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2023-11-18
Le pressioni Usa sortiscono effetti. Israele non chiude la porta all’Anp
Antony Blinken e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Sembrerebbe che le posizioni di Washington e Gerusalemme sulla crisi di Gaza stiano diventando maggiormente convergenti. Ieri, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico non esclude un futuro governo della Striscia guidato dall’Autorità nazionale palestinese, purché quest’ultima si sottoponga a delle «riforme significative». Si tratta di una mezza svolta, soprattutto alla luce del fatto che, la scorsa settimana, Benjamin Netanyahu era sembrato contrario all’ipotesi che Gaza potesse essere in futuro posta sotto il controllo dell’Anp. Eppure adesso si registra una parziale apertura: segno che probabilmente le pressioni americane stanno sortendo degli effetti. Non dimentichiamo infatti che, nelle scorse settimane, Washington si è notevolmente adoperata per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas, la Striscia possa essere governata dall’Anp, escludendo invece una «rioccupazione» da parte dello Stato ebraico. In tal senso, sempre ieri, Netanyahu ha espresso dubbi sul mantenimento di truppe israeliane a Gaza. «Non sono sicuro di tenere truppe all’interno. Non lo credo particolarmente necessario, perché è molto piccola». Sul futuro politico della Striscia ha inoltre auspicato «un cambiamento culturale nell’amministrazione civile a Gaza».
Il piano statunitense sul post Hamas è appoggiato anche dalla Commissione europea. Ieri, durante una visita a Ramallah, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, si è detto favorevole al «ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza», per poi auspicare un «coinvolgimento forte dei Paesi arabi» e «un grande coinvolgimento dell’Ue». Tutto questo mentre, sempre ieri, il Times of Israel ha sottolineato come il presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Tzachi Hanegbi, abbia evitato di rispondere, in conferenza stampa, alle domande sul futuro di Gaza, sottolineando che la priorità per lo Stato ebraico è al momento l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi.
Un altro segnale della maggiore convergenza tra Gerusalemme e Washington risiede nel fatto che il gabinetto di guerra israeliano ha acconsentito a far entrare a Gaza dall’Egitto due cisterne di carburante al giorno. Secondo Axios News, la decisione è stata presa «a seguito delle forti pressioni dell’amministrazione Biden». Insomma, è abbastanza chiaro come il governo israeliano si stia (almeno in parte) allineando ai desiderata della Casa Bianca, la quale sta cercando sia di evitare un allargamento del conflitto sia di rovinare i rapporti con i Paesi arabi. Non mancano tuttavia delle incognite e dei problemi. Innanzitutto, il via libera al carburante ha creato delle significative fibrillazioni in seno all’esecutivo guidato da Netanyahu. L’ala destra del governo, principalmente rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ha tacciato questa mossa di debolezza. «Finché i nostri ostaggi non ricevono nemmeno la visita della Croce Rossa, non ha senso fare doni umanitari al nemico», ha tuonato Ben Gvir, aggiungendo che la decisione del gabinetto di guerra «trasmette debolezza, dà ossigeno al nemico e permette al leader di Hamas Yahya Sinwar di sedersi comodamente nel suo bunker con aria condizionata, guardare le notizie e continuare a manipolare la società israeliana e le famiglie dei rapiti». A difendere la scelta sul carburante è stato invece Hanegbi, il quale ha sostenuto che essa si è resa necessaria per impedire la diffusione di malattie nella Striscia, visto che il locale sistema di trattamento delle acque reflue è ormai al collasso. «Se dovesse scoppiare una pestilenza, dovremmo fermare la guerra», ha detto. Come che sia, per cercare di smorzare le tensioni interne, Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza per stasera.
