True
2019-07-22
Per Trump la sovranità è sacra. Vale anche nei confronti dell’ Ue
True
Ansa
Ma anche i progressi su alcuni dossier internazionali (come la distensione con la Corea del Nord) mostrano che – al di là di come la si possa pensare sulle singole questioni – l'amministrazione americana non si stia muovendo in modo meramente rabberciato. Quello che molti critici spesso non vedono (o fingono di non vedere) è il mutamento di paradigma che – nel bene o nel male – questo presidente americano sta incarnando. Un mutamento di paradigma che verte attorno a un'idea centrale: la difesa del principio di sovranità nazionale.
Si tratta, a ben vedere, di un cambio di passo deciso, rispetto alle precedenti linee seguite dai Clinton e dai Bush. Un cambio di passo che molti esponenti dell'establishment di Washington ancora fanno fatica a digerire ma che – in definitiva – era già abbastanza chiaro da tempo. Non solo, nel corso della campagna elettorale del 2016, Trump aveva più volte criticato l'interventismo internazionalista delle amministrazioni americane precedenti. Ma, nel settembre del 2017, questa linea divenne palese durante un discorso del presidente alle Nazioni Unite, in cui dichiarò significativamente: «Non ci aspettiamo che diversi Paesi condividano le stesse culture, tradizioni o persino sistemi di governo. Ma ci aspettiamo che tutte le nazioni sostengano questi due doveri sovrani fondamentali: rispettare gli interessi del proprio popolo e i diritti di ogni altra nazione sovrana […] Le nazioni forti e sovrane permettono a diversi Paesi con valori diversi, culture diverse e sogni diversi non solo di coesistere, ma di lavorare fianco a fianco sulla base del rispetto reciproco».
Da tutto questo, si capisce che ogni tentativo di leggere la politica internazionale di Trump senza riferirsi all'idea di sovranità non possa che sfociare in visioni parziali o distorte. Un elemento confermato a La Verità da James Carafano, vicepresidente alla Heritage Foundation della sezione dedicata alla sicurezza nazionale e alla politica estera. «Credo che il sostegno mostrato dal presidente Trump nei confronti dei fautori della Brexit sia stato ampiamente frainteso», ha dichiarato Carafano. «Gli Stati Uniti non perseguono una politica negativa verso l'Unione Europea. Il futuro dell'Unione Europea appartiene agli europei. Gli Stati Uniti vogliono lavorare con l'Unione Europea quando hanno interessi in comune. Tuttavia la cosa più importante è che il presidente rispetti il principio della sovranità popolare e il fatto che i cittadini di una determinata nazione abbiano il diritto di prendere le proprie decisioni. In questo senso», prosegue Carafano, «Trump rispetta la decisione del popolo britannico di abbandonare l'Unione Europea. Questo atteggiamento non dovrebbe essere interpretato come se il presidente avesse in mente un piano per distruggere l'Unione Europea: non è così. In secondo luogo, ritengo che Trump auspichi, per esempio, una hard Brexit perché gli Stati Uniti vorrebbero stipulare un trattato bilaterale di libero scambio con il Regno Unito: un'eventualità impossibile, fin quando i britannici resteranno nell'Unione Europea. Credo, inoltre, che una Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea possa costituire un buon partner per la stessa Bruxelles. Sono ottimista per il futuro».
Del resto, il rispetto dell'altrui sovranità nazionale incarnato da questo presidente passerebbe anche attraverso la volontà di non fare discriminazioni tra partner. Quando, per esempio, Viktor Orban venne ricevuto lo scorso maggio alla Casa Bianca, molti criticarono Trump, sostenendo che quell'incontro nascesse dalla sua predilezione per i leader autoritari. In questo contesto, alcuni tesero poi a sottolineare che né Barack Obama né George W. Bush avessero accolto il premier ungherese. Anche su questo punto, l'analisi di Carafano diverge con la vulgata. «Credo sia giusto che il presidente tratti nello stesso modo tutti i leader europei. Si tratta di leader liberamente eletti che hanno tutto il diritto a portare avanti le proprie prospettive ed è giusto rispettarli. In particolare», prosegue l'analista, «'Ungheria è un membro della NATO e un partner degli Stati Uniti, perciò credo fosse appropriato che il presidente ne ricevesse il premier alla Casa Bianca». Insomma, il rispetto della sovranità nazionale altrui come metodo per evitare spiacevoli casi di subalternità o – il che è lo stesso – la perniciosa creazione di club esclusivi, riservati a pochi eletti.
Si tratta, del resto, di un paradigma che il presidente sembra seguire anche al di fuori delle storiche alleanze statunitensi. Senza poi per questo rinunciare alla leadership americana sullo scacchiere internazionale. È lo stesso Carafano, d'altronde, a renderlo esplicito. L'analista si dice infatti favorevole alla pressione che la Casa Bianca sta esercitando sull'Iran: una pressione che dovrebbe spingere il presidente Hassan Rohani a sedersi al tavolo delle trattative per siglare un accordo sul nucleare migliore di quello stipulato nel 2015 ai tempi dell'amministrazione Obama. Un obiettivo perseguito – sottolinea Carafano – non solo per gli interessi degli Stati Uniti ma anche per quelli dei loro alleati in Medio Oriente e in Europa. Ciononostante l'analista sembra apprezzare lo scetticismo di Trump verso le strategie di regime change, auspicate da buona parte delle galassie neoconservatrici. «Il governo del popolo iraniano», chiarisce, «riguarda il popolo iraniano, non gli Stati Uniti».
