True
2022-09-18
Per le Marche retorica green e una mancetta
Ansa
Dopo essersi scapicollati in procura per chiedere gli inesistenti nomi dei putinani d’Italia foraggiati dalla Russia, l’inesauribile coppia della sinistra più sinistra, Bonelli & Fratoianni, ha pubblicato sui social l’ultimo manifesto elettorale dell’alleanza tra Verdi e Sinistra. Si vede una cittadina marchigiana sottacqua, sovrastata dallo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo». L’alluvione che ha causato morti e devastazione diventa così, per i temerari alleati del Pd, lo slogan perfetto: utile a racimolare l’ultimo decimale. «Facciamolo», esorta l’assemblement ambientalista.
Coloro che già suggerirono di bucare le fusoliere ai jet privati per salvare il pianeta restano inarrivabili, certo. Ma la tragedia delle Marche ha scatenato la solita propaganda sul cambiamento climatico. Che rischia di trasformarsi nel perfetto alibi per giustificare l’inerzia in cui i politici tricolore, a partire da quelli che governano o hanno governato Regioni di centrosinistra, restano campionissimi. La minaccia idrogeologica riguarda centinaia di comuni. Non dall’altro ieri, ma da decenni. Se ne riparla però solo in occasione dei cataclismi. E non sarà risolta, per dirne una, con la fine dei motori termici nel 2035 decisa dalla Commissione europea.
La manutenzione del territorio, purtroppo, non è contemporanea come l’annunciata apocalisse. Bisogna rifare gli argini dei fiumi, curare le foreste, rammendare le città. Indipendentemente dal clima. E non con le ideologie, che si tramutano in alibi pure per il futuro. Perché lo cosiddette «bombe d’acqua» ci sono da secoli. Come la siccità o le alluvioni: le più catastrofiche, in Italia, capitarono a metà del secolo scorso. Gli esperti dicono che, stavolta, non si poteva prevedere la caduta di una simile quantità d’acqua. Che, in poche ore, ci sono state le precipitazioni che, di solito, si registrano in sei mesi. Non importa. La colpa rimane di chi non segue alla lettera le indicazioni che invano suggerisce la diciannovenne Greta Thunberg.
Così, il sempre agitato cambiamento climatico può diventare il pretesto che seppellisce le urgenze con futuribili interventi. Come quelli previsti nel Pnnr. A proposito. Mario Draghi promette: «Il governo farà tutto ciò che è necessario». Il premier aggiunge: «Occorre fare molto di più sul fronte dell’ambiente e del rischio idrogeologico. Quella che è una fragilità che ci portiamo dietro da secoli è ormai un’emergenza».
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, nomina intanto il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, commissario delegato. L’ordinanza prevede anche interventi urgenti e assistenza alla popolazione.
Il consiglio dei ministri, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nella zona, delibera anche i primi aiuti: la bellezza di cinque milioni di euro. Solo i Della Valle, gli imprenditori marchigiani del lusso, annunciano un milione «a disposizione delle popolazioni colpite». Un munifico gesto che ridicolizza la mancetta statale. Cinque milioni, quindi. Mentre alla transizione ecologica il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina quasi 72 miliardi.
Eppure, l’alluvione nelle Marche è l’irripetibile occasione per ritirare fuori propaganda e ideologia. Il neo ecologista Giuseppe Conte, leader del Movimento cinque stelle, non si sottrae: «Questa tragedia, ancora una volta, ci dice che dobbiamo contrastare i cambiamenti climatici e dobbiamo sistemare il nostro territorio. Il dissesto idrogeologico è un rischio per la nostra incolumità nostra e quella dei nostri figli». Ben detto. Difatti il governo guidato da Giuseppi è passato alla storia per le vagonate di miliardi destinati allo scopo. Anche Roberto Fico, collega di partito e soprattutto presidente della Camera dei deputati, non perde l’occasione. Chiama dunque a raccolta l’intero arco parlamentare: «L’emergenza clima deve essere al primo posto dell’agenda di tutte le forze politiche». Mentre il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter scrive: «Come si fa a pensare che la lotta al cambio climatico non sia la prima priorità? Come si fa?».
E come sottrarsi dall’insopprimibile tentazione di usare l’alluvione per arringare gli italiani? Bonelli, quello della premiata coppia verderossa Bonelli & Fratoianni, fiuta l’irripetibile momento. Quando capiterà un simile disastro a pochi giorni dalle elezioni? «Di ambiente si parla solo in occasione delle catastrofi», premette furente. Ma anche lui non può esimersi: «Siamo indignati a dover commentare, a cadenza purtroppo ravvicinata, le vittime del cambiamento climatico, prima i morti della Marmolada e poi quelli nelle Marche».
