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2019-11-10
L’ultimatum di Conte ai Mittal cade nel vuoto
Ansa
Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale.
«Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie.
Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda.
«Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo.
La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis.
Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri.
Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo».
Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business.
Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. Al contrario, gli servirà un cordone: quello della scorta.
Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione»
Week end tesissimo sulla vertenza Ilva. Ma - per le ragioni che vedremo - l'inizio della nuova settimana potrebbe diventare addirittura rovente: a Montecitorio, per l'esattezza in Commissione Finanze, più ancora che a Taranto.
La giornata di ieri è stata segnata da un duro scontro verbale tra la Confindustria e la Cgil. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia.
Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni».
Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori.
Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza.
Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga.
Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi.
E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42.
Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
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Dopo l'incontro con il colosso, il presidente aveva concesso 48 ore per formulare nuove proposte, dicendo: «Per noi 5.000 esuberi sono inaccettabili». Ieri nessuna riunione, e niente in agenda per domani. Luigi Di Maio minaccia: non permetteremo che se ne vadano.Vincenzo Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione». Il presidente di Confindustria si schiera con Arcelor: «Errore madornale mantenere i livelli di occupazione se c'è crisi». Poi invoca gli ammortizzatori. Graziano Delrio ripropone lo scudo, ma sull'ammissibilità decide Carla Ruocco. Lo speciale comprende due articoli.Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale. «Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie. Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda. «Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo. La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis. Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri. Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo». Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business. Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. 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Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia. Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni». Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori. Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza. Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga. Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi. E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42. Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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