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2019-12-15
Per salvare Popolare di Bari il Mef prepara un decreto con un miliardo a Invitalia
Ansa
Al di là delle beghe politiche stasera il Consiglio dei ministri dovrà tirare le fila e prendere una decisione definitiva su Pop Bari. Ieri, i tecnici del Mef, hanno lavorato al decreto parallelo necessario al salvataggio dell'istituto. Il governo dovrà infatti iniettare almeno un miliardo nelle casse di Invitalia, che ne girerà contestualmente più o meno 600 al Mediocredito centrale, controllato al 100% dall'agenzia di promozione pubblica. I contenuti del testo si apprenderanno solo stasera. A gestirle è direttamente il Mef che su questa partita si muove in diretto contatto con Bankitalia e con l'intento di fornire il pacchetto già completo al premier. Uno modo per evitare intromissioni politiche di lunga storia. Basti ricordare le scintille sugli istituti pugliesi tra Matteo Renzi e Massimo D'Alema ai tempi della commissione banche. I Ds sono sempre stati molto attenti al ruolo di banca 121 ma è anche risaputo il legame tra D'Alema e Vincenzo De Bustis attuale ad di Pop Bari. Il Mef vuole concentrarsi sui buchi da tappare ed evitare il più possibile scontri tra partiti.
Alla base del commissariamento della Banca Popolare di Bari c'è infatti una storia iniziata nel 2010, quando la magistratura di Bari iniziò ad indagare su pratiche poco corrette: elargizione di crediti alla clientela senza badare troppo alle garanzie. Così, in un decennio, la banca è arrivata ad avere il 26% di crediti deteriorati. In pratica, un finanziamento su quattro tra quelli elargiti non è mai stato restituito. Nel corso degli ultimi anni, la Procura ha aperto cinque inchieste sulla popolare di Corso Cavour 19. L'ultima, ieri dopo la lettera inviata dalla Consob che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti. La notizia è confermata all'Ansa da fonti vicine agli ambienti giudiziari. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, dovrà valutare se quanto segnalato dal presidente Consob Paolo Savona configuri ipotesi di reato.
Prima ancora i magistrati hanno voluto vederci chiaro sulla sospetta e mai avvenuta operazione di rafforzamento del capitale, tentata ormai quasi un anno fa (era il dicembre 2018), con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro voluta da De Bustis da far sottoscrivere ad una società maltese. Continua, poi, l'inchiesta voluta dai magistrati baresi per i reati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza inviata a de Bustis e ad altre nove persone tra cui l'ex presidente Marco Jacobini. Il sospetto, insomma, è che la banca abbia comunicato alla Consob bilanci non corrispondenti del tutto al vero, soprattutto per quanto riguarda i crediti e la vicenda dell'acquisizione di Banca Tercas, la banca di Teramo.
L'ultimo decennio è stato dunque oggetto di diversi sospetti da parte della magistratura sulla gestione della banca. Dubbi confermati dai numeri emersi dai conti di giugno: la banca ha chiuso il primo semestre del 2019 con una perdita netta di 73,3 milioni e un Cet1 del 6,22%, sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia.
Così Bankitalia, visti i problemi di solidità a livello patrimoniale, ha disposto venerdì lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della banca e ne ha disposto la procedura di amministrazione straordinaria nominando i commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini. Insieme a questi due esperti lavoreranno i componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso. Il loro compito sarà sbrogliare alcune grane intrecciate, come le partecipazioni nel fondo Sorgente sgr di Valter Mainetti o il gruppo Fusillo, ormai fallito.
Soprattutto dovranno portare avanti le trattative con Fitd e Mediocredito centrale. Nel primo caso si tratta di un fondo finanziato da banche private che potrebbe aiutare la popolare barese solo nel caso in cui venga presentato una radicale piano di rilancio. Nel secondo caso, quello di Mediocredito centrale, l'idea è quella che l'esecutivo proceda con una aumento di capitale. La cosiddetta Banca del Mezzogiorno controllata da Invitalia, ovvero dal ministero dell'Economia dovrebbe mettere 250 milioni da investire subito nella popolare barese e gli altri 350 in un secondo momento.
