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2023-11-18
Le pressioni Usa sortiscono effetti. Israele non chiude la porta all’Anp
Antony Blinken e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Sembrerebbe che le posizioni di Washington e Gerusalemme sulla crisi di Gaza stiano diventando maggiormente convergenti. Ieri, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico non esclude un futuro governo della Striscia guidato dall’Autorità nazionale palestinese, purché quest’ultima si sottoponga a delle «riforme significative». Si tratta di una mezza svolta, soprattutto alla luce del fatto che, la scorsa settimana, Benjamin Netanyahu era sembrato contrario all’ipotesi che Gaza potesse essere in futuro posta sotto il controllo dell’Anp. Eppure adesso si registra una parziale apertura: segno che probabilmente le pressioni americane stanno sortendo degli effetti. Non dimentichiamo infatti che, nelle scorse settimane, Washington si è notevolmente adoperata per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas, la Striscia possa essere governata dall’Anp, escludendo invece una «rioccupazione» da parte dello Stato ebraico. In tal senso, sempre ieri, Netanyahu ha espresso dubbi sul mantenimento di truppe israeliane a Gaza. «Non sono sicuro di tenere truppe all’interno. Non lo credo particolarmente necessario, perché è molto piccola». Sul futuro politico della Striscia ha inoltre auspicato «un cambiamento culturale nell’amministrazione civile a Gaza».
Il piano statunitense sul post Hamas è appoggiato anche dalla Commissione europea. Ieri, durante una visita a Ramallah, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, si è detto favorevole al «ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza», per poi auspicare un «coinvolgimento forte dei Paesi arabi» e «un grande coinvolgimento dell’Ue». Tutto questo mentre, sempre ieri, il Times of Israel ha sottolineato come il presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Tzachi Hanegbi, abbia evitato di rispondere, in conferenza stampa, alle domande sul futuro di Gaza, sottolineando che la priorità per lo Stato ebraico è al momento l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi.
Un altro segnale della maggiore convergenza tra Gerusalemme e Washington risiede nel fatto che il gabinetto di guerra israeliano ha acconsentito a far entrare a Gaza dall’Egitto due cisterne di carburante al giorno. Secondo Axios News, la decisione è stata presa «a seguito delle forti pressioni dell’amministrazione Biden». Insomma, è abbastanza chiaro come il governo israeliano si stia (almeno in parte) allineando ai desiderata della Casa Bianca, la quale sta cercando sia di evitare un allargamento del conflitto sia di rovinare i rapporti con i Paesi arabi. Non mancano tuttavia delle incognite e dei problemi. Innanzitutto, il via libera al carburante ha creato delle significative fibrillazioni in seno all’esecutivo guidato da Netanyahu. L’ala destra del governo, principalmente rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ha tacciato questa mossa di debolezza. «Finché i nostri ostaggi non ricevono nemmeno la visita della Croce Rossa, non ha senso fare doni umanitari al nemico», ha tuonato Ben Gvir, aggiungendo che la decisione del gabinetto di guerra «trasmette debolezza, dà ossigeno al nemico e permette al leader di Hamas Yahya Sinwar di sedersi comodamente nel suo bunker con aria condizionata, guardare le notizie e continuare a manipolare la società israeliana e le famiglie dei rapiti». A difendere la scelta sul carburante è stato invece Hanegbi, il quale ha sostenuto che essa si è resa necessaria per impedire la diffusione di malattie nella Striscia, visto che il locale sistema di trattamento delle acque reflue è ormai al collasso. «Se dovesse scoppiare una pestilenza, dovremmo fermare la guerra», ha detto. Come che sia, per cercare di smorzare le tensioni interne, Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza per stasera.
