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2021-11-19
Soldi del Pnrr italiano ai francesi: è nel Trattato
Emmanuel Macron e Sergio Mattarella (Getty Images)
Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.
Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni.
Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?
C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi.
Patto nato sotto il governo Gentiloni
Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa.
Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte.
Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
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Sullo spazio il testo seguirà il modello del protocollo fra Colao e l'Ue, favorendo la Francia. La stessa logica rischia di essere applicata anche agli altri capitoli. La firma si avvicina ma i contenuti sono sempre segreti.La genesi del Trattato risale al 2018. I primi a lavorarci, per il nostro Paese, furono Bassanini, la Severino e Piantini. Fondamentale anche la Goulard, ex consulente di Prodi.Lo speciale contiene due articoli.Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni. Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pnrr-italia-francia-2655762583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="patto-nato-sotto-il-governo-gentiloni" data-post-id="2655762583" data-published-at="1637304533" data-use-pagination="False"> Patto nato sotto il governo Gentiloni Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa. Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte. Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
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