«Serve un piano minerario italiano»
Gianclaudio Torlizzi (Imagoeconomica)
Uno studio di Gianclaudio Torlizzi evidenzia che esportiamo metalli ferrosi di cui abbiamo necessità. «Dobbiamo invece individuare i fabbisogni passati e futuri e agire di conseguenza».

In un momento così cruciale e complicato per le materie prime, l’Italia sta vivendo un paradosso. Come emerge dallo studio per l’università Luiss di Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari, il nostro Paese è tra i maggiori esportatori di materiali ferrosi, quando invece dovrebbe riciclarne il più possibile e contribuire all’abbassamento dei livelli di anidride carbonica. All’interno dello studio Perché l’Italia ha bisogno di un piano minerario nazionale, Torlizzi spiega che il rottame è fondamentale per il raggiungimento dei target di decarbonizzazione nel comparto siderurgico e dei metalli. Per fare un esempio, dall’Ue sono uscite nel 2021 1,1 milioni di tonnellate di rottame di alluminio e 900.000 di rottame di rame. Solo dall’Italia, nel 2021, sono uscite 191.000 tonnellate di rottame di alluminio, 178.000 di rame, 17.000 di zinco, 4.000 di piombo e 1.200 di nichel. Però, invece di esportare questi residui del ferro, sarebbe decisamente meglio trattenerli in patria e utilizzarli all’interno del nostro mercato per produrre, ad esempio, acciaio.

A livello europeo, l’export di rottame ferroso ammonta a circa 20 milioni di tonnellate. Se il trend di crescita si è mantenuto costante dal 2013 al 2019, negli ultimi anni l’esportazione ha subito una spinta dovuta alle difficoltà delle acciaierie italiane (Covid e crisi energetica), a beneficio dei Paesi nei quali le politiche di contenimento Covid sono state meno restrittive e la crisi energetica ha avuto impatti minori (o nulli) come nel caso di Turchia, Pakistan, e India. Inoltre, va sottolineato che queste dinamiche si sono sovrapposte a una situazione di fondo che vede i produttori nazionali impossibilitati a competere ad armi pari coi loro concorrenti extra Ue. Le norme nei Paesi destinatari dei rottami ferrosi prodotti in Italia non sono infatti così stringenti come quelle nostrane.

Proprio per questo motivo è importante che venga messo in atto al più presto un piano nazionale minerario. Il governo, su questo, è già all’opera. «Siamo nella fase iniziale di capire quelli che son i fabbisogni strategici del Paese», spiega Torlizzi alla Verità. «Un piano minerario poggia anche sul capire di quali materiali hai bisogno oggi e di quali avrai bisogno in futuro. Perché, con la transizione energetica, non è detto che gli stessi minerali che si utilizzano oggi siano i medesimi di cui l’Italia avrà bisogno in futuro. Se, ad esempio, l’Italia decidesse di produrre batterie elettriche il nostro Paese dovrebbe puntare su metalli che oggi utilizziamo poco. Lo stesso vale nel caso in cui decidessimo di diventare un hub per l’idrogeno verde. La seconda fase sarà quella di vedere quali saranno le politiche industriali che il governo metterà in atto e, di conseguenza, portare avanti un piano nazionale minerario sulla base di queste scelte», continua. «Al momento su queste tematiche il ministero delle Imprese ha convocato vari tavoli, in particolare uno con l’obiettivo di evidenziare i nostri fabbisogni sul fronte delle esigenze produttive. Dopodiché ci sarà il momento più complesso e cioè quello di mettere in pratica queste necessità».

Al Mimit guidato da Adolfo Urso, dunque, sono ben consapevoli che bisogna correre ai ripari quanto prima. La combinazione data da rischi di approvvigionamento e aumento dei consumi in vista dell’attuazione delle politiche climatiche impone che venga ideato un piano nazionale minerario al fine di garantire un livello soddisfacente di approvvigionamento all’industria italiana, il cui fabbisogno di metalli registrerà un’importante crescita.

Come spiega Torlizzi, il primo passo dovrà essere una mappatura geologica del Paese. In più, l’individuazione dei giacimenti da sfruttare dovrà andare di pari passo con l’aggiornamento delle normative, ferme al regio decreto 1443 del 1927. Lo Stato dovrà insomma riconoscere l’importanza dell’attività mineraria, intervenendo attivamente nella strategia di approvvigionamento. Questo, in poche parole, significa che il concetto di sicurezza nazionale sul fronte dell’approvvigionamento della materia prima dovrà essere considerato superiore a quello della convenienza economica.

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