L’altra incognita riguarda il futuro di Gaza. Gli Usa stanno infatti cercando di spingere alcuni dei principali sponsor di Hamas, soprattutto Qatar e Turchia, ad abbandonare l’organizzazione terroristica, per favorire un futuro insediamento dell’Anp al governo della Striscia. È anche in questo quadro che vanno letti i recenti viaggi di Blinken ad Ankara e del direttore della Cia, William Burns, a Doha. Tra l’altro, proprio ieri, l’emiro del Qatar Al Thani ha avuto una telefonata con Joe Biden. Secondo Reuters, un papabile nome per guidare la Striscia sarebbe l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan. Costui, secondo la stessa fonte, avrebbe l’appoggio degli Emirati arabi e risulterebbe probabilmente «accettabile» per Israele ed Egitto. Tuttavia Washington non sarebbe del tutto convinta rispetto a una sua eventuale ascesa al potere. Abu Dhabi ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020, mentre Doha e Ankara intrattengono legami col network della Fratellanza musulmana. Si tratta di un puzzle delicato per Washington che deve cercare di favorire l’instaurazione di un governo solido nella Striscia, oltre a mettere d’accordo il mondo arabo e la Turchia (che ieri è tornata a chiedere un cessate il fuoco).
Nel frattempo, Biden deve gestire due ulteriori problemi. Da una parte, ha necessità di tenere a bada l’ala sinistra dei dem statunitensi, in cui serpeggiano sentimenti filopalestinesi. Dall’altra, deve fare attenzione a come si muovono Russia e Cina. «Non voglio fare alcuna valutazione politica, ognuno ha la sua opinione. Ma a Gaza stanno accadendo cose terribili. Non ci sono adesso le condizioni per lavorare lì», ha detto ieri Vladimir Putin. Tutto questo, mentre - durante il recente faccia a faccia di San Francisco - Xi Jinping non ha dato garanzie concrete a Biden, che gli chiedeva di fare pressioni sull’Iran.
«Non abbiamo tutelato tutti i civili»
C’erano centinaia di persone ieri al funerale di Noa Marciano, la ragazza rapita da Hamas il 7 ottobre e ritrovata morta ammazzata proprio vicino all’ospedale Shifa di Gaza City. La ragazza aveva solo 19 anni e Hamas a quattro giorni dal rapimento aveva diffuso un video in cui, visibilmente scossa, aveva detto come si chiamava e chi fossero i suoi genitori. Le immagini ad un certo punto si interrompevano e poi veniva mostrato il corpo esanime della soldatessa. «Abbiamo provato di tutto, ribaltato ogni pietra», hanno detto i genitori straziati dal dolore. «Oggi chiediamo perdono per non esserci riusciti. Tu ti sei presa cura di noi e noi non ci siamo presi cura di te». La madre ha poi voluto ringraziare i soldati «che hanno rischiato la vita affinché Noa tornasse a casa». Hamas ieri ha pubblicato un altro video: mostra Arye Zalmanovich, 86 anni, anche lui rapito dalla sua casa nel Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre. L’uomo è malato e necessita di cure.
