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2019-11-10
L’ultimatum di Conte ai Mittal cade nel vuoto
Ansa
Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale.
«Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie.
Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda.
«Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo.
La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis.
Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri.
Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo».
Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business.
Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. Al contrario, gli servirà un cordone: quello della scorta.
Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione»
Week end tesissimo sulla vertenza Ilva. Ma - per le ragioni che vedremo - l'inizio della nuova settimana potrebbe diventare addirittura rovente: a Montecitorio, per l'esattezza in Commissione Finanze, più ancora che a Taranto.
La giornata di ieri è stata segnata da un duro scontro verbale tra la Confindustria e la Cgil. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia.
Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni».
Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori.
Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza.
Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga.
Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi.
E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42.
Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
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Dopo l'incontro con il colosso, il presidente aveva concesso 48 ore per formulare nuove proposte, dicendo: «Per noi 5.000 esuberi sono inaccettabili». Ieri nessuna riunione, e niente in agenda per domani. Luigi Di Maio minaccia: non permetteremo che se ne vadano.Vincenzo Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione». Il presidente di Confindustria si schiera con Arcelor: «Errore madornale mantenere i livelli di occupazione se c'è crisi». Poi invoca gli ammortizzatori. Graziano Delrio ripropone lo scudo, ma sull'ammissibilità decide Carla Ruocco. Lo speciale comprende due articoli.Lo scorso giovedì Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario del colosso Arcelor Mittal, incontrano Giuseppe Conte. Due ore nelle quali i due tycoon comunicano di aver dato recesso del contratto, adito le vie legali e avviato il lento iter di spegnimento degli impianti ex Ilva. Ne segue un consiglio dei ministri durato fino alle 22. Poi una veloce conferenza stampa, in cui il governo ammette la difficoltà della situazione e prova a smontare la questione (invece dirimente) dello scudo fiscale. «Il tema adesso sono gli esuberi che Arcelor vuole mettere sul tavolo», dichiara Conte dicendosi pronto a rimettere lo scudo penale sulle attività dei commissari e dei manager Arcelor. Il tentativo naufraga perché i 5 stelle lo sbugiardano subito. La posizione però rimane quella di ributtare sulle spalle dei franco indiani le colpe. Tant'è che il premier aggiunge di voler mettere in agenda un ultimatum di 48 ore per incontrare di nuovo l'azienda. Un diktat imposto, stando sempre alle parole di Conte, dall'allarme rosso per l'occupazione in Puglia e l'impatto sul Pil dovuto a una eventuale chiusura delle acciaierie. Ieri l'ultimatum è scaduto e non c'è stato nessun incontro. I Mittal non si sono ripresentati a Palazzo Chigi. Non solo. Venerdì sera il presidente del Consiglio ha trascorso oltre 5 ore a Taranto. Buona parte di queste tra gli operai della fabbrica, ai quali ha fatto capire che i rapporti con Arcelor Mittal sono quasi irrecuperabili. Il resto del tempo è stato dedicato agli incontri in prefettura con le autorità locali e con i vertici di Confindustria. Da qui è uscita una versione diversa che mira ad accreditare già domani o al massimo martedì un nuovo vertice con i capi dell'azienda. «Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l'ha avanzata lo stesso presidente del consiglio», spiegano le fonti che però ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il governo. La notizia è riportata dall'Agi e le fonti rientrano nell'entourage del presidente della Confindustria di Taranto, Antonio Marinaro. «Lo schema non ci è stato rivelato», prosegue il medesimo lancio di agenzia, «dicono le stesse fonti che però rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad Arcelor Mittal sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile». Palazzo Chigi non ha smentito la notizia per ovvi motivi di storytelling. Ma non solo l'ultimatum è stato spernacchiato: alla Verità risulta anche che né domani né martedì sono previsti incontri. Nulla in agenda da parte di Arcelor il che lascia intendere che per il governo la corsa verso la nazionalizzazione sarà come una sorta di via Crucis. Anche prendendo per buona la strada sollecitata pure dal numero uno di banca Intesa, Carlo Messina, al governo toccherà comunque trovare un partner industriale. Fare l'acciaio è ben più complicato che far volare degli aerei (nonostante allo Stato non riesca nemmeno la partita Alitalia), per questo la scelta più semplice sarebbe quella di convincere Arcelor Mittal a rientrare dalla finestra non più come affittuario privato degli asset della vecchia Ilva, ma come socio privato di una compagine siderurgica pubblica. In fondo Arcelor è il primo colosso con quasi 100 milioni di tonnellate annue e ha il know how necessario. Però nell'agenda di Palazzo Chigi potrebbe esserci anche Arvedi, o uno dei colossi cinesi come Hbis, che in Serbia ha appena rilevato l'impianto di Smederevo. Non dimentichiamo che a ronzare attorno al porto di Taranto c'è anche il colosso CCCC, China comunication construction company. Potrebbe essere una «combo» che in queste ore non sarebbe per nulla sgradita al Mise e al ministero degli Esteri. Tentativi si succedono comunque con fare disperato: un atteggiamento nascosto sotto le dichiarazioni aggressive di Luigi Di Maio. «Tutti devono stare dalla stessa parte, che è quella dei lavoratori e non delle multinazionali. Se l'intenzione di Mittal è quella di andarsene dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano in cui si impegnava a prendere 10.500 lavoratori e fare 8 milioni di tonnellate di acciaio, allora ha sbagliato governo, perché non glielo permetteremo». Il leader grillino omette un piccolo dettaglio: come? Come potranno impedire una cosa già avvenuta? Infatti, Arcelor ha già avviato la dismissione di tutti gli impianti e la manager da poco ingaggiata, Lucia Morselli, non si è nemmeno presentata davanti a Conte. Segno che i franco indiani hanno intenzione di piazzare qualche altra sberla al governo, e semmai solo prima che si spezzi la corda rifarsi vivi per chiedere una serie di garanzie tutte a favore del loro business. Un disastro a cui non saremmo arrivati se i 5 stelle e il premier non avessero permesso la rimozione giuridica dello scudo penale. Pure Paolo Gentiloni, oggi quasi commissario Ue e all'epoca presidente del Consiglio, ha ricordato che i patti inseriti nel bando di gara erano bilaterali. Temiamo che, se va avanti così, al premier per attirare la simpatia degli operai la prossima volta a Taranto non basterà togliersi la pochette, la cravatta e sedersi su un tavolone. Al contrario, gli servirà un cordone: quello della scorta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pernacchia-dei-mittal-allultimatum-di-conte-2641284340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-liberale-con-i-soldi-nostri-lo-stato-usi-la-cassaintegrazione" data-post-id="2641284340" data-published-at="1778710503" data-use-pagination="False"> Boccia liberale con i soldi nostri: «Lo Stato usi la cassaintegrazione» Week end tesissimo sulla vertenza Ilva. Ma - per le ragioni che vedremo - l'inizio della nuova settimana potrebbe diventare addirittura rovente: a Montecitorio, per l'esattezza in Commissione Finanze, più ancora che a Taranto. La giornata di ieri è stata segnata da un duro scontro verbale tra la Confindustria e la Cgil. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, dopo alcune dichiarazioni di carattere generale critiche nei confronti di Luigi Di Maio («La politica è soluzione, non ricerca delle colpe. Qui abbiamo una questione che va affrontata con grande serietà e buon senso. Speriamo che nei prossimi giorni prevalga il buon senso dall'una e dall'altra parte»), ha evocato il tema - non propriamente estratto dalla cassetta degli attrezzi liberale - della cassaintegrazione, a proposito dei 5.000 esuberi chiesti da Arcelor mittal. Secondo Boccia, «se pretendiamo che, nonostante le crisi congiunturali, le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione e non mantenere le imprese, facciamo un errore madornale». E ancora: «Se c'è una crisi