Al momento, va detto, l'operatività della banca continua senza interruzioni. Per i circa 3.000 dipendenti del gruppo che lavorano ai 368 sportelli sparsi in 13 regioni la situazione non è però facile. Resta poi da capire cosa succederà ad azionisti e obbligazionisti. Le quotazioni delle azioni dei 69.000 soci comprate sul comparto Hi-Mtf (quello dove vengono scambiati i titoli delle popolari) sono state sospese. E la possibilità che le azioni da domani valgano qualcosa è rasente lo zero. Potrebbe andare incontro a problemi anche una parte degli obbligazionisti, quelli che detengono i bond subordinati. Al momento ce ne sono tre in circolazione. Un'emissione vale 6 milioni, la seconda 15 e la terza è molto corposa ed è stata utilizzata per coprire l'acquisizione di Tercas. Si tratta di 213 milioni di euro che rendono il 6,5% a scadenza dicembre 2021. A oggi non sono state annunciate operazioni a svantaggio dei piccoli investitori, ma il cdm di stasera dovrà tirare un linea: rassicurare i circa 10.000 sottoscrittori oppure tosarli come è avvenuto in altri salvataggi.
Il caso Tercas, il baratto dell’Ue e gli occhi chiusi sugli aiuti tedeschi
Popolare di Bari è una torta a più strati. Fatti di relazioni intrecciate tra il territorio, Roma, dove ha sede Bankitalia, e Bruxelles, dove ormai c'è la testa della Vigilanza bancaria europea. Le inchieste penali si occuperanno dei fidi sballati, del credito erogato con criteri discutibili, ma è bene guardare anche alle scelte avvenute al di fuori del capoluogo pugliese per comprendere come si sia arrivati al commissariamento. Una scelta che potrebbe scoperchiare un vaso di pandora. Noi, però, usiamo il condizionale perché uno dei problemi principali della mancanza di trasparenza nelle crisi creditizie tricolori (Mps, popolari venete e le quattro piccole saltate nel 2015) sta proprio nel fatto che l'autorità di vigilanza è composta dallo stesso ente che si occupa delle risoluzioni.
Detto in modo più semplice: chi fa lo sceriffo è lo stesso vigile del fuoco chiamato a spegnere l'incendio, rimettere ordine dopo il crac e a raccogliere le prove attorno ai colpevoli. La recente storia italiana non ci ha spinti verso il meglio e purtroppo nella vicenda barese siamo costretti ad aggiungere un problema in più. Che sia chiama Europa.
Nel 2013 Pop Bari acquistò Cassa di Risparmio di Teramo, nota alle cronache come Tercas. Istituto che a sua volta controllava Caripe, la Cassa di Risparmio di Pescara. L'istituto indicò come condizione vincolante la copertura da parte del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, del deficit della Tercas. Il fondo acconsentì a coprire il buco patrimoniale ma successivamente la Commissione Ue sollevò dubbi sulla compatibilità dell'intervento con le norme in materia di aiuti di Stato, aprendo così un'indagine. L'Ue si è presa due anni (un'infinità per una banca) e con la decisione datata 23 dicembre 2015 l'Antitrust europeo disse che il salvataggio di Tercas costituiva un aiuto di Stato e come tale era illegittimo. Da qui Pop Bari, sostenuta da Bankitalia, ha deciso di fare appello alla Corte del Lussemburgo. Ci sono voluti quasi quattro anni ma alla fine i giudici Ue si sono pronunciati e hanno dato pienamente ragione all'Italia. Non si trattava di aiuti di Stato. Boom. Un parere che se fosse stato contemporaneo ai fatti avrebbe cambiato la storia del panorama creditizio italiano. Innanzitutto nel 2015 le quattro banche saltate per aria (Da Etruria fino a Carife) sarebbero state salvate. Il Paese non avrebbe sperimentato il bail in e non avremmo assistito alla tremenda svalutazione degli asset bancari attraverso il mercato degli Npl.
La storia non si fa con i se. Ma lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Bari si è sentita di alzare la posta. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse avremmo assistito a un altro film e il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. A maggio però la Commissione Ue si è appellata. La sentenza di secondo grado sarà fondamentale per capire il futuro delle prossime crisi bancarie. Compresa quella appena scoppiata che riguarda Pop Bari, la salvatrice di Tercas.
Se i giudici confermassero il primo grado, per l'Ue sarebbe una sberla tremenda. Sarebbe una grave perdita di credibilità: sarebbe costretta ad ammettere di aver sbagliato su tutta la linea a partire da Cipro, fino ai salvataggi delle banche tedesche da parte dello Stato (non sanzionati).