Dal 7 ottobre la controffensiva israeliana non conosce sosta. Non senza morti, tanto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riconosciuto alla Cbs che Israele non è riuscita a ridurre al minimo le vittime civili. Khaled Abu Halal, ex membro di Fatah, negli ultimi anni affiliato ad Hamas, ucciso ieri dall’Idf, era invece un obiettivo militare. Uno dopo l’altro i vertici del terrorismo palestinese vengono raggiunti ed eliminati. A Gaza così come in Cisgiordania. In un raid a Jenin due persone sono rimaste uccise e altre sette ferite. Sono decine gli arresti dell’ultima operazione. Due miliziani filo-iraniani sono rimasti uccisi nel raid di Israele che ha colpito e distrutto un deposito di armi di Hezbollah vicino a Damasco, in Siria. Nuovi scambi di fuoco anche al confine con il Libano. L’agenzia nazionale libanese Nna accusa Israele di aver fatto uso di bombe incendiarie e al fosforo in diverse località del Sud del Libano a ridosso della linea del fronte tra Hezbollah e Israele. I soldati israeliani durante un’operazione nel Nord di Gaza hanno trovato decine di bombe da mortaio nascoste, ancora una volta, all’interno di un asilo e poi altre armi in una scuola elementare a Gaza. Il terrorismo intanto continua a fare rete. Esmail Qaani, il comandante della Forza Quds, le forze speciali iraniane, in una lettera inviata a Mohammed Deif, il comandante delle Brigate Al Qassam, ha scritto: l’Iran farà «tutto il necessario in questa battaglia storica». Continuano le polemiche intorno a quanto accaduto nell’ospedale Al Shifa. Il suo direttore, Muhammed Abu Salmiya, ha negato che le forze israeliane abbiano consegnato le incubatrici e che in ogni caso «non ne hanno bisogno». Hanno bisogno invece di elettricità che a sua volta generi ossigeno. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite l’esercito israeliano si troverebbe ancora all’interno della struttura impegnato in perquisizioni. Abeer Etefa, portavoce per il Medioriente del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), denuncia parlando dal Cairo: «La gente sta affrontando la possibilità immediata di morire di fame, i sistemi alimentari esistenti a Gaza stanno praticamente collassando». L’Organizzazione mondiale della Sanità invece ha espresso preoccupazione per la diffusione di malattie con l’arrivo dell’inverno. I funzionari dell’ente intendono inoltre allestire ospedali da campo nella Striscia per sopperire alla «grave distruzione di strutture mediche ed ospedali». Ieri dalla Striscia sono usciti 250 cittadini stranieri e 44 palestinesi feriti, nelle stesse ore entravano 20 camion carichi di aiuti e che trasportavano materiale sanitario, acqua, cibo e altri beni di soccorso.
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Funzionari dello Stato ebraico aprono alla possibilità che la Striscia sia governata dall’Autorità nazionale palestinese, come chiede Washington. Netanyahu: «Non terremo truppe all’interno dopo il conflitto». Bibi ammette il numero eccessivo di vittime nelle azioni militari in corso a Gaza. Trovate altre bombe di Hamas nascoste in un asilo. Folla ai funerali di Noa Marciano. Lo speciale contiene due articoli. Sembrerebbe che le posizioni di Washington e Gerusalemme sulla crisi di Gaza stiano diventando maggiormente convergenti. Ieri, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico non esclude un futuro governo della Striscia guidato dall’Autorità nazionale palestinese, purché quest’ultima si sottoponga a delle «riforme significative». Si tratta di una mezza svolta, soprattutto alla luce del fatto che, la scorsa settimana, Benjamin Netanyahu era sembrato contrario all’ipotesi che Gaza potesse essere in futuro posta sotto il controllo dell’Anp. Eppure adesso si registra una parziale apertura: segno che probabilmente le pressioni americane stanno sortendo degli effetti. Non dimentichiamo infatti che, nelle scorse settimane, Washington si è notevolmente adoperata per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas, la Striscia possa essere governata dall’Anp, escludendo invece una «rioccupazione» da parte dello Stato ebraico. In tal senso, sempre ieri, Netanyahu ha espresso dubbi sul mantenimento di truppe israeliane a Gaza. «Non sono sicuro di tenere truppe all’interno. Non lo credo particolarmente necessario, perché