L’altra incognita riguarda il futuro di Gaza. Gli Usa stanno infatti cercando di spingere alcuni dei principali sponsor di Hamas, soprattutto Qatar e Turchia, ad abbandonare l’organizzazione terroristica, per favorire un futuro insediamento dell’Anp al governo della Striscia. È anche in questo quadro che vanno letti i recenti viaggi di Blinken ad Ankara e del direttore della Cia, William Burns, a Doha. Tra l’altro, proprio ieri, l’emiro del Qatar Al Thani ha avuto una telefonata con Joe Biden. Secondo Reuters, un papabile nome per guidare la Striscia sarebbe l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan. Costui, secondo la stessa fonte, avrebbe l’appoggio degli Emirati arabi e risulterebbe probabilmente «accettabile» per Israele ed Egitto. Tuttavia Washington non sarebbe del tutto convinta rispetto a una sua eventuale ascesa al potere. Abu Dhabi ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020, mentre Doha e Ankara intrattengono legami col network della Fratellanza musulmana. Si tratta di un puzzle delicato per Washington che deve cercare di favorire l’instaurazione di un governo solido nella Striscia, oltre a mettere d’accordo il mondo arabo e la Turchia (che ieri è tornata a chiedere un cessate il fuoco).
Nel frattempo, Biden deve gestire due ulteriori problemi. Da una parte, ha necessità di tenere a bada l’ala sinistra dei dem statunitensi, in cui serpeggiano sentimenti filopalestinesi. Dall’altra, deve fare attenzione a come si muovono Russia e Cina. «Non voglio fare alcuna valutazione politica, ognuno ha la sua opinione. Ma a Gaza stanno accadendo cose terribili. Non ci sono adesso le condizioni per lavorare lì», ha detto ieri Vladimir Putin. Tutto questo, mentre - durante il recente faccia a faccia di San Francisco - Xi Jinping non ha dato garanzie concrete a Biden, che gli chiedeva di fare pressioni sull’Iran.
«Non abbiamo tutelato tutti i civili»
C’erano centinaia di persone ieri al funerale di Noa Marciano, la ragazza rapita da Hamas il 7 ottobre e ritrovata morta ammazzata proprio vicino all’ospedale Shifa di Gaza City. La ragazza aveva solo 19 anni e Hamas a quattro giorni dal rapimento aveva diffuso un video in cui, visibilmente scossa, aveva detto come si chiamava e chi fossero i suoi genitori. Le immagini ad un certo punto si interrompevano e poi veniva mostrato il corpo esanime della soldatessa. «Abbiamo provato di tutto, ribaltato ogni pietra», hanno detto i genitori straziati dal dolore. «Oggi chiediamo perdono per non esserci riusciti. Tu ti sei presa cura di noi e noi non ci siamo presi cura di te». La madre ha poi voluto ringraziare i soldati «che hanno rischiato la vita affinché Noa tornasse a casa». Hamas ieri ha pubblicato un altro video: mostra Arye Zalmanovich, 86 anni, anche lui rapito dalla sua casa nel Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre. L’uomo è malato e necessita di cure.