Solo che oggi siamo di nuovo al punto di partenza. Prima che i giudici di secondo grado si pronuncino, il nostro sistema è di nuovo in crisi e si trova a bussare a Bruxelles. Pop Bari dovrà essere salvata con il Fondo interbancario e con l'inserimento di un player più o meno privato, come Mediocredito. Potrà la commissione Ue dire no anche in questa occasione?
Al di là del conflitto giuridico in corso (Pop Bari ha fatto causa per risarcimento alla Commissione Ue, e la seconda decide delle sorti della prima) prevale il tema politico. Non è un caso se da Bruxelles sono arrivati numerosi segnali di pace armata. Come dire, ritirate la causa e noi diamo semaforo verde ai progetti di salvataggio che il Conte bis deciderà di avviare. L'Ue non vuole assistere a una sentenza di secondo grado che potrebbe impattare sull'intero procedimento dell'Unione bancaria. E preferirebbe subito chiudere la partita della Bari promettendo un sì silenzioso. Con che coraggio faccia intendere tale baratto non lo comprendiamo visto che meno di due settimane fa NordLb, una delle più grandi banche pubbliche commerciali della Germania, ha ricevuto un finanziamento diretto di 2,8 miliardi di euro. In totale, verranno stanziati 3,6 miliardi di euro, soprattutto da parte della Bassa Sassonia, della Sassonia-Anhalt e delle casse di risparmio. Marghrete Vestager, la commissaria anti concorrenza, non ha battuto ciglio. Ha detto sì ai soldi pubblici ritenendo che in futuro saranno remunerati secondo i criteri del mercato. Chi lo dice a tutti gli sbancati italiani che bastava un bigliettino con scritto «pagherò»?
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L'agenzia statale girerà 600 milioni a Mediocredito centrale, che li darà in più tranche all'istituto commissariato. Ieri la quinta indagine penale. Paura per gli obbligazionisti.Bruxelles potrebbe non intralciare l'intervento in Puglia in cambio del ritiro delle cause per la Cassa di Teramo. Utilizzando, finalmente, lo stesso metro che applica regolarmente con Berlino.Lo speciale contiene due articoliAl di là delle beghe politiche stasera il Consiglio dei ministri dovrà tirare le fila e prendere una decisione definitiva su Pop Bari. Ieri, i tecnici del Mef, hanno lavorato al decreto parallelo necessario al salvataggio dell'istituto. Il governo dovrà infatti iniettare almeno un miliardo nelle casse di Invitalia, che ne girerà contestualmente più o meno 600 al Mediocredito centrale, controllato al 100% dall'agenzia di promozione pubblica. I contenuti del testo si apprenderanno solo stasera. A gestirle è direttamente il Mef che su questa partita si muove in diretto contatto con Bankitalia e con l'intento di fornire il pacchetto già completo al premier. Uno modo per evitare intromissioni politiche di lunga storia. Basti ricordare le scintille sugli istituti pugliesi tra Matteo Renzi e Massimo D'Alema ai tempi della commissione banche. I Ds sono sempre stati molto attenti al ruolo di banca 121 ma è anche risaputo il legame tra D'Alema e Vincenzo De Bustis attuale ad di Pop Bari. Il Mef vuole concentrarsi sui buchi da tappare ed evitare il più possibile scontri tra partiti. Alla base del commissariamento della Banca Popolare di Bari c'è infatti una storia iniziata nel 2010, quando la magistratura di Bari iniziò ad indagare su pratiche poco corrette: elargizione di crediti alla clientela senza badare troppo alle garanzie. Così, in un decennio, la banca è arrivata ad avere il 26% di crediti deteriorati. In pratica, un finanziamento su quattro tra quelli elargiti non è mai stato restituito. Nel corso degli ultimi anni, la Procura ha aperto cinque inchieste sulla popolare di Corso Cavour 19. L'ultima, ieri dopo la lettera inviata dalla Consob che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti. La notizia è confermata all'Ansa da fonti vicine agli ambienti giudiziari. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, dovrà valutare se quanto segnalato dal presidente Consob Paolo Savona configuri ipotesi di reato.Prima ancora i magistrati hanno voluto vederci chiaro sulla sospetta e mai avvenuta operazione di rafforzamento del capitale, tentata ormai quasi un anno fa (era il dicembre 2018), con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro voluta da De Bustis da far sottoscrivere ad una società maltese. Continua, poi, l'inchiesta voluta dai magistrati baresi per i reati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza inviata a de Bustis e ad altre nove persone tra cui l'ex presidente Marco Jacobini. Il sospetto, insomma, è che la banca abbia comunicato alla Consob bilanci non corrispondenti del tutto al vero, soprattutto per quanto riguarda i crediti e la vicenda dell'acquisizione di Banca Tercas, la banca di Teramo. L'ultimo decennio è stato dunque oggetto di diversi sospetti da parte della magistratura sulla gestione della banca. Dubbi confermati dai numeri emersi dai conti di giugno: la banca ha chiuso il primo semestre del 2019 con una perdita netta di 73,3 milioni e un Cet1 del 6,22%, sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia. Così Bankitalia, visti i problemi di solidità a livello patrimoniale, ha disposto venerdì lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della banca e ne ha disposto la procedura di amministrazione straordinaria nominando i commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini. Insieme a questi due esperti lavoreranno i componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso. Il loro compito sarà sbrogliare alcune grane intrecciate, come le partecipazioni nel fondo Sorgente sgr di Valter Mainetti o il gruppo Fusillo, ormai fallito. Soprattutto dovranno portare avanti le trattative con Fitd e Mediocredito centrale. Nel primo caso si tratta di un fondo finanziato da banche private che potrebbe aiutare la popolare barese solo nel caso in cui venga presentato una radicale piano di rilancio. Nel secondo caso, quello di Mediocredito centrale, l'idea è quella che l'esecutivo proceda con una aumento di capitale. La cosiddetta Banca del Mezzogiorno controllata da Invitalia, ovvero dal ministero dell'Economia dovrebbe mettere 250 milioni da investire subito nella popolare barese e gli altri 350 in un secondo momento. Al momento, va detto, l'operatività della banca continua senza interruzioni. Per i circa 3.000 dipendenti del gruppo che lavorano ai 368 sportelli sparsi in 13 regioni la situazione non è però facile. Resta poi da capire cosa succederà ad azionisti e obbligazionisti. Le quotazioni delle azioni dei 69.000 soci comprate sul comparto Hi-Mtf (quello dove vengono scambiati i titoli delle popolari) sono state sospese. E la possibilità che le azioni da domani valgano qualcosa è rasente lo zero. Potrebbe andare incontro a problemi anche una parte degli obbligazionisti, quelli che detengono i bond subordinati. Al momento ce ne sono tre in circolazione. Un'emissione vale 6 milioni, la seconda 15 e la terza è molto corposa ed è stata utilizzata per coprire l'acquisizione di Tercas. Si tratta di 213 milioni di euro che rendono il 6,5% a scadenza dicembre 2021. A oggi non sono state annunciate operazioni a svantaggio dei piccoli investitori, ma il cdm di stasera dovrà tirare un linea: rassicurare i circa 10.000 sottoscrittori oppure tosarli come è avvenuto in altri salvataggi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-salvare-popolare-di-bari-il-mef-prepara-un-decreto-con-un-miliardo-a-invitalia-2641599918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-caso-tercas-il-baratto-dellue-e-gli-occhi-chiusi-sugli-aiuti-tedeschi" data-post-id="2641599918" data-published-at="1776917058" data-use-pagination="False"> Il caso Tercas, il baratto dell’Ue e gli occhi chiusi sugli aiuti tedeschi Popolare di Bari è una torta a più strati. Fatti di relazioni intrecciate tra il territorio, Roma, dove ha sede Bankitalia, e Bruxelles, dove ormai c'è la testa della Vigilanza bancaria europea. Le inchieste penali si occuperanno dei fidi sballati, del credito erogato con criteri discutibili, ma è bene guardare anche alle scelte avvenute al di fuori del capoluogo pugliese per comprendere come si sia arrivati al commissariamento. Una scelta che potrebbe scoperchiare un vaso di pandora. Noi, però, usiamo il condizionale perché uno dei problemi principali della mancanza di trasparenza nelle crisi creditizie tricolori (Mps, popolari venete e le quattro piccole saltate nel 2015) sta proprio nel fatto che l'autorità di vigilanza è composta dallo stesso ente