è molto piccola». Sul futuro politico della Striscia ha inoltre auspicato «un cambiamento culturale nell’amministrazione civile a Gaza». Il piano statunitense sul post Hamas è appoggiato anche dalla Commissione europea. Ieri, durante una visita a Ramallah, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, si è detto favorevole al «ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza», per poi auspicare un «coinvolgimento forte dei Paesi arabi» e «un grande coinvolgimento dell’Ue». Tutto questo mentre, sempre ieri, il Times of Israel ha sottolineato come il presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Tzachi Hanegbi, abbia evitato di rispondere, in conferenza stampa, alle domande sul futuro di Gaza, sottolineando che la priorità per lo Stato ebraico è al momento l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi. Un altro segnale della maggiore convergenza tra Gerusalemme e Washington risiede nel fatto che il gabinetto di guerra israeliano ha acconsentito a far entrare a Gaza dall’Egitto due cisterne di carburante al giorno. Secondo Axios News, la decisione è stata presa «a seguito delle forti pressioni dell’amministrazione Biden». Insomma, è abbastanza chiaro come il governo israeliano si stia (almeno in parte) allineando ai desiderata della Casa Bianca, la quale sta cercando sia di evitare un allargamento del conflitto sia di rovinare i rapporti con i Paesi arabi. Non mancano tuttavia delle incognite e dei problemi. Innanzitutto, il via libera al carburante ha creato delle significative fibrillazioni in seno all’esecutivo guidato da Netanyahu. L’ala destra del governo, principalmente rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ha tacciato questa mossa di debolezza. «Finché i nostri ostaggi non ricevono nemmeno la visita della Croce Rossa, non ha senso fare doni umanitari al nemico», ha tuonato Ben Gvir, aggiungendo che la decisione del gabinetto di guerra «trasmette debolezza, dà ossigeno al nemico e permette al leader di Hamas Yahya Sinwar di sedersi comodamente nel suo bunker con aria condizionata, guardare le notizie e continuare a manipolare la società israeliana e le famiglie dei rapiti». A difendere la scelta sul carburante è stato invece Hanegbi, il quale ha sostenuto che essa si è resa necessaria per impedire la diffusione di malattie nella Striscia, visto che il locale sistema di trattamento delle acque reflue è ormai al collasso. «Se dovesse scoppiare una pestilenza, dovremmo fermare la guerra», ha detto. Come che sia, per cercare di smorzare le tensioni interne, Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza per stasera. L’altra incognita riguarda il futuro di Gaza. Gli Usa stanno infatti cercando di spingere alcuni dei principali sponsor di Hamas, soprattutto Qatar e Turchia, ad abbandonare l’organizzazione terroristica, per favorire un futuro insediamento dell’Anp al governo della Striscia. È anche in questo quadro che vanno letti i recenti viaggi di Blinken ad Ankara e del direttore della Cia, William Burns, a Doha. Tra l’altro, proprio ieri, l’emiro del Qatar Al Thani ha avuto una telefonata con Joe Biden. Secondo Reuters, un papabile nome per guidare la Striscia sarebbe l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan. Costui, secondo la stessa fonte, avrebbe l’appoggio degli Emirati arabi e risulterebbe probabilmente «accettabile» per Israele ed Egitto. Tuttavia Washington non sarebbe del tutto convinta rispetto a una sua eventuale ascesa al potere. Abu Dhabi ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020, mentre Doha e Ankara intrattengono legami col network della Fratellanza musulmana. Si tratta di un puzzle delicato per Washington che deve cercare di favorire l’instaurazione di un governo solido nella Striscia, oltre a mettere d’accordo il mondo arabo e la Turchia (che ieri è tornata a chiedere un cessate il fuoco). Nel frattempo, Biden deve gestire due ulteriori problemi. Da una parte, ha necessità di tenere a bada l’ala sinistra dei dem statunitensi, in cui serpeggiano sentimenti filopalestinesi. Dall’altra, deve fare attenzione a come si muovono Russia e Cina. «Non voglio fare alcuna valutazione politica, ognuno ha la sua opinione. Ma a Gaza stanno accadendo cose terribili. Non ci sono adesso le condizioni per lavorare lì», ha detto ieri Vladimir Putin. Tutto questo, mentre - durante il recente faccia a faccia di San Francisco - Xi Jinping non ha dato garanzie concrete a Biden, che gli chiedeva di fare pressioni sull’Iran. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pressioni-usa-israele-nonchiude-allanp-2666303894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-abbiamo-tutelato-tutti-i-civili" data-post-id="2666303894" data-published-at="1700302024" data-use-pagination="False"> «Non abbiamo tutelato tutti i civili» C’erano centinaia di persone ieri al funerale di Noa Marciano, la ragazza rapita da Hamas il 7 ottobre e ritrovata morta ammazzata proprio vicino all’ospedale Shifa di Gaza City. La ragazza aveva solo 19 anni e Hamas a quattro giorni dal rapimento aveva diffuso un video in cui, visibilmente scossa, aveva detto come si chiamava e chi fossero i suoi genitori. Le immagini ad un certo punto si interrompevano e poi veniva mostrato il corpo esanime della soldatessa. «Abbiamo provato di tutto, ribaltato ogni pietra», hanno detto i genitori straziati dal dolore. «Oggi chiediamo perdono per non esserci riusciti. Tu ti sei presa cura di noi e noi non ci siamo presi cura di te». La madre ha poi voluto ringraziare i soldati «che hanno rischiato la vita affinché Noa tornasse a casa». Hamas ieri ha pubblicato un altro video: mostra Arye Zalmanovich, 86 anni, anche lui rapito dalla sua casa nel Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre. L’uomo è malato e necessita di cure. Dal 7 ottobre la controffensiva israeliana non conosce sosta. Non senza morti, tanto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riconosciuto alla Cbs che Israele non è riuscita a ridurre al minimo le vittime civili. Khaled Abu Halal, ex membro di Fatah, negli ultimi anni affiliato ad Hamas, ucciso ieri dall’Idf, era invece un obiettivo militare. Uno dopo l’altro i vertici del terrorismo palestinese vengono raggiunti ed eliminati. A Gaza così come in Cisgiordania. In un raid a Jenin due persone sono rimaste uccise e altre sette ferite. Sono decine gli arresti dell’ultima operazione. Due miliziani filo-iraniani sono rimasti uccisi nel raid di Israele che ha colpito e distrutto un deposito di armi di Hezbollah vicino a Damasco, in Siria. Nuovi scambi di fuoco anche al confine con il Libano. L’agenzia nazionale libanese Nna accusa Israele di aver fatto uso di bombe incendiarie e al fosforo in diverse località del Sud del Libano a ridosso della linea del fronte tra Hezbollah e Israele. I soldati israeliani durante un’operazione nel Nord di Gaza hanno trovato decine di bombe da mortaio nascoste, ancora una volta, all’interno di un asilo e poi altre armi in una scuola elementare a Gaza. Il terrorismo intanto continua a fare rete. Esmail Qaani, il comandante della Forza Quds, le forze speciali iraniane, in una lettera inviata a Mohammed Deif, il comandante delle Brigate Al Qassam, ha scritto: l’Iran farà «tutto il necessario in questa battaglia storica». Continuano le polemiche intorno a quanto accaduto nell’ospedale Al Shifa. Il suo direttore, Muhammed Abu Salmiya, ha negato che le forze israeliane abbiano consegnato le incubatrici e che in ogni caso «non ne hanno bisogno». Hanno bisogno invece di elettricità che a sua volta generi ossigeno. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite l’esercito israeliano si troverebbe ancora all’interno della struttura impegnato in perquisizioni. Abeer Etefa, portavoce per il Medioriente del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), denuncia parlando dal Cairo: «La gente sta affrontando la possibilità immediata di morire di fame, i sistemi alimentari esistenti a Gaza stanno praticamente collassando». L’Organizzazione mondiale della Sanità invece ha espresso preoccupazione per la diffusione di malattie con l’arrivo dell’inverno. I funzionari dell’ente intendono inoltre allestire ospedali da campo nella Striscia per sopperire alla «grave distruzione di strutture mediche ed ospedali». Ieri dalla Striscia sono usciti 250 cittadini stranieri e 44 palestinesi feriti, nelle stesse ore entravano 20 camion carichi di aiuti e che trasportavano materiale sanitario, acqua, cibo e altri beni di soccorso.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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