Il suo inseparabile compagno di campagna elettorale, Fratoianni, leader gemello dell’alleanza Verdi-Sinistra, si scaglia contro i felloni bastian contrari: «Per anni in tanti hanno fatto a gara per negare i cambiamenti climatici e proteggere abusivi e speculatori. Ancora un evento climatico estremo, ancora una catastrofe. Tutta la nostra vicinanza e solidarietà alle cittadine e ai cittadini. Eventi disastrosi come questo non sono banale maltempo, ma fenomeni provocati dal cambiamento climatico, la più grande emergenza di questi anni». Bonelli, furente, chiosa: «La politica ipocrita piange solo quando ci sono i disastri». Meglio piuttosto trasformare la tragedia nell’ultimo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo».
Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli»
La fune traente, quella che muoveva le cabine della funivia che dal versante piemontese del lago Maggiore collega Stresa al monte Mottarone, era corrosa già prima della tragedia e una corretta manutenzione avrebbe potuto evitarla.
La fune d’acciaio, infatti, presentava sul 68 per cento circa dei fili, in corrispondenza del punto di rottura, superfici di frattura ragionevolmente antecedenti rispetto alla precipitazione del 23 maggio 2021, quando si spezzò all’altezza della testa fusa (la componente che ancora le cabine alla fune traente) facendo cadere nel vuoto i 15 passeggeri. L’unico superstite è Eitan, bimbo di sei anni, conteso tra la famiglia paterna e quella materna. A 16 mesi dalla tragedia del Mottarone il pool di ingegneri incaricati dalla Procura di Verbania di risalire alle cause dell’incidente hanno depositato la loro perizia di oltre mille pagine. La conclusione, che ha confermato ciò che si è sospettato sin dal primo istante, è agghiacciante: «Una corretta attuazione dei controlli» avrebbe potuto evitare la strage. Sarebbe bastato dare un’occhiata all’impianto per «consentire», sottolineano i tecnici, «di rilevare i segnali del degrado, ovvero la presenza anche di un solo filo rotto o segni di corrosione». Le analisi mostrate nella perizia, insomma, «con ragionevole certezza ingegneristica», affermano i consulenti, «dimostrano che [...] negli ultimi mesi i controlli, peraltro non ritrovati in alcun registro, non sono stati effettuati». Inoltre, i periti ritengono «inequivocabilmente dimostrato come la rottura della fune traente [...] sia avvenuta non per eccesso di sforzo bensì per una evoluzione del degrado».
I famosi «forchettoni», elementi che sarebbero dovuti intervenire sui freni in caso di emergenza, secondo i periti sarebbero stati «inseriti già da due settimane». E, così, la cabina numero 3 della funivia sarebbe precipitata per la presenza degli «esclusori del sistema frenante di emergenza», inseriti dal personale di servizio della funivia. Un dettaglio che conferma quanto aveva ammesso pochi giorni dopo la tragedia uno degli indagati, Gabriele Tadini, ritenendo però l’ipotesi di rottura della fune un evento «impossibile».
Nei 16 giorni che hanno preceduto l’incidente, quindi, i forchettoni sarebbero stati inseriti nel 100 per cento delle 329 corse effettuate dalla cabina numero 3. E sarebbero stati attivati anche nella cabina numero 4 per 223 volte. Eventi che, sebbene finiti impressi nei video del sistema di sorveglianza, non sarebbero stati annotati sul cosiddetto registro-giornale, che secondo i periti «è risultato molto approssimativo e sicuramente censurabile in quanto inadempiente rispetto al dettato normativo». La scatola nera, inoltre, non avrebbe conservato i dati per il periodo previsto dalle norme, ossia un anno, «bensì solo per gli ultimi 8 mesi». I testimoni spiegarono nella prima fase di indagine che i forchettoni erano stati inseriti perché si verificavano frequenti malfunzionamenti. «Piuttosto che determinare l’adozione del rimedio, contrario alla normativa vigente», ammoniscono i consulenti, «si imponeva l’esecuzione di una ben più approfondita ricerca e di una assidua (anche giornaliera) verifica della fune traente in corrispondenza degli attacchi alla testa fusa». «Una perizia disposta e svolta nelle forme anticipatorie dell’incidente probatorio, non segna la fine di una vicenda ma semmai l’inizio di un confronto», ha commentato l’avvocato Andrea Da Prato, difensore del direttore di esercizio della funivia Enrico Perocchio, indagato insieme al gestore Luigi Nerini e ad altre 12 persone.
