True
2021-01-06
Il politicamente corretto ha già avvelenato anche il calcio
True
Edinson Cavani (Michael Regan/Getty Images)
«Politically correct», facilmente tradotto in italiano con «politicamente corretto» è «un'espressione angloamericana con cui si designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone». O meglio, «una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone». La definizione della Treccani è piuttosto chiara, ma oggi come oggi il concetto di «politicamente corretto» presta il fianco a molteplici interpretazioni. Anzi, fin troppe. E se pochi giorni fa, dagli Stati Uniti è rimbalzata la proposta che la democratica Nancy Pelosi ha fatto alla Camera chiedendo in sostanza una riforma del lessico con l'obiettivo di cancellare con un colpo di spugna sostantivi come «padre», «madre», «figlio», «figlia», «fratello», «sorella», «zio», «zia», «cugino», «cugina», «nipote», «marito», «moglie», «suocero», «suocera», «genero», «nuora», «cognato», «patrigno», «matrigna», «figliastro», «fratellastro», «sorellastra»; ma anche quella avanzata dal pastore protestante, nonché deputato texano, Emanuel Cleaver, il quale ha chiesto che ogni preghiera debba concludersi con «amen and awomen», anziché con il "solo" «amen». Motivo? Rendere la preghiera più inclusiva aggiungendo la parola «women», ovvero «donne». Peccato che il termine «amen» derivi dall'ebraico e significa «così è, così sia, in verità», e non dall'inglese, e quindi «uomini». A voler essere a apparire a tutti i costi progressisti e guardiani del politicamente corretti, si corre il forte rischio di cadere nell'ignoranza.
Come è accaduto in Inghilterra. Già, perché anche nel mondo dello sport, e in particolare nel calcio, più si va avanti e più si cade vittime del fenomeno del politically correct. Dopo oltre due mesi di procedimento disciplinare, la Football Association, equivalente della Federcalcio italiana, ha deciso di sanzionare l'attaccante uruguaiano del Manchester United, Edinson Cavani, per aver risposto a una stories di un suo amico che gli faceva i complimenti dopo la doppietta messa a segno contro il Southampton il 29 novembre scorso con un «gracias negrito». Il calciatore, che in Italia conosciamo bene avendo giocato con le maglie di Palermo e Napoli tra il 2007 e il 2013, è stato ritenuto colpevole di razzismo dalla federazione inglese e dovrà scontare tre giornate di squalifica in Premier League, pagare una multa di 110.000 sterline, equivalente a 121.880 euro, e sarà costretto a seguire un corso di rieducazione online.
Anche il Manchester United si è schierato in difesa del proprio giocatore attraverso un comunicato stampa «Noi e tutti i nostri giocatori siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il razzismo e continueremo a lavorare con la FA, insieme ad altri organi di governo e organizzazioni, e attraverso le nostre campagne, su questa linea. Prendiamo atto della decisione della FA di accusare Edinson Cavani per la sua risposta sui social al messaggio di congratulazioni di un amico, dopo la partita del Southampton. Edinson e il club hanno già chiarito che no0n c'era assolutamente alcun intento malevolo dietro il messaggio, che il calciatore ha cancellato, scusandosi, non appena ha capito che sarebbe potuto essere mal interpretato». Nota a cui ha fatto seguito quella dello stesso calciatore, il quale ha specificato più volte che si trattava di un termine amichevole che in Sud America non ha un'accezione negativa: «Sono totalmente contrario al razzismo e ho cancellato il post non appena mi è stato spiegato che poteva essere interpretato in modo diverso. Mi scuso sinceramente per questo». La federazione inglese, però, è rimasta intransigente e ha confermato l'accusa al giocatore di violazione al regolamento che «impedisce ogni comportamento inappropriato sui social network, con l'aggravante di aver fatto riferimento al colore e/o alla razza e/o l'etnia di un'altra persona».
