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2021-11-19
Soldi del Pnrr italiano ai francesi: è nel Trattato
Emmanuel Macron e Sergio Mattarella (Getty Images)
Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.
Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni.
Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?
C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi.
Patto nato sotto il governo Gentiloni
Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa.
Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte.
Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
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Sullo spazio il testo seguirà il modello del protocollo fra Colao e l'Ue, favorendo la Francia. La stessa logica rischia di essere applicata anche agli altri capitoli. La firma si avvicina ma i contenuti sono sempre segreti.La genesi del Trattato risale al 2018. I primi a lavorarci, per il nostro Paese, furono Bassanini, la Severino e Piantini. Fondamentale anche la Goulard, ex consulente di Prodi.Lo speciale contiene due articoli.Mancano sei giorni alla firma del Trattato del Quirinale. Salvo cambi improvvisi e stravolgimenti, Emmanuel Macron è atteso a Roma e in quell'occasione i vertici dei due Paesi sigleranno l'intesa. L'obiettivo, come più volte abbiamo segnalato, è quello di creare una struttura bilaterale che cristallizzi i rapporti tra Roma e Parigi indipendentemente dal colore dei futuri governi. Per questo dovrebbe esserci sul tema una attenzione da allarme rosso. Invece, la stampa nazionale ha scelto la strategia del sonnifero. Fingersi morta per riemergere solo a cose fatte. Forse per non danneggiare i manovratori. Corre invece l'obbligo segnalare i pericoli incombenti e i capitoli ancora aperti. Nel secondo caso i due aspetti tendono a sommarsi. Il capitolo numero 2 e il numero 7 si riferiscono rispettivamente alla Difesa e allo spazio. Dei due si sa molto poco. L'industria della Difesa non risulta essere stata formalmente coinvolta. C'è stato un interessamento e richieste di informazioni. Ma nessun tavolo.Eppure il tema è delicato. L'articolo 7 è in fase di stesura in queste ore. Nei giorni scorsi è stata segnalata una delegazione francese al ministero dell'Innovazione tecnologica, guidato da Vittorio Colao. Stando a quanto risulta alla Verità, il capitolo si sposerà in pieno con la scelta portata avanti sempre da Colao di delegare all'Esa, l'Ente spaziale europeo, l'intero pacchetto di investimenti del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a fronte di un pagamento minimo per il disturbo di 106 milioni di euro. La scelta (che finirà al vaglio del comitato interministeriale del primo dicembre) oltre a causare l'esautorazione della nostra Asi finisce con l'invertire i ruoli di controllore e controllato, ma soprattutto infilerà le aziende in un terreno minato. In pratica, i fondi del Pnrr saranno gestiti direttamente da Esa e non passeranno dunque dalla legislazione italiana. Le aziende del settore si chiedono che accadrà in caso di contenziosi. Chi risponderà? E soprattutto dove si dovranno rivolgere? Ma questo è il meno. Se si legge il testo dell'accordo e ci si sofferma a pagina 12 si coglie un dettaglio che svela però l'intero quadro d'insieme. Si approccia il tema dell'osservazione terrestre e delle caratteristiche che i sistemi di osservazione dovranno avere. Nel dettagliare il livello upstream si spiega che la costellazione di satelliti dovrà essere equipaggiata da sistemi di radar spaziali. Solo a supporto e quindi non sarà un mandatory payload (tecnologia di base) potrà essere utilizzata la tecnologia ottica ad alta risoluzione. La radaristica è sviluppata solo da Thales Alenia space, mentre la tecnologia complementare a oggi in Italia non esiste nemmeno. Certo, potrebbe in futuro svilupparla Leonardo (cosa che finora non ha fatto perché i francesi hanno sempre premuto per i radar) magari con un partner tedesco. Ma sarà comunque sempre tecnologia complementare. Il progetto dell'osservazione terrestre da solo vale quasi 1 miliardo e così facendo, almeno nella pratica, si tradurrà in una fregatura per il sistema Italia. In pratica usiamo i soldi del Pnrr per finanziare in gran parte aziende francesi. Un discorso simile si può fare per il motore Avio. Ma è uno schema diffuso all'interno del contratto e della trasposizione che verrà fatta nel Trattato del Quirinale. Viene da chiedersi chi abbia deciso i parametri inseriti nel contratto con Esa e chi deciderà la trasposizione dentro il Trattato. Non è una domanda da poco. La scelta influenzerà lo scenario industriale italiano nei prossimi decenni. Lo spazio è un tema sensibile perché da qui al 2040 le guerre e le difese passeranno dal mondo della cyber security e delle costellazioni satellitari. Chi ha deciso che dobbiamo abdicare la sovranità tecnologica?C'è poi un tema molto più ampio. Dire che in questo modo finiamo con il dare i soldi del Pnrr alle aziende francesi potrebbe sembrare una iperbole. In realtà, visto il segreto con cui viene affrontato il dossier, chi ci garantisce che anche su altri temi non si applichi la stessa logica? Parliamo in fondo di trasporti, mobilità, elettricità, energia e nucleare. Già i vasi comunicanti sono infiniti. Basti pensare all'ex Lingotto che ormai non parla più piemontese né americano, ma francese. Poi in ballo c'è il futuro di Ita, l'ex Alitalia, e gli interessi condivisi in Libia. Vedremo che succederà fra pochi giorni. Certo, a quanto risulta alla Verità permangono ancora frizioni. La prima riguarda l'ambiente. Gli sherpa italiani non vedono di buon occhio l'adesione in toto all'Accordo di Parigi. Imporrebbe a molte aziende nostrane di abdicare alla possibilità di fare business con alcuni Paesi e soprattutto renderebbe un documento francese di fatto un testo di legge italiano. La seconda riguarda l'unione bancaria. I francesi spingono per chiudere la partita. Il nostro comparto bancaria non sembra d'accordo. Immaginiamo che si chiedano quale sia la contropartita e ce lo chiediamo pure noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pnrr-italia-francia-2655762583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="patto-nato-sotto-il-governo-gentiloni" data-post-id="2655762583" data-published-at="1637304533" data-use-pagination="False"> Patto nato sotto il governo Gentiloni Per capire la genesi del Trattato del Quirinale - l'accordo tra Italia e Francia che sarà firmato la prossima settimana a Roma da Mario Draghi ed Emmanuel Macron - bisogna fare un passo indietro di almeno tre anni. Agli inizi del 2018, infatti, quando il governo di Paolo Gentiloni si avviava alla sua naturale conclusione, si incominciò a discutere di un nuovo patto tra Parigi e Roma per rilanciare il futuro dell'Europa. L'idea, fatta filtrare sui quotidiani, era che un nuovo trattato sulla falsariga di quello tra Francia e Germania del 1963 avrebbe consentito un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. In pratica a Gentiloni venne in mente di strutturare in modo più organico il rapporto tra i due Paesi con scambi di funzionari, consigli di sicurezza e di difesa ogni anno, persino una linea comune da tenere in Europa. Fu proprio l'ex premier, che aveva preso il posto del dimissionario Matteo Renzi un anno prima, a confezionare un accordo che ora rischia di mettere in seria difficoltà l'Italia. All'epoca c'era già chi si domandava (in particolare il nostro giornale) che senso avesse quella decisione politica presa da Gentiloni, se non quello di avvantaggiare la Francia e renderla in futuro la nuova regina del Vecchio continente. Del resto a gestire l'operazione fu un gruppo di «saggi» che tennero la loro prima riunione il 18 febbraio del 2018 sotto la supervisione del sottosegretario degli Affari europei Sandro Gozi. Quest'ultimo l'anno dopo fu candidato alle elezioni europee con En Marche, il partito di Macron. A tirare le fila del Trattato del Quirinale furono in particolare sei persone, Franco Bassanini, Paola Severino, Marco Piantini, Pascal Cagni, Gilles Pécout e Sylvie Goulard. Era così formato, infatti, il gruppo di saggi che consegnò il primo rapporto intermedio a Gentiloni e Macron. Poi l'ex premier italiano passò il materiale al suo successore Giuseppe Conte. Bassanini, storico parlamentare di centrosinistra, attuale presidente di Open fiber nonché ex presidente di Cassa depositi e prestiti, è stato insignito della Legion d'onore francese nel 2002. Anche l'ex ministro di Grazia e giustizia Severino ha ricevuto lo stesso riconoscimento del 2019. Mentre Piantini è noto per essere stato consigliere al Quirinale e dello stesso Gentiloni a Palazzo Chigi. Ma a mettere per prima le mani sul Trattato è stata Sylvie Goulard, politica di spicco di En Marche, ministro della Difesa per appena un mese nella Francia di Macron (si dimise per uno scandalo) ma soprattutto attuale vice governatore della Banca di Francia. La Goulard è un nome noto tra le fila del centrosinistra italiano. È stata consigliere politico di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004 durante la presidenza della Commissione europea. Tanto che ancora adesso c'è chi sostiene che «gli occhi della Goulard siano gli occhi di Macron sull'Italia». Ma allo stesso tempo la lady di ferro è stata un ingranaggio fondamentale nei meccanismi economici europei e transalpini. Fu lei nel 2015 a sponsorizzare e sostenere la nomina di François Villeroy de Galhau a governatore della Banca di Francia. Villeroy de Galhau è stato l'ex capo di gabinetto del ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn alla fine degli anni Novanta, durante il governo di Lionel Jospin. In quegli anni aveva come vicino di scrivania un altro economista di cui si è sentito parlare spesso negli ultimi giorni sui giornali. Stiamo parlando di Stéphane Boujnah, anche lui all'epoca collaboratore di Strauss-Kahn e membro di spicco della famiglia socialista europea, attuale amministratore delegato di Euronext, nuovo proprietario della Borsa di Milano. Il cerchio, così, si chiude.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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