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2019-11-10
L’ultimatum di Conte ai Mittal cade nel vuoto
Ansa
Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale.
«Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie.
Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda.
«Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo.
La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis.
Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri.
Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo».
Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business.
Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. Al contrario, gli servirà un cordone: quello della scorta.
Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione»
Week end tesissimo sulla vertenza Ilva. Ma - per le ragioni che vedremo - l'inizio della nuova settimana potrebbe diventare addirittura rovente: a Montecitorio, per l'esattezza in Commissione Finanze, più ancora che a Taranto.
La giornata di ieri è stata segnata da un duro scontro verbale tra la Confindustria e la Cgil. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia.
Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni».
Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori.
Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza.
Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga.
Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi.
E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42.
Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
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Dopo l'incontro con il colosso, il presidente aveva concesso 48 ore per formulare nuove proposte, dicendo: «Per noi 5.000 esuberi sono inaccettabili». Ieri nessuna riunione, e niente in agenda per domani. Luigi Di Maio minaccia: non permetteremo che se ne vadano.Vincenzo Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione». Il presidente di Confindustria si schiera con Arcelor: «Errore madornale mantenere i livelli di occupazione se c'è crisi». Poi invoca gli ammortizzatori. Graziano Delrio ripropone lo scudo, ma sull'ammissibilità decide Carla Ruocco. Lo speciale comprende due articoli.Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale. «Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie. Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda. «Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo. La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis. Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri. Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo». Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business. Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. Al contrario, gli servirà un cordone: quello della scorta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pernacchia-dei-mittal-allultimatum-di-conte-2641284340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-liberale-con-i-soldi-nostri-lo-stato-usi-la-cassaintegrazione" data-post-id="2641284340" data-published-at="1770120941" data-use-pagination="False"> Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione» Week end tesissimo sulla vertenza Ilva. Ma - per le ragioni che vedremo - l'inizio della nuova settimana potrebbe diventare addirittura rovente: a Montecitorio, per l'esattezza in Commissione Finanze, più ancora che a Taranto. La giornata di ieri è stata segnata da un duro scontro verbale tra la Confindustria e la Cgil. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia. Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni». Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori. Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza. Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga. Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi. E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42. Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
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Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump (Ansa)
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
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