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2021-11-19
Soldi del Pnrr italiano ai francesi: è nel Trattato
Emmanuel Macron e Sergio Mattarella (Getty Images)
Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.
Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni.
Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?
C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi.
Patto nato sotto il governo Gentiloni
Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa.
Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte.
Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
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Sullo spazio il testo seguirà il modello del protocollo fra Colao e l'Ue, favorendo la Francia. La stessa logica rischia di essere applicata anche agli altri capitoli. La firma si avvicina ma i contenuti sono sempre segreti.La genesi del Trattato risale al 2018. I primi a lavorarci, per il nostro Paese, furono Bassanini, la Severino e Piantini. Fondamentale anche la Goulard, ex consulente di Prodi.Lo speciale contiene due articoli.Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni. Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. 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L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa. Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte. Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.