{{ subpage.title }}

Piacere e tabù, tra app di dating e sex toys

Piacere e tabù, tra app di dating e sex toys
iStock
  • Luka Matutinovic, Cmo di Lelo: «L'attenzione al benessere generale ha portato alla ribalta una serie di questioni femminili».
  • Le previsioni per il 2021: ci saranno meno rapporti intimi, ma ci si sentirà più soddisfatti.
  • Basta pesche, melanzane e ciliegie. Nasce una petizione per la creazione di un emoji che identifichi l'atto sessuale.
  • L'amore si trova sempre più spesso online. La community italia Joyclub ci racconta come si comportano gli italiani sulle app di dating.

Lo speciale contiene quattro articoli.


La sessualità resta un mistero ancora capace di affascinarci. Un mondo di piacere tanto vasto e ricco di infinte possibilità, dove tutto è possibile poiché è lì che l'essere umano sperimenta se stesso e la sua attitudine a relazionarsi con il proprio corpo e con l'altro, indipendentemente dalle identità e dall'orientamento sessuale. Lo sa bene Lelo che del “piacere" ha fatto un business. E che nell'ultimo anno ha visto un vero e proprio boom di richieste (il 148% in più rispetto all'anno precedente. Ne abbiamo parlato con Luka Matutinovic, Cmo dell'azienda.

Il 2020 è stato un anno importante per LELO e il mercato dei sex toys. Come avete letto questo aumento di vendite a livello globale?

«Gli ultimi due decenni hanno visto cambiare l'atteggiamento nei confronti del sesso, con maggiore consapevolezza sul benessere sessuale. Ciò ha portato anche all'introduzione di prodotti innovativi che aumentano il piacere, sviluppando così nuove opportunità, aumentando la visibilità e stimolando la crescita di marchi come LELO nel mercato globale del benessere sessuale. Ovviamente, la pandemia ha giocato un ruolo significativo nella recente crescita delle vendite. Da un lato, dovevamo rispettare le nuove regole di distanziamento, dall'altro il sesso e la masturbazione possono aiutare ad affrontare l'ansia. Nell'ultimo anno, le vendite online di LELO non si sono mai interrotte: abbiamo assistito a un aumento di circa il 148% e il trend è continuato anche quest'anno».

LELO nasce nel 2003. Come è cambiato in questi anni l'approccio al tema del piacere?

«La storia dei prodotti LELO rappresenta la storia del settore, fin dall'inizio. Da sempre ascoltiamo i nostri clienti e anticipiamo i loro desideri e bisogni. Quando abbiamo iniziato, non c'erano oggetti di piacere premium o di lusso, e volevamo usare la nostra esperienza di progettazione e ingegneria per cambiare la situazione, unendo forma e funzionalità. La nostra è una storia di pietre miliari: siamo stati uno dei primi marchi a introdurre prodotti waterproof, oltre a pezzi piccoli ed eleganti che si possono portare in borsa senza che nessuno capisca cosa siano. Quindi, abbiamo introdotto prodotti per la coppia, con telecomandi che danno ai partner la possibilità di giocare insieme quando e dove vogliono. Quindi, grazie a ricerche indipendenti, abbiamo lanciato una serie di prodotti per lui. Venendo al presente, sappiamo che la tecnologia del sesso sta cambiando rapidamente. E siamo pronti per questo»

Il piacere femminile è visto ancora oggi come un taboo. Per quale motivo?

«Una volta lo era, ma ora sta cambiando. Ultimamente, abbiamo assistito a un cambiamento, poiché l'attenzione al benessere generale ha portato alla ribalta una serie di questioni femminili, dalle mestruazioni ai sex toys. Noi di LELO siamo qui per aiutare a eliminare ulteriormente i restanti tabù, promuovendo educazione e benessere sessuale e introducendo prodotti innovativi per il benessere sessuale che accelerano la crescita del settore e la loro ulteriore adozione nel mainstream. Questo cambiamento è confermato anche dall'andamento della domanda. Abbiamo visto un aumento delle donne che acquistano i nostri prodotti negli ultimi mesi».

Qual è la missione di LELO per i prossimi anni?

«Portare avanti il nostro inno al self-care, coinvolgendo tutti. Continuare a offrire un'esperienza di estasi senza vergogna, per scoprire tutte le meraviglie del nostro corpo. Aiutare le persone a raggiungere la sicurezza in sé stessi e accompagnarle verso una vita intima ricca di soddisfazione. I nostri clienti bramano innovazione e nuove sensazioni, e questa è la nostra missione più grande: offrire piacere a chi lo cerca. Ancora e ancora. Non tutti hanno un interesse attivo per i prodotti di piacere, e va bene, ma per coloro che hanno un interesse, noi ci siamo».

