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2024-03-18
Poliamore. L'ultimo attacco alla famiglia
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Il New York Times se n’è occupato il 12 gennaio scorso con Alexandra Alter. Il Wall Street Journal, con un pezzo di Elizabeth Bernstein, l’ha fatto una decina di giorni dopo. Sul New Yorker Jennifer Wilson ne aveva già scritto il giorno di Natale, chiedendosi «come» abbiano «fatto a diventare così popolari». Stiamo parlando delle unioni poliamorose, la nuova passione della grande stampa americana ma non solo. Anche in Italia il tema occupa sui media uno spazio crescente. Il giorno di san Valentino Radio 105 Tv, sul suo sito, ha raccontato una relazione di tre persone, presentandola come una unione conveniente, che può cioè «salvare il proprio conto in banca» e può consentire ai suoi componenti di dividere «mensilmente la rata del mutuo» così da poter avere «una casa». Per non essere da meno, il principale quotidiano progressista italiano, La Repubblica, il 25 febbraio ha dedicato ai poliamori ben due pagine, le 20 e 21, spiegando ai suoi lettori che negli Stati Uniti «la coppia aperta spopola tra i giovani». Non esistono statistiche precise, ma il gradimento verso i poliamori sembra essere in aumento.
Secondo un sondaggio YouGov del febbraio 2023, un terzo degli americani - precisamente il 34% - ritiene la propria relazione ideale come qualcosa di diverso dalla completa monogamia. Le fasce più giovanili sembrano ancora più entusiaste. Secondo una rilevazione di Young & conducting research, tra i millennial - i nati cioè tra dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni 2000 - addirittura il 52% dei millennial americani è aperto all’idea di relazioni non monogame. Ciò nonostante, e a dispetto dell’entusiasmo dei grandi media su questo argomento, le unioni poliamorose non rappresentano affatto qualcosa di nuovo; semmai, qualcosa di vecchio, un clamoroso déjà vu.
Secondo Christopher M. Gleason della Georgia State University, autore di un nuovo libro sul tema, American Poly: A History (Oup), si tratta di una realtà addirittura sessantottina, con almeno 100 anni di storia. «Le radici del poliamore risalgono ad almeno un secolo fa», afferma infatti Gleason, «quando le nozioni bohémien di amore libero fecero breccia nelle principali metropoli statunitensi». In realtà, il debutto delle relazioni poliamorose sembra esser perfino ottocentesco, come prova l’esempio della comunità Oneida, fondata dal socialista utopico John Humphrey Noyes, e che tra il 1848 e il 1879 a New York è arrivata a toccare i 300 adepti, che rigettavano la monogamia in favore del «matrimonio complesso».
A seguire, negli anni Venti il poliamore ha iniziato a diffondersi conoscendo poi, però, una forte battuta d’arresto. Infatti, scrive Gleason, «negli anni Quaranta, la duplice minaccia dell’annientamento nucleare e della diffusione del comunismo ateo esacerbarono il ritorno al tradizionalismo sessuale, producendo un consenso culturale sul matrimonio e sulla famiglia».
Prendendo per buona questa ricostruzione, resta però aperta una questione: come mai le unioni poliamorose, oggi, sono tornate al centro dell’attenzione dei media? Non certo per la loro diffusione, che resta statisticamente minima anche negli Stati Uniti. No, la risposta va cercata altrove e precisamente nell’attenzione che le élite riservano all’argomento.
Se dovessimo individuare un autore che più di altri si è concentrato al riguardo - ben prima di Michela Murgia, che pure ha fatto della sua «famiglia queer» una bandiera - la scelta non potrebbe che ricadere su Jacques Attali, l’economista francese ed ex consigliere di Mitterrand che ha avuto un ruolo chiave anche nell’ascesa politica dell’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Già 17 anni fa, infatti, nel suo Amours (Fayard, 2007) Attali pronosticava che «il 21° secolo sarà quello dell’amore multiplo, della poliunione, della polifedeltà, del poliamore». «Assisteremo gradualmente», continuava, «all’emergere e alla legalizzazione di una nuova forma di relazioni che non avrà nulla a che fare con la poligamia, qualunque sia la sua forma - perché nessuno apparterrà a nessuno -, e che è meglio chiamare netloving per analogia con networking: uomini e donne potranno avere rapporti sentimentali e/o sessuali simultanei, trasparenti e contrattuali, con più partner che avranno a loro volta più partner, che non saranno necessariamente quelli del primo».
Curiosamente, poco dopo la bizzarra profezia di Attali, anche i media hanno iniziato ad occuparsi di queste nuove unioni «fluide», col settimanale Newsweek che già nel 2009 informava i suoi lettori dell’esistenza di molte decine di migliaia di unioni «poliamorose». La promozione dei poliamori oggi arriva anche dal mondo scientifico. Nel 2019 è uscita la notizia che, in seno all’American Psychological Association (Apa), precisamente nella Divisione 44 - quella deputata, in soldoni, a normalizzare gli stili di vita omosessuali e transgender - era in fase di formazione una task force per rispondere «ai bisogni delle persone che praticano la non monogamia sessuale» e alle loro «identità marginalizzate» e guidata da Amy Moore e Heath Schechinger, con quest’ultimo già autore di scritti - ovviamente possibilisti - sulla «non monogamia sessuale».
In un lavoro del 2021 sulla rivista Frontiers in Psychology a cura della professoressa Amy C. Moors si è invece scritto che «le relazioni non monogame sono sorprendentemente comuni e potrebbero diffondersi ancora», che «il desiderio di vivere una relazione poliamorosa è comune quanto quello di trasferirsi in un altro Paese» e «aver vissuto un poliamore è comune quanto possedere una laurea». Piccolo dettaglio: quella ricerca era promossa da Match, società d’incontri «coinvolta nella progettazione del sondaggio completo» e che «ha finanziato la raccolta dei dati». Insomma, sono studi guarda caso sostenuti da chi potrebbe guadagnarci, quelli che spingono per le unioni aperte che, se da un lato sono solo apparentemente una novità, dall’altro potrebbero confermarsi un’esperienza fallimentare.
