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2019-12-15
Per salvare Popolare di Bari il Mef prepara un decreto con un miliardo a Invitalia
Ansa
Al di là delle beghe politiche stasera il Consiglio dei ministri dovrà tirare le fila e prendere una decisione definitiva su Pop Bari. Ieri, i tecnici del Mef, hanno lavorato al decreto parallelo necessario al salvataggio dell'istituto. Il governo dovrà infatti iniettare almeno un miliardo nelle casse di Invitalia, che ne girerà contestualmente più o meno 600 al Mediocredito centrale, controllato al 100% dall'agenzia di promozione pubblica. I contenuti del testo si apprenderanno solo stasera. A gestirle è direttamente il Mef che su questa partita si muove in diretto contatto con Bankitalia e con l'intento di fornire il pacchetto già completo al premier. Uno modo per evitare intromissioni politiche di lunga storia. Basti ricordare le scintille sugli istituti pugliesi tra Matteo Renzi e Massimo D'Alema ai tempi della commissione banche. I Ds sono sempre stati molto attenti al ruolo di banca 121 ma è anche risaputo il legame tra D'Alema e Vincenzo De Bustis attuale ad di Pop Bari. Il Mef vuole concentrarsi sui buchi da tappare ed evitare il più possibile scontri tra partiti.
Alla base del commissariamento della Banca Popolare di Bari c'è infatti una storia iniziata nel 2010, quando la magistratura di Bari iniziò ad indagare su pratiche poco corrette: elargizione di crediti alla clientela senza badare troppo alle garanzie. Così, in un decennio, la banca è arrivata ad avere il 26% di crediti deteriorati. In pratica, un finanziamento su quattro tra quelli elargiti non è mai stato restituito. Nel corso degli ultimi anni, la Procura ha aperto cinque inchieste sulla popolare di Corso Cavour 19. L'ultima, ieri dopo la lettera inviata dalla Consob che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti. La notizia è confermata all'Ansa da fonti vicine agli ambienti giudiziari. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, dovrà valutare se quanto segnalato dal presidente Consob Paolo Savona configuri ipotesi di reato.
Prima ancora i magistrati hanno voluto vederci chiaro sulla sospetta e mai avvenuta operazione di rafforzamento del capitale, tentata ormai quasi un anno fa (era il dicembre 2018), con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro voluta da De Bustis da far sottoscrivere ad una società maltese. Continua, poi, l'inchiesta voluta dai magistrati baresi per i reati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza inviata a de Bustis e ad altre nove persone tra cui l'ex presidente Marco Jacobini. Il sospetto, insomma, è che la banca abbia comunicato alla Consob bilanci non corrispondenti del tutto al vero, soprattutto per quanto riguarda i crediti e la vicenda dell'acquisizione di Banca Tercas, la banca di Teramo.
L'ultimo decennio è stato dunque oggetto di diversi sospetti da parte della magistratura sulla gestione della banca. Dubbi confermati dai numeri emersi dai conti di giugno: la banca ha chiuso il primo semestre del 2019 con una perdita netta di 73,3 milioni e un Cet1 del 6,22%, sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia.
Così Bankitalia, visti i problemi di solidità a livello patrimoniale, ha disposto venerdì lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della banca e ne ha disposto la procedura di amministrazione straordinaria nominando i commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini. Insieme a questi due esperti lavoreranno i componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso. Il loro compito sarà sbrogliare alcune grane intrecciate, come le partecipazioni nel fondo Sorgente sgr di Valter Mainetti o il gruppo Fusillo, ormai fallito.
Soprattutto dovranno portare avanti le trattative con Fitd e Mediocredito centrale. Nel primo caso si tratta di un fondo finanziato da banche private che potrebbe aiutare la popolare barese solo nel caso in cui venga presentato una radicale piano di rilancio. Nel secondo caso, quello di Mediocredito centrale, l'idea è quella che l'esecutivo proceda con una aumento di capitale. La cosiddetta Banca del Mezzogiorno controllata da Invitalia, ovvero dal ministero dell'Economia dovrebbe mettere 250 milioni da investire subito nella popolare barese e gli altri 350 in un secondo momento.
