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2021-11-19
Soldi del Pnrr italiano ai francesi: è nel Trattato
Emmanuel Macron e Sergio Mattarella (Getty Images)
Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.
Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni.
Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?
C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi.
Patto nato sotto il governo Gentiloni
Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa.
Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte.
Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
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Sullo spazio il testo seguirà il modello del protocollo fra Colao e l'Ue, favorendo la Francia. La stessa logica rischia di essere applicata anche agli altri capitoli. La firma si avvicina ma i contenuti sono sempre segreti.La genesi del Trattato risale al 2018. I primi a lavorarci, per il nostro Paese, furono Bassanini, la Severino e Piantini. Fondamentale anche la Goulard, ex consulente di Prodi.Lo speciale contiene due articoli.Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni. Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pnrr-italia-francia-2655762583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="patto-nato-sotto-il-governo-gentiloni" data-post-id="2655762583" data-published-at="1637304533" data-use-pagination="False"> Patto nato sotto il governo Gentiloni Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa. Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte. Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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