2022-06-14
«Phoenix rising», Evan Rachel Wood e l’incubo della sua relazione con Marilyn Manson
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Una cosa, lo scontro pubblico fra Johnny Depp e Amber Heard, l’epopea infinita di due ex coniugi pronti a giurare di aver subito torture dalla parte avversa, è riuscito ad insegnarcela: ci sono storie destinate a fare rumore, ed altre condannate a passare in sordina, accompagnate solo da quel mormorio timido che l’indignazione temporanea è solita generare. Così, mentre il mondo occidentale (o, quantomeno, la parte di questo più sensibile al gossip) si produceva in manifestazioni di sdegno, inorridendo di fronte alle lacrime di Britney Spears e al racconto di suo padre orco, lo stesso mondo occidentale (o, quantomeno, la parte che si è detto essere più sensibile al gossip) si perdeva, o quasi, la denuncia di Evan Rachel Wood. Una denuncia fatta negli anni, prima in forma anonima, senza mai rivelare il nome dell’uomo che sosteneva aver abusato di lei, poi, con più coraggio e il sostegno della famiglia, rendendone nota l’identità. «Marilyn Manson», il cantante demoniaco, una creatura con la pelle diafana e gli occhi vacui, con le labbra pittate di un rosso scuro, vicino al nero, «Ha iniziato ad approfittarsi di me quand’ero adolescente e ha abusato di me in modo orribile per anni», ha scritto online l’attrice, dando forma ad una storia contorta, dove non è l’eco del #MeToo a risuonare ma la capacità dell’adulto di plagiare e plasmare quel che, allora, era poco più di una bambina.
Evan Rachel Wood, che la sua storia ha voluto ripercorrere in Phoenix Rising, documentario in due parti in onda su Sky Documentaries nella prima serata del 16 e del 24 giugno, era reduce da un successo straordinario quando ha incontrato Manson la prima volta. Erano gli anni di Thirteen, di un film che, nel suo piccolo, avrebbe fatto epoca. La Wood, allora legata ad un collega, Jamie Bell, era ospite dello Château Marmont. Una festa grande, in stile Hollywood. Una festa nel cuore pulsante di Los Angeles. Una festa che le avrebbe cambiato la vita.
Marilyn Manson, allora sposato a Dita Von Teese, l’ha avvicinata con una scusa che altre donne, in seguito, avrebbero detto di essersi sentite propinare. Stava lavorando ad un progetto, una cosa raffinata, eccitante. Avrebbe voluto coinvolgere la Wood, perfetta nei suoi diciotto anni. Una moina, un invito, poi l’inizio di una relazione che sarebbe culminata nel divorzio di Manson e nella costruzione mediatica di un’immagine da cui Evan Rachel Wood ha poi cercato di prendere le distanze. Quella ragazzina smaliziata, per i media, è diventata una lolita, una sfasciafamiglie. Era pericolosa, conturbante: le sue parole cosa di poco conto. Evan Rachel Wood, oggi nota come la Dolores di Westworld, si è vista relegata ad un ruolo infimo, privata di una voce che avrebbe recuperato solo anni dopo, dopo la separazione dal cantante e la denuncia degli abusi subiti.
«La scarificazione, marchiarsi erano parte della storia», racconta, nella prima parte di Phoenix Rising. «Lui si è inciso una E, era un modo per dimostrare fedeltà e possesso. Io l’ho incisa vicino alla vagina, una M, per dimostrargli che gli appartenevo. Era gennaio 2007». Il documentario, ben lontano dall’essere cosa di facile digestione, prosegue, ricordando gli abusi che Manson le avrebbe inflitto. Stupri notturni, violenze fisiche e psicologiche, droghe nascoste fra le sue pillole, torture rituali, vampirismo, persecuzioni ordite sul calco di quelle naziste. «Diceva sempre che Hitler era stata la prima rockstar. Ne era ossessionato. Aveva ogni tipo d’armamentario e feticcio nazista. Io pensavo fosse ironico, ero convinta che fosse una trovata», spiega l’attrice, di madre ebrea, arrivando invece al giorno in cui «Vicino al lato del letto dove dormivo, aveva scritto "Kill all the Jews" sul muro. Ora non mi sembra più tanto divertente. Dov’è il confine tra assumere un ruolo ed essere un vero nazista?».
La domanda, nel documentario, rimane senza risposta. La pellicola scorre, insieme alle parole di Evan Rachel Wood. La prima parte, in cui l’attrice ricostruisce la propria carriera e si spinge a spiegare cosa possa averla portata a stringere una relazione con un uomo di vent’anni più vecchio, sfuma nella seconda, nelle prove addotte a sostegno della sua versione, nelle interviste. Ci sono particolari macabri, scene raccapriccianti. E sembra quasi di poterlo toccare con mano, quell’incubo che non ha fatto un gran rumore. Perché a storia di Evan Rachel Wood, una storia raccontata anche per demistificare il ruolo che i media hanno avuto nella vicenda, non ha avuto la risonanza di altre. Non è schizzata ovunque. Non è diventata virale. In California, ha portato all’approvazione del Phoenix Act, la legge che estende a cinque anni la prescrizione per i casi di violenza domestica. Ma, nel resto del mondo, è stata accolta timidamente. Come se, per accordarle una qualche licenza d’esistere, d’essere vista e ascoltata, non servisse la verità, ma il fascinato di chi la racconta, una storia.