congiunturale legata all'acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di “costruire", come accade in tutte le aziende del mondo. Ci sono strumenti come la cassaintegrazione e altri, che si attivano in momenti congiunturali negativi delle imprese. Il punto è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari. Se l'Ilva arretra per la congiuntura internazionale, ogni azienda deve avere una flessibilità in chiave congiunturale», ha concluso Boccia. Piuttosto prevedibile la replica di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: «Sono parole senza senso: c'è un accordo da far rispettare, firmato un anno fa, che prevede degli impegni». Abbastanza impressionante per inadeguatezza, intanto, nel senso della distanza abissale tra lo strumento evocato e le risorse che invece sarebbero necessarie, la misura prospettata dal sottosegretario Mario Turco (che si occupa di programmazione economica), già salito agli onori delle cronache - diciamo - per alcune sue bizzarre e indimenticabili dichiarazioni dei giorni scorsi sulle cozze. «Stiamo lavorando con il ministro Nunzia Catalfo e il ministro Giuseppe Provenzano», ha detto Turco, «all'istituzione, in manovra, di un fondo per il sostegno ai lavoratori dell'ex Ilva». Ma quel che fa effetto, negativamente, è l'esiguità delle risorse teoricamente messe in campo, l'equivalente di un caffè: sarebbe un fondo pluriennale, che partirebbe con 5-10 milioni, da destinare alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di circa 1.500 lavoratori. Come si diceva all'inizio, però, il cuore dello scontro sarà tutto politico. La Verità di ieri ha riferito in dettaglio la contrarietà di Luigi Di Maio alla reintroduzione dello scudo, con tanto di avvertimento al Pd: come dire che, se il partito di Nicola Zingaretti insistesse, si creerebbe un problema per la maggioranza. Ecco, a fronte di queste avvisaglie di conflitto, il Pd sembra determinato a procedere, formulando subito un emendamento pro scudo (lo ha preannunciato il capogruppo Graziano Delrio) e provando a inserirlo nel primo treno normativo che passa, e cioè il decreto fiscale appena giunto a Montecitorio. E attenzione: già lunedì alle 9.30, cioè domani mattina, scade il termine per la presentazione degli emendamenti a quel testo in commissione Finanze. Capiremo dunque due cose: se il Pd avrà effettivamente presentato la sua proposta, e se, come i dem confermano, si tratterà di una norma di carattere «generale e astratto», cioè non solo concepita per il caso Ilva ma per qualunque impresa che si trovi in futuro in una condizione analoga. Attenzione, però: perché il diavolo, quando si entra nelle procedure parlamentari, si annida nei dettagli. Affinché un emendamento vada ai voti, in commissione, non basta presentarlo. Occorre che il presidente della commissione, che su questo ha un potere pressoché assoluto, lo dichiari ammissibile. E la principale ragione di inammissibilità, quando una presidenza di commissione adotta un criterio rigoroso, è proprio l'estraneità di materia. Intendiamoci: mille volte si sono votati emendamenti su un tema all'interno di un decreto che si occupava di altro; ma ci sono stati anche casi in cuoi presidenze rigorose hanno lavorato per evitare che ogni decreto si trasformasse in un «omnibus», in una «salsiccia normativa» costruita con ingredienti troppo diversi. E chi è il presidente della commissione Finanze della Camera? È la grillina Carla Ruocco, a cui toccherà il compito di dare luce verde (o rossa) all'ammissibilità formale dell'emendamento dem. Immaginate il pandemonio (politico) se la presidenza impedisse (anche con ragioni tecniche tutt'altro che inesistenti) la messa ai voti dell'emendamento Pd. E, quand'anche si votasse, nulla potrebbe essere dato per scontato, in una commissione in cui i grillini, da soli, partono già da 15 voti su 42. Capite bene che, a meno di un'intesa duplice, prima sull'ammissibilità dell'emendamento (che però è prerogativa esclusiva della presidenza di commissione) e poi sul voto pro o contro, rischia di maturare una spaccatura e una rissa clamorosa tra Pd e grillini. Senza nemmeno attendere che il teatro dello scontro sia il Senato: già una commissione della Camera può consegnare al Paese l'immagine di un governo e di una maggioranza clinicamente morti.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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