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2026-05-08
Giuli non si dà pace: «Buttafuoco sbaglia a citare Mattarella»
Alessandro Giuli (Ansa)
Avanti ci sta andando di certo la Biennale di Venezia. Affluenza record, ieri, alla cosiddetta vernice della Biennale Arte, la pre-apertura riservata a esperti, critici e stampa, così chiamata per ricordare la tradizione storica di dare l’ultima mano di vernice protettiva alle opere per renderle più lucide e brillanti. Code lunghissime, arrivate anche fino al canale o addirittura alla Laguna, tempi di attesa tra mezz’ora e un’ora e mezza per entrare con stime che, seppure non ufficiali, a ieri pomeriggio, superavano già i 15.000 ingressi. Altro che boicottaggio: un successo della squadra capitanata da questo intellettuale siciliano, esponente di quella destra vera e nobile che non cambia, o peggio finge di cambiare idee e convinzioni quando si ritrova con responsabilità di governo. La risposta del pubblico è stata la più importante alle polemiche e agli attacchi alla Biennale che hanno visto protagonista assoluto proprio Giuli, che si è invano dannato per impedire la riapertura del padiglione russo, e si è di conseguenza condannato a recitare la parte del censore che non riesce a censurare, il che è drammatico, anzi peggio: pittoresco.
Buttafuoco giganteggia e gigioneggia, come è evidente dal discorso in conferenza stampa: «Grazie al ministero della Cultura, nella persona del ministro, Alessandro Giuli», esordisce Buttafuoco, «grazie alle istituzioni del territorio che in vario modo sostengono il lavoro della Fondazione La Biennale di Venezia». Buttafuoco cita pure il presidente della Repubblica: «Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti: questo, mi raccomando, è il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella», sottolinea Buttafuoco, «il capo dello Stato, cui dobbiamo riconoscenza e rispetto, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico-culturale: libertà e audacia. Siate liberi e audaci. Ed è così».
E qui Giuli diventa aspirante corazziere (l’altezza c’è): «È stato inopportuno», commenta il ministro, «portare le parole di Mattarella fino Venezia. Dove ci sono polemiche, bisogna proteggere chi rappresenta l’unità della nazione. Questo è un aspetto di sgrammaticatura». Non risultandoci alcuna irritazione di Mattarella per la citazione di Buttafuoco, sembra piuttosto essere proprio il ministro a tirare in ballo il capo dello Stato per fare polemica. Ma arriva un’accusa molto grave: «La Russia putinista», attacca Giuli, «è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo. Biennale e Russia hanno avuto tempo per accordarsi sui termini e aggirare le sanzioni».
Ohibò! Se così fosse, se la Biennale e il Cremlino avessero tramato nell’ombra alle spalle del governo italiano, riuscendoci, per aggirare le sanzioni, il problema non sarebbe tanto di Buttafuoco e di Vladimir Putin, ma dello stesso governo italiano, che sarebbe stato talmente distratto da non accorgersi di un tale complottone: roba da far rotolare le teste dei vertici dell’intelligence. Mi si nota di più se vado o se non vado? Giuli fa il vago: «Ci andrò il prima possibile», annuncia, «credo entro maggio e visiterò con grande piacere il Padiglione Italia, che è il padiglione del ministero della Cultura». Un giretto in qualche altro padiglione no? Chissà.
Intanto però, giusto per non farsi mancare nulla, Giuli sferra pure un attacco contro Matteo Salvini, che sui social, a proposito dell’assenza del suo collega ministro alla inaugurazione, ha scritto: «Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa!». La risposta di Giuli è sferzante: «Quando ho visto quel post l’ho frainteso e ho pensato che è Salvini che fa autocritica per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero». Bene accolte, infine, pure Pussy Riot e Femen, collettivi femministi antiputiniani che hanno manifestato contro la partecipazione della Russia. La leader, Nadya Tolokonnikova, è stata ricevuta in sede da un funzionario della Biennale al quale ha consegnato un documento di protesta. «Mi è stato detto di scrivere una lettera al presidente Buttafuoco», ha raccontato la Tolokonnikova all’Adnkronos, «e di segnalare anche il mio numero di telefono, che poi mi avrebbe richiamato». Le suggeriamo di mandare un Whatsapp a Buttafuoco: a Giuli non ha risposto, a lei risponderà di certo.