Secondo la sociologa Rosemary L. Hopcroft, docente dell’Università della Carolina del Nord, «le prove provenienti dalla documentazione antropologica e storica, così come le prove di problemi associati al poliamore come la gelosia e la rottura delle relazioni, suggeriscono che è improbabile che il poliamore sia praticabile a lungo termine». In base ai riscontri a nostra disposizione, continua la Hopcroft, «il poliamore probabilmente lascerà dietro di sé un’enorme quantità di caos personale, miseria e rovina familiare». La nuova frontiera dell’amore rischia insomma di essere solo l’ultima tappa della disgregazione della famiglia. O di quel che ne resta.
«Una deriva che le tv Usa già normalizzano»
Classe 1985, avvocato, dottore di ricerca e direttore esecutivo dell’Austin Institute, Marianna Orlandi ha il privilegio di poter seguire da vicino la società americana - vive in Texas - e, al tempo stesso, essendo italiana, di poter offrire uno sguardo comparativo su ciò che oggi avviene negli States e, domani, potrebbe accadere qui: anche a proposito dei poliamori. Per questo La Verità l’ha contattata.
Orlandi, quando è iniziata negli Usa l’attenzione dei media verso le unioni poliamorose?
«Mi lasci cominciare a trattare dell’argomento riconoscendo una fondamentale differenza, quella tra poligamia e poliamore. Trascurarla significherebbe cadere nella trappola di chi sostiene che ciò che si sta verificando nel panorama attuale degli “affetti” non avrebbe in realtà nulla di nuovo. Di nuovo c’è invece moltissimo, se non tutto. Mentre con il primo termine, poligamia, ci riferiamo a un vincolo matrimoniale tra un individuo di sesso maschile o femminile e più di un individuo del sesso opposto - poliginia nel primo caso e poliandria nel secondo -, il termine poliamore non descrive alcun istituto, ma solo la pratica o il desiderio di relazioni sessuali o romantiche con più partners contemporaneamente: tutti dello stesso sesso, di sesso opposto, amici o estranei, abituali o occasionali, ecc. Poliamoria è termine ampio - come quasi ogni altro termine della imperante “neolingua” - che descrive relazioni, aspirazioni, arrangiamenti, non vincoli. Non contiene alcun limite o contenuto specifico e non richiede necessariamente la fedeltà, né un numero particolare o stabile di soggetti. Non si tratta tanto di matrimonio quanto di ricerca di relazioni fluide».
Quando ha avuto origine tutto questo?
«Lo scorso novembre, lo storico Christopher M. Gleason ha pubblicato il libro American Poly, in cui tratta il sorgere di questo fenomeno e ne discute alcune concretizzazioni. Sebbene il termine abbia fatto la sua comparsa negli anni Novanta, egli lo ritiene un fenomeno meno recente. L’odierna poliamoria sarebbe infatti sorta con la teoria dell’amore libero degli anni Sessanta, cara a quelli che il New Yorker definisce i “progressisti sociali ma conservatori fiscali”. È piuttosto diverso dal “matrimonio tra più soggetti”».
E i media, tornando alla prima domanda, come trattano il tema?
«Nei media statunitensi, gli ultimi due o tre anni hanno visto un aumento della attenzione dedicata alla poliamoria: un crescendo di libri, articoli e serie tv che propongono la poliamoria come normale progetto di vita. Da qualche mese esiste addirittura un reality show, piuttosto seguito, dal titolo From Couple to Throuple. In esso le coppie si trovano a sperimentare la poliamoria sotto lo sguardo degli spettatori. Mi chiedo come reagirebbero le vecchie generazioni, incluse quelle che nel ’68 scesero in piazza in difesa dell’amore libero: io credo fossero molto più romantici! Se vi è chi sostiene e lamenta come la serie tv Friends abbia plasmato la mia generazione, posso solo immaginare quali effetti la normalizzazione della poliamoria potrà portare in una società in cui troppo spesso il rapporto sessuale soddisfa solamente nelle sue “variazioni” tossiche».
Cosa la colpisce di più di questo fenomeno?
«Mi colpisce più la sorpresa che l’attenzione. Dire “ve l’avevo detto” serve a poco. È però innegabile che i difensori della famiglia tradizionale - ovvero chi non impone a nessuno un certo modo di vivere la propria sessualità, ma ritiene che la stessa non possa modificare la natura del matrimonio - avessero chiarito l’inevitabilità di questa deriva con largo anticipo. Non solo negli Stati Uniti - penso al filosofo e giurista Robert P. George e al sociologo Mark Regnerus -, anche in Italia il movimento pro famiglia ha sempre sottolineato che i diritti e doveri del matrimonio non possono che spettare alla coppia eterosessuale esclusiva e almeno idealmente permanente: non per intento discriminatorio, ma perché tale è la comunità umana capace non solo di riproduzione, per la quale servono un maschio e una femmina, ma di vera e propria procreazione. “Procreazione” non significa solo mettere al mondo dei figli, ma ad essi garantire un nucleo stabile di relazioni, cura ed affetto non soggetto a rotture o a perpetui ripensamenti»
Pensa si arriverà alla legalizzazione di queste «nuove famiglie»?
«Tutto è possibile. Ci sono già state città che hanno passato leggi contro la discriminazione delle unioni poliamorose. Con un passato da avvocato, mi chiedo solo come dei giudici possano decidere le sorti di pensioni di reversibilità, diritti parentali o alimenti in caso di divorzio. Per dirla proverbialmente, mancano “i coperchi”. Portare a giudizio scenari del genere sembra un vero e proprio caos».
Qual è, per lei, il miglior modo per contrastare questa deriva?
«Niente parla come l’esempio. Io stessa non crederei alla famiglia tradizionale se la vita non mi avesse portato a trascorrere buona parte degli ultimi vent’anni circondata da famiglie vere, sane e belle. Non sono famiglie prive di problemi, ma nonostante le difficoltà traboccano d’amore. Sposarsi, fare figli e dedicare al proprio sposo amore sacrificale e imperituro: questa è la cura».
Da Platone a Campanella a Lenin, i tentativi di abolire il matrimonio
Il pronostico di Attali di un mondo senza famiglie se non «fluide», non è originale. Si colloca al contrario in una panoramica storica che registra, da un lato, l’universalità dell’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra uomo e donna, e, dall’altro, il costante tentativo di abolirla, tale unione. Il primo ad immaginare un mondo senza famiglia fu infatti nientemeno che Platone. Il più celebre allievo di Socrate, infatti, nella Repubblica non si limita a definire la giustizia per la città e per il singolo uomo, ma indica anche due condizioni per realizzarla: l’affidamento del potere ai filosofi e l’abolizione della famiglia. Più precisamente, nell’ottica platonica si immaginava che le «donne siano tutte comuni a tutti gli stessi uomini, e nessuna coabiti con nessuno in privato; e che anche i figli siano comuni, né il genitore conosca la propria prole, né il figlio il genitore».
Impossibile poi non ricordare Tommaso Campanella, un domenicano apostata che, ne La città del sole, propone il modello a suo dire ideale di società: abolizione di qualsiasi proprietà privata e quindi anche della famiglia intesa come proprietà privata degli affetti. In epoca contemporanea, dobbiamo al comunismo sovietico la prima opera di smantellamento dell’unione familiare. Già il 19 ed il 20 dicembre 1917 - cioè subito dopo la mitica Rivoluzione di Lenin - furono varati due provvedimenti che oggi troverebbero senza dubbio posto nell’agenda progressista dei «nuovi diritti»: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, mentre il secondo decretò l’abolizione del matrimonio religioso in favore di quello civile. La ciliegina sulla torta, se così possiamo dire, arrivò poi nel novembre del 1920 con la legalizzazione dell’aborto procurato sulla base della semplice richiesta della donna.
Tanti provvedimenti contro la famiglia non erano casuali dato che già nel Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels c’erano parole chiarissime: «Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti […] Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari».
Dunque la solerzia sovietica nello smantellamento dell’istituto familiare altro non era che applicazione, in fondo, di quanto echeggiava negli scritti marxiani. Peccato che poi prima nel 1936 e poi nel 1944, l’Urss tornò a rivalutare la famiglia; ma non tanto per una riscoperta dell’istituzione bensì perché ci si accorse che la progressiva disgregazione familiare stava comportando anche quella dello Stato.
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Associazioni di psicologi, intellettuali come Attali e media progressisti stanno spingendo le unioni sentimentali tra più di due persone. E un giovane su due si dice interessatoIl direttore dell’Austin Institute Marianna Orlandi: «C’è anche un reality molto seguito che invita ad “allargare” le coppie. E alcune città hanno approvato leggi in materia. La poligamia non c’entra, qui si cercano relazioni fluide. Il precedente è l’amore libero del ‘68»Il filosofo greco teorizzò «donne in comune per tutti gli uomini». I proclami di MarxLo speciale contiene tre articoliIl New York Times se n’è occupato il 12 gennaio scorso con Alexandra Alter. Il Wall Street Journal, con un pezzo di Elizabeth Bernstein, l’ha fatto una decina di giorni dopo. Sul New Yorker Jennifer Wilson ne aveva già scritto il giorno di Natale, chiedendosi «come» abbiano «fatto a diventare così popolari». Stiamo parlando delle unioni poliamorose, la nuova passione della grande stampa americana ma non solo. Anche in Italia il tema occupa sui media uno spazio crescente. Il giorno di san Valentino Radio 105 Tv, sul suo sito, ha raccontato una relazione di tre persone, presentandola come una unione conveniente, che può cioè «salvare il proprio conto in banca» e può consentire ai suoi componenti di dividere «mensilmente la rata del mutuo» così da poter avere «una casa». Per non essere da meno, il principale quotidiano progressista italiano, La Repubblica, il 25 febbraio ha dedicato ai poliamori ben due pagine, le 20 e 21, spiegando ai suoi lettori che negli Stati Uniti «la coppia aperta spopola tra i giovani». Non esistono statistiche precise, ma il gradimento verso i poliamori sembra essere in aumento. Secondo un sondaggio YouGov del febbraio 2023, un terzo degli americani - precisamente il 34% - ritiene la propria relazione ideale come qualcosa di diverso dalla completa monogamia. Le fasce più giovanili sembrano ancora più entusiaste. Secondo una rilevazione di Young & conducting research, tra i millennial - i nati cioè tra dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni 2000 - addirittura il 52% dei millennial americani è aperto all’idea di relazioni non monogame. Ciò nonostante, e a dispetto dell’entusiasmo dei grandi media su questo argomento, le unioni poliamorose non rappresentano affatto qualcosa di nuovo; semmai, qualcosa di vecchio, un clamoroso déjà vu.Secondo Christopher M. Gleason della Georgia State University, autore di un nuovo libro sul tema, American Poly: A History (Oup), si tratta di una realtà addirittura sessantottina, con almeno 100 anni di storia. «Le radici del poliamore risalgono ad almeno un secolo fa», afferma infatti Gleason, «quando le nozioni bohémien di amore libero fecero breccia nelle principali metropoli statunitensi». In realtà, il debutto delle relazioni poliamorose sembra esser perfino ottocentesco, come prova l’esempio della comunità Oneida, fondata dal socialista utopico John Humphrey Noyes, e che tra il 1848 e il 1879 a New York è arrivata a toccare i 300 adepti, che rigettavano la monogamia in favore del «matrimonio complesso». A seguire, negli anni Venti il poliamore ha iniziato a diffondersi conoscendo poi, però, una forte battuta d’arresto. Infatti, scrive Gleason, «negli anni Quaranta, la duplice minaccia dell’annientamento nucleare e della diffusione del comunismo ateo esacerbarono il ritorno al tradizionalismo sessuale, producendo un consenso culturale sul matrimonio e sulla famiglia». Prendendo per buona questa ricostruzione, resta però aperta una questione: come mai le unioni poliamorose, oggi, sono tornate al centro dell’attenzione dei media? Non certo per la loro diffusione, che resta statisticamente minima anche negli Stati Uniti. No, la risposta va cercata altrove e precisamente nell’attenzione che le élite riservano all’argomento.Se dovessimo individuare un autore che più di altri si è concentrato al riguardo - ben prima di Michela Murgia, che pure ha fatto della sua «famiglia queer» una bandiera - la scelta non potrebbe che ricadere su Jacques Attali, l’economista francese ed ex consigliere di Mitterrand che ha avuto un ruolo chiave anche nell’ascesa politica dell’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Già 17 anni fa, infatti, nel suo Amours (Fayard, 2007) Attali pronosticava che «il 21° secolo sarà quello dell’amore multiplo, della poliunione, della polifedeltà, del poliamore». «Assisteremo gradualmente», continuava, «all’emergere e alla legalizzazione di una nuova forma di relazioni che non avrà nulla a che fare con la poligamia, qualunque sia la sua forma - perché nessuno apparterrà a nessuno -, e che è meglio chiamare netloving per analogia con networking: uomini e donne potranno avere rapporti sentimentali e/o sessuali simultanei, trasparenti e contrattuali, con più partner che avranno a loro volta più partner, che non saranno necessariamente quelli del primo». Curiosamente, poco dopo la bizzarra profezia di Attali, anche i media hanno iniziato ad occuparsi di queste nuove unioni «fluide», col settimanale Newsweek che già nel 2009 informava i suoi lettori dell’esistenza di molte decine di migliaia di unioni «poliamorose». La promozione dei poliamori oggi arriva anche dal mondo scientifico. Nel 2019 è uscita la notizia che, in seno all’American Psychological Association (Apa), precisamente nella Divisione 44 - quella deputata, in soldoni, a normalizzare gli stili di vita omosessuali e transgender - era in fase di formazione una task force per rispondere «ai bisogni delle persone che praticano la non monogamia sessuale» e alle loro «identità marginalizzate» e guidata da Amy Moore e Heath Schechinger, con quest’ultimo già autore di scritti - ovviamente possibilisti - sulla «non monogamia sessuale».In un lavoro del 2021 sulla rivista Frontiers in Psychology a cura della professoressa Amy C. Moors si è invece scritto che «le relazioni non monogame sono sorprendentemente comuni e potrebbero diffondersi ancora», che «il desiderio di vivere una relazione poliamorosa è comune quanto quello di trasferirsi in un altro Paese» e «aver vissuto un poliamore è comune quanto possedere una laurea». Piccolo dettaglio: quella ricerca era promossa da Match, società d’incontri «coinvolta nella progettazione del sondaggio completo» e che «ha finanziato la raccolta dei dati». Insomma, sono studi guarda caso sostenuti da chi potrebbe guadagnarci, quelli che spingono per le unioni aperte che, se da un lato sono solo apparentemente una novità, dall’altro potrebbero confermarsi un’esperienza fallimentare.Secondo la sociologa Rosemary L. Hopcroft, docente dell’Università della Carolina del Nord, «le prove provenienti dalla documentazione antropologica e storica, così come le prove di problemi associati al poliamore come la gelosia e la rottura delle relazioni, suggeriscono che è improbabile che il poliamore sia praticabile a lungo termine». In base ai riscontri a nostra disposizione, continua la Hopcroft, «il poliamore probabilmente lascerà dietro di sé un’enorme quantità di caos personale, miseria e rovina familiare». La nuova frontiera dell’amore rischia insomma di essere solo l’ultima tappa della disgregazione della famiglia. O di quel che ne resta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliamore-l-ultimo-attacco-alla-famiglia-2667531359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-deriva-che-le-tv-usa-gia-normalizzano" data-post-id="2667531359" data-published-at="1710659402" data-use-pagination="False"> «Una deriva che le tv Usa già normalizzano» Classe 1985, avvocato, dottore di ricerca e direttore esecutivo dell’Austin Institute, Marianna Orlandi ha il privilegio di poter seguire da vicino la società americana - vive in Texas - e, al tempo stesso, essendo italiana, di poter offrire uno sguardo comparativo su ciò che oggi avviene negli States e, domani, potrebbe accadere qui: anche a proposito dei poliamori. Per questo La Verità l’ha contattata. Orlandi, quando è iniziata negli Usa l’attenzione dei media verso le unioni poliamorose? «Mi lasci cominciare a trattare dell’argomento riconoscendo una fondamentale differenza, quella tra poligamia e poliamore. Trascurarla significherebbe cadere nella trappola di chi sostiene che ciò che si sta verificando nel panorama attuale degli “affetti” non avrebbe in realtà nulla di nuovo. Di nuovo c’è invece moltissimo, se non tutto. Mentre con il primo termine, poligamia, ci riferiamo a un vincolo matrimoniale tra un individuo di sesso maschile o femminile e più di un individuo del sesso opposto - poliginia nel primo caso e poliandria nel secondo -, il termine poliamore non descrive alcun istituto, ma solo la pratica o il desiderio di relazioni sessuali o romantiche con più partners contemporaneamente: tutti dello stesso sesso, di sesso opposto, amici o estranei, abituali o occasionali, ecc. Poliamoria è termine ampio - come quasi ogni altro termine della imperante “neolingua” - che descrive relazioni, aspirazioni, arrangiamenti, non vincoli. Non contiene alcun limite o contenuto specifico e non richiede necessariamente la fedeltà, né un numero particolare o stabile di soggetti. Non si tratta tanto di matrimonio quanto di ricerca di relazioni fluide». Quando ha avuto origine tutto questo? «Lo scorso novembre, lo storico Christopher M. Gleason ha pubblicato il libro American Poly, in cui tratta il sorgere di questo fenomeno e ne discute alcune concretizzazioni. Sebbene il termine abbia fatto la sua comparsa negli anni Novanta, egli lo ritiene un fenomeno meno recente. L’odierna poliamoria sarebbe infatti sorta con la teoria dell’amore libero degli anni Sessanta, cara a quelli che il New Yorker definisce i “progressisti sociali ma conservatori fiscali”. È piuttosto diverso dal “matrimonio tra più soggetti”». E i media, tornando alla prima domanda, come trattano il tema? «Nei media statunitensi, gli ultimi due o tre anni hanno visto un aumento della attenzione dedicata alla poliamoria: un crescendo di libri, articoli e serie tv che propongono la poliamoria come normale progetto di vita. Da qualche mese esiste addirittura un reality show, piuttosto seguito, dal titolo From Couple to Throuple. In esso le coppie si trovano a sperimentare la poliamoria sotto lo sguardo degli spettatori. Mi chiedo come reagirebbero le vecchie generazioni, incluse quelle che nel ’68 scesero in piazza in difesa dell’amore libero: io credo fossero molto più romantici! Se vi è chi sostiene e lamenta come la serie tv Friends abbia plasmato la mia generazione, posso solo immaginare quali effetti la normalizzazione della poliamoria potrà portare in una società in cui troppo spesso il rapporto sessuale soddisfa solamente nelle sue “variazioni” tossiche». Cosa la colpisce di più di questo fenomeno? «Mi colpisce più la sorpresa che l’attenzione. Dire “ve l’avevo detto” serve a poco. È però innegabile che i difensori della famiglia tradizionale - ovvero chi non impone a nessuno un certo modo di vivere la propria sessualità, ma ritiene che la stessa non possa modificare la natura del matrimonio - avessero chiarito l’inevitabilità di questa deriva con largo anticipo. Non solo negli Stati Uniti - penso al filosofo e giurista Robert P. George e al sociologo Mark Regnerus -, anche in Italia il movimento pro famiglia ha sempre sottolineato che i diritti e doveri del matrimonio non possono che spettare alla coppia eterosessuale esclusiva e almeno idealmente permanente: non per intento discriminatorio, ma perché tale è la comunità umana capace non solo di riproduzione, per la quale servono un maschio e una femmina, ma di vera e propria procreazione. “Procreazione” non significa solo mettere al mondo dei figli, ma ad essi garantire un nucleo stabile di relazioni, cura ed affetto non soggetto a rotture o a perpetui ripensamenti» Pensa si arriverà alla legalizzazione di queste «nuove famiglie»? «Tutto è possibile. Ci sono già state città che hanno passato leggi contro la discriminazione delle unioni poliamorose. Con un passato da avvocato, mi chiedo solo come dei giudici possano decidere le sorti di pensioni di reversibilità, diritti parentali o alimenti in caso di divorzio. Per dirla proverbialmente, mancano “i coperchi”. Portare a giudizio scenari del genere sembra un vero e proprio caos». Qual è, per lei, il miglior modo per contrastare questa deriva? «Niente parla come l’esempio. Io stessa non crederei alla famiglia tradizionale se la vita non mi avesse portato a trascorrere buona parte degli ultimi vent’anni circondata da famiglie vere, sane e belle. Non sono famiglie prive di problemi, ma nonostante le difficoltà traboccano d’amore. Sposarsi, fare figli e dedicare al proprio sposo amore sacrificale e imperituro: questa è la cura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliamore-l-ultimo-attacco-alla-famiglia-2667531359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-platone-a-campanella-a-lenin-i-tentativi-di-abolire-il-matrimonio" data-post-id="2667531359" data-published-at="1710659402" data-use-pagination="False"> Da Platone a Campanella a Lenin, i tentativi di abolire il matrimonio Il pronostico di Attali di un mondo senza famiglie se non «fluide», non è originale. Si colloca al contrario in una panoramica storica che registra, da un lato, l’universalità dell’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra uomo e donna, e, dall’altro, il costante tentativo di abolirla, tale unione. Il primo ad immaginare un mondo senza famiglia fu infatti nientemeno che Platone. Il più celebre allievo di Socrate, infatti, nella Repubblica non si limita a definire la giustizia per la città e per il singolo uomo, ma indica anche due condizioni per realizzarla: l’affidamento del potere ai filosofi e l’abolizione della famiglia. Più precisamente, nell’ottica platonica si immaginava che le «donne siano tutte comuni a tutti gli stessi uomini, e nessuna coabiti con nessuno in privato; e che anche i figli siano comuni, né il genitore conosca la propria prole, né il figlio il genitore». Impossibile poi non ricordare Tommaso Campanella, un domenicano apostata che, ne La città del sole, propone il modello a suo dire ideale di società: abolizione di qualsiasi proprietà privata e quindi anche della famiglia intesa come proprietà privata degli affetti. In epoca contemporanea, dobbiamo al comunismo sovietico la prima opera di smantellamento dell’unione familiare. Già il 19 ed il 20 dicembre 1917 - cioè subito dopo la mitica Rivoluzione di Lenin - furono varati due provvedimenti che oggi troverebbero senza dubbio posto nell’agenda progressista dei «nuovi diritti»: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, mentre il secondo decretò l’abolizione del matrimonio religioso in favore di quello civile. La ciliegina sulla torta, se così possiamo dire, arrivò poi nel novembre del 1920 con la legalizzazione dell’aborto procurato sulla base della semplice richiesta della donna. Tanti provvedimenti contro la famiglia non erano casuali dato che già nel Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels c’erano parole chiarissime: «Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti […] Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari». Dunque la solerzia sovietica nello smantellamento dell’istituto familiare altro non era che applicazione, in fondo, di quanto echeggiava negli scritti marxiani. Peccato che poi prima nel 1936 e poi nel 1944, l’Urss tornò a rivalutare la famiglia; ma non tanto per una riscoperta dell’istituzione bensì perché ci si accorse che la progressiva disgregazione familiare stava comportando anche quella dello Stato.
