scorso nei giardini vaticani, ma il Papa ieri ha fatto una battuta nei confronti di chi guarda con sprezzo certi usi e costumi. «Ieri», ha detto, «sono stato molto triste nel sentire un commento beffardo qui, su quel signore devoto che portava le offerte con le piume in testa, dimmi: qual è la differenza tra indossare piume sulla testa e il tricorno usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?». L'aspetto più politico del sinodo il Papa lo aveva sottolineato, invece, nell'omelia di domenica scorsa dove con una metafora sul fuoco ha distinto tra il «fuoco di Dio», che «è calore che attira e raccoglie in unità», e un altro fuoco, «appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l'Amazzonia». Ricordando anche che tante «volte c'è stata colonizzazione anziché evangelizzazione!». Nella linea ecologicamente corretta ieri mattina il cardinale Baldisseri ha ricordato che il sinodo abbatterà le sue emissioni di CO2. Dopo aver calcolato che l'impatto ambientale dei voli aerei dei padri sinodali per arrivare a Roma ha provocato 573.000 emissioni di CO2, si è deciso che il tutto verrà in qualche modo compensato con l'acquisto di titoli di forestazione per il rimboschimento di 50 ettari di foresta nel bacino amazzonico.È la Chiesa in uscita, come ha ricordato ancora una volta il cardinale Hummes. C'è «bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia». Dice di «non aver paura del nuovo» il cardinale brasiliano promotore di tutta questa colossale macchina panamazzonica, ma per qualcuno è già tutto scritto, come sarebbe stato anche in altre occasioni (ad esempio per il Sinodo sulla famiglia). Una diceria che verrà misurata nelle prossime settimane di discussioni in aula e lavori nei gruppi linguistici, fino al documento finale che dovrà essere consegnato il 25 ottobre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preti-sposati-e-un-ministero-per-le-donne-hummes-detta-il-programma-al-sinodo-2640875783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-vescovi-europei-suonano-la-sveglia-e-a-parigi-si-lotta-per-la-famiglia" data-post-id="2640875783" data-published-at="1778106538" data-use-pagination="False"> I vescovi europei suonano la sveglia e a Parigi si lotta per la famiglia «Vogliamo dare un messaggio di speranza all'Europa in affanno e diciamo con forza: Svegliati, Europa!», è una scossa alle coscienze intorpidite del Vecchio continente il messaggio finale dell'annuale assemblea plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee). «Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza» è stato il tema al centro dei lavori che si sono tenuti dal 3 al 6 ottobre a Santiago de Compostela, tomba dell'apostolo Giacomo e da secoli meta di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del nostro continente. Ed è in questo luogo simbolo del cristianesimo occidentale che si è levata l'esortazione dei presuli che va a toccare le corde più profonde dei popoli europei: «Nelle diverse storie e tradizioni, nelle sfide vecchie e nuove, ci sono elementi di speranza: tra questi, i santi e i martiri dei nostri Paesi, fiaccole ardenti che incoraggiano il presente e annunciano il futuro. Essi brillano come stelle nel cielo». «Riscopri le tue radici, Europa!», si legge ancora nel messaggio. «Contempla i numerosi esempi di questa speranza soddisfatta, a cominciare dai nostri santi patroni: Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, segno di un'Europa unita nella diversità». I pastori riconoscono un primato nell'impegno per i diritti sociali e per il bene comune che smentisce la retorica della colpevolizzazione dell'europeo: «Rallegrati, Europa, della bontà del tuo popolo, dei tanti santi nascosti che ogni giorno contribuiscono, in silenzio, alla costruzione di una società civile più giusta e più a misura d'uomo». Identificano poi nella famiglia l'architrave e il motore della nostra civiltà: «Guarda alle tante famiglie, le sole capaci di generare futuro. Riconosci con gratitudine la loro fede in Dio e il loro esempio». Un concetto su cui tornano attingendo alle parole di papa Francesco: «Per un nuovo umanesimo europeo, capace di dialogare, di integrare e di generare, valorizzando nel contempo ciò che è più caro alla tradizione del continente: la difesa della vita e della dignità umana, la promozione della famiglia e il rispetto per i diritti fondamentali della persona». Il messaggio fa da pungolo a una società ripiegata su sé stessa e incapace di trarre beneficio dalla grandezza delle proprie tradizioni e allo stesso tempo mette in evidenza quelle che definisce «contraddizioni esistenti» di un'Europa che disperde quel bisogno di buono e di trascendente insito in ogni persona. Ecco così elencati dai presuli quei paradossi della nostra epoca: «Il desiderio di Dio e allo stesso tempo la fragilità della vita cristiana; il desiderio di diritti umani universali e allo stesso tempo la perdita del rispetto della dignità umana; il desiderio di armonia nella società e con il creato, ma anche la perdita di ogni senso di verità oggettiva; il desiderio di una felicità duratura, ma anche la perdita di un senso condiviso del destino a cui l'umanità è chiamata; il desiderio di pace interiore e coerenza espressi in una ricerca spirituale, ma anche la negazione di quella ricerca in molti discorsi pubblici». Parole in cui si legge il riferimento ai tanti aneliti di giustizia e trascendenza che però vengono vanificati nel relativismo assoluto dei valori e nell'espulsione della religione dalla dimensione pubblica. Infine i vescovi europei si sono «soffermati sulle domande esistenziali che si trovano nel profondo del cuore umano e che non scompaiono mai, anche se oscurate da risultati materiali», quali «il futuro oltre la morte» e «il male che ferisce l'umano». Interrogativi a cui il messaggio della Ccee risponde in maniera inequivocabile: «Noi crediamo che la vera risposta a tutte le domande di senso è Gesù Cristo, volto del Padre, unico salvatore dell'uomo e del mondo». È solo tramite Gesù che il cuore di un uomo può cambiare poiché «egli rende chi lo accoglie disponibile ad ascoltare, ad amare e a farsi prossimo, mettendosi, nel nome di Cristo, a servizio dell'uomo». Che la deriva laicista e relativista dell'Europa non sia ineluttabile lo hanno affermato con forza domenica anche 600.000 francesi, che sono scesi in piazza a Parigi contro la nuova legge quadro sulla bioetica che allarga alle coppie lesbiche e alle donne single la fecondazione eterologa. Una norma che in pratica elimina la figura paterna e il diritto dei bambini di avere un padre. Alla manifestazione anche una rappresentanza italiana guidata da il vicepresidente di Pro vita & famiglia, Jacopo Coghe, che è intervenuto dal palco: «Se una madre non è più colei che partorisce, se un padre non è più colui che genera, se i figli si possono comprare, se il sesso si decide con la mente, significa che non è solo questione di modello della società da contestare, ma di cambio del paradigma dell'umanità». La mobilitazione ha avuto anche il plauso di monsignor Éric de Moulins Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. «Noi vescovi abbiamo attirato l'attenzione sulla gravità rispetto a quello che si è in procinto di decidere», ha detto il presule, incoraggiando «con forza i cittadini a esprimersi a proposito della legge». Il presidente dei vescovi francesi ha quindi chiesto un'ulteriore riflessione ai deputanti e senatori su ciò che andranno a decidere: «Comprendiamo profondamente la sofferenza di chi non può avere figli, ma torniamo a dire che non si può dare una risposta a questo dolore trasformando la procreazione in fabbricazione. Che lo si voglia o no, questo progetto di legge ci sta conducendo a questo».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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