Il caso ha fatto parecchio discutere, non solo Oltremanica, ma anche dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, dove non solo è intervenuta l'Associazione calciatori Uruguay che si è schierata apertamente contro la sanzione della Football Association con un comunicato di due pagine, ma anche l'Accademia della crusca uruguaiana attraverso una nota: «È una grave ingiustizia che mette in luce l'ignoranza e l'errore riguardo agli usi della lingua e in particolare dello spagnolo, senza tener conto di tutte le sue complessità e contesti. I riferimenti a qualità fisiche, morali o personali di altre persone - si legge nella nota - sono usati in tutte le lingue del mondo per la creazione dei vocativi, cioè espressioni per trattare gli altri. In alcuni contesti questi hanno un tenore negativo ma spesso gli stessi termini possono essere considerati amorevoli o amichevoli. Nella varietà di spagnolo in Uruguay, per esempio, tra coppie e amici, tra genitori e figli, si possono ascoltare e leggere forme come gordo, gordito, negro, negrito. Infatti, le persone trattate con questi vocativi non devono per forza essere in sovrappeso o avere un colore della pelle scuro per riceverli».
Nella liturgia del politicamente corretto, declinato al calcio, ci è cascato anche il quarto uomo rumeno della partita di Champions League tra Paris Saint Germain e Istanbul Başakşehir dello scorso 8 dicembre, quando la partita fu interrotta dopo appena 13 minuti in quanto i giocatori di entrambe le squadre decisero di abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta contro l'assistente dell'arbitro Hategan, il quarto uomo Sebstian Coltescu che aveva segnalato un comportamento del calciatore Demba Ba, indicandolo con il termine «negru» che in rumeno significa «nero». Partita sospesa, rinviata e rigiocata il giorno dopo con tanto di calciatori schierati a centrocampo in ginocchio a fare il segno del Black lives matter, inchiesta aperta dalla Uefa, ed editoriali di condanna contro il comportamento definito razzista del rumeno. Pochi giorni dopo il caso si è risolto con una videochiamata fatta dallo stesso Ba a Coltescu per chiarire come si fosse trattato di un malinteso e che non lo avesse mai ritenuto una persona razzista. «Conosco i romeni, non ho mai avuto problemi con il razzismo quando giocavo nel loro Paese. Ho cercato di ottenere subito il numero di Coltescu appena ho potuto per incoraggiarlo, so che non è razzista» ha raccontato Ba alla stampa romena.
Continua a leggereRiduci
In Inghilterra l'uruguaiano del Manchester United Edinson Cavani è stato squalificato tre giornate per razzismo dalla Football Association per aver risposto su Instagram ai complimenti di un suo amico scrivendo «gracias negrito». Il caso ha fatto parecchio discutere, tanto da far intervenire l'Accademia della crusca uruguaiana: «Grave ingiustizia che dimostra ignoranza: il termine in Sud America viene usato amichevolmente anche verso chi non è di colore».«Politically correct», facilmente tradotto in italiano con «politicamente corretto» è «un'espressione angloamericana con cui si designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone». O meglio, «una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone». La definizione della Treccani è piuttosto chiara, ma oggi come oggi il concetto di «politicamente corretto» presta il fianco a molteplici interpretazioni. Anzi, fin troppe. E se pochi giorni fa, dagli Stati Uniti è rimbalzata la proposta che la democratica Nancy Pelosi ha fatto alla Camera chiedendo in sostanza una riforma del lessico con l'obiettivo di cancellare con un colpo di spugna sostantivi come «padre», «madre», «figlio», «figlia», «fratello», «sorella», «zio», «zia», «cugino», «cugina», «nipote», «marito», «moglie», «suocero», «suocera», «genero», «nuora», «cognato», «patrigno», «matrigna», «figliastro», «fratellastro», «sorellastra»; ma anche quella avanzata dal pastore protestante, nonché deputato texano, Emanuel Cleaver, il quale ha chiesto che ogni preghiera debba concludersi con «amen and awomen», anziché con il "solo" «amen». Motivo? Rendere la preghiera più inclusiva aggiungendo la parola «women», ovvero «donne». Peccato che il termine «amen» derivi dall'ebraico e significa «così è, così sia, in verità», e non dall'inglese, e quindi «uomini». A voler essere a apparire a tutti i costi progressisti e guardiani del politicamente corretti, si corre il forte rischio di cadere nell'ignoranza.Come è accaduto in Inghilterra. Già, perché anche nel mondo dello sport, e in particolare nel calcio, più si va avanti e più si cade vittime del fenomeno del politically correct. Dopo oltre due mesi di