Petrolio, rinnovabili, missili e droni: la guerra è un grande regalo alla Cina

I reali motivi che hanno spinto Netanyahu e Trump ad attaccare l’Iran probabilmente non li conosceremo mai, meno mistero c’è invece intorno agli obiettivi geopolitci dell’Operation Epic Fury, l’operazione Furia Epica scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso.
Da una parte scalzare il regime degli ayatollah e quindi a cascata limitare aiuti e finanziamenti alle forze anti-israeliane nell’area del Golfo Persico e dall’altra infliggere un danno economico a Pechino (il vero avversario degli Stati Uniti) bloccando le forniture energetiche, anche perché circa il 40-50% delle importazioni cinesi di petrolio transita dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è che al momento la situazione in Medio Oriente, che già di suo non è mai stata tranquilla, ha raggiunto l’apice del caos. E che al di là delle propagande, con le quali è sempre difficile fare i conti, in questo momento, rispetto alle poche petroliere che transitano per lo Stretto, una buona parte di queste è diretta verso la Cina.
Secondo un rapporto di Jp Morgan circa il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è destinato all’Asia, con la Cina come principale acquirente. E anche sui mezzi usati per il passaggio, diverse fonti parlano di «flotte ombra» utilizzate da Pechino e di trattative in corso per sbloccare le grandi petroliere rimaste intrappolate nell’area. Questo vuol dire che per la Cina non ci sono stata impatti e che Xi Jinping non risente del pantano che si è venuto a creare ad Hormuz? Niente affatto. Vuol solo dire che se il conflitto era iniziato anche per creare difficoltà di approvvigionamento a Pechino, al momento sta avendo risultati opposti. Perché quello asiatico e il Paese che ne sta risentendo meno.
Paradossale no? Così come suona abbastanza paradossale il dato evidenziato dal Financial Times secondo il quale i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione da quando è iniziata l’ultima guerra del Golfo. Motivo? I mercati scommettono sul fatto che in caso di conflitto prolungato le rinnovabili torneranno in auge. Anzi in realtà lo stanno già facendo.
Tanto per intenderci, le cinesi Catl (+19%), Byd (+21,9%) e Sungrow (19,4%), che producono batterie e apparecchiature per lo stoccaggio di energia, hanno fatto meglio di Chevron (8%), ExxonMobil (4,7%) e BP (+15,2%), le grandi major petrolifere globali, che sulla carta hanno più da guadagnare dall’impazzimento dei prezzi dell’oro nero.
E ci sono alcuni analisti (c’è da dire che esistono anche studi molto più cauti) che parlano di un vero e proprio cambiamento di rotta. Secondo il responsabile della ricerca energetica di Bernstein, Neil Beveridge, la Cina, che è il più grande importatore mondiale di petrolio, raddoppierà il proprio piano di elettrificazione. E anche le altre maggiori economie asiatiche - vengono citati gli esempi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan - potrebbero spingere verso l’energia pulita e i combustibili alternativi. Insomma, con queste prospettive è normale che i principali player green corrano spediti in Borsa.
Così com’è evidente che dal protrarsi di un conflitto con queste caratteristiche gli Stati Uniti avrebbero molto da perderci e la Repubblica Popolare tutto da guadagnarci.
Va ricordato infatti che il semi-monopolio delle materie prime non riguarda solo la transizione energetica, ma anche la difesa. Più andrà avanti la guerra e maggiore sarà la domanda di munizioni, navi, aerei, missili ecc. Tanto per intenderci, la realizzazione degli F-35, dei Tomahawk o dei sistemi Patriot, ma anche la produzione di radar e di alcune particolari tipologie di droni, sono fortemente dipendenti dalle terre rare pesanti (dal dysprosium al terbio fino al samarium, all’yttrium e allo scandio) e da alcuni minerali come il gallio e il germanio, con la Cina che controlla una fetta abbondante di quelle filiere di approvvigionamento.
Così come è innegabile che un così massiccio spostamento di forze nel Medio Oriente indebolisce Washington sugli altri fronti, lasciando spazio ad eventuali iniziative cinesi. Per esempio rispetto alle mire di Xi Jinping su Taiwan. Dove anche politicamente qualsiasi mossa cinese adesso sarebbe meno criticabile.
Insomma, la guerra che era nata per mettere all’angolo Pechino si star trasformando in un grande regalo a Xi e compagni. Che se lo stanno prendendo senza disturbare troppo le mosse israelo-americane che almeno fino a questo momento di «Furia Epica» hanno avuto ben poco.





