
Alla faccia della carità. Le anime belle lo chiamano l’«impero etico» ma, in realtà, è un impero. Punto. Nel 2018, proprio chi scrive aveva scovato il giro di affari che don Luca Favarin, il prete degli ultimi, faceva grazie alla sua attività di «accoglienza migranti». E aveva capito bene come farla l’accoglienza: la sua cooperativa sociale, nel 2017, fatturava la bellezza di 2 milioni e 300 mila euro. E ora eccolo don Luca Favarin, alla sua ultima capriola. Il prete dei migranti, il parroco degli ultimi, degli avviliti, degli oppressi, degli emarginati. Il parroco dei diritti di tutti, tranne che degli italiani. Nel 2018 lanciò un appello ai cittadini a non fare il presepe «per rispetto del Vangelo e dei suoi valori», non bisognava farlo «per rispetto dei poveri…». I poveri. Ma detto da un parroco che fatturava milioni e detiene quote di banche e possedeva appartamenti, terreni, ristoranti, frutteti, fa abbastanza ridere.
Perché tutto si può dire di don Luca - che dal 2012 non fa più il prete di parrocchia ma si dedica all’«accoglienza» - tranne che non abbia doti manageriali. Al punto che se n’è accorta anche la diocesi di Padova. È di mercoledì la nota che giunge dalla circoscrizione patavina. «La diocesi di Padova», si legge, «è ricca di esperienze di carità e di attività sociali di attenzione alle persone, alle diverse fragilità e ai loro bisogni. Gli esempi sono davvero molti e con le diverse realtà si opera con uno stile e un metodo: condivisione con gli organismi diocesani e con chi in diocesi segue la pastorale della carità, rapporto tra i vari enti, precise scelte di gestione e criteri di trasparenza, priorità…».
Fino a qui tutto bene. Ma subito dopo questo preambolo, arriva il bello. O il brutto, a seconda dei punti di vista. «Pur riconoscendo lo spirito umanitario e solidale che anima l’operato di don Luca Favarin», continua la Diocesi, «da parte sua non si è trovata condivisione di metodo. Pertanto la diocesi, non può essere coinvolta nelle sue attività, che vengono ad assumere carattere imprenditoriale».
Abbiamo letto bene? «Carattere imprenditoriale»? Ergo, il prete dei migranti, più che la tonaca, dovrebbe portare la ventiquattrore. La diocesi continua, squadernando lezioni di diritto canonico, che «prevede che i chierici non possano esercitare attività commerciale se non con licenza della legittima autorità ecclesiastica». Il rimando è al canone 286: «È proibito ai chierici di esercitare, personalmente o tramite altri, l’attività affaristica e commerciale, sia per il proprio interesse sia per quello degli altri se non con la licenza della legittima autorità ecclesiastica».
In sostanza, la Curia patavina sta dicendo che il prete degli oppressi starebbe facendo affari, in senso benevolo. Noi della Verità abbiamo fatto una visura della sua cooperativa, la Percorso vita, dove Favarin è il presidente del cda. Nel 2017 la coop fatturava la bellezza di 2.317.352 euro. Lo riscriviamo: 2.317.352 euro, con un utile netto di 504.207 euro. Nel 2016 il fatturato ammontava a 1.881.232 euro. E oggi?
Al 31.12.2020 il fatturato era di 1.475.298 euro. Al 31 dicembre 2021 è calato drasticamente a 191.540 euro. Ma come è possibile che nel 2020, con un fatturato di quasi 1 milione e mezzo, il don abbia dichiarato 64.689 euro di utile e nel 2021 con un fatturato di poco più di 190.000 euro, abbia un utile di 306.408? La maggior parte dei ricavi deriva dai contributi che la coop riceve (322.414 euro). E il parroco, che l’accoglienza l’ha capita, dimostra di avere una brillante mentalità imprenditoriale.
Come? Semplice. Diminuendo drasticamente il costo del personale. Dando «lavoro ai poveri», il costo della manodopera è passato dai 606.455 del 2020 ai 64.114 del 2021. Le immobilizzazioni finanziarie continua ad averle, e sono «una partecipazione, percentualmente irrilevante, in una banca di Credito cooperativo locale», «alcune azioni della Banca popolare etica Scpa», «le quote sociali detenute nella cooperativa agricola Percorso terra e nella cooperativa sociale Percorso altro». Il totale attivo nello stato patrimoniale è di 2.787.213 euro.
Insomma, avete capito il prete-imprenditore? Ora, come prende atto la Diocesi, ha deciso di tenere aperti baracche e burattini e di lasciare il sacerdozio. L’ha annunciato in un lungo, delirante, post su Facebook. «Il coraggio di togliere il disturbo? Eccolo. Io mi sono davvero stancato. Dopo 20 anni in cui accogliamo disgraziati di giorno e di notte, ragazzetti che arrivano nelle nostre case con la pancia piena di ovuli di droga o con la faccia dilaniata dalle risse di strada io non voglio giocare all’eroe di turno o al profetuncolo emarginato dall’istituzione ecclesiastica. [...] Ne traggo le dirette conseguenze e da persona che sta in piedi me ne vado per la mia strada. [...] Credo nell’inclusione e questo significa il diritto di amarsi e vedere pubblicamente riconosciuto il proprio amore anche per le persone dello stesso sesso. [...] Accanto al coraggio di resistere c’è quello di chi interrompere un legame quando diventa talmente stretto da soffocare. Io ho scelto prima l’uno ora è tempo di scegliere l’altro».