procedimento disciplinare, la Football Association, equivalente della Federcalcio italiana, ha deciso di sanzionare l'attaccante uruguaiano del Manchester United, Edinson Cavani, per aver risposto a una stories di un suo amico che gli faceva i complimenti dopo la doppietta messa a segno contro il Southampton il 29 novembre scorso con un «gracias negrito». Il calciatore, che in Italia conosciamo bene avendo giocato con le maglie di Palermo e Napoli tra il 2007 e il 2013, è stato ritenuto colpevole di razzismo dalla federazione inglese e dovrà scontare tre giornate di squalifica in Premier League, pagare una multa di 110.000 sterline, equivalente a 121.880 euro, e sarà costretto a seguire un corso di rieducazione online.Anche il Manchester United si è schierato in difesa del proprio giocatore attraverso un comunicato stampa «Noi e tutti i nostri giocatori siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il razzismo e continueremo a lavorare con la FA, insieme ad altri organi di governo e organizzazioni, e attraverso le nostre campagne, su questa linea. Prendiamo atto della decisione della FA di accusare Edinson Cavani per la sua risposta sui social al messaggio di congratulazioni di un amico, dopo la partita del Southampton. Edinson e il club hanno già chiarito che no0n c'era assolutamente alcun intento malevolo dietro il messaggio, che il calciatore ha cancellato, scusandosi, non appena ha capito che sarebbe potuto essere mal interpretato». Nota a cui ha fatto seguito quella dello stesso calciatore, il quale ha specificato più volte che si trattava di un termine amichevole che in Sud America non ha un'accezione negativa: «Sono totalmente contrario al razzismo e ho cancellato il post non appena mi è stato spiegato che poteva essere interpretato in modo diverso. Mi scuso sinceramente per questo». La federazione inglese, però, è rimasta intransigente e ha confermato l'accusa al giocatore di violazione al regolamento che «impedisce ogni comportamento inappropriato sui social network, con l'aggravante di aver fatto riferimento al colore e/o alla razza e/o l'etnia di un'altra persona».Il caso ha fatto parecchio discutere, non solo Oltremanica, ma anche dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, dove non solo è intervenuta l'Associazione calciatori Uruguay che si è schierata apertamente contro la sanzione della Football Association con un comunicato di due pagine, ma anche l'Accademia della crusca uruguaiana attraverso una nota: «È una grave ingiustizia che mette in luce l'ignoranza e l'errore riguardo agli usi della lingua e in particolare dello spagnolo, senza tener conto di tutte le sue complessità e contesti. I riferimenti a qualità fisiche, morali o personali di altre persone - si legge nella nota - sono usati in tutte le lingue del mondo per la creazione dei vocativi, cioè espressioni per trattare gli altri. In alcuni contesti questi hanno un tenore negativo ma spesso gli stessi termini possono essere considerati amorevoli o amichevoli. Nella varietà di spagnolo in Uruguay, per esempio, tra coppie e amici, tra genitori e figli, si possono ascoltare e leggere forme come gordo, gordito, negro, negrito. Infatti, le persone trattate con questi vocativi non devono per forza essere in sovrappeso o avere un colore della pelle scuro per riceverli».Nella liturgia del politicamente corretto, declinato al calcio, ci è cascato anche il quarto uomo rumeno della partita di Champions League tra Paris Saint Germain e Istanbul Başakşehir dello scorso 8 dicembre, quando la partita fu interrotta dopo appena 13 minuti in quanto i giocatori di entrambe le squadre decisero di abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta contro l'assistente dell'arbitro Hategan, il quarto uomo Sebstian Coltescu che aveva segnalato un comportamento del calciatore Demba Ba, indicandolo con il termine «negru» che in rumeno significa «nero». Partita sospesa, rinviata e rigiocata il giorno dopo con tanto di calciatori schierati a centrocampo in ginocchio a fare il segno del Black lives matter, inchiesta aperta dalla Uefa, ed editoriali di condanna contro il comportamento definito razzista del rumeno. Pochi giorni dopo il caso si è risolto con una videochiamata fatta dallo stesso Ba a Coltescu per chiarire come si fosse trattato di un malinteso e che non lo avesse mai ritenuto una persona razzista. «Conosco i romeni, non ho mai avuto problemi con il razzismo quando giocavo nel loro Paese. Ho cercato di ottenere subito il numero di Coltescu appena ho potuto per incoraggiarlo, so che non è razzista» ha raccontato Ba alla stampa romena.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci