True
2024-03-18
Poliamore. L'ultimo attacco alla famiglia
iStock
Il New York Times se n’è occupato il 12 gennaio scorso con Alexandra Alter. Il Wall Street Journal, con un pezzo di Elizabeth Bernstein, l’ha fatto una decina di giorni dopo. Sul New Yorker Jennifer Wilson ne aveva già scritto il giorno di Natale, chiedendosi «come» abbiano «fatto a diventare così popolari». Stiamo parlando delle unioni poliamorose, la nuova passione della grande stampa americana ma non solo. Anche in Italia il tema occupa sui media uno spazio crescente. Il giorno di san Valentino Radio 105 Tv, sul suo sito, ha raccontato una relazione di tre persone, presentandola come una unione conveniente, che può cioè «salvare il proprio conto in banca» e può consentire ai suoi componenti di dividere «mensilmente la rata del mutuo» così da poter avere «una casa». Per non essere da meno, il principale quotidiano progressista italiano, La Repubblica, il 25 febbraio ha dedicato ai poliamori ben due pagine, le 20 e 21, spiegando ai suoi lettori che negli Stati Uniti «la coppia aperta spopola tra i giovani». Non esistono statistiche precise, ma il gradimento verso i poliamori sembra essere in aumento.
Secondo un sondaggio YouGov del febbraio 2023, un terzo degli americani - precisamente il 34% - ritiene la propria relazione ideale come qualcosa di diverso dalla completa monogamia. Le fasce più giovanili sembrano ancora più entusiaste. Secondo una rilevazione di Young & conducting research, tra i millennial - i nati cioè tra dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni 2000 - addirittura il 52% dei millennial americani è aperto all’idea di relazioni non monogame. Ciò nonostante, e a dispetto dell’entusiasmo dei grandi media su questo argomento, le unioni poliamorose non rappresentano affatto qualcosa di nuovo; semmai, qualcosa di vecchio, un clamoroso déjà vu.
Secondo Christopher M. Gleason della Georgia State University, autore di un nuovo libro sul tema, American Poly: A History (Oup), si tratta di una realtà addirittura sessantottina, con almeno 100 anni di storia. «Le radici del poliamore risalgono ad almeno un secolo fa», afferma infatti Gleason, «quando le nozioni bohémien di amore libero fecero breccia nelle principali metropoli statunitensi». In realtà, il debutto delle relazioni poliamorose sembra esser perfino ottocentesco, come prova l’esempio della comunità Oneida, fondata dal socialista utopico John Humphrey Noyes, e che tra il 1848 e il 1879 a New York è arrivata a toccare i 300 adepti, che rigettavano la monogamia in favore del «matrimonio complesso».
A seguire, negli anni Venti il poliamore ha iniziato a diffondersi conoscendo poi, però, una forte battuta d’arresto. Infatti, scrive Gleason, «negli anni Quaranta, la duplice minaccia dell’annientamento nucleare e della diffusione del comunismo ateo esacerbarono il ritorno al tradizionalismo sessuale, producendo un consenso culturale sul matrimonio e sulla famiglia».
Prendendo per buona questa ricostruzione, resta però aperta una questione: come mai le unioni poliamorose, oggi, sono tornate al centro dell’attenzione dei media? Non certo per la loro diffusione, che resta statisticamente minima anche negli Stati Uniti. No, la risposta va cercata altrove e precisamente nell’attenzione che le élite riservano all’argomento.
Se dovessimo individuare un autore che più di altri si è concentrato al riguardo - ben prima di Michela Murgia, che pure ha fatto della sua «famiglia queer» una bandiera - la scelta non potrebbe che ricadere su Jacques Attali, l’economista francese ed ex consigliere di Mitterrand che ha avuto un ruolo chiave anche nell’ascesa politica dell’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Già 17 anni fa, infatti, nel suo Amours (Fayard, 2007) Attali pronosticava che «il 21° secolo sarà quello dell’amore multiplo, della poliunione, della polifedeltà, del poliamore». «Assisteremo gradualmente», continuava, «all’emergere e alla legalizzazione di una nuova forma di relazioni che non avrà nulla a che fare con la poligamia, qualunque sia la sua forma - perché nessuno apparterrà a nessuno -, e che è meglio chiamare netloving per analogia con networking: uomini e donne potranno avere rapporti sentimentali e/o sessuali simultanei, trasparenti e contrattuali, con più partner che avranno a loro volta più partner, che non saranno necessariamente quelli del primo».