Il vincitore della 76ª edizione del Festival di Sanremo Sal Da Vinci (Ansa)
Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).
Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.
Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.
Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.
Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.
Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.
Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.
La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.
Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.
Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.
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Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell'Iran Alì Khamenei distrutta negli attacchi israeliani (Ansa)
Teheran e il Medio Oriente sono scossi da un’escalation militare senza precedenti. Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, nel corso del quale è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese. Fonti israeliane hanno confermato che il complesso residenziale della Guida è stato completamente distrutto, mentre immagini del corpo di Khamenei sarebbero state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
Gli attacchi, definiti da Tel Aviv e Washington «preventivi», arrivano dopo settimane di tensioni legate al programma nucleare iraniano e alla repressione interna delle proteste. Secondo fonti israeliane, sono stati impiegati circa 200 aerei da caccia contro oltre 500 obiettivi, in quella che è stata definita la più grande operazione aerea nella storia dell’aviazione militare israeliana.
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato missili contro Israele e diversi Paesi del Golfo, tra cui Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. A Dubai, il quartiere Palm Island è stato colpito e forti esplosioni hanno costretto le autorità a evacuare il Burj Khalifa e sospendere le operazioni aeroportuali. Lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il petrolio mondiale, è stato chiuso. La Mezzaluna Rossa iraniana segnala oltre 200 morti e 747 feriti a seguito dei raid.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dichiarando che l’Iran eserciterà «con decisione il proprio diritto alla legittima difesa» e che tutte le basi e installazioni delle forze ostili saranno considerate obiettivi legittimi fino alla cessazione dell’aggressione. In Israele, invece, Netanyahu ha ringraziato Trump per l’operazione, dichiarando che «questa guerra porterà a una vera pace». Dall’altra parte, a Teheran, media indipendenti riportano che alcune persone applaudono alle finestre per la morte di Khamenei, mentre le autorità locali invitano i cittadini a lasciare la capitale.
L’Europa e il mondo reagiscono con preoccupazione. La presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, Annalena Baerbock, ha ricordato che «come sempre, sono i civili a pagare» per i conflitti armati. La Francia, insieme a Regno Unito e Germania, ha condannato gli attacchi e chiesto il ritorno al dialogo diplomatico. Domani è prevista una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea. Anche la Cina e la Russia hanno espresso forte preoccupazione: Pechino invita a rispettare la sovranità iraniana e a fermare le operazioni militari, mentre Mosca si dichiara pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche. Nel frattempo, l’Italia ha attivato misure di sicurezza su obiettivi statunitensi e israeliani nel Paese e sta monitorando la situazione dei circa 500 connazionali presenti in Iran, pronti a essere evacuati via Azerbaigian. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trova bloccato a Dubai con la famiglia, in attesa della riapertura dei voli.
La giornata di oggi ha portato l’intera regione sull’orlo di un conflitto più ampio, con possibili conseguenze economiche e geopolitiche immediate. Analisti prevedono un’impennata dei prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Stasera è convocata una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni terrà un vertice urgente con il governo italiano per monitorare l’evoluzione della crisi in Medio Oriente.
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Un’iconografia che lo ha sempre dipinto come un raffinato latin lover senza freni, mentre invece poco si è indagato su di un altro suo aspetto, meno conosciuto, ovvero quello di raffinato e goloso gourmet. Ne diamo conto in due puntate, questa è la prima. Cibo e cucina spesso usati come anticamera di ben altri menù con cui coinvolgere le belle di turno. Una conferma da uno dei suoi più attenti biografi, Alessandro Marzo Magno. «Nella sua autobiografia Histoire de ma vie, le donne nominate sono centosedici, mentre 120 i piatti» da lui descritti con varie modalità.
Il nostro lover gourmet nasce a Venezia il 2 aprile del 1725, giorno di Pasqua, secondo di una nidiata di sei. Papà Gaetano e mamma Giovanna sono attori, spesso protagonisti sul palco del locale Teatro di San Samuele, di proprietà del patrizio Michiel Grimani, tanto che più di qualcuno ha sollevato il dubbio che, nelle pause dei dietro le quinte goldoniane, in realtà il vero padre sia stato proprio il Grimani. Non sono facili i primi percorsi di vita del nostro Giacomo. A sei anni rimane orfano di padre, mamma Giovanna è impegnata fuori casa nei teatri della Serenissima. Si prende cura di lui Marzia, la nonna materna, che lo affida alle cure dell’abate Alvise Grimani (forse non casualmente fratello del patrizio Michiel) il quale lo raccomanda all’abate Antonio Gozzi, in quel di Padova.