Ha da poco debuttato un nuovo prodotto che promette di rivoluzionare il concetto di piacere. Cosa differenzia ENIGMA dagli altri sex toys?

«A differenza di qualsiasi altro prodotto, ENIGMA offre una stimolazione clitoridea profonda, insieme alla vibrazione per il punto G, per un orgasmo estremamente intenso. ENIGMA è un'evoluzione dei nostri prodotti best seller, offre un concetto di piacere ibrido più lussuoso possibile. Utilizzando la tecnologia a onde soniche brevettata LELO, offre una stimolazione del clitoride che risuona nel corpo in profondità, proprio come SONA, e una stimolazione interna che massaggia il punto G, proprio come SORAYA, restituendo un orgasmo omnicomprensivo. Il silicone è stato progettato per assorbire le onde sonore e trasmetterle al clitoride, per una sensazione più profonda ma più delicata. La tecnologia Sonic Wave a doppia azione combina inoltre onde sonore con impulsi più delicati, per il doppio del piacere».

LELO presta grande attenzione anche al design dei suoi prodotti. I premi vinti negli anni lo confermano. Perché questa scelta?

«Il design è sempre stato un elemento fondamentale per noi e ha davvero reso più facile parlare di salute sessuale, aiutandola a diventare mainstream. Per noi i prodotti per il benessere sessuale sono senza dubbio prodotti per la cura di sé e, a nostro avviso, dovrebbero essere progettati come tali. Quando LELO ha lanciato i suoi primi prodotti quasi due decenni fa, si sono distinti proprio perché non sembravano sex toy. I designer LELO traggono ispirazione da tutto ciò che li circonda - arte, natura, anatomia, architettura. Il design scandinavo ha una forte tendenza a fondere il design con la funzionalità, ed essendo un marchio svedese LELO è sinonimo di linee lunghe e morbide, forme eleganti e corpi seducenti. È la miscela perfetta di forma e funzione.

Lelo racconta le ultime tendenze 

Piacere al femminile

Il 2021 sarà l'anno del clitoride. Brand come Lelo hanno lavorato per anni per sviluppare sex toy perfettamente raffinati e interamente dedicati al clitoride – non solo alla parte esterna ma, grazie alle ricerche realizzate nel campo anatomico, anche alla struttura interna, più grande e altrettanto sensibile.

Online dating

Nel 2021 l'online dating conoscerà una fortissima impennata (di nuovo). Il risultato? Una conoscenza approfondita prima dell'incontro, che sarà condizione fondamentale per capire se c'è attrazione ed essere più sicuri per un eventuale incontro.

La recessione del sesso

Le statistiche degli ultimi anni riportano che, contrariamente alle aspettative, oggi si fa meno sesso rispetto agli anni passati e il trend sembra essere destinato a continuare, secondo uno studio della San Diego State University infatti i Millennials hanno più difficoltà a avere una vita sessuale più regolare e il 15% di loro ha dichiarato di non avere avuto rapporti nell'ultimo anno. Cosa aspettarsi quindi dal 2021? Si privilegerà la qualità alla quantità. A partire dalla scelta del partner, all'impegno che si metterà nelle relazioni e nelle esperienze. Ci saranno meno rapporti intimi, ma ci si sentirà più soddisfatti.

Il Rinascimento della masturbazione

Si ricomincerà a esplorare il proprio corpo e a scoprire quali emozioni può regalare l'autoerotismo. Ci sarà un Rinascimento della masturbazione, già dimostrato grazie all'esplosione nelle vendite dei sex toy nel 2020

Una emoji ufficiale per parlare di sesso

iStock

Basta pesche, melanzane e ciliegie. Il sexting non è mai stato così popolare, e una petizione chiede che venga creata una «sex emoji». Oggi le emoji sono parte integrante del modo in cui le persone si connettono, la creazione di un simbolo dedicato potrà inaugurare una nuova era di comunicazione sul sesso, spezzando ulteriormente lo stigma che circonda il discorso sul sesso online e aiutando ancora più persone a raggiungere la propria soddisfazione nella vita sessuale.

Le emoticon rappresentano oggi un linguaggio universale, capace di comunicare con tutti, a prescindere dalla provenienza geografica, dall'educazione o estrazione sociale. Secondo gli ultimi sondaggi di Lelo - promotore dell'iniziativa - oggi esistono più di 3.100 emoji diversi, ed entro la fine del 2021 il numero salirà a 3.300. Ogni giorno su Facebook vengono utilizzati cinque miliardi di emoji, mentre la cifra totale sale a dieci miliardi se si considerano anche le altre piattaforme. Il simbolo più popolare a livello globale è sicuramente la faccina che piange a gran voce(*), mentre per noi italiani al primo posto spicca la faccina che ride (45%). Oltre il 95% degli utenti della rete, dichiara di utilizzare quotidianamente le emoji nelle proprie comunicazioni. Il 42% degli italiani dichiara di utilizzarli in quanto facilitatori, nella comunicazione di tutti i giorni. La popolarità delle emoji è tale che vengono utilizzate anche al di fuori dei loro significati originali associati a simboli particolari per alludere a tematiche che non hanno ancora ricevuto una loro rappresentazione visiva specifica.