Curiosamente, poco dopo la bizzarra profezia di Attali, anche i media hanno iniziato ad occuparsi di queste nuove unioni «fluide», col settimanale Newsweek che già nel 2009 informava i suoi lettori dell’esistenza di molte decine di migliaia di unioni «poliamorose». La promozione dei poliamori oggi arriva anche dal mondo scientifico. Nel 2019 è uscita la notizia che, in seno all’American Psychological Association (Apa), precisamente nella Divisione 44 - quella deputata, in soldoni, a normalizzare gli stili di vita omosessuali e transgender - era in fase di formazione una task force per rispondere «ai bisogni delle persone che praticano la non monogamia sessuale» e alle loro «identità marginalizzate» e guidata da Amy Moore e Heath Schechinger, con quest’ultimo già autore di scritti - ovviamente possibilisti - sulla «non monogamia sessuale».
In un lavoro del 2021 sulla rivista Frontiers in Psychology a cura della professoressa Amy C. Moors si è invece scritto che «le relazioni non monogame sono sorprendentemente comuni e potrebbero diffondersi ancora», che «il desiderio di vivere una relazione poliamorosa è comune quanto quello di trasferirsi in un altro Paese» e «aver vissuto un poliamore è comune quanto possedere una laurea». Piccolo dettaglio: quella ricerca era promossa da Match, società d’incontri «coinvolta nella progettazione del sondaggio completo» e che «ha finanziato la raccolta dei dati». Insomma, sono studi guarda caso sostenuti da chi potrebbe guadagnarci, quelli che spingono per le unioni aperte che, se da un lato sono solo apparentemente una novità, dall’altro potrebbero confermarsi un’esperienza fallimentare.
Secondo la sociologa Rosemary L. Hopcroft, docente dell’Università della Carolina del Nord, «le prove provenienti dalla documentazione antropologica e storica, così come le prove di problemi associati al poliamore come la gelosia e la rottura delle relazioni, suggeriscono che è improbabile che il poliamore sia praticabile a lungo termine». In base ai riscontri a nostra disposizione, continua la Hopcroft, «il poliamore probabilmente lascerà dietro di sé un’enorme quantità di caos personale, miseria e rovina familiare». La nuova frontiera dell’amore rischia insomma di essere solo l’ultima tappa della disgregazione della famiglia. O di quel che ne resta.
«Una deriva che le tv Usa già normalizzano»
Classe 1985, avvocato, dottore di ricerca e direttore esecutivo dell’Austin Institute, Marianna Orlandi ha il privilegio di poter seguire da vicino la società americana - vive in Texas - e, al tempo stesso, essendo italiana, di poter offrire uno sguardo comparativo su ciò che oggi avviene negli States e, domani, potrebbe accadere qui: anche a proposito dei poliamori. Per questo La Verità l’ha contattata.
Orlandi, quando è iniziata negli Usa l’attenzione dei media verso le unioni poliamorose?
«Mi lasci cominciare a trattare dell’argomento riconoscendo una fondamentale differenza, quella tra poligamia e poliamore. Trascurarla significherebbe cadere nella trappola di chi sostiene che ciò che si sta verificando nel panorama attuale degli “affetti” non avrebbe in realtà nulla di nuovo. Di nuovo c’è invece moltissimo, se non tutto. Mentre con il primo termine, poligamia, ci riferiamo a un vincolo matrimoniale tra un individuo di sesso maschile o femminile e più di un individuo del sesso opposto - poliginia nel primo caso e poliandria nel secondo -, il termine poliamore non descrive alcun istituto, ma solo la pratica o il desiderio di relazioni sessuali o romantiche con più partners contemporaneamente: tutti dello stesso sesso, di sesso opposto, amici o estranei, abituali o occasionali, ecc. Poliamoria è termine ampio - come quasi ogni altro termine della imperante “neolingua” - che descrive relazioni, aspirazioni, arrangiamenti, non vincoli. Non contiene alcun limite o contenuto specifico e non richiede necessariamente la fedeltà, né un numero particolare o stabile di soggetti. Non si tratta tanto di matrimonio quanto di ricerca di relazioni fluide».
Quando ha avuto origine tutto questo?
«Lo scorso novembre, lo storico Christopher M. Gleason ha pubblicato il libro American Poly, in cui tratta il sorgere di questo fenomeno e ne discute alcune concretizzazioni. Sebbene il termine abbia fatto la sua comparsa negli anni Novanta, egli lo ritiene un fenomeno meno recente. L’odierna poliamoria sarebbe infatti sorta con la teoria dell’amore libero degli anni Sessanta, cara a quelli che il New Yorker definisce i “progressisti sociali ma conservatori fiscali”. È piuttosto diverso dal “matrimonio tra più soggetti”».
E i media, tornando alla prima domanda, come trattano il tema?
«Nei media statunitensi, gli ultimi due o tre anni hanno visto un aumento della attenzione dedicata alla poliamoria: un crescendo di libri, articoli e serie tv che propongono la poliamoria come normale progetto di vita. Da qualche mese esiste addirittura un reality show, piuttosto seguito, dal titolo From Couple to Throuple. In esso le coppie si trovano a sperimentare la poliamoria sotto lo sguardo degli spettatori. Mi chiedo come reagirebbero le vecchie generazioni, incluse quelle che nel ’68 scesero in piazza in difesa dell’amore libero: io credo fossero molto più romantici! Se vi è chi sostiene e lamenta come la serie tv Friends abbia plasmato la mia generazione, posso solo immaginare quali effetti la normalizzazione della poliamoria potrà portare in una società in cui troppo spesso il rapporto sessuale soddisfa solamente nelle sue “variazioni” tossiche».
Cosa la colpisce di più di questo fenomeno?
«Mi colpisce più la sorpresa che l’attenzione. Dire “ve l’avevo detto” serve a poco. È però innegabile che i difensori della famiglia tradizionale - ovvero chi non impone a nessuno un certo modo di vivere la propria sessualità, ma ritiene che la stessa non possa modificare la natura del matrimonio - avessero chiarito l’inevitabilità di questa deriva con largo anticipo. Non solo negli Stati Uniti - penso al filosofo e giurista Robert P. George e al sociologo Mark Regnerus -, anche in Italia il movimento pro famiglia ha sempre sottolineato che i diritti e doveri del matrimonio non possono che spettare alla coppia eterosessuale esclusiva e almeno idealmente permanente: non per intento discriminatorio, ma perché tale è la comunità umana capace non solo di riproduzione, per la quale servono un maschio e una femmina, ma di vera e propria procreazione. “Procreazione” non significa solo mettere al mondo dei figli, ma ad essi garantire un nucleo stabile di relazioni, cura ed affetto non soggetto a rotture o a perpetui ripensamenti»
Pensa si arriverà alla legalizzazione di queste «nuove famiglie»?
«Tutto è possibile. Ci sono già state città che hanno passato leggi contro la discriminazione delle unioni poliamorose. Con un passato da avvocato, mi chiedo solo come dei giudici possano decidere le sorti di pensioni di reversibilità, diritti parentali o alimenti in caso di divorzio. Per dirla proverbialmente, mancano “i coperchi”. Portare a giudizio scenari del genere sembra un vero e proprio caos».
Qual è, per lei, il miglior modo per contrastare questa deriva?
«Niente parla come l’esempio. Io stessa non crederei alla famiglia tradizionale se la vita non mi avesse portato a trascorrere buona parte degli ultimi vent’anni circondata da famiglie vere, sane e belle. Non sono famiglie prive di problemi, ma nonostante le difficoltà traboccano d’amore. Sposarsi, fare figli e dedicare al proprio sposo amore sacrificale e imperituro: questa è la cura».
Da Platone a Campanella a Lenin, i tentativi di abolire il matrimonio
Il pronostico di Attali di un mondo senza famiglie se non «fluide», non è originale. Si colloca al contrario in una panoramica storica che registra, da un lato, l’universalità dell’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra uomo e donna, e, dall’altro, il costante tentativo di abolirla, tale unione. Il primo ad immaginare un mondo senza famiglia fu infatti nientemeno che Platone. Il più celebre allievo di Socrate, infatti, nella Repubblica non si limita a definire la giustizia per la città e per il singolo uomo, ma indica anche due condizioni per realizzarla: l’affidamento del potere ai filosofi e l’abolizione della famiglia. Più precisamente, nell’ottica platonica si immaginava che le «donne siano tutte comuni a tutti gli stessi uomini, e nessuna coabiti con nessuno in privato; e che anche i figli siano comuni, né il genitore conosca la propria prole, né il figlio il genitore».
Impossibile poi non ricordare Tommaso Campanella, un domenicano apostata che, ne La città del sole, propone il modello a suo dire ideale di società: abolizione di qualsiasi proprietà privata e quindi anche della famiglia intesa come proprietà privata degli affetti. In epoca contemporanea, dobbiamo al comunismo sovietico la prima opera di smantellamento dell’unione familiare. Già il 19 ed il 20 dicembre 1917 - cioè subito dopo la mitica Rivoluzione di Lenin - furono varati due provvedimenti che oggi troverebbero senza dubbio posto nell’agenda progressista dei «nuovi diritti»: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, mentre il secondo decretò l’abolizione del matrimonio religioso in favore di quello civile. La ciliegina sulla torta, se così possiamo dire, arrivò poi nel novembre del 1920 con la legalizzazione dell’aborto procurato sulla base della semplice richiesta della donna.
Tanti provvedimenti contro la famiglia non erano casuali dato che già nel Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels c’erano parole chiarissime: «Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti […] Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari».
Dunque la solerzia sovietica nello smantellamento dell’istituto familiare altro non era che applicazione, in fondo, di quanto echeggiava negli scritti marxiani. Peccato che poi prima nel 1936 e poi nel 1944, l’Urss tornò a rivalutare la famiglia; ma non tanto per una riscoperta dell’istituzione bensì perché ci si accorse che la progressiva disgregazione familiare stava comportando anche quella dello Stato.
Continua a leggereRiduci
Associazioni di psicologi, intellettuali come Attali e media progressisti stanno spingendo le unioni sentimentali tra più di due persone. E un giovane su due si dice interessatoIl direttore dell’Austin Institute Marianna Orlandi: «C’è anche un reality molto seguito che invita ad “allargare” le coppie. E alcune città hanno approvato leggi in materia. La poligamia non c’entra, qui si cercano relazioni fluide. Il precedente è l’amore libero del ‘68»Il filosofo greco teorizzò «donne in comune per tutti gli uomini». I proclami di MarxLo speciale contiene tre articoliIl New York Times se n’è occupato il 12 gennaio scorso con Alexandra Alter. Il Wall Street Journal, con un pezzo di Elizabeth Bernstein, l’ha fatto una decina di giorni dopo. Sul New Yorker Jennifer Wilson ne aveva già scritto il giorno di Natale, chiedendosi «come» abbiano «fatto a diventare così popolari». Stiamo parlando delle unioni poliamorose, la nuova passione della grande stampa americana ma non solo. Anche in Italia il tema occupa sui media uno spazio crescente. Il giorno di san Valentino Radio 105 Tv, sul suo sito, ha raccontato una relazione di tre persone, presentandola come una unione conveniente, che può cioè «salvare il proprio conto in banca» e può consentire ai suoi componenti di dividere «mensilmente la rata del mutuo» così da poter avere «una casa». Per non essere da meno, il principale quotidiano progressista italiano, La Repubblica, il 25 febbraio ha dedicato ai poliamori ben due pagine, le 20 e 21, spiegando ai suoi lettori che negli Stati Uniti «la coppia aperta spopola tra i giovani». Non esistono statistiche precise, ma il gradimento verso i poliamori sembra essere in aumento. Secondo un sondaggio YouGov del febbraio 2023, un terzo degli americani - precisamente il 34% - ritiene la propria relazione ideale come qualcosa di diverso dalla completa monogamia. Le fasce più giovanili sembrano ancora più entusiaste. Secondo una rilevazione di Young & conducting research, tra i millennial - i nati cioè tra dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni 2000 - addirittura il 52% dei millennial americani è aperto all’idea di relazioni non monogame. Ciò nonostante, e a dispetto dell’entusiasmo dei grandi media su questo argomento, le unioni poliamorose non rappresentano affatto qualcosa di nuovo; semmai, qualcosa di vecchio, un clamoroso déjà vu.Secondo Christopher M. Gleason della Georgia State University, autore di un nuovo libro sul tema, American Poly: A History (Oup), si tratta di una realtà addirittura sessantottina, con almeno 100 anni di storia. «Le radici del poliamore risalgono ad almeno un secolo fa», afferma infatti Gleason, «quando le nozioni bohémien di amore libero fecero