Dal 7 ottobre la controffensiva israeliana non conosce sosta. Non senza morti, tanto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riconosciuto alla Cbs che Israele non è riuscita a ridurre al minimo le vittime civili. Khaled Abu Halal, ex membro di Fatah, negli ultimi anni affiliato ad Hamas, ucciso ieri dall’Idf, era invece un obiettivo militare. Uno dopo l’altro i vertici del terrorismo palestinese vengono raggiunti ed eliminati. A Gaza così come in Cisgiordania. In un raid a Jenin due persone sono rimaste uccise e altre sette ferite. Sono decine gli arresti dell’ultima operazione. Due miliziani filo-iraniani sono rimasti uccisi nel raid di Israele che ha colpito e distrutto un deposito di armi di Hezbollah vicino a Damasco, in Siria. Nuovi scambi di fuoco anche al confine con il Libano. L’agenzia nazionale libanese Nna accusa Israele di aver fatto uso di bombe incendiarie e al fosforo in diverse località del Sud del Libano a ridosso della linea del fronte tra Hezbollah e Israele. I soldati israeliani durante un’operazione nel Nord di Gaza hanno trovato decine di bombe da mortaio nascoste, ancora una volta, all’interno di un asilo e poi altre armi in una scuola elementare a Gaza. Il terrorismo intanto continua a fare rete. Esmail Qaani, il comandante della Forza Quds, le forze speciali iraniane, in una lettera inviata a Mohammed Deif, il comandante delle Brigate Al Qassam, ha scritto: l’Iran farà «tutto il necessario in questa battaglia storica». Continuano le polemiche intorno a quanto accaduto nell’ospedale Al Shifa. Il suo direttore, Muhammed Abu Salmiya, ha negato che le forze israeliane abbiano consegnato le incubatrici e che in ogni caso «non ne hanno bisogno». Hanno bisogno invece di elettricità che a sua volta generi ossigeno. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite l’esercito israeliano si troverebbe ancora all’interno della struttura impegnato in perquisizioni. Abeer Etefa, portavoce per il Medioriente del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), denuncia parlando dal Cairo: «La gente sta affrontando la possibilità immediata di morire di fame, i sistemi alimentari esistenti a Gaza stanno praticamente collassando». L’Organizzazione mondiale della Sanità invece ha espresso preoccupazione per la diffusione di malattie con l’arrivo dell’inverno. I funzionari dell’ente intendono inoltre allestire ospedali da campo nella Striscia per sopperire alla «grave distruzione di strutture mediche ed ospedali». Ieri dalla Striscia sono usciti 250 cittadini stranieri e 44 palestinesi feriti, nelle stesse ore entravano 20 camion carichi di aiuti e che trasportavano materiale sanitario, acqua, cibo e altri beni di soccorso.
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Funzionari dello Stato ebraico aprono alla possibilità che la Striscia sia governata dall’Autorità nazionale palestinese, come chiede Washington. Netanyahu: «Non terremo truppe all’interno dopo il conflitto». Bibi ammette il numero eccessivo di vittime nelle azioni militari in corso a Gaza. Trovate altre bombe di Hamas nascoste in un asilo. Folla ai funerali di Noa Marciano. Lo speciale contiene due articoli. Sembrerebbe che le posizioni di Washington e Gerusalemme sulla crisi di Gaza stiano diventando maggiormente convergenti. Ieri, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico non esclude un futuro governo della Striscia guidato dall’Autorità nazionale palestinese, purché quest’ultima si sottoponga a delle «riforme significative». Si tratta di una mezza svolta, soprattutto alla luce del fatto che, la scorsa settimana, Benjamin Netanyahu era sembrato contrario all’ipotesi che Gaza potesse essere in futuro posta sotto il controllo dell’Anp. Eppure adesso si registra una parziale apertura: segno che probabilmente le pressioni americane stanno sortendo degli effetti. Non dimentichiamo infatti che, nelle scorse settimane, Washington si è notevolmente adoperata per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas, la Striscia possa essere governata dall’Anp, escludendo invece una «rioccupazione» da parte dello Stato ebraico. In tal senso, sempre ieri, Netanyahu ha espresso dubbi sul mantenimento di truppe israeliane a Gaza. «Non sono sicuro di tenere truppe all’interno. Non lo credo particolarmente necessario, perché