Continua a leggereRiduci
Mario Draghi stanzia 5 milioni dopo la tragedia: a forza di parlare unicamente di transizione ecologica e dei tempi biblici del clima, ci si è dimenticati delle risorse concrete per ricostruire subito. Il governatore Francesco Acquaroli nominato commissario per l’emergenza.Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli». Una perizia attribuisce le cause del disastro del maggio 2021 all’incuria dei gestori. Lo speciale comprende due articoli.Dopo essersi scapicollati in procura per chiedere gli inesistenti nomi dei putinani d’Italia foraggiati dalla Russia, l’inesauribile coppia della sinistra più sinistra, Bonelli & Fratoianni, ha pubblicato sui social l’ultimo manifesto elettorale dell’alleanza tra Verdi e Sinistra. Si vede una cittadina marchigiana sottacqua, sovrastata dallo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo». L’alluvione che ha causato morti e devastazione diventa così, per i temerari alleati del Pd, lo slogan perfetto: utile a racimolare l’ultimo decimale. «Facciamolo», esorta l’assemblement ambientalista. Coloro che già suggerirono di bucare le fusoliere ai jet privati per salvare il pianeta restano inarrivabili, certo. Ma la tragedia delle Marche ha scatenato la solita propaganda sul cambiamento climatico. Che rischia di trasformarsi nel perfetto alibi per giustificare l’inerzia in cui i politici tricolore, a partire da quelli che governano o hanno governato Regioni di centrosinistra, restano campionissimi. La minaccia idrogeologica riguarda centinaia di comuni. Non dall’altro ieri, ma da decenni. Se ne riparla però solo in occasione dei cataclismi. E non sarà risolta, per dirne una, con la fine dei motori termici nel 2035 decisa dalla Commissione europea. La manutenzione del territorio, purtroppo, non è contemporanea come l’annunciata apocalisse. Bisogna rifare gli argini dei fiumi, curare le foreste, rammendare le città. Indipendentemente dal clima. E non con le ideologie, che si tramutano in alibi pure per il futuro. Perché lo cosiddette «bombe d’acqua» ci sono da secoli. Come la siccità o le alluvioni: le più catastrofiche, in Italia, capitarono a metà del secolo scorso. Gli esperti dicono che, stavolta, non si poteva prevedere la caduta di una simile quantità d’acqua. Che, in poche ore, ci sono state le precipitazioni che, di solito, si registrano in sei mesi. Non importa. La colpa rimane di chi non segue alla lettera le indicazioni che invano suggerisce la diciannovenne Greta Thunberg.Così, il sempre agitato cambiamento climatico può diventare il pretesto che seppellisce le urgenze con futuribili interventi. Come quelli previsti nel Pnnr. A proposito. Mario Draghi promette: «Il governo farà tutto ciò che è necessario». Il premier aggiunge: «Occorre fare molto di più sul fronte dell’ambiente e del rischio idrogeologico. Quella che è una fragilità che ci portiamo dietro da secoli è ormai un’emergenza».Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, nomina intanto il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, commissario delegato. L’ordinanza prevede anche interventi urgenti e assistenza alla popolazione. Il consiglio dei ministri, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nella zona, delibera anche i primi aiuti: la bellezza di cinque milioni di euro. Solo i Della Valle, gli imprenditori marchigiani del lusso, annunciano un milione «a disposizione delle popolazioni colpite». Un munifico gesto che ridicolizza la mancetta statale. Cinque milioni, quindi. Mentre alla transizione ecologica il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina quasi 72 miliardi. Eppure, l’alluvione nelle Marche è l’irripetibile occasione per ritirare fuori propaganda e ideologia. Il neo ecologista Giuseppe Conte, leader del Movimento cinque stelle, non si sottrae: «Questa tragedia, ancora una volta, ci dice che dobbiamo contrastare i cambiamenti climatici e dobbiamo sistemare il nostro territorio. Il dissesto idrogeologico è un rischio per la nostra incolumità nostra e quella dei nostri figli». Ben detto. Difatti il governo guidato da Giuseppi è passato alla storia per le vagonate di miliardi destinati allo scopo. Anche Roberto Fico, collega di partito e soprattutto presidente della Camera dei deputati, non perde l’occasione. Chiama dunque a raccolta l’intero arco parlamentare: «L’emergenza clima deve essere al primo posto dell’agenda di tutte le forze politiche». Mentre il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter scrive: «Come si fa a pensare che la lotta al cambio climatico non sia la prima priorità? Come si fa?». E come sottrarsi dall’insopprimibile tentazione di usare l’alluvione per arringare gli italiani? Bonelli, quello della premiata coppia verderossa Bonelli & Fratoianni, fiuta l’irripetibile momento. Quando capiterà un simile disastro a pochi giorni dalle elezioni? «Di ambiente si parla solo in occasione delle catastrofi», premette furente. Ma anche lui non può