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Nuova polemica del ministro con il presidente della Biennale. Poi punge Matteo Salvini: «Io assente? Pensavo parlasse di sé stesso».Il mondo si divide sostanzialmente in due categorie: chi su Whatsapp ha le spunte grigie e chi ha le spunte blu. Possiamo garantire personalmente che il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha attive quelle blu, quindi quando legge un messaggio chi lo ha inviato lo sa, e in assenza di risposta ci resta ancora più male. Solidarizziamo quindi con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ieri ha confessato il suo dolore ai microfoni di Sky Tg24: «Buttafuoco? Io gli ho scritto l’ultimo messaggio venerdì scorso», ha rivelato, «un messaggio di dissenso affettuoso ma non ho ricevuto risposta. Così siamo rimasti, ma adesso guardiamo avanti». Avanti ci sta andando di certo la Biennale di Venezia. Affluenza record, ieri, alla cosiddetta vernice della Biennale Arte, la pre-apertura riservata a esperti, critici e stampa, così chiamata per ricordare la tradizione storica di dare l’ultima mano di vernice protettiva alle opere per renderle più lucide e brillanti. Code lunghissime, arrivate anche fino al canale o addirittura alla Laguna, tempi di attesa tra mezz’ora e un’ora e mezza per entrare con stime che, seppure non ufficiali, a ieri pomeriggio, superavano già i 15.000 ingressi. Altro che boicottaggio: un successo della squadra capitanata da questo intellettuale siciliano, esponente di quella destra vera e nobile che non cambia, o peggio finge di cambiare idee e convinzioni quando si ritrova con responsabilità di governo. La risposta del pubblico è stata la più importante alle polemiche e agli attacchi alla Biennale che hanno visto protagonista assoluto proprio Giuli, che si è invano dannato per impedire la riapertura del padiglione russo, e si è di conseguenza condannato a recitare la parte del censore che non riesce a censurare, il che è drammatico, anzi peggio: pittoresco. Buttafuoco giganteggia e gigioneggia, come è evidente dal discorso in conferenza stampa: «Grazie al ministero della Cultura, nella persona del ministro, Alessandro Giuli», esordisce Buttafuoco, «grazie alle istituzioni del territorio che in vario modo sostengono il lavoro della Fondazione La Biennale di Venezia». Buttafuoco cita pure il presidente della Repubblica: «Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti: questo, mi raccomando, è il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella», sottolinea Buttafuoco, «il capo dello Stato, cui dobbiamo riconoscenza e rispetto, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico-culturale: libertà e audacia. Siate liberi e audaci. Ed è così». E qui Giuli diventa aspirante corazziere (l’altezza c’è): «È stato inopportuno», commenta il ministro, «portare le parole di Mattarella fino Venezia. Dove ci sono polemiche, bisogna proteggere chi rappresenta l’unità della nazione. Questo è un aspetto di sgrammaticatura». Non risultandoci alcuna irritazione di Mattarella per la citazione di Buttafuoco, sembra piuttosto essere proprio il ministro a tirare in ballo il capo dello Stato per fare polemica. Ma arriva un’accusa molto grave: «La Russia putinista», attacca Giuli, «è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo. Biennale e Russia hanno avuto tempo per accordarsi sui termini e aggirare le sanzioni». Ohibò! Se così fosse, se la Biennale e il Cremlino avessero tramato nell’ombra alle spalle del governo italiano, riuscendoci, per aggirare le sanzioni, il problema non sarebbe tanto di Buttafuoco e di Vladimir Putin, ma dello stesso governo italiano, che sarebbe stato talmente distratto da non accorgersi di un tale complottone: roba da far rotolare le teste dei vertici dell’intelligence. Mi si nota di più se vado o se non vado? Giuli fa il vago: «Ci andrò il prima possibile», annuncia, «credo entro maggio e visiterò con grande piacere il Padiglione Italia, che è il padiglione del ministero della Cultura». Un giretto in qualche altro padiglione no? Chissà. Intanto però, giusto per non farsi mancare nulla, Giuli sferra pure un attacco contro Matteo Salvini, che sui social, a proposito dell’assenza del suo collega ministro alla inaugurazione, ha scritto: «Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa!». La risposta di Giuli è sferzante: «Quando ho visto quel post l’ho frainteso e ho pensato che è Salvini che fa autocritica per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero». Bene accolte, infine, pure Pussy Riot e Femen, collettivi femministi antiputiniani che hanno manifestato contro la partecipazione della Russia. La leader, Nadya Tolokonnikova, è stata ricevuta in sede da un funzionario della Biennale al quale ha consegnato un documento di protesta. «Mi è stato detto di scrivere una lettera al presidente Buttafuoco», ha raccontato la Tolokonnikova all’Adnkronos, «e di segnalare anche il mio numero di telefono, che poi mi avrebbe richiamato». Le suggeriamo di mandare un Whatsapp a Buttafuoco: a Giuli non ha risposto, a lei risponderà di certo.
Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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