è molto piccola». Sul futuro politico della Striscia ha inoltre auspicato «un cambiamento culturale nell’amministrazione civile a Gaza». Il piano statunitense sul post Hamas è appoggiato anche dalla Commissione europea. Ieri, durante una visita a Ramallah, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, si è detto favorevole al «ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza», per poi auspicare un «coinvolgimento forte dei Paesi arabi» e «un grande coinvolgimento dell’Ue». Tutto questo mentre, sempre ieri, il Times of Israel ha sottolineato come il presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Tzachi Hanegbi, abbia evitato di rispondere, in conferenza stampa, alle domande sul futuro di Gaza, sottolineando che la priorità per lo Stato ebraico è al momento l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi. Un altro segnale della maggiore convergenza tra Gerusalemme e Washington risiede nel fatto che il gabinetto di guerra israeliano ha acconsentito a far entrare a Gaza dall’Egitto due cisterne di carburante al giorno. Secondo Axios News, la decisione è stata presa «a seguito delle forti pressioni dell’amministrazione Biden». Insomma, è abbastanza chiaro come il governo israeliano si stia (almeno in parte) allineando ai desiderata della Casa Bianca, la quale sta cercando sia di evitare un allargamento del conflitto sia di rovinare i rapporti con i Paesi arabi. Non mancano tuttavia delle incognite e dei problemi. Innanzitutto, il via libera al carburante ha creato delle significative fibrillazioni in seno all’esecutivo guidato da Netanyahu. L’ala destra del governo, principalmente rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ha tacciato questa mossa di debolezza. «Finché i nostri ostaggi non ricevono nemmeno la visita della Croce Rossa, non ha senso fare doni umanitari al nemico», ha tuonato Ben Gvir, aggiungendo che la decisione del gabinetto di guerra «trasmette debolezza, dà ossigeno al nemico e permette al leader di Hamas Yahya Sinwar di sedersi comodamente nel suo bunker con aria condizionata, guardare le notizie e continuare a manipolare la società israeliana e le famiglie dei rapiti». A difendere la scelta sul carburante è stato invece Hanegbi, il quale ha sostenuto che essa si è resa necessaria per impedire la diffusione di malattie nella Striscia, visto che il locale sistema di trattamento delle acque reflue è ormai al collasso. «Se dovesse scoppiare una pestilenza, dovremmo fermare la guerra», ha detto. Come che sia, per cercare di smorzare le tensioni interne, Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza per stasera. L’altra incognita riguarda il futuro di Gaza. Gli Usa stanno infatti cercando di spingere alcuni dei principali sponsor di Hamas, soprattutto Qatar e Turchia, ad abbandonare l’organizzazione terroristica, per favorire un futuro insediamento dell’Anp al governo della Striscia. È anche in questo quadro che vanno letti i recenti viaggi di Blinken ad Ankara e del direttore della Cia, William Burns, a Doha. Tra l’altro, proprio ieri, l’emiro del Qatar Al Thani ha avuto una telefonata con Joe Biden. Secondo Reuters, un papabile nome per guidare la Striscia sarebbe l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan. Costui, secondo la stessa fonte, avrebbe l’appoggio degli Emirati arabi e risulterebbe probabilmente «accettabile» per Israele ed Egitto. Tuttavia Washington non sarebbe del tutto convinta rispetto a una sua eventuale ascesa al potere. Abu Dhabi ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020, mentre Doha e Ankara intrattengono legami col network della Fratellanza musulmana. Si tratta di un puzzle delicato per Washington che deve cercare di favorire l’instaurazione di un governo solido nella Striscia, oltre a mettere d’accordo il mondo arabo e la Turchia (che ieri è tornata a chiedere un cessate il fuoco). Nel frattempo, Biden deve gestire due ulteriori problemi. Da una parte, ha necessità di tenere a bada l’ala sinistra dei dem statunitensi, in cui serpeggiano sentimenti filopalestinesi. Dall’altra, deve fare attenzione a come si muovono Russia e Cina. «Non voglio fare alcuna valutazione politica, ognuno ha la sua opinione. Ma a Gaza stanno accadendo cose terribili. Non ci sono adesso le condizioni per lavorare lì», ha detto ieri Vladimir Putin. Tutto questo, mentre - durante il recente faccia a faccia di San Francisco - Xi Jinping non ha dato garanzie concrete a Biden, che gli chiedeva di fare pressioni sull’Iran. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pressioni-usa-israele-nonchiude-allanp-2666303894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-abbiamo-tutelato-tutti-i-civili" data-post-id="2666303894" data-published-at="1700302024" data-use-pagination="False"> «Non abbiamo tutelato tutti i civili» C’erano centinaia di persone ieri al funerale di Noa Marciano, la ragazza rapita da Hamas il 7 ottobre e ritrovata morta ammazzata proprio vicino all’ospedale Shifa di Gaza City. La ragazza aveva solo 19 anni e Hamas a quattro giorni dal rapimento aveva diffuso un video in cui, visibilmente scossa, aveva detto come si chiamava e chi fossero i suoi genitori. Le immagini ad un certo punto si interrompevano e poi veniva mostrato il corpo esanime della soldatessa. «Abbiamo provato di tutto, ribaltato ogni pietra», hanno detto i genitori straziati dal dolore. «Oggi chiediamo perdono per non esserci riusciti. Tu ti sei presa cura di noi e noi non ci siamo presi cura di te». La madre ha poi voluto ringraziare i soldati «che hanno rischiato la vita affinché Noa tornasse a casa». Hamas ieri ha pubblicato un altro video: mostra Arye Zalmanovich, 86 anni, anche lui rapito dalla sua casa nel Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre. L’uomo è malato e necessita di cure. Dal 7 ottobre la controffensiva israeliana non conosce sosta. Non senza morti, tanto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riconosciuto alla Cbs che Israele non è riuscita a ridurre al minimo le vittime civili. Khaled Abu Halal, ex membro di Fatah, negli ultimi anni affiliato ad Hamas, ucciso ieri dall’Idf, era invece un obiettivo militare. Uno dopo l’altro i vertici del terrorismo palestinese vengono raggiunti ed eliminati. A Gaza così come in Cisgiordania. In un raid a Jenin due persone sono rimaste uccise e altre sette ferite. Sono decine gli arresti dell’ultima operazione. Due miliziani filo-iraniani sono rimasti uccisi nel raid di Israele che ha colpito e distrutto un deposito di armi di Hezbollah vicino a Damasco, in Siria. Nuovi scambi di fuoco anche al confine con il Libano. L’agenzia nazionale libanese Nna accusa Israele di aver fatto uso di bombe incendiarie e al fosforo in diverse località del Sud del Libano a ridosso della linea del fronte tra Hezbollah e Israele. I soldati israeliani durante un’operazione nel Nord di Gaza hanno trovato decine di bombe da mortaio nascoste, ancora una volta, all’interno di un asilo e poi altre armi in una scuola elementare a Gaza. Il terrorismo intanto continua a fare rete. Esmail Qaani, il comandante della Forza Quds, le forze speciali iraniane, in una lettera inviata a Mohammed Deif, il comandante delle Brigate Al Qassam, ha scritto: l’Iran farà «tutto il necessario in questa battaglia storica». Continuano le polemiche intorno a quanto accaduto nell’ospedale Al Shifa. Il suo direttore, Muhammed Abu Salmiya, ha negato che le forze israeliane abbiano consegnato le incubatrici e che in ogni caso «non ne hanno bisogno». Hanno bisogno invece di elettricità che a sua volta generi ossigeno. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite l’esercito israeliano si troverebbe ancora all’interno della struttura impegnato in perquisizioni. Abeer Etefa, portavoce per il Medioriente del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), denuncia parlando dal Cairo: «La gente sta affrontando la possibilità immediata di morire di fame, i sistemi alimentari esistenti a Gaza stanno praticamente collassando». L’Organizzazione mondiale della Sanità invece ha espresso preoccupazione per la diffusione di malattie con l’arrivo dell’inverno. I funzionari dell’ente intendono inoltre allestire ospedali da campo nella Striscia per sopperire alla «grave distruzione di strutture mediche ed ospedali». Ieri dalla Striscia sono usciti 250 cittadini stranieri e 44 palestinesi feriti, nelle stesse ore entravano 20 camion carichi di aiuti e che trasportavano materiale sanitario, acqua, cibo e altri beni di soccorso.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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