Al momento, va detto, l'operatività della banca continua senza interruzioni. Per i circa 3.000 dipendenti del gruppo che lavorano ai 368 sportelli sparsi in 13 regioni la situazione non è però facile. Resta poi da capire cosa succederà ad azionisti e obbligazionisti. Le quotazioni delle azioni dei 69.000 soci comprate sul comparto Hi-Mtf (quello dove vengono scambiati i titoli delle popolari) sono state sospese. E la possibilità che le azioni da domani valgano qualcosa è rasente lo zero. Potrebbe andare incontro a problemi anche una parte degli obbligazionisti, quelli che detengono i bond subordinati. Al momento ce ne sono tre in circolazione. Un'emissione vale 6 milioni, la seconda 15 e la terza è molto corposa ed è stata utilizzata per coprire l'acquisizione di Tercas. Si tratta di 213 milioni di euro che rendono il 6,5% a scadenza dicembre 2021. A oggi non sono state annunciate operazioni a svantaggio dei piccoli investitori, ma il cdm di stasera dovrà tirare un linea: rassicurare i circa 10.000 sottoscrittori oppure tosarli come è avvenuto in altri salvataggi.
Il caso Tercas, il baratto dell’Ue e gli occhi chiusi sugli aiuti tedeschi
Popolare di Bari è una torta a più strati. Fatti di relazioni intrecciate tra il territorio, Roma, dove ha sede Bankitalia, e Bruxelles, dove ormai c'è la testa della Vigilanza bancaria europea. Le inchieste penali si occuperanno dei fidi sballati, del credito erogato con criteri discutibili, ma è bene guardare anche alle scelte avvenute al di fuori del capoluogo pugliese per comprendere come si sia arrivati al commissariamento. Una scelta che potrebbe scoperchiare un vaso di pandora. Noi, però, usiamo il condizionale perché uno dei problemi principali della mancanza di trasparenza nelle crisi creditizie tricolori (Mps, popolari venete e le quattro piccole saltate nel 2015) sta proprio nel fatto che l'autorità di vigilanza è composta dallo stesso ente che si occupa delle risoluzioni.
Detto in modo più semplice: chi fa lo sceriffo è lo stesso vigile del fuoco chiamato a spegnere l'incendio, rimettere ordine dopo il crac e a raccogliere le prove attorno ai colpevoli. La recente storia italiana non ci ha spinti verso il meglio e purtroppo nella vicenda barese siamo costretti ad aggiungere un problema in più. Che sia chiama Europa.
Nel 2013 Pop Bari acquistò Cassa di Risparmio di Teramo, nota alle cronache come Tercas. Istituto che a sua volta controllava Caripe, la Cassa di Risparmio di Pescara. L'istituto indicò come condizione vincolante la copertura da parte del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, del deficit della Tercas. Il fondo acconsentì a coprire il buco patrimoniale ma successivamente la Commissione Ue sollevò dubbi sulla compatibilità dell'intervento con le norme in materia di aiuti di Stato, aprendo così un'indagine. L'Ue si è presa due anni (un'infinità per una banca) e con la decisione datata 23 dicembre 2015 l'Antitrust europeo disse che il salvataggio di Tercas costituiva un aiuto di Stato e come tale era illegittimo. Da qui Pop Bari, sostenuta da Bankitalia, ha deciso di fare appello alla Corte del Lussemburgo. Ci sono voluti quasi quattro anni ma alla fine i giudici Ue si sono pronunciati e hanno dato pienamente ragione all'Italia. Non si trattava di aiuti di Stato. Boom. Un parere che se fosse stato contemporaneo ai fatti avrebbe cambiato la storia del panorama creditizio italiano. Innanzitutto nel 2015 le quattro banche saltate per aria (Da Etruria fino a Carife) sarebbero state salvate. Il Paese non avrebbe sperimentato il bail in e non avremmo assistito alla tremenda svalutazione degli asset bancari attraverso il mercato degli Npl.
La storia non si fa con i se. Ma lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Bari si è sentita di alzare la posta. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse avremmo assistito a un altro film e il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. A maggio però la Commissione Ue si è appellata. La sentenza di secondo grado sarà fondamentale per capire il futuro delle prossime crisi bancarie. Compresa quella appena scoppiata che riguarda Pop Bari, la salvatrice di Tercas.
Se i giudici confermassero il primo grado, per l'Ue sarebbe una sberla tremenda. Sarebbe una grave perdita di credibilità: sarebbe costretta ad ammettere di aver sbagliato su tutta la linea a partire da Cipro, fino ai salvataggi delle banche tedesche da parte dello Stato (non sanzionati).