esimersi: «Siamo indignati a dover commentare, a cadenza purtroppo ravvicinata, le vittime del cambiamento climatico, prima i morti della Marmolada e poi quelli nelle Marche». Il suo inseparabile compagno di campagna elettorale, Fratoianni, leader gemello dell’alleanza Verdi-Sinistra, si scaglia contro i felloni bastian contrari: «Per anni in tanti hanno fatto a gara per negare i cambiamenti climatici e proteggere abusivi e speculatori. Ancora un evento climatico estremo, ancora una catastrofe. Tutta la nostra vicinanza e solidarietà alle cittadine e ai cittadini. Eventi disastrosi come questo non sono banale maltempo, ma fenomeni provocati dal cambiamento climatico, la più grande emergenza di questi anni». Bonelli, furente, chiosa: «La politica ipocrita piange solo quando ci sono i disastri». Meglio piuttosto trasformare la tragedia nell’ultimo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-le-marche-retorica-green-e-una-mancetta-2658256012.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mottarone-la-fune-era-lesionata-strage-dovuta-ai-pochi-controlli" data-post-id="2658256012" data-published-at="1663440241" data-use-pagination="False"> Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli» La fune traente, quella che muoveva le cabine della funivia che dal versante piemontese del lago Maggiore collega Stresa al monte Mottarone, era corrosa già prima della tragedia e una corretta manutenzione avrebbe potuto evitarla. La fune d’acciaio, infatti, presentava sul 68 per cento circa dei fili, in corrispondenza del punto di rottura, superfici di frattura ragionevolmente antecedenti rispetto alla precipitazione del 23 maggio 2021, quando si spezzò all’altezza della testa fusa (la componente che ancora le cabine alla fune traente) facendo cadere nel vuoto i 15 passeggeri. L’unico superstite è Eitan, bimbo di sei anni, conteso tra la famiglia paterna e quella materna. A 16 mesi dalla tragedia del Mottarone il pool di ingegneri incaricati dalla Procura di Verbania di risalire alle cause dell’incidente hanno depositato la loro perizia di oltre mille pagine. La conclusione, che ha confermato ciò che si è sospettato sin dal primo istante, è agghiacciante: «Una corretta attuazione dei controlli» avrebbe potuto evitare la strage. Sarebbe bastato dare un’occhiata all’impianto per «consentire», sottolineano i tecnici, «di rilevare i segnali del degrado, ovvero la presenza anche di un solo filo rotto o segni di corrosione». Le analisi mostrate nella perizia, insomma, «con ragionevole certezza ingegneristica», affermano i consulenti, «dimostrano che [...] negli ultimi mesi i controlli, peraltro non ritrovati in alcun registro, non sono stati effettuati». Inoltre, i periti ritengono «inequivocabilmente dimostrato come la rottura della fune traente [...] sia avvenuta non per eccesso di sforzo bensì per una evoluzione del degrado». I famosi «forchettoni», elementi che sarebbero dovuti intervenire sui freni in caso di emergenza, secondo i periti sarebbero stati «inseriti già da due settimane». E, così, la cabina numero 3 della funivia sarebbe precipitata per la presenza degli «esclusori del sistema frenante di emergenza», inseriti dal personale di servizio della funivia. Un dettaglio che conferma quanto aveva ammesso pochi giorni dopo la tragedia uno degli indagati, Gabriele Tadini, ritenendo però l’ipotesi di rottura della fune un evento «impossibile». Nei 16 giorni che hanno preceduto l’incidente, quindi, i forchettoni sarebbero stati inseriti nel 100 per cento delle 329 corse effettuate dalla cabina numero 3. E sarebbero stati attivati anche nella cabina numero 4 per 223 volte. Eventi che, sebbene finiti impressi nei video del sistema di sorveglianza, non sarebbero stati annotati sul cosiddetto registro-giornale, che secondo i periti «è risultato molto approssimativo e sicuramente censurabile in quanto inadempiente rispetto al dettato normativo». La scatola nera, inoltre, non avrebbe conservato i dati per il periodo previsto dalle norme, ossia un anno, «bensì solo per gli ultimi 8 mesi». I testimoni spiegarono nella prima fase di indagine che i forchettoni erano stati inseriti perché si verificavano frequenti malfunzionamenti. «Piuttosto che determinare l’adozione del rimedio, contrario alla normativa vigente», ammoniscono i consulenti, «si imponeva l’esecuzione di una ben più approfondita ricerca e di una assidua (anche giornaliera) verifica della fune traente in corrispondenza degli attacchi alla testa fusa». «Una perizia disposta e svolta nelle forme anticipatorie dell’incidente probatorio, non segna la fine di una vicenda ma semmai l’inizio di un confronto», ha commentato l’avvocato Andrea Da Prato, difensore del direttore di esercizio della funivia Enrico Perocchio, indagato insieme al gestore Luigi Nerini e ad altre 12 persone.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
Continua a leggereRiduci
«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.