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In onda su Sky Documentaries nella prima serata del 16 e del 24 giugno il documentario che ripercorre la storia della ex compagna di Brian Hugh Warner, in arte Marilyn Manson.Una cosa, lo scontro pubblico fra Johnny Depp e Amber Heard, l’epopea infinita di due ex coniugi pronti a giurare di aver subito torture dalla parte avversa, è riuscito ad insegnarcela: ci sono storie destinate a fare rumore, ed altre condannate a passare in sordina, accompagnate solo da quel mormorio timido che l’indignazione temporanea è solita generare. Così, mentre il mondo occidentale (o, quantomeno, la parte di questo più sensibile al gossip) si produceva in manifestazioni di sdegno, inorridendo di fronte alle lacrime di Britney Spears e al racconto di suo padre orco, lo stesso mondo occidentale (o, quantomeno, la parte che si è detto essere più sensibile al gossip) si perdeva, o quasi, la denuncia di Evan Rachel Wood. Una denuncia fatta negli anni, prima in forma anonima, senza mai rivelare il nome dell’uomo che sosteneva aver abusato di lei, poi, con più coraggio e il sostegno della famiglia, rendendone nota l’identità. «Marilyn Manson», il cantante demoniaco, una creatura con la pelle diafana e gli occhi vacui, con le labbra pittate di un rosso scuro, vicino al nero, «Ha iniziato ad approfittarsi di me quand’ero adolescente e ha abusato di me in modo orribile per anni», ha scritto online l’attrice, dando forma ad una storia contorta, dove non è l’eco del #MeToo a risuonare ma la capacità dell’adulto di plagiare e plasmare quel che, allora, era poco più di una bambina.Evan Rachel Wood, che la sua storia ha voluto ripercorrere in Phoenix Rising, documentario in due parti in onda su Sky Documentaries nella prima serata del 16 e del 24 giugno, era reduce da un successo straordinario quando ha incontrato Manson la prima volta. Erano gli anni di Thirteen, di un film che, nel suo piccolo, avrebbe fatto epoca. La Wood, allora legata ad un collega, Jamie Bell, era ospite dello Château Marmont. Una festa grande, in stile Hollywood. Una festa nel cuore pulsante di Los Angeles. Una festa che le avrebbe cambiato la vita. Marilyn Manson, allora sposato a Dita Von Teese, l’ha avvicinata con una scusa che altre donne, in seguito, avrebbero detto di essersi sentite propinare. Stava lavorando ad un progetto, una cosa raffinata, eccitante. Avrebbe voluto coinvolgere la Wood, perfetta nei suoi diciotto anni. Una moina, un invito, poi l’inizio di una relazione che sarebbe culminata nel divorzio di Manson e nella costruzione mediatica di un’immagine da cui Evan Rachel Wood ha poi cercato di prendere le distanze. Quella ragazzina smaliziata, per i media, è diventata una lolita, una sfasciafamiglie. Era pericolosa, conturbante: le sue parole cosa di poco conto. Evan Rachel Wood, oggi nota come la Dolores di Westworld, si è vista relegata ad un ruolo infimo, privata di una voce che avrebbe recuperato solo anni dopo, dopo la separazione dal cantante e la denuncia degli abusi subiti. «La scarificazione, marchiarsi erano parte della storia», racconta, nella prima parte di Phoenix Rising. «Lui si è inciso una E, era un modo per dimostrare fedeltà e possesso. Io l’ho incisa vicino alla vagina, una M, per dimostrargli che gli appartenevo. Era gennaio 2007». Il documentario, ben lontano dall’essere cosa di facile digestione, prosegue, ricordando gli abusi che Manson le avrebbe inflitto. Stupri notturni, violenze fisiche e psicologiche, droghe nascoste fra le sue pillole, torture rituali, vampirismo, persecuzioni ordite sul calco di quelle naziste. «Diceva sempre che Hitler era stata la prima rockstar. Ne era ossessionato. Aveva ogni tipo d’armamentario e feticcio nazista. Io pensavo fosse ironico, ero convinta che fosse una trovata», spiega l’attrice, di madre ebrea, arrivando invece al giorno in cui «Vicino al lato del letto dove dormivo, aveva scritto "Kill all the Jews" sul muro. Ora non mi sembra più tanto divertente. Dov’è il confine tra assumere un ruolo ed essere un vero nazista?». La domanda, nel documentario, rimane senza risposta. La pellicola scorre, insieme alle parole di Evan Rachel Wood. La prima parte, in cui l’attrice ricostruisce la propria carriera e si spinge a spiegare cosa possa averla portata a stringere una relazione con un uomo di vent’anni più vecchio, sfuma nella seconda, nelle prove addotte a sostegno della sua versione, nelle interviste. Ci sono particolari macabri, scene raccapriccianti. E sembra quasi di poterlo toccare con mano, quell’incubo che non ha fatto un gran rumore. Perché a storia di Evan Rachel Wood, una storia raccontata anche per demistificare il ruolo che i media hanno avuto nella vicenda, non ha avuto la risonanza di altre. Non è schizzata ovunque. Non è diventata virale. In California, ha portato all’approvazione del Phoenix Act, la legge che estende a cinque anni la prescrizione per i casi di violenza domestica. Ma, nel resto del mondo, è stata accolta timidamente. Come se, per accordarle una qualche licenza d’esistere, d’essere vista e ascoltata, non servisse la verità, ma il fascinato di chi la racconta, una storia.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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