Continua a leggereRiduci
Una certa vulgata mediatica ha cercato per lungo tempo di dipingere Donald Trump come una sorta di pazzo guerrafondaio: un presidente aggressivo, pericoloso, oltre che totalmente dedito alla più becera improvvisazione. Una vulgata che, con il passare del tempo, ha dovuto tuttavia assai spesso infrangersi con la realtà: non solo i recenti sviluppi della questione iraniana stanno mostrando come l'attuale inquilino della Casa Bianca non sia affatto un presidente "dalla bomba facile". Ma anche i progressi su alcuni dossier internazionali (come la distensione con la Corea del Nord) mostrano che – al di là di come la si possa pensare sulle singole questioni – l'amministrazione americana non si stia muovendo in modo meramente rabberciato. Quello che molti critici spesso non vedono (o fingono di non vedere) è il mutamento di paradigma che – nel bene o nel male – questo presidente americano sta incarnando. Un mutamento di paradigma che verte attorno a un'idea centrale: la difesa del principio di sovranità nazionale.Si tratta, a ben vedere, di un cambio di passo deciso, rispetto alle precedenti linee seguite dai Clinton e dai Bush. Un cambio di passo che molti esponenti dell'establishment di Washington ancora fanno fatica a digerire ma che – in definitiva – era già abbastanza chiaro da tempo. Non solo, nel corso della campagna elettorale del 2016, Trump aveva più volte criticato l'interventismo internazionalista delle amministrazioni americane precedenti. Ma, nel settembre del 2017, questa linea divenne palese durante un discorso del presidente alle Nazioni Unite, in cui dichiarò significativamente: «Non ci aspettiamo che diversi Paesi condividano le stesse culture, tradizioni o persino sistemi di governo. Ma ci aspettiamo che tutte le nazioni sostengano questi due doveri sovrani fondamentali: rispettare gli interessi del proprio popolo e i diritti di ogni altra nazione sovrana […] Le nazioni forti e sovrane permettono a diversi Paesi con valori diversi, culture diverse e sogni diversi non solo di coesistere, ma di lavorare fianco a fianco sulla base del rispetto reciproco».Da tutto questo, si capisce che ogni tentativo di leggere la politica internazionale di Trump senza riferirsi all'idea di sovranità non possa che sfociare in visioni parziali o distorte. Un elemento confermato a La Verità da James Carafano, vicepresidente alla Heritage Foundation della sezione dedicata alla sicurezza nazionale e alla politica estera. «Credo che il sostegno mostrato dal presidente Trump nei confronti dei fautori della Brexit sia stato ampiamente frainteso», ha dichiarato Carafano. «Gli Stati Uniti non perseguono una politica negativa verso l'Unione Europea. Il futuro dell'Unione Europea appartiene agli europei. Gli Stati Uniti vogliono lavorare con l'Unione Europea quando hanno interessi in comune. Tuttavia la cosa più importante è che il presidente rispetti il principio della sovranità popolare e il fatto che i cittadini di una determinata nazione abbiano il diritto di prendere le proprie decisioni. In questo senso», prosegue Carafano, «Trump rispetta la decisione del popolo britannico di abbandonare l'Unione Europea. Questo atteggiamento non dovrebbe essere interpretato come se il presidente avesse in mente un piano per distruggere l'Unione Europea: non è così. In secondo luogo, ritengo che Trump auspichi, per esempio, una hard Brexit perché gli Stati Uniti vorrebbero stipulare un trattato bilaterale di libero scambio con il Regno Unito: un'eventualità impossibile, fin quando i britannici resteranno nell'Unione Europea. Credo, inoltre, che una Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea possa costituire un buon partner per la stessa Bruxelles. Sono ottimista per il futuro».Del resto, il rispetto dell'altrui sovranità nazionale incarnato da questo presidente passerebbe anche attraverso la volontà di non fare discriminazioni tra partner. Quando, per esempio, Viktor Orban venne ricevuto lo scorso maggio alla Casa Bianca, molti criticarono Trump, sostenendo che quell'incontro nascesse dalla sua predilezione per i leader autoritari. In questo contesto, alcuni tesero poi a sottolineare che né Barack Obama né George W. Bush avessero accolto il premier ungherese. Anche su questo punto, l'analisi di Carafano diverge con la vulgata. «Credo sia giusto che il presidente tratti nello stesso modo tutti i leader europei. Si tratta di leader liberamente eletti che hanno tutto il diritto a portare avanti le proprie prospettive ed è giusto rispettarli. In particolare», prosegue l'analista, «'Ungheria è un membro della NATO e un partner degli Stati Uniti, perciò credo fosse appropriato che il presidente ne ricevesse il premier alla Casa Bianca». Insomma, il rispetto della sovranità nazionale altrui come metodo per evitare spiacevoli casi di subalternità o – il che è lo stesso – la perniciosa creazione di club esclusivi, riservati a pochi eletti.Si tratta, del resto, di un paradigma che il presidente sembra seguire anche al di fuori delle storiche alleanze statunitensi. Senza poi per questo rinunciare alla leadership americana sullo scacchiere internazionale. È lo stesso Carafano, d'altronde, a renderlo esplicito. L'analista si dice infatti favorevole alla pressione che la Casa Bianca sta esercitando sull'Iran: una pressione che dovrebbe spingere il presidente Hassan Rohani a sedersi al tavolo delle trattative per siglare un accordo sul nucleare migliore di quello stipulato nel 2015 ai tempi dell'amministrazione Obama. Un obiettivo perseguito – sottolinea Carafano – non solo per gli interessi degli Stati Uniti ma anche per quelli dei loro alleati in Medio Oriente e in Europa. Ciononostante l'analista sembra apprezzare lo scetticismo di Trump verso le strategie di regime change, auspicate da buona parte delle galassie neoconservatrici. «Il governo del popolo iraniano», chiarisce, «riguarda il popolo iraniano, non gli Stati Uniti».
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
Continua a leggereRiduci
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
Continua a leggereRiduci