che si occupa delle risoluzioni. Detto in modo più semplice: chi fa lo sceriffo è lo stesso vigile del fuoco chiamato a spegnere l'incendio, rimettere ordine dopo il crac e a raccogliere le prove attorno ai colpevoli. La recente storia italiana non ci ha spinti verso il meglio e purtroppo nella vicenda barese siamo costretti ad aggiungere un problema in più. Che sia chiama Europa. Nel 2013 Pop Bari acquistò Cassa di Risparmio di Teramo, nota alle cronache come Tercas. Istituto che a sua volta controllava Caripe, la Cassa di Risparmio di Pescara. L'istituto indicò come condizione vincolante la copertura da parte del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, del deficit della Tercas. Il fondo acconsentì a coprire il buco patrimoniale ma successivamente la Commissione Ue sollevò dubbi sulla compatibilità dell'intervento con le norme in materia di aiuti di Stato, aprendo così un'indagine. L'Ue si è presa due anni (un'infinità per una banca) e con la decisione datata 23 dicembre 2015 l'Antitrust europeo disse che il salvataggio di Tercas costituiva un aiuto di Stato e come tale era illegittimo. Da qui Pop Bari, sostenuta da Bankitalia, ha deciso di fare appello alla Corte del Lussemburgo. Ci sono voluti quasi quattro anni ma alla fine i giudici Ue si sono pronunciati e hanno dato pienamente ragione all'Italia. Non si trattava di aiuti di Stato. Boom. Un parere che se fosse stato contemporaneo ai fatti avrebbe cambiato la storia del panorama creditizio italiano. Innanzitutto nel 2015 le quattro banche saltate per aria (Da Etruria fino a Carife) sarebbero state salvate. Il Paese non avrebbe sperimentato il bail in e non avremmo assistito alla tremenda svalutazione degli asset bancari attraverso il mercato degli Npl. La storia non si fa con i se. Ma lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Bari si è sentita di alzare la posta. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse avremmo assistito a un altro film e il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. A maggio però la Commissione Ue si è appellata. La sentenza di secondo grado sarà fondamentale per capire il futuro delle prossime crisi bancarie. Compresa quella appena scoppiata che riguarda Pop Bari, la salvatrice di Tercas. Se i giudici confermassero il primo grado, per l'Ue sarebbe una sberla tremenda. Sarebbe una grave perdita di credibilità: sarebbe costretta ad ammettere di aver sbagliato su tutta la linea a partire da Cipro, fino ai salvataggi delle banche tedesche da parte dello Stato (non sanzionati). Solo che oggi siamo di nuovo al punto di partenza. Prima che i giudici di secondo grado si pronuncino, il nostro sistema è di nuovo in crisi e si trova a bussare a Bruxelles. Pop Bari dovrà essere salvata con il Fondo interbancario e con l'inserimento di un player più o meno privato, come Mediocredito. Potrà la commissione Ue dire no anche in questa occasione? Al di là del conflitto giuridico in corso (Pop Bari ha fatto causa per risarcimento alla Commissione Ue, e la seconda decide delle sorti della prima) prevale il tema politico. Non è un caso se da Bruxelles sono arrivati numerosi segnali di pace armata. Come dire, ritirate la causa e noi diamo semaforo verde ai progetti di salvataggio che il Conte bis deciderà di avviare. L'Ue non vuole assistere a una sentenza di secondo grado che potrebbe impattare sull'intero procedimento dell'Unione bancaria. E preferirebbe subito chiudere la partita della Bari promettendo un sì silenzioso. Con che coraggio faccia intendere tale baratto non lo comprendiamo visto che meno di due settimane fa NordLb, una delle più grandi banche pubbliche commerciali della Germania, ha ricevuto un finanziamento diretto di 2,8 miliardi di euro. In totale, verranno stanziati 3,6 miliardi di euro, soprattutto da parte della Bassa Sassonia, della Sassonia-Anhalt e delle casse di risparmio. Marghrete Vestager, la commissaria anti concorrenza, non ha battuto ciglio. Ha detto sì ai soldi pubblici ritenendo che in futuro saranno remunerati secondo i criteri del mercato. Chi lo dice a tutti gli sbancati italiani che bastava un bigliettino con scritto «pagherò»?
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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