breccia nelle principali metropoli statunitensi». In realtà, il debutto delle relazioni poliamorose sembra esser perfino ottocentesco, come prova l’esempio della comunità Oneida, fondata dal socialista utopico John Humphrey Noyes, e che tra il 1848 e il 1879 a New York è arrivata a toccare i 300 adepti, che rigettavano la monogamia in favore del «matrimonio complesso». A seguire, negli anni Venti il poliamore ha iniziato a diffondersi conoscendo poi, però, una forte battuta d’arresto. Infatti, scrive Gleason, «negli anni Quaranta, la duplice minaccia dell’annientamento nucleare e della diffusione del comunismo ateo esacerbarono il ritorno al tradizionalismo sessuale, producendo un consenso culturale sul matrimonio e sulla famiglia». Prendendo per buona questa ricostruzione, resta però aperta una questione: come mai le unioni poliamorose, oggi, sono tornate al centro dell’attenzione dei media? Non certo per la loro diffusione, che resta statisticamente minima anche negli Stati Uniti. No, la risposta va cercata altrove e precisamente nell’attenzione che le élite riservano all’argomento.Se dovessimo individuare un autore che più di altri si è concentrato al riguardo - ben prima di Michela Murgia, che pure ha fatto della sua «famiglia queer» una bandiera - la scelta non potrebbe che ricadere su Jacques Attali, l’economista francese ed ex consigliere di Mitterrand che ha avuto un ruolo chiave anche nell’ascesa politica dell’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Già 17 anni fa, infatti, nel suo Amours (Fayard, 2007) Attali pronosticava che «il 21° secolo sarà quello dell’amore multiplo, della poliunione, della polifedeltà, del poliamore». «Assisteremo gradualmente», continuava, «all’emergere e alla legalizzazione di una nuova forma di relazioni che non avrà nulla a che fare con la poligamia, qualunque sia la sua forma - perché nessuno apparterrà a nessuno -, e che è meglio chiamare netloving per analogia con networking: uomini e donne potranno avere rapporti sentimentali e/o sessuali simultanei, trasparenti e contrattuali, con più partner che avranno a loro volta più partner, che non saranno necessariamente quelli del primo». Curiosamente, poco dopo la bizzarra profezia di Attali, anche i media hanno iniziato ad occuparsi di queste nuove unioni «fluide», col settimanale Newsweek che già nel 2009 informava i suoi lettori dell’esistenza di molte decine di migliaia di unioni «poliamorose». La promozione dei poliamori oggi arriva anche dal mondo scientifico. Nel 2019 è uscita la notizia che, in seno all’American Psychological Association (Apa), precisamente nella Divisione 44 - quella deputata, in soldoni, a normalizzare gli stili di vita omosessuali e transgender - era in fase di formazione una task force per rispondere «ai bisogni delle persone che praticano la non monogamia sessuale» e alle loro «identità marginalizzate» e guidata da Amy Moore e Heath Schechinger, con quest’ultimo già autore di scritti - ovviamente possibilisti - sulla «non monogamia sessuale».In un lavoro del 2021 sulla rivista Frontiers in Psychology a cura della professoressa Amy C. Moors si è invece scritto che «le relazioni non monogame sono sorprendentemente comuni e potrebbero diffondersi ancora», che «il desiderio di vivere una relazione poliamorosa è comune quanto quello di trasferirsi in un altro Paese» e «aver vissuto un poliamore è comune quanto possedere una laurea». Piccolo dettaglio: quella ricerca era promossa da Match, società d’incontri «coinvolta nella progettazione del sondaggio completo» e che «ha finanziato la raccolta dei dati». Insomma, sono studi guarda caso sostenuti da chi potrebbe guadagnarci, quelli che spingono per le unioni aperte che, se da un lato sono solo apparentemente una novità, dall’altro potrebbero confermarsi un’esperienza fallimentare.Secondo la sociologa Rosemary L. Hopcroft, docente dell’Università della Carolina del Nord, «le prove provenienti dalla documentazione antropologica e storica, così come le prove di problemi associati al poliamore come la gelosia e la rottura delle relazioni, suggeriscono che è improbabile che il poliamore sia praticabile a lungo termine». In base ai riscontri a nostra disposizione, continua la Hopcroft, «il poliamore probabilmente lascerà dietro di sé un’enorme quantità di caos personale, miseria e rovina