Il sondaggio, su base di 10.000 persone, ha rivelato che il 77% degli intervistati utilizza emoji quando parla di sesso (la media globale è del 76%). Oltre la metà del campione dichiara di usare gli emoji regolarmente; il 49% degli italiani usa di frequente le emoticon per parlare di sesso, poiché ritengono che renda la conversazione più facile e divertente. Il 24% dichiara (addirittura) che usare le emoji aiuti loro a fare più sesso, solo il 13% dichiara invece di non usare mai questo tipo di linguaggio (vs il 17% degli intervistati globali). Gli emoji usati per il sexting sono famosi per i loro doppi sensi, i più popolari sono le goccioline d'acqua, la pesca e la banana. Mentre in Italia i simboli più utilizzati sono le goccioline, le dita e le ciliegie. Esistono anche esilaranti e creative combinazioni di icone, che le persone usano per parlare di sesso, tra queste ad esempio ci sono simboli come il peperoncino.

Gli italiani e le app di dating

iStock

Le app di dating sono sempre più utilizzati. Ormai trovare l'anima gemella in rete è la regola. Lo scorso marzo, Tinder ha registrato il suo record di swipe - scelta di potenziali partner - raggiungendo quota tre miliardi in sole 24 ore. Bumble si è invece quotata in borsa l'11 febbraio 2021 e lo stesso giorno ha registrato un balzo del 63% nel valore delle sue azioni.

Joyclub è una vera e propria community che offre ai suoi utenti la possibilità di interagire in tanti modi differenti: cercando profili in base alle proprie preferenze, navigando tra i video e le foto create dagli altri utenti, interagendo in livestream, partecipando ai gruppi della propria città o di altre zone, scrivendo privatamente agli utenti che suscitano sensazioni piccanti, cercando confronto su temi hot e oltre i tabù. La community oggi conta oltre 3.5 milioni di utenti. Sulla piattaforma oltre a 17.000 utenti si dichiarano single, circa 4000 hanno una relazione aperta, più di 8500 si dichiarano impegnati e un'interessante fetta di circa 700 utenti sono poliamorosi. Ma come si comportano gli italiani sulle app di dating? Joyclub ce lo racconta.

Nonostante sia dichiaratamente uno spazio per la ricerca di sperimentazioni sessuali, i dati che emergono dallo studio condotto dalla piattaforma sono tutt'altro che estremi. Tra le donne emerge al primo posto tra le 10 preferenze il "normal sex", al secondo posto le pratiche orali e baci e coccole al terzo posto. Anche nel sesso le donne amano il lato romantico.

Per gli uomini la ricerca si concentra tra sesso normale al primo posto, pratiche orali al secondo posto e blowjob nell'ultimo gradino del podio. Per le coppie al primo posto tra le esperienze preferite c'è il sesso orale, seguito da blowjob e normal sex. Due dati curiosi in fatto di preferenze delle coppie iscritte a Joyclub. Al quarto posto spicca la "lingerie", un elemento fondamentale per alzare la temperatura sessuale quando si pratica sesso tra coppie e tra le preferenze è dichiarata tra le prime 10 anche l'"intimate shave" una pratica che si rivela sexy se condivisa tra partner.

Il prosciutto spagnolo non è tutto uguale. Alla scoperta del vero Pata Negra tra marketing e realtà
iStock
Lo importiamo e mangiamo da un bel po’, ma è salito alla ribalta popolare quando Briatore ne ha fatto un ingrediente delle sue pizze. Quello originale proviene da un maiale che, a parte la caratteristica zampa nera (da cui prende il nome), è al 100% iberico, vive allo stato brado e ha un’alimentazione a base di ghiande, erba e radici. Il suo sapore intenso sopraffino è determinato dal grasso e intensificato dalla stagionatura. Si taglia al coltello, quindi la fetta è abbastanza spessa e in alcuni punti quasi callosa. Ma in bocca si scioglie...
Continua a leggereRiduci

Non una sconfitta, ma una "rovinosa disfatta". I numeri del referendum sulla separazione delle carriere consegnano una vittoria schiacciante al fronte del "No", certificando una distanza abissale tra gli schieramenti nonostante il pressing finale del centrodestra.

Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
iStock
Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy