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2022-11-12
Perché Macron fa il pazzo con l’Italia
Emmanuel Macron (Getty Images)
Il governo Meloni è un problema per Emmanuel Macron? Abbastanza. La reazione scomposta e teatrale sul caso migranti si spiega sicuramente con ragioni interne tutte francesi (un presidente che guida un Paese in affanno economico, in ritardo sull’emergenza energetica, impegnato in una politica industriale ferocemente sovranista e nazionalizzatrice, attaccato da destra e da sinistra), ma proiettando lo sguardo sul piano europeo c’è un altro fattore che rende un esecutivo di centrodestra a trazione Fratelli d’Italia problematico per l’attuale leadership francese. Nel 2024 si terranno le elezioni europee e per la prima volta da tempo potrebbe essere in dubbio la permanenza al potere dei socialisti all’Europarlamento. Ovviamente la condizione perché questo accada è che Ppe ed Ecr (la formazione guidata da Giorgia Meloni e che include Fdi) ottengano un buon risultato e si mostrino in grado di dare le carte nella formazione della futura Commissione.
L’ipotesi è ovviamente subordinata alla volontà politica del Ppe (cioè, in sostanza, della Cdu tedesca) di spostarsi verso destra, ma è anche soggetta allo sguardo molto interessato dell’America, soprattutto - come logico - di quella repubblicana. In un frangente storico in cui il vincolo atlantico ha ripreso a stringersi in modo vigoroso (prendendo strade opposte al più evanescente «europeismo»), l’interesse Usa ad avere le istituzioni Ue allineate contro Russia e Cina sta portando a molta più tolleranza verso formazioni fino a poco tempo fa considerate meno presentabili. Il «sogno» europeo degli Stati uniti d’Europa non appassiona quelli d’America, e per questo la prospettiva di un’alleanza Ppe-Ecr dal 2024 è qualcosa di più di una lontana ipotesi.
Sono in corso esplorazioni preliminari, ma piuttosto avanzate in tal senso, sull’asse Berlino-Washington: il plenipotenziario per gli affari esteri del Ppe, Udo Zollheis, che ieri ha preparato l’incontro tra lo storico presidente del gruppo, Manfred Weber, e Giorgia Meloni (visita non graditissima al nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani), ha un dialogo aperto con il mondo conservatore americano per preparare il terreno all’accordo Ppe-Ecr. Alla Verità risultano incontri - tenutisi in Italia nelle scorse settimane - con importanti esponenti di think tank d’area repubblicana interessati a tastare il terreno e a cercare garanzie per i loro interessi.
Cosa c’entra Macron? Semplicemente, il presidente francese troverebbe sulla sua strada un formidabile rivale nell’occupazione di uno spazio politico sottratto ai socialisti a Strasburgo e Bruxelles. Il suo Renew Europe, cartello europeo che oggi conta 103 seggi e dove finirebbero anche i futuri eletti di Azione e Italia viva, punta ovviamente a dare le carte anche nella prossima Commissione, da una posizione di forza paragonabile al Ppe (che oggi ha 176 seggi). Se però questo ruolo lo prendesse Ecr, il quadro cambierebbe radicalmente. Il governo italiano è, in nuce, un esperimento che va esattamente in questa direzione: Forza Italia appartiene al Ppe, Fdi è peso massimo nel gruppo Ecr.
Per i piani di Macron, azzoppare da subito il «caso Italia» avrebbe anche il vantaggio prospettico di indebolire la stessa alleanza sul piano continentale. In soldoni: potrebbe riconquistare la possibilità di scegliersi coi tedeschi il prossimo leader della Commissione Ue dal 2024.
Se invece Meloni & C. tenessero botta al governo e incassassero un buon risultato alle Europee, tutto cambierebbe di colpo. Un Ecr ai livelli del Ppe e davanti a Renew Europe vorrebbe dire che l’Italia potrebbe avere voce in capitolo nella scelta del successore di Ursula von der Leyen, con i socialisti fuori dai giochi e Macron in secondo piano. Ovviamente a questa prospettiva lavora con più interesse chi può trarne beneficio, e dunque anzitutto chi può ambire a fare il capo della futura Commissione. Le scadenze sono distanti, ma ai blocchi di partenza si muovono alcuni profili chiari. Roberta Metsola, maltese, diventando presidente del Parlamento europeo a seguito della scomparsa di David Sassoli, ha «sdoganato» ai vertici delle istituzioni proprio l’Ecr, coordinando l’elezione a proprio vice di Roberts Zile: l’economista lettone è infatti il primo membro di Ecr a rompere il «cordone sanitario» teso nel 2019 contro la cosiddetta avanzata populista. La mossa ne farebbe una candidata naturale se l’asse fosse quello Ppe-Ecr. Poi c’è lo stesso Weber, ma proprio il suo essere tedesco rischierebbe di diventare un problema perché lo è anche l’uscente von der Leyen. Molto buone anche le quotazioni del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, del partito di centrodestra Nuova democrazia. Sono loro tre, al momento, a giocarsi le probabilità di guidare il governo della Ue, e quindi a studiare da vicino le prospettive dell’alleanza tra popolari e conservatori.
Il percorso è lunghissimo e, Italia a parte, farà tappa decisiva in Spagna, dove il prossimo voto nazionale dirà se lo stesso asse si può realizzare tra Partido popular e Vox: ipotesi complessa, ma già sperimentata a livello locale in Castiglia. Messa in quest’ottica, la necessità del premier italiano di mantenere salda l’alleanza con il partito di destra spagnolo (ormai forza stabile del panorama iberico) non è solo dettata da consonanza ideologica, ma da un preciso progetto di respiro europeo. Un progetto in cui è tutto da capire il destino di Forza Italia (oggi unico bastione italiano del Ppe) e della Lega, che rischia di esserne tagliata fuori: non va dimenticato che in Europa il centrodestra è oggi sparpagliato in tre rivoli.
Il tempo dirà se questo schema politico ha gambe, se avrà spinta oltre Atlantico e se i pregiudizi sulla Meloni e il suo partito saranno superati nella Cdu e nel Ppe. Di certo, un crollo del governo italiano ne segnerebbero la fine anticipata, per la gioia di Macron. Nelle esagerazioni sceniche della crisi dei migranti va forse inserito anche questo aspetto.
Tim, Ita, Edison e gli istituti bancari. Ecco perché Macron dà di matto
Spiace doverlo dire, a dispetto di quanto sostenga il Pd, ma il tema immigrati non è certo il fine ultimo della presa di posizione di Emmanuel Macron. Fino a oggi gli investitori francesi e le filiere politiche soprastanti si sono comportati da parte attiva. Le controparti a Roma, invece, quasi sempre si sono limitate a tentare la trattativa con l’obiettivo del minore danno. La domanda di Parigi è: «Quali scelte prenderà l’Italia sui dossier che contano. Sta cambiando qualcosa?». E non ci riferiamo ai dossier Ue ma alle partite della nostra economia. Basti pensare che il prossimo 22 e 23 novembre Adolfo Urso, titolare del Mise con delega allo Spazio, sarà a Parigi per trattare i fondi Esa, l’agenzia spaziale europea. In ballo ci sono 4 miliardi ma soprattutto decisioni strategiche che possono fare la differenza anche per le aziende francesi. Val la pena, inoltre, ricordare che anche il dossier Ita è aperto. Con l’arrivo del nuovo governo, è passato nelle mani del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha scelto di non prorogare la trattativa con Certares, in alleanza con Air France-Klm e Delta, che non aveva ancora sciolto i nodi della definizione del piano industriale e dell’individuazione del partner industriale. L’altra cordata invece sposerebbe, con la partecipazione di Msc, i tedeschi di Lufthansa. A breve Edf, da poco nazionalizzata, dovrà vendere la propria partecipazione in Edison. Chi subentrerà? Qualcuno filo francese o il contrario. Non è poco, visto che il tema energetico da mesi ha ulteriormente allontanato i baricentri d’interesse delle due nazioni.
Ma la patata bollente continua a chiamarsi Tim, o meglio Vivendi. Da mesi si attende la fusione della rete. Da un lato quella dell’ex monopolista e dall’altro quella di Open Fiber. In mezzo la Cdp, guidata da Dario Scannapieco, azionista di entrambe le società. Sotto (nel senso di azionista di una delle infrastrutture) il fondo Usa Kkr e sopra (nel senso di azionista di riferimento di Tim), appunto, i francesi di Vincent Bolloré. Il nuovo governo, nella figura di Alessio Butti, sottosegretario delegato, ha sollevato perplessità sull’idea di portare avanti il vecchio progetto. La risposta di Tim è stata: nessuno ci ha avvisati. Attendiamo il 30 novembre, data dell’offerta non vincolante da parte della controparte. Cdp, dal canto suo, sembra intenzionata ad andare avanti con il vecchio schema.
Il rischio è che Tim chieda una doppia due diligence di Open Fiber che ne evidenzi l’eccessivo debito e la scarsa capacità di generare ricavi. Come a dire: tutto il castello poggia sulle sabbie mobili. Da giorni i quotidiani parlano di un’Opa diretta su Tim. Qui la questione sarebbe il debito della società e il fatto che Cdp potrebbe vedersi tirare le orecchie da Eurostat ai fini del computo del debito pubblico, senza dimenticare che in Commissione Ue pullulano ex uomini legati a Nicolas Sarkozy. La stessa cordata che ha ripreso forza anche all’interno di numerose istituzioni francesi. Da qui, forse, il rinnovato impegno di Bolloré (che prima era caduto in disgrazia verso Macron) nel cercare di avvicinare e contattare gli esponenti di Fratelli d’Italia. La campagna stampa su Andrea Pezzi e la sua Mint (Report pochi giorni fa è andato in onda con una interessante radiografia) avrebbe spinto Arnaud de Puyfontaine a cercare un «consigliori» nella figura di Daniele Ruvinetti. Molto vicino allo stesso Pezzi, Ruvinetti è stato a lungo in Telecom prima di diventare consigliere strategico di società tlc. Vanta conoscenza del mondo libico, è senior advisor della Fondazione Med-Or, presieduta da Marco Minniti. D’ora in avanti toccherà a lui comprendere se c’è spazio per dialogare con Palazzo Chigi e mantenere il ruolo francese nelle nostre tlc predominante. È chiaro che Macron guarda la partita con interesse. Ne va anche del consolidamento europeo dell’intero comparto. Con logiche completamente diverse ma medesima attenzione esattamente il tentativo di ricalibrare i rapporti nel mondo del credito.
Le relazioni con i francesi passano, infatti, anche dalle banche. Soprattutto da due: il Monte dei Paschi e il BancoBpm. Con un filo rosso, anzi verde che potrebbe presto unirle. Alla luce di chi ha messo l’«obolo» per l’aumento di capitale da 2,5 miliardi, è cambiato l’azionariato dell’istituto toscano. Il controllo resta in mano allo Stato ma il secondo socio adesso parla francese: Axa, già partner bancassicurativo di Rocca Salimbeni, ha infatti dato il contributo più sostanzioso e anche decisivo investendo 200 milioni e avrà circa l’8% del Monte ricapitalizzato. Segue una pattuglia di fondazioni bancarie che insieme detengono circa il 3%. Un pacchetto simile è in mano a Pimco, del gruppo tedesco Allianz, spuntano poi Algebris al 2% e Ion Group di Andrea Pignataro sempre al 2». Con partecipazioni più piccole ci sono infine Anima (all’1%) e le casse di previdenza come Enpam e Enarcassa che hanno in mano circa l’1,2% a fronte della trentina di milioni versati. E che quindi, insieme alle Fondazioni, possono fare da contrappeso agli assicuratori di Axa. Tamponata per l’ennesima volta la falla di liquidità necessaria al rilancio, l’ad, Luigi Lovaglio, ora deve traghettare il gruppo verso quella «soluzione strutturale» che serve a far uscire lo Stato dal capitale.
Insomma, dovrà trovare chi compri la banca o la fonda in un progetto più ampio. Come quello del terzo polo, che potrebbe coinvolgere il BancoBpm e il Credit Agricole, nel ruolo di pivot, che del Banco è già primo azionista dopo il blitz della scorsa primavera. Per ora, gli acquisti si sono fermati sotto al 10%, ma l’approccio potrebbe ricalcare la strategia già portata avanti con il Creval: in quel caso, infatti, all’acquisizione di una quota inferiore al 10% del capitale (nel 2018) era seguito l’annuncio delle volontà di ampliare la partnership commerciale esistente nella bancassicurazione, salvo poi rompere gli indugi nel 2021 con il lancio dell’Opa. In Borsa si tengono d’occhio anche le mosse di Amundi, l’asset manager controllato dall’Agricole che a maggio ha rafforzato la sua partecipazione in Anima (partner di Mps nel risparmio gestito), di cui è socio proprio il BancoBpm. Non solo. Entro fine anno, proprio il Banco guidato da Giuseppe Castagna prevede di chiudere il processo di ricerca di un partner nel ramo danni della bancassicurazione, business per il quale è in corso un derby - tutto francese - tra il Credit Agricole e Axa.
E in patria l’Eliseo teme la destra
Il presidente francese grida a suocera (Giorgia Meloni) perché nuora (Marine Le Pen) intenda, ma a Parigi e dintorni viene travolto da uno tsunami di critiche. Il problema di Emmanuel Macron - come gli fa notare con un editoriale al vetriolo il condirettore de Le Figaro, Yves Therard, - è che dice una cosa e ne fa un’altra e pare che ai francesi questo non vada giù. Gli unici tifosi l’inquilino dell’Eliseo li ha tra le fila del Pd, che quando si parla d’immigrazione clandestina pare Bobby Solo, ha una lacrima sul viso, dimentico del cosiddetto «sistema Odevaine» e di un certo Salvatore Buzzi. Ma sono appunto pecore nere, mica rosse.
Tornando a Macron è molto probabile che anche lui, come Buzzi, sappia che con «i migranti si fanno i soldi» e stia approfittando del caso Ocean Viking per sistemare qualche partita con l’Italia. Si è già dimenticato di aver firmato, meno di un anno fa il patto del Quirinale con Sergio Mattarella per dimostrare, uscita di scena Angela Merkel, che lui era il kingmaker dell’Europa. Mario Draghi disse: «Da oggi Francia e Italia sono più vicine». A maggior ragione arrivare ai porti francesi per le Ong dovrebbe essere agevole. Mattarella però a Maastricht ha ricordato ieri che: «La risposta alla sfida migratoria avrà successo soltanto se sorretta dai criteri di solidarietà all’interno dell’Unione e di coesione nella risposta esterna». Chi si aspettava una squalifica di Giorgia Meloni deve esserci rimasto male, ma il presidente della Repubblica, al contrario di altri, sa che il nostro tricolore è quello con il verde. Di daltonismo soffre invece Macron, che vuole imporci le sue scelte. Minaccia di farci tagliare i fondi europei - forse gli dà fastidio il nostro Pnrr? - dice e si contraddice sui trattati che noi dovremmo rispettare, ma che l’Europa è libera di ignorare come fa anche la commissaria all’immigrazione, Ylva Johansson, per la quale «non è prioritario il dossier migranti». Antonio Tajani, ministro degli Esteri, così ha chiesto di portare già lunedì al Consiglio europeo il dossier migranti.
Ma resta la domanda: perché Macron vuole mettere all’angolo l’Italia? In un altro editoriale Le Figaro ha la risposta. Scrive Guillame Tabard: «Emmanuel Macron, primo ad aver incontrato Giorgia Meloni, è anche il primo ad aver ingaggiato un braccio di ferro con lei. E lo ha perso». L’Ocean Viking brucia ai francesi e Macron vuole la rivincita. Teme di dover fronteggiare l’immigrazione in Francia esponendosi alla dura opposizione del Rassemblement national (il partito della Le Pen), è anche aggredito da Eric Zemmour che si è rifatto vivo con accuse durissime all’Eliseo. Spera di cavarsela pagando l’Italia per il disturbo. Lo schema è quello già adottato da Angela Merkel con la Turchia di Receep Erdogan: prendi i soldi e tieniti i clandestini. Gli fa notare Le Figaro: «Sventolando l’obbligo dell’Italia ci si riferisce a un accordo volontario sottoscritto da 21 Paesi un anno fa per la redistribuzione dei clandestini. I Paesi di primo approdo ricevono una compensazione finanziaria, ma se l’Italia non vuole più partecipare all’accordo ha il diritto di farlo. Il braccio di ferro è dunque politico, non giuridico. Peraltro il trattato non stabilisce un diritto di attracco delle navi, solo una ripartizione dei clandestini». Eric Zemmour, che nella campagna delle presidenziali aveva proposto un ministero per i rimpatri, ha detto: «L’arrivo dei migranti è un incubo per noi francesi come per gli italiani. Il problema è Macron, non Roma».
Glielo rimprovera Le Figaro con Therard: «Nel 2018 per spiegare il suo rifiuto a far attraccare l’Aquarius con 629 migranti disse che l’umanismo non va confuso con i buoni sentimenti che non hanno futuro aggiungendo: se seguissi la via dei buoni sentimenti farei pendere il Paese verso l’estremismo. Ma ciò che valeva allora», dice Le Figaro all’Eliseo, «vale anche oggi». In un altro passaggio: «Come può Macron accusare di razzismo un deputato lepenista che si è opposto all’arrivo dell’Ocean Vking se una settimana più tardi lui e il ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, hanno cercato in tutti i modi di respingere questa nave? Tutto ciò non è né umanità né intransigenza, è solo improvvisazione». Macron ha imposto Darmanin quale ministro dell’Interno per bloccare l’immigrazione e fare una politica di espulsioni per proteggersi dalla Le Pen. Perciò ora deve precisare che l’accoglienza della Ocean Viking è eccezionale. Aggiunge lodando la solidarietà europea che chi ha diritto resterà in Germania (Berlino accoglie 80 migranti) o in Croazia, Romania, Bulgaria, Lituania, Malta, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda, ma chi «non potrà ottenere l’asilo ripartirà direttamente verso il Paese di origine». Parigi fa esattamente ciò che chiede Giorgia Meloni. Ha ragione Guillame Tabard, l’analista de Le Figaro: «Non è una crisi franco-italiana, è una crisi europea che dimostra come, dopo la Siria nel 2015, sull’immigrazione l’Unione non ha ancora trovato la pietra filosofale».
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Problemi di politica interna; voglia di metterci in difficoltà su dossier aperti come Spazio, Ita, Vivendi, Mps; timore di vedersi togliere potere in ambito Ue dal nascente asse Ppe-conservatori che ha in Giorgia Meloni un punto di riferimento. Ecco i veri motivi dei toni isterici.Dallo Spazio alla compagnia di bandiera i dossier economici pesano più dei migranti. La vera patata bollente tra Italia e Francia resta però il caso Vivendi. Sullo sfondo le partite aperte su Monte dei Paschi e BancoBpm.Il padre della République en Marche vede crescere Marine Le Pen ed Eric Zemmour. E incassa la bocciatura de «Le Figaro»: «Dal braccio di ferro con la Meloni esce sconfitto».Lo speciale contiene tre articoli.Il governo Meloni è un problema per Emmanuel Macron? Abbastanza. La reazione scomposta e teatrale sul caso migranti si spiega sicuramente con ragioni interne tutte francesi (un presidente che guida un Paese in affanno economico, in ritardo sull’emergenza energetica, impegnato in una politica industriale ferocemente sovranista e nazionalizzatrice, attaccato da destra e da sinistra), ma proiettando lo sguardo sul piano europeo c’è un altro fattore che rende un esecutivo di centrodestra a trazione Fratelli d’Italia problematico per l’attuale leadership francese. Nel 2024 si terranno le elezioni europee e per la prima volta da tempo potrebbe essere in dubbio la permanenza al potere dei socialisti all’Europarlamento. Ovviamente la condizione perché questo accada è che Ppe ed Ecr (la formazione guidata da Giorgia Meloni e che include Fdi) ottengano un buon risultato e si mostrino in grado di dare le carte nella formazione della futura Commissione.L’ipotesi è ovviamente subordinata alla volontà politica del Ppe (cioè, in sostanza, della Cdu tedesca) di spostarsi verso destra, ma è anche soggetta allo sguardo molto interessato dell’America, soprattutto - come logico - di quella repubblicana. In un frangente storico in cui il vincolo atlantico ha ripreso a stringersi in modo vigoroso (prendendo strade opposte al più evanescente «europeismo»), l’interesse Usa ad avere le istituzioni Ue allineate contro Russia e Cina sta portando a molta più tolleranza verso formazioni fino a poco tempo fa considerate meno presentabili. Il «sogno» europeo degli Stati uniti d’Europa non appassiona quelli d’America, e per questo la prospettiva di un’alleanza Ppe-Ecr dal 2024 è qualcosa di più di una lontana ipotesi.Sono in corso esplorazioni preliminari, ma piuttosto avanzate in tal senso, sull’asse Berlino-Washington: il plenipotenziario per gli affari esteri del Ppe, Udo Zollheis, che ieri ha preparato l’incontro tra lo storico presidente del gruppo, Manfred Weber, e Giorgia Meloni (visita non graditissima al nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani), ha un dialogo aperto con il mondo conservatore americano per preparare il terreno all’accordo Ppe-Ecr. Alla Verità risultano incontri - tenutisi in Italia nelle scorse settimane - con importanti esponenti di think tank d’area repubblicana interessati a tastare il terreno e a cercare garanzie per i loro interessi. Cosa c’entra Macron? Semplicemente, il presidente francese troverebbe sulla sua strada un formidabile rivale nell’occupazione di uno spazio politico sottratto ai socialisti a Strasburgo e Bruxelles. Il suo Renew Europe, cartello europeo che oggi conta 103 seggi e dove finirebbero anche i futuri eletti di Azione e Italia viva, punta ovviamente a dare le carte anche nella prossima Commissione, da una posizione di forza paragonabile al Ppe (che oggi ha 176 seggi). Se però questo ruolo lo prendesse Ecr, il quadro cambierebbe radicalmente. Il governo italiano è, in nuce, un esperimento che va esattamente in questa direzione: Forza Italia appartiene al Ppe, Fdi è peso massimo nel gruppo Ecr.Per i piani di Macron, azzoppare da subito il «caso Italia» avrebbe anche il vantaggio prospettico di indebolire la stessa alleanza sul piano continentale. In soldoni: potrebbe riconquistare la possibilità di scegliersi coi tedeschi il prossimo leader della Commissione Ue dal 2024. Se invece Meloni & C. tenessero botta al governo e incassassero un buon risultato alle Europee, tutto cambierebbe di colpo. Un Ecr ai livelli del Ppe e davanti a Renew Europe vorrebbe dire che l’Italia potrebbe avere voce in capitolo nella scelta del successore di Ursula von der Leyen, con i socialisti fuori dai giochi e Macron in secondo piano. Ovviamente a questa prospettiva lavora con più interesse chi può trarne beneficio, e dunque anzitutto chi può ambire a fare il capo della futura Commissione. Le scadenze sono distanti, ma ai blocchi di partenza si muovono alcuni profili chiari. Roberta Metsola, maltese, diventando presidente del Parlamento europeo a seguito della scomparsa di David Sassoli, ha «sdoganato» ai vertici delle istituzioni proprio l’Ecr, coordinando l’elezione a proprio vice di Roberts Zile: l’economista lettone è infatti il primo membro di Ecr a rompere il «cordone sanitario» teso nel 2019 contro la cosiddetta avanzata populista. La mossa ne farebbe una candidata naturale se l’asse fosse quello Ppe-Ecr. Poi c’è lo stesso Weber, ma proprio il suo essere tedesco rischierebbe di diventare un problema perché lo è anche l’uscente von der Leyen. Molto buone anche le quotazioni del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, del partito di centrodestra Nuova democrazia. Sono loro tre, al momento, a giocarsi le probabilità di guidare il governo della Ue, e quindi a studiare da vicino le prospettive dell’alleanza tra popolari e conservatori. Il percorso è lunghissimo e, Italia a parte, farà tappa decisiva in Spagna, dove il prossimo voto nazionale dirà se lo stesso asse si può realizzare tra Partido popular e Vox: ipotesi complessa, ma già sperimentata a livello locale in Castiglia. Messa in quest’ottica, la necessità del premier italiano di mantenere salda l’alleanza con il partito di destra spagnolo (ormai forza stabile del panorama iberico) non è solo dettata da consonanza ideologica, ma da un preciso progetto di respiro europeo. Un progetto in cui è tutto da capire il destino di Forza Italia (oggi unico bastione italiano del Ppe) e della Lega, che rischia di esserne tagliata fuori: non va dimenticato che in Europa il centrodestra è oggi sparpagliato in tre rivoli. Il tempo dirà se questo schema politico ha gambe, se avrà spinta oltre Atlantico e se i pregiudizi sulla Meloni e il suo partito saranno superati nella Cdu e nel Ppe. Di certo, un crollo del governo italiano ne segnerebbero la fine anticipata, per la gioia di Macron. Nelle esagerazioni sceniche della crisi dei migranti va forse inserito anche questo aspetto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perche-macron-pazzo-con-italia-2658636888.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tim-ita-edison-e-gli-istituti-bancari-ecco-perche-macron-da-di-matto" data-post-id="2658636888" data-published-at="1668209146" data-use-pagination="False"> Tim, Ita, Edison e gli istituti bancari. Ecco perché Macron dà di matto Spiace doverlo dire, a dispetto di quanto sostenga il Pd, ma il tema immigrati non è certo il fine ultimo della presa di posizione di Emmanuel Macron. Fino a oggi gli investitori francesi e le filiere politiche soprastanti si sono comportati da parte attiva. Le controparti a Roma, invece, quasi sempre si sono limitate a tentare la trattativa con l’obiettivo del minore danno. La domanda di Parigi è: «Quali scelte prenderà l’Italia sui dossier che contano. Sta cambiando qualcosa?». E non ci riferiamo ai dossier Ue ma alle partite della nostra economia. Basti pensare che il prossimo 22 e 23 novembre Adolfo Urso, titolare del Mise con delega allo Spazio, sarà a Parigi per trattare i fondi Esa, l’agenzia spaziale europea. In ballo ci sono 4 miliardi ma soprattutto decisioni strategiche che possono fare la differenza anche per le aziende francesi. Val la pena, inoltre, ricordare che anche il dossier Ita è aperto. Con l’arrivo del nuovo governo, è passato nelle mani del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha scelto di non prorogare la trattativa con Certares, in alleanza con Air France-Klm e Delta, che non aveva ancora sciolto i nodi della definizione del piano industriale e dell’individuazione del partner industriale. L’altra cordata invece sposerebbe, con la partecipazione di Msc, i tedeschi di Lufthansa. A breve Edf, da poco nazionalizzata, dovrà vendere la propria partecipazione in Edison. Chi subentrerà? Qualcuno filo francese o il contrario. Non è poco, visto che il tema energetico da mesi ha ulteriormente allontanato i baricentri d’interesse delle due nazioni. Ma la patata bollente continua a chiamarsi Tim, o meglio Vivendi. Da mesi si attende la fusione della rete. Da un lato quella dell’ex monopolista e dall’altro quella di Open Fiber. In mezzo la Cdp, guidata da Dario Scannapieco, azionista di entrambe le società. Sotto (nel senso di azionista di una delle infrastrutture) il fondo Usa Kkr e sopra (nel senso di azionista di riferimento di Tim), appunto, i francesi di Vincent Bolloré. Il nuovo governo, nella figura di Alessio Butti, sottosegretario delegato, ha sollevato perplessità sull’idea di portare avanti il vecchio progetto. La risposta di Tim è stata: nessuno ci ha avvisati. Attendiamo il 30 novembre, data dell’offerta non vincolante da parte della controparte. Cdp, dal canto suo, sembra intenzionata ad andare avanti con il vecchio schema. Il rischio è che Tim chieda una doppia due diligence di Open Fiber che ne evidenzi l’eccessivo debito e la scarsa capacità di generare ricavi. Come a dire: tutto il castello poggia sulle sabbie mobili. Da giorni i quotidiani parlano di un’Opa diretta su Tim. Qui la questione sarebbe il debito della società e il fatto che Cdp potrebbe vedersi tirare le orecchie da Eurostat ai fini del computo del debito pubblico, senza dimenticare che in Commissione Ue pullulano ex uomini legati a Nicolas Sarkozy. La stessa cordata che ha ripreso forza anche all’interno di numerose istituzioni francesi. Da qui, forse, il rinnovato impegno di Bolloré (che prima era caduto in disgrazia verso Macron) nel cercare di avvicinare e contattare gli esponenti di Fratelli d’Italia. La campagna stampa su Andrea Pezzi e la sua Mint (Report pochi giorni fa è andato in onda con una interessante radiografia) avrebbe spinto Arnaud de Puyfontaine a cercare un «consigliori» nella figura di Daniele Ruvinetti. Molto vicino allo stesso Pezzi, Ruvinetti è stato a lungo in Telecom prima di diventare consigliere strategico di società tlc. Vanta conoscenza del mondo libico, è senior advisor della Fondazione Med-Or, presieduta da Marco Minniti. D’ora in avanti toccherà a lui comprendere se c’è spazio per dialogare con Palazzo Chigi e mantenere il ruolo francese nelle nostre tlc predominante. È chiaro che Macron guarda la partita con interesse. Ne va anche del consolidamento europeo dell’intero comparto. Con logiche completamente diverse ma medesima attenzione esattamente il tentativo di ricalibrare i rapporti nel mondo del credito. Le relazioni con i francesi passano, infatti, anche dalle banche. Soprattutto da due: il Monte dei Paschi e il BancoBpm. Con un filo rosso, anzi verde che potrebbe presto unirle. Alla luce di chi ha messo l’«obolo» per l’aumento di capitale da 2,5 miliardi, è cambiato l’azionariato dell’istituto toscano. Il controllo resta in mano allo Stato ma il secondo socio adesso parla francese: Axa, già partner bancassicurativo di Rocca Salimbeni, ha infatti dato il contributo più sostanzioso e anche decisivo investendo 200 milioni e avrà circa l’8% del Monte ricapitalizzato. Segue una pattuglia di fondazioni bancarie che insieme detengono circa il 3%. Un pacchetto simile è in mano a Pimco, del gruppo tedesco Allianz, spuntano poi Algebris al 2% e Ion Group di Andrea Pignataro sempre al 2». Con partecipazioni più piccole ci sono infine Anima (all’1%) e le casse di previdenza come Enpam e Enarcassa che hanno in mano circa l’1,2% a fronte della trentina di milioni versati. E che quindi, insieme alle Fondazioni, possono fare da contrappeso agli assicuratori di Axa. Tamponata per l’ennesima volta la falla di liquidità necessaria al rilancio, l’ad, Luigi Lovaglio, ora deve traghettare il gruppo verso quella «soluzione strutturale» che serve a far uscire lo Stato dal capitale. Insomma, dovrà trovare chi compri la banca o la fonda in un progetto più ampio. Come quello del terzo polo, che potrebbe coinvolgere il BancoBpm e il Credit Agricole, nel ruolo di pivot, che del Banco è già primo azionista dopo il blitz della scorsa primavera. Per ora, gli acquisti si sono fermati sotto al 10%, ma l’approccio potrebbe ricalcare la strategia già portata avanti con il Creval: in quel caso, infatti, all’acquisizione di una quota inferiore al 10% del capitale (nel 2018) era seguito l’annuncio delle volontà di ampliare la partnership commerciale esistente nella bancassicurazione, salvo poi rompere gli indugi nel 2021 con il lancio dell’Opa. In Borsa si tengono d’occhio anche le mosse di Amundi, l’asset manager controllato dall’Agricole che a maggio ha rafforzato la sua partecipazione in Anima (partner di Mps nel risparmio gestito), di cui è socio proprio il BancoBpm. Non solo. Entro fine anno, proprio il Banco guidato da Giuseppe Castagna prevede di chiudere il processo di ricerca di un partner nel ramo danni della bancassicurazione, business per il quale è in corso un derby - tutto francese - tra il Credit Agricole e Axa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perche-macron-pazzo-con-italia-2658636888.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-in-patria-leliseo-teme-la-destra" data-post-id="2658636888" data-published-at="1668209146" data-use-pagination="False"> E in patria l’Eliseo teme la destra Il presidente francese grida a suocera (Giorgia Meloni) perché nuora (Marine Le Pen) intenda, ma a Parigi e dintorni viene travolto da uno tsunami di critiche. Il problema di Emmanuel Macron - come gli fa notare con un editoriale al vetriolo il condirettore de Le Figaro, Yves Therard, - è che dice una cosa e ne fa un’altra e pare che ai francesi questo non vada giù. Gli unici tifosi l’inquilino dell’Eliseo li ha tra le fila del Pd, che quando si parla d’immigrazione clandestina pare Bobby Solo, ha una lacrima sul viso, dimentico del cosiddetto «sistema Odevaine» e di un certo Salvatore Buzzi. Ma sono appunto pecore nere, mica rosse. Tornando a Macron è molto probabile che anche lui, come Buzzi, sappia che con «i migranti si fanno i soldi» e stia approfittando del caso Ocean Viking per sistemare qualche partita con l’Italia. Si è già dimenticato di aver firmato, meno di un anno fa il patto del Quirinale con Sergio Mattarella per dimostrare, uscita di scena Angela Merkel, che lui era il kingmaker dell’Europa. Mario Draghi disse: «Da oggi Francia e Italia sono più vicine». A maggior ragione arrivare ai porti francesi per le Ong dovrebbe essere agevole. Mattarella però a Maastricht ha ricordato ieri che: «La risposta alla sfida migratoria avrà successo soltanto se sorretta dai criteri di solidarietà all’interno dell’Unione e di coesione nella risposta esterna». Chi si aspettava una squalifica di Giorgia Meloni deve esserci rimasto male, ma il presidente della Repubblica, al contrario di altri, sa che il nostro tricolore è quello con il verde. Di daltonismo soffre invece Macron, che vuole imporci le sue scelte. Minaccia di farci tagliare i fondi europei - forse gli dà fastidio il nostro Pnrr? - dice e si contraddice sui trattati che noi dovremmo rispettare, ma che l’Europa è libera di ignorare come fa anche la commissaria all’immigrazione, Ylva Johansson, per la quale «non è prioritario il dossier migranti». Antonio Tajani, ministro degli Esteri, così ha chiesto di portare già lunedì al Consiglio europeo il dossier migranti. Ma resta la domanda: perché Macron vuole mettere all’angolo l’Italia? In un altro editoriale Le Figaro ha la risposta. Scrive Guillame Tabard: «Emmanuel Macron, primo ad aver incontrato Giorgia Meloni, è anche il primo ad aver ingaggiato un braccio di ferro con lei. E lo ha perso». L’Ocean Viking brucia ai francesi e Macron vuole la rivincita. Teme di dover fronteggiare l’immigrazione in Francia esponendosi alla dura opposizione del Rassemblement national (il partito della Le Pen), è anche aggredito da Eric Zemmour che si è rifatto vivo con accuse durissime all’Eliseo. Spera di cavarsela pagando l’Italia per il disturbo. Lo schema è quello già adottato da Angela Merkel con la Turchia di Receep Erdogan: prendi i soldi e tieniti i clandestini. Gli fa notare Le Figaro: «Sventolando l’obbligo dell’Italia ci si riferisce a un accordo volontario sottoscritto da 21 Paesi un anno fa per la redistribuzione dei clandestini. I Paesi di primo approdo ricevono una compensazione finanziaria, ma se l’Italia non vuole più partecipare all’accordo ha il diritto di farlo. Il braccio di ferro è dunque politico, non giuridico. Peraltro il trattato non stabilisce un diritto di attracco delle navi, solo una ripartizione dei clandestini». Eric Zemmour, che nella campagna delle presidenziali aveva proposto un ministero per i rimpatri, ha detto: «L’arrivo dei migranti è un incubo per noi francesi come per gli italiani. Il problema è Macron, non Roma». Glielo rimprovera Le Figaro con Therard: «Nel 2018 per spiegare il suo rifiuto a far attraccare l’Aquarius con 629 migranti disse che l’umanismo non va confuso con i buoni sentimenti che non hanno futuro aggiungendo: se seguissi la via dei buoni sentimenti farei pendere il Paese verso l’estremismo. Ma ciò che valeva allora», dice Le Figaro all’Eliseo, «vale anche oggi». In un altro passaggio: «Come può Macron accusare di razzismo un deputato lepenista che si è opposto all’arrivo dell’Ocean Vking se una settimana più tardi lui e il ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, hanno cercato in tutti i modi di respingere questa nave? Tutto ciò non è né umanità né intransigenza, è solo improvvisazione». Macron ha imposto Darmanin quale ministro dell’Interno per bloccare l’immigrazione e fare una politica di espulsioni per proteggersi dalla Le Pen. Perciò ora deve precisare che l’accoglienza della Ocean Viking è eccezionale. Aggiunge lodando la solidarietà europea che chi ha diritto resterà in Germania (Berlino accoglie 80 migranti) o in Croazia, Romania, Bulgaria, Lituania, Malta, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda, ma chi «non potrà ottenere l’asilo ripartirà direttamente verso il Paese di origine». Parigi fa esattamente ciò che chiede Giorgia Meloni. Ha ragione Guillame Tabard, l’analista de Le Figaro: «Non è una crisi franco-italiana, è una crisi europea che dimostra come, dopo la Siria nel 2015, sull’immigrazione l’Unione non ha ancora trovato la pietra filosofale».
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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