familiare». La nuova frontiera dell’amore rischia insomma di essere solo l’ultima tappa della disgregazione della famiglia. O di quel che ne resta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliamore-l-ultimo-attacco-alla-famiglia-2667531359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-deriva-che-le-tv-usa-gia-normalizzano" data-post-id="2667531359" data-published-at="1710659402" data-use-pagination="False"> «Una deriva che le tv Usa già normalizzano» Classe 1985, avvocato, dottore di ricerca e direttore esecutivo dell’Austin Institute, Marianna Orlandi ha il privilegio di poter seguire da vicino la società americana - vive in Texas - e, al tempo stesso, essendo italiana, di poter offrire uno sguardo comparativo su ciò che oggi avviene negli States e, domani, potrebbe accadere qui: anche a proposito dei poliamori. Per questo La Verità l’ha contattata. Orlandi, quando è iniziata negli Usa l’attenzione dei media verso le unioni poliamorose? «Mi lasci cominciare a trattare dell’argomento riconoscendo una fondamentale differenza, quella tra poligamia e poliamore. Trascurarla significherebbe cadere nella trappola di chi sostiene che ciò che si sta verificando nel panorama attuale degli “affetti” non avrebbe in realtà nulla di nuovo. Di nuovo c’è invece moltissimo, se non tutto. Mentre con il primo termine, poligamia, ci riferiamo a un vincolo matrimoniale tra un individuo di sesso maschile o femminile e più di un individuo del sesso opposto - poliginia nel primo caso e poliandria nel secondo -, il termine poliamore non descrive alcun istituto, ma solo la pratica o il desiderio di relazioni sessuali o romantiche con più partners contemporaneamente: tutti dello stesso sesso, di sesso opposto, amici o estranei, abituali o occasionali, ecc. Poliamoria è termine ampio - come quasi ogni altro termine della imperante “neolingua” - che descrive relazioni, aspirazioni, arrangiamenti, non vincoli. Non contiene alcun limite o contenuto specifico e non richiede necessariamente la fedeltà, né un numero particolare o stabile di soggetti. Non si tratta tanto di matrimonio quanto di ricerca di relazioni fluide». Quando ha avuto origine tutto questo? «Lo scorso novembre, lo storico Christopher M. Gleason ha pubblicato il libro American Poly, in cui tratta il sorgere di questo fenomeno e ne discute alcune concretizzazioni. Sebbene il termine abbia fatto la sua comparsa negli anni Novanta, egli lo ritiene un fenomeno meno recente. L’odierna poliamoria sarebbe infatti sorta con la teoria dell’amore libero degli anni Sessanta, cara a quelli che il New Yorker definisce i “progressisti sociali ma conservatori fiscali”. È piuttosto diverso dal “matrimonio tra più soggetti”». E i media, tornando alla prima domanda, come trattano il tema? «Nei media statunitensi, gli ultimi due o tre anni hanno visto un aumento della attenzione dedicata alla poliamoria: un crescendo di libri, articoli e serie tv che propongono la poliamoria come normale progetto di vita. Da qualche mese esiste addirittura un reality show, piuttosto seguito, dal titolo From Couple to Throuple. In esso le coppie si trovano a sperimentare la poliamoria sotto lo sguardo degli spettatori. Mi chiedo come reagirebbero le vecchie generazioni, incluse quelle che nel ’68 scesero in piazza in difesa dell’amore libero: io credo fossero molto più romantici! Se vi è chi sostiene e lamenta come la serie tv Friends abbia plasmato la mia generazione, posso solo immaginare quali effetti la normalizzazione della poliamoria potrà portare in una società in cui troppo spesso il rapporto sessuale soddisfa solamente nelle sue “variazioni” tossiche». Cosa la colpisce di più di questo fenomeno? «Mi colpisce più la sorpresa che l’attenzione. Dire “ve l’avevo detto” serve a poco. È però innegabile che i difensori della famiglia tradizionale - ovvero chi non impone a nessuno un certo modo di vivere la propria sessualità, ma ritiene che la stessa non possa modificare la natura del matrimonio - avessero chiarito l’inevitabilità di questa deriva con largo anticipo. Non solo negli Stati Uniti - penso al filosofo e giurista Robert P. George e al sociologo Mark Regnerus -, anche in Italia il movimento pro famiglia ha sempre sottolineato che i diritti e doveri del matrimonio non possono che spettare alla coppia eterosessuale esclusiva e almeno idealmente permanente: non per intento discriminatorio, ma perché tale è la comunità umana capace non solo di riproduzione, per la quale servono un maschio e una femmina, ma di vera e propria procreazione. “Procreazione” non significa solo mettere al mondo dei figli, ma ad essi garantire un nucleo stabile di relazioni, cura ed affetto non soggetto a rotture o a perpetui ripensamenti» Pensa si arriverà alla legalizzazione di queste «nuove famiglie»? «Tutto è possibile. Ci sono già state città che hanno passato leggi contro la discriminazione delle unioni poliamorose. Con un passato da avvocato, mi chiedo solo come dei giudici possano decidere le sorti di pensioni di reversibilità, diritti parentali o alimenti in caso di divorzio. Per dirla proverbialmente, mancano “i coperchi”. Portare a giudizio scenari del genere sembra un vero e proprio caos». Qual è, per lei, il miglior modo per contrastare questa deriva? «Niente parla come l’esempio. Io stessa non crederei alla famiglia tradizionale se la vita non mi avesse portato a trascorrere buona parte degli ultimi vent’anni circondata da famiglie vere, sane e belle. Non sono famiglie prive di problemi, ma nonostante le difficoltà traboccano d’amore. Sposarsi, fare figli e dedicare al proprio sposo amore sacrificale e imperituro: questa è la cura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliamore-l-ultimo-attacco-alla-famiglia-2667531359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-platone-a-campanella-a-lenin-i-tentativi-di-abolire-il-matrimonio" data-post-id="2667531359" data-published-at="1710659402" data-use-pagination="False"> Da Platone a Campanella a Lenin, i tentativi di abolire il matrimonio Il pronostico di Attali di un mondo senza famiglie se non «fluide», non è originale. Si colloca al contrario in una panoramica storica che registra, da un lato, l’universalità dell’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra uomo e donna, e, dall’altro, il costante tentativo di abolirla, tale unione. Il primo ad immaginare un mondo senza famiglia fu infatti nientemeno che Platone. Il più celebre allievo di Socrate, infatti, nella Repubblica non si limita a definire la giustizia per la città e per il singolo uomo, ma indica anche due condizioni per realizzarla: l’affidamento del potere ai filosofi e l’abolizione della famiglia. Più precisamente, nell’ottica platonica si immaginava che le «donne siano tutte comuni a tutti gli stessi uomini, e nessuna coabiti con nessuno in privato; e che anche i figli siano comuni, né il genitore conosca la propria prole, né il figlio il genitore». Impossibile poi non ricordare Tommaso Campanella, un domenicano apostata che, ne La città del sole, propone il modello a suo dire ideale di società: abolizione di qualsiasi proprietà privata e quindi anche della famiglia intesa come proprietà privata degli affetti. In epoca contemporanea, dobbiamo al comunismo sovietico la prima opera di smantellamento dell’unione familiare. Già il 19 ed il 20 dicembre 1917 - cioè subito dopo la mitica Rivoluzione di Lenin - furono varati due provvedimenti che oggi troverebbero senza dubbio posto nell’agenda progressista dei «nuovi diritti»: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, mentre il secondo decretò l’abolizione del matrimonio religioso in favore di quello civile. La ciliegina sulla torta, se così possiamo dire, arrivò poi nel novembre del 1920 con la legalizzazione dell’aborto procurato sulla base della semplice richiesta della donna. Tanti provvedimenti contro la famiglia non erano casuali dato che già nel Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels c’erano parole chiarissime: «Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti […] Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari». Dunque la solerzia sovietica nello smantellamento dell’istituto familiare altro non era che applicazione, in fondo, di quanto echeggiava negli scritti marxiani. Peccato che poi prima nel 1936 e poi nel 1944, l’Urss tornò a rivalutare la famiglia; ma non tanto per una riscoperta dell’istituzione bensì perché ci si accorse che la progressiva disgregazione familiare stava comportando anche quella dello Stato.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
Continua a leggereRiduci
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Continua a leggereRiduci