Solo che oggi siamo di nuovo al punto di partenza. Prima che i giudici di secondo grado si pronuncino, il nostro sistema è di nuovo in crisi e si trova a bussare a Bruxelles. Pop Bari dovrà essere salvata con il Fondo interbancario e con l'inserimento di un player più o meno privato, come Mediocredito. Potrà la commissione Ue dire no anche in questa occasione?
Al di là del conflitto giuridico in corso (Pop Bari ha fatto causa per risarcimento alla Commissione Ue, e la seconda decide delle sorti della prima) prevale il tema politico. Non è un caso se da Bruxelles sono arrivati numerosi segnali di pace armata. Come dire, ritirate la causa e noi diamo semaforo verde ai progetti di salvataggio che il Conte bis deciderà di avviare. L'Ue non vuole assistere a una sentenza di secondo grado che potrebbe impattare sull'intero procedimento dell'Unione bancaria. E preferirebbe subito chiudere la partita della Bari promettendo un sì silenzioso. Con che coraggio faccia intendere tale baratto non lo comprendiamo visto che meno di due settimane fa NordLb, una delle più grandi banche pubbliche commerciali della Germania, ha ricevuto un finanziamento diretto di 2,8 miliardi di euro. In totale, verranno stanziati 3,6 miliardi di euro, soprattutto da parte della Bassa Sassonia, della Sassonia-Anhalt e delle casse di risparmio. Marghrete Vestager, la commissaria anti concorrenza, non ha battuto ciglio. Ha detto sì ai soldi pubblici ritenendo che in futuro saranno remunerati secondo i criteri del mercato. Chi lo dice a tutti gli sbancati italiani che bastava un bigliettino con scritto «pagherò»?
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L'agenzia statale girerà 600 milioni a Mediocredito centrale, che li darà in più tranche all'istituto commissariato. Ieri la quinta indagine penale. Paura per gli obbligazionisti.Bruxelles potrebbe non intralciare l'intervento in Puglia in cambio del ritiro delle cause per la Cassa di Teramo. Utilizzando, finalmente, lo stesso metro che applica regolarmente con Berlino.Lo speciale contiene due articoliAl di là delle beghe politiche stasera il Consiglio dei ministri dovrà tirare le fila e prendere una decisione definitiva su Pop Bari. Ieri, i tecnici del Mef, hanno lavorato al decreto parallelo necessario al salvataggio dell'istituto. Il governo dovrà infatti iniettare almeno un miliardo nelle casse di Invitalia, che ne girerà contestualmente più o meno 600 al Mediocredito centrale, controllato al 100% dall'agenzia di promozione pubblica. I contenuti del testo si apprenderanno solo stasera. A gestirle è direttamente il Mef che su questa partita si muove in diretto contatto con Bankitalia e con l'intento di fornire il pacchetto già completo al premier. Uno modo per evitare intromissioni politiche di lunga storia. Basti ricordare le scintille sugli istituti pugliesi tra Matteo Renzi e Massimo D'Alema ai tempi della commissione banche. I Ds sono sempre stati molto attenti al ruolo di banca 121 ma è anche risaputo il legame tra D'Alema e Vincenzo De Bustis attuale ad di Pop Bari. Il Mef vuole concentrarsi sui buchi da tappare ed evitare il più possibile scontri tra partiti. Alla base del commissariamento della Banca Popolare di Bari c'è infatti una storia iniziata nel 2010, quando la magistratura di Bari iniziò ad indagare su pratiche poco corrette: elargizione di crediti alla clientela senza badare troppo alle garanzie. Così, in un decennio, la banca è arrivata ad avere il 26% di crediti deteriorati. In pratica, un finanziamento su quattro tra quelli elargiti non è mai stato restituito. Nel corso degli ultimi anni, la Procura ha aperto cinque inchieste sulla popolare di Corso Cavour 19. L'ultima, ieri dopo la lettera inviata dalla Consob che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti. La notizia è confermata all'Ansa da fonti vicine agli ambienti giudiziari. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, dovrà valutare se quanto segnalato dal presidente Consob Paolo Savona configuri ipotesi di reato.Prima ancora i magistrati hanno voluto vederci chiaro sulla sospetta e mai avvenuta operazione di rafforzamento del capitale, tentata ormai quasi un anno fa (era il dicembre 2018), con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro voluta da De Bustis da far sottoscrivere ad una società maltese. Continua, poi, l'inchiesta voluta dai magistrati baresi per i reati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza inviata a de Bustis e ad altre nove persone tra cui l'ex presidente Marco Jacobini. Il sospetto, insomma, è che la banca abbia comunicato alla Consob bilanci non corrispondenti del tutto al vero, soprattutto per quanto riguarda i crediti e la vicenda dell'acquisizione di Banca Tercas, la banca di Teramo. L'ultimo decennio è stato dunque oggetto di diversi sospetti da parte della magistratura sulla gestione della banca. Dubbi confermati dai numeri emersi dai conti di giugno: la banca ha chiuso il primo semestre del 2019 con una perdita netta di 73,3 milioni e un Cet1 del 6,22%, sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia. Così Bankitalia, visti i problemi di solidità a livello patrimoniale, ha disposto venerdì lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della banca e ne ha disposto la procedura di amministrazione straordinaria nominando i commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini. Insieme a questi due esperti lavoreranno i componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso. Il loro compito sarà sbrogliare alcune grane intrecciate, come le partecipazioni nel fondo Sorgente sgr di Valter Mainetti o il gruppo Fusillo, ormai fallito. Soprattutto dovranno portare avanti le trattative con Fitd e Mediocredito centrale. Nel primo caso si tratta di un fondo finanziato da banche private che potrebbe aiutare la popolare barese solo nel caso in cui venga presentato una radicale piano di rilancio. Nel secondo caso, quello di Mediocredito centrale, l'idea è quella che l'esecutivo proceda con una aumento di capitale. La cosiddetta Banca del Mezzogiorno controllata da Invitalia, ovvero dal ministero dell'Economia dovrebbe mettere 250 milioni da investire subito nella popolare barese e gli altri 350 in un secondo momento. Al momento, va detto, l'operatività della banca continua senza interruzioni. Per i circa 3.000 dipendenti del gruppo che lavorano ai 368 sportelli sparsi in 13 regioni la situazione non è però facile. Resta poi da capire cosa succederà ad azionisti e obbligazionisti. Le quotazioni delle azioni dei 69.000 soci comprate sul comparto Hi-Mtf (quello dove vengono scambiati i titoli delle popolari) sono state sospese. E la possibilità che le azioni da domani valgano qualcosa è rasente lo zero. Potrebbe andare incontro a problemi anche una parte degli obbligazionisti, quelli che detengono i bond subordinati. Al momento ce ne sono tre in circolazione. Un'emissione vale 6 milioni, la seconda 15 e la terza è molto corposa ed è stata utilizzata per coprire l'acquisizione di Tercas. Si tratta di 213 milioni di euro che rendono il 6,5% a scadenza dicembre 2021. A oggi non sono state annunciate operazioni a svantaggio dei piccoli investitori, ma il cdm di stasera dovrà tirare un linea: rassicurare i circa 10.000 sottoscrittori oppure tosarli come è avvenuto in altri salvataggi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-salvare-popolare-di-bari-il-mef-prepara-un-decreto-con-un-miliardo-a-invitalia-2641599918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-caso-tercas-il-baratto-dellue-e-gli-occhi-chiusi-sugli-aiuti-tedeschi" data-post-id="2641599918" data-published-at="1778100276" data-use-pagination="False"> Il caso Tercas, il baratto dell’Ue e gli occhi chiusi sugli aiuti tedeschi Popolare di Bari è una torta a più strati. Fatti di relazioni intrecciate tra il territorio, Roma, dove ha sede Bankitalia, e Bruxelles, dove ormai c'è la testa della Vigilanza bancaria europea. Le inchieste penali si occuperanno dei fidi sballati, del credito erogato con criteri discutibili, ma è bene guardare anche alle scelte avvenute al di fuori del capoluogo pugliese per comprendere come si sia arrivati al commissariamento. Una scelta che potrebbe scoperchiare un vaso di pandora. Noi, però, usiamo il condizionale perché uno dei problemi principali della mancanza di trasparenza nelle crisi creditizie tricolori (Mps, popolari venete e le quattro piccole saltate nel 2015) sta proprio nel fatto che l'autorità di vigilanza è composta dallo stesso ente che si occupa delle risoluzioni. Detto in modo più semplice: chi fa lo sceriffo è lo stesso vigile del fuoco chiamato a spegnere l'incendio, rimettere ordine dopo il crac e a raccogliere le prove attorno ai colpevoli. La recente storia italiana non ci ha spinti verso il meglio e purtroppo nella vicenda barese siamo costretti ad aggiungere un problema in più. Che sia chiama Europa. Nel 2013 Pop Bari acquistò Cassa di Risparmio di Teramo, nota alle cronache come Tercas. Istituto che a sua volta controllava Caripe, la Cassa di Risparmio di Pescara. L'istituto indicò come condizione vincolante la copertura da parte del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, del deficit della Tercas. Il fondo acconsentì a coprire il buco patrimoniale ma successivamente la Commissione Ue sollevò dubbi sulla compatibilità dell'intervento con le norme in materia di aiuti di Stato, aprendo così un'indagine. L'Ue si è presa due anni (un'infinità per una banca) e con la decisione datata 23 dicembre 2015 l'Antitrust europeo disse che il salvataggio di Tercas costituiva un aiuto di Stato e come tale era illegittimo. Da qui Pop Bari, sostenuta da Bankitalia, ha deciso di fare appello alla Corte del Lussemburgo. Ci sono voluti quasi quattro anni ma alla fine i giudici Ue si sono pronunciati e hanno dato pienamente ragione all'Italia. Non si trattava di aiuti di Stato. Boom. Un parere che se fosse stato contemporaneo ai fatti avrebbe cambiato la storia del panorama creditizio italiano. Innanzitutto nel 2015 le quattro banche saltate per aria (Da Etruria fino a Carife) sarebbero state salvate. Il Paese non avrebbe sperimentato il bail in e non avremmo assistito alla tremenda svalutazione degli asset bancari attraverso il mercato degli Npl. La storia non si fa con i se. Ma lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Bari si è sentita di alzare la posta. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse avremmo assistito a un altro film e il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. A maggio però la Commissione Ue si è appellata. La sentenza di secondo grado sarà fondamentale per capire il futuro delle prossime crisi bancarie. Compresa quella appena scoppiata che riguarda Pop Bari, la salvatrice di Tercas. Se i giudici confermassero il primo grado, per l'Ue sarebbe una sberla tremenda. Sarebbe una grave perdita di credibilità: sarebbe costretta ad ammettere di aver sbagliato su tutta la linea a partire da Cipro, fino ai salvataggi delle banche tedesche da parte dello Stato (non sanzionati). Solo che oggi siamo di nuovo al punto di partenza. Prima che i giudici di secondo grado si pronuncino, il nostro sistema è di nuovo in crisi e si trova a bussare a Bruxelles. Pop Bari dovrà essere salvata con il Fondo interbancario e con l'inserimento di un player più o meno privato, come Mediocredito. Potrà la commissione Ue dire no anche in questa occasione? Al di là del conflitto giuridico in corso (Pop Bari ha fatto causa per risarcimento alla Commissione Ue, e la seconda decide delle sorti della prima) prevale il tema politico. Non è un caso se da Bruxelles sono arrivati numerosi segnali di pace armata. Come dire, ritirate la causa e noi diamo semaforo verde ai progetti di salvataggio che il Conte bis deciderà di avviare. L'Ue non vuole assistere a una sentenza di secondo grado che potrebbe impattare sull'intero procedimento dell'Unione bancaria. E preferirebbe subito chiudere la partita della Bari promettendo un sì silenzioso. Con che coraggio faccia intendere tale baratto non lo comprendiamo visto che meno di due settimane fa NordLb, una delle più grandi banche pubbliche commerciali della Germania, ha ricevuto un finanziamento diretto di 2,8 miliardi di euro. In totale, verranno stanziati 3,6 miliardi di euro, soprattutto da parte della Bassa Sassonia, della Sassonia-Anhalt e delle casse di risparmio. Marghrete Vestager, la commissaria anti concorrenza, non ha battuto ciglio. Ha detto sì ai soldi pubblici ritenendo che in futuro saranno remunerati secondo i criteri del mercato. Chi lo dice a tutti gli sbancati italiani che bastava un bigliettino con scritto «pagherò»?
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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