Una vita a doppia velocità. Se da un lato Giacomo trova chi valorizza le sue indubbie doti culturali, tanto da imparare presto a memoria classici quali Orazio e Ariosto, dall’altro deve fare i conti con la «schiavona», tale Mida, che offriva il pensionato a ragazzini in esilio scolastico. Racconterà nelle sue memorie che, seduto a tavola con compagni poco attenti alle minime regole del galateo, doveva contendersi con loro una pessima minestra, piccole pozioni di baccalà, qualche mela di incerta virtù. Oligati a bere dallo stesso boccale la graspia, ovvero dell’acqua in cui «erano stati fatti bollire graspi» cioè grappoli d’uva «senza acini». Sono anni difficili, tanto che nonna Marzia, a un certo punto, riesce a farlo trasferire nella casa del suo docente di lettere classiche, l’abate Gozzi, dove, vuoi mai le sliding doors della vita, conosce la giovane sorella di quest’ultimo, tale Bettina, con la quale comincia a dare prova pratica del suo talento che lo renderà poi famoso.
La vita del libertino Giacomo Casanova è un ironico susseguirsi di sliding doors. Non solo venne al mondo il giorno di Pasqua, ma intuitene le doti (intellettuali), dopo i primi studi lo avviarono alla carriera ecclesiastica che «al tempo, era la via più sicura per un giovane di umili origini per farsi strada nella sua comunità». A 16 anni riceve i primi ordini minori e, grazie a questi, inizia a girare l’Italia. Ma la vita, per lui, è una sfida continua. Diciottenne, viene a mancare nonna Marzia. Sostanzialmente è solo al mondo e deve capire cosa fare da grande. Lascia i paramenti ecclesiastici e indossa la divisa militare quale ufficiale della Serenissima, di stanza a Corfù con frequenti spedizioni a Costantinopoli, dove affina ancor di più le sue varie curiosità, culinarie comprese. Il ritorno nella natia Venezia è complesso, per un libertino di talento come lui, inseguito dalle sentinelle dell’inquisizione.
Trentenne, trascorre 15 mesi rinchiuso nei Piombi, le carceri con vista San Marco, da cui riesce a fuggire usando come «copertura» un grande vassoio di maccheroni, posto che aveva chiesto di alimentarsi nella solitudine della sua cella, il quale mascherava, posto sopra una Bibbia, uno scalpello con cui pazientemente si creò via via un foro nel soffitto della cella stessa. Grazie a una serie di incarichi diplomatici, Casanova conobbe corti nobiliari e costumi di mezza Europa per approdare poi, sessantenne un po’ provato dalle molte corride (anche amorose) cui la vita lo sottopose, alla corte dell’amico conte Joseph Karl von Waldstein, che lo nominò curatore della sua biblioteca presso il castello di Dux in Boemia. Fu qui che, tra il 1789 e il 1792, compose Histoire de ma vie, un’antologia del bien vivre settecentesco entrata nella leggenda, anche per l’abile narrazione del suo autore, capace di mischiare fantasia e realtà con grande maestria, tanto che, ancora adesso, alcuni suoi studiosi si chiedono se alcune delle vicende narrate siano vere… o verosimili.
Muore a Dux nel 1798. Al di là dell’aspetto romanticherotico, come ha ancora una volta sottolineato Marzo Magno, la lettura delle cronache narrate dal suo autore «rappresentano un affresco dal valore storico e sociale per ricostruire la civiltà dell’epoca». Anche a livello culinario. Ed è su questo aspetto che è arrivato puntuale il bel libro di Anna Maria Pellegrino e Giampiero Rorato A tavola con Giacomo Casanova, dove non solo vi è una puntuale descrizione del mondo gastronomico del tempo, ma molti piatti sono riproposti all’attenzione del lettore abbinati a puntuale ricettario, conditi dalle storie, tradizioni e curiosità che li accompagnano.
Il Settecento è l’ultimo secolo della millenaria storia della Serenissima, oramai i fasti di potenza navale avevano lasciato il posto a una gaudente decadenza della nobiltà del tempo. Una Venezia, come ben descritta da Alvise Zorzi, «decadente per politica ed economia, sempre più capitale dei piaceri», con il popolo intento a conciliare, per quanto possibile, quel che arrivava in tavola dalla pesca, in laguna, o dalle coltivazioni di frontiera nell’entroterra, grazie anche alle bonifiche attivate due secoli prima, sulle cui basi si invogliò l’aristocrazia del tempo ad avviare una sorta di aziende agricole allietate dalle residenze rappresentate dalle ville palladiane, giunte più o meno intatte sino a noi. In quegli anni di dorata decadenza, la classica cucina veneziana, ben resistente presso il popolo, nelle cucine nobiliari, fino ad allora abituate ancora a rituali di coreografie rinascimentali, era stata progressivamente messa da parte a scapito dell’aristocratica cucina francese, tanto che lo stesso Carlo Goldoni ebbe a notare come «par non si possa in compagnia mangiare senza un cuoco francese e il vin straniero». E dire che, nel recente passato, Venezia era stata una sorta di «drogheria d’Europa», grazie ai passati commerci di spezie con l’Oriente. Tanto è vero che, con tre chili di pepe nero, si poteva acquistare un palazzo sul Canal Grande, come ben descritto da Gianni Frasi, il veronese che è risalito alle storiche piantagioni nel Borneo occidentale, di cui un tempo Venezia aveva monopolio esclusivo.
A quel tempo anche il libertino Casanova doveva rispettare, negli eventi ufficiali, alcune regole precise. Ad esempio, servirsi di posate personali portate da casa. Poteva capitare che alcune vendette personali tra famiglie rivali potessero consumarsi avvelenando con unguenti invisibili rebbi di forchette, lame di coltelli, coppe di cucchiai, anche se modellate su pregiati argenti. Ambasciatori e personalità di riguardo erano serviti a tavola dal domestico personale, incaricato poi di riportare a casa la cassetta contenente posate e bicchieri. Il tutto protetto dal coperto, ovvero il tovagliolo usato a tavola. Da lì poi la definizione di «coperto» che si ritrova nella cuenta finale dei nostri menù consumati anche oggigiorno. Piatto ufficiale voluto dal Doge i risi e bisi. Riso con i piselli, preferibilmente di Lumignano, sui Colli Berici, non solo intriganti al gusto, ma anche i primi stagionali a venire alla luce, frutto a suo tempo del paziente lavoro di bonifica dei monaci benedettini.
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Paolo Zuntini, cofondatore di Eleventy
La filosofia dei fondatori era chiara: creare capi che fossero compagni di vita, capaci di elevare l’esperienza individuale di chi li indossa, più che semplici simboli di status. Parte da qui il nostro dialogo con Paolo Zuntini, uno dei fondatori con Marco Baldassarri, per esplorare come la storia, la visione e le scelte strategiche del brand si riflettano in una collezione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.
Eleventy nasce nel 2007 con un’idea ben precisa di Smart Luxury. In che modo questa visione originaria continua a guidare le vostre scelte, soprattutto nel womenswear?
«L’idea di Smart Luxury è il nostro punto di partenza e continua a guidarci con grande coerenza. Fin dall’inizio abbiamo fatto una ricerca molto approfondita sulle materie prime, ed è un approccio che portiamo avanti ancora oggi con entusiasmo. La donna Eleventy è una donna moderna, indipendente, consapevole e sicura di sé. È una donna attenta alla qualità, orientata verso l’autenticità. Oggi, più che mai, per noi il vero lusso è la capacità di coniugare altissima qualità e prezzo giusto. Molti sanno fare prodotti belli, ma il vero lusso è riuscire a proporli nel rispetto del loro valore reale».
Nel tempo il brand è cresciuto molto a livello internazionale, mantenendo però una forte identità manifatturiera. Quanto è importante restare fedeli a queste radici?
«È fondamentale. Oggi il Made in Italy è sempre più apprezzato, ma anche sempre più giudicato. Per questo è essenziale avere un’identità chiara e autentica. Noi portiamo avanti il vero Made in Italy, raccontandolo con orgoglio sui mercati esteri. Farlo a un prezzo corretto e coerente con il valore del prodotto è un elemento basilare per essere riconosciuti e credibili nel mondo».
La collezione è dedicata alla «donna viaggiatrice». Chi è oggi questa donna?
«È una donna cosmopolita, che vive il mondo con attenzione e qualità. Non è solo una viaggiatrice in senso fisico, ma una donna che si muove tra contesti diversi con naturalezza. La collezione donna nasce dallo stesso Dna dell’uomo, ma ha un’espressione autonoma. Può concedersi piccoli vezzi, dettagli più divertenti, pur restando sempre coerente con l’identità Eleventy. L’uomo è più lineare; la donna, invece, richiede maggiore freschezza e varietà, stagione dopo stagione».
Parlate di un’eleganza essenziale, fatta di purezza delle linee e qualità delle materie, in un mercato spesso dominato dall’impatto visivo. È una scelta culturale prima ancora che stilistica?
«Assolutamente sì. Ci auguriamo che la nostra cliente apprezzi la qualità più dell’etichetta. Ci sono donne che vestono il brand, e va benissimo, ma noi non siamo quelli. Noi siamo no-logo: non vendiamo un simbolo, vendiamo un prodotto. Vogliamo che la donna si avvicini a Eleventy con consapevolezza, che riconosca la qualità dei materiali e della costruzione. È una scelta culturale, prima ancora che estetica».
State lavorando sempre più su un’idea di continuità e durabilità rispetto alla stagionalità?
«Sì, da sempre costruiamo le collezioni su palette colori che garantiscono continuità e armonia nel guardaroba. La cliente deve ritrovarsi stagione dopo stagione. Seguiamo anche le tendenze, ma senza tradire la nostra storia. Quando abbiamo provato a uscire troppo dagli schemi, ci è stato fatto notare: “Molto bello, ma non sei tu”. È importante innovare, ma rimanendo riconoscibili».
Le materie sono centrali: cashmere, sete comasche, alpaca, mohair. Quanto incide la ricerca tessile nell’identità femminile del brand?
«Ha un valore altissimo. Ogni stagione lavoro direttamente con le aziende per creare esclusive: seleziono e combino filati, studio intrecci, provo nuove soluzioni. La donna è molto più esigente rispetto all’uomo: si annoia facilmente se ritrova sempre le stesse proposte. Per questo dobbiamo offrire un guardaroba fresco e innovativo, pur mantenendo coerenza».
La «giacca nuvola» sintetizza il vostro approccio alla leggerezza e alla destrutturazione. È il simbolo di una nuova fase del tailoring Eleventy?
«È una giacca completamente destrutturata, realizzata con una macchina unica al mondo situata a Brescia. Il tessuto nasce direttamente dalla filatura e viene poi tagliato e confezionato, ma senza alcuna struttura interna. Il risultato è una giacca leggerissima, quasi come una camicia. È un concetto più vicino al mondo maschile, perché la donna spesso desidera una spalla più costruita. Tuttavia questa proposta ha riscosso grande successo».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per la donna Eleventy?
«Il mercato americano è il nostro primo mercato, sia per l’uomo sia per la donna. Gli Stati Uniti stanno dando risultati che al momento non vediamo altrove. Anche il Middle East sta crescendo molto. La Russia rimane stabile, senza crescita significativa per le note dinamiche geopolitiche. L’America, però, sta compensando ampiamente».
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