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2022-09-18
Per le Marche retorica green e una mancetta
Ansa
Dopo essersi scapicollati in procura per chiedere gli inesistenti nomi dei putinani d’Italia foraggiati dalla Russia, l’inesauribile coppia della sinistra più sinistra, Bonelli & Fratoianni, ha pubblicato sui social l’ultimo manifesto elettorale dell’alleanza tra Verdi e Sinistra. Si vede una cittadina marchigiana sottacqua, sovrastata dallo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo». L’alluvione che ha causato morti e devastazione diventa così, per i temerari alleati del Pd, lo slogan perfetto: utile a racimolare l’ultimo decimale. «Facciamolo», esorta l’assemblement ambientalista.
Coloro che già suggerirono di bucare le fusoliere ai jet privati per salvare il pianeta restano inarrivabili, certo. Ma la tragedia delle Marche ha scatenato la solita propaganda sul cambiamento climatico. Che rischia di trasformarsi nel perfetto alibi per giustificare l’inerzia in cui i politici tricolore, a partire da quelli che governano o hanno governato Regioni di centrosinistra, restano campionissimi. La minaccia idrogeologica riguarda centinaia di comuni. Non dall’altro ieri, ma da decenni. Se ne riparla però solo in occasione dei cataclismi. E non sarà risolta, per dirne una, con la fine dei motori termici nel 2035 decisa dalla Commissione europea.
La manutenzione del territorio, purtroppo, non è contemporanea come l’annunciata apocalisse. Bisogna rifare gli argini dei fiumi, curare le foreste, rammendare le città. Indipendentemente dal clima. E non con le ideologie, che si tramutano in alibi pure per il futuro. Perché lo cosiddette «bombe d’acqua» ci sono da secoli. Come la siccità o le alluvioni: le più catastrofiche, in Italia, capitarono a metà del secolo scorso. Gli esperti dicono che, stavolta, non si poteva prevedere la caduta di una simile quantità d’acqua. Che, in poche ore, ci sono state le precipitazioni che, di solito, si registrano in sei mesi. Non importa. La colpa rimane di chi non segue alla lettera le indicazioni che invano suggerisce la diciannovenne Greta Thunberg.
Così, il sempre agitato cambiamento climatico può diventare il pretesto che seppellisce le urgenze con futuribili interventi. Come quelli previsti nel Pnnr. A proposito. Mario Draghi promette: «Il governo farà tutto ciò che è necessario». Il premier aggiunge: «Occorre fare molto di più sul fronte dell’ambiente e del rischio idrogeologico. Quella che è una fragilità che ci portiamo dietro da secoli è ormai un’emergenza».
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, nomina intanto il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, commissario delegato. L’ordinanza prevede anche interventi urgenti e assistenza alla popolazione.
Il consiglio dei ministri, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nella zona, delibera anche i primi aiuti: la bellezza di cinque milioni di euro. Solo i Della Valle, gli imprenditori marchigiani del lusso, annunciano un milione «a disposizione delle popolazioni colpite». Un munifico gesto che ridicolizza la mancetta statale. Cinque milioni, quindi. Mentre alla transizione ecologica il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina quasi 72 miliardi.
Eppure, l’alluvione nelle Marche è l’irripetibile occasione per ritirare fuori propaganda e ideologia. Il neo ecologista Giuseppe Conte, leader del Movimento cinque stelle, non si sottrae: «Questa tragedia, ancora una volta, ci dice che dobbiamo contrastare i cambiamenti climatici e dobbiamo sistemare il nostro territorio. Il dissesto idrogeologico è un rischio per la nostra incolumità nostra e quella dei nostri figli». Ben detto. Difatti il governo guidato da Giuseppi è passato alla storia per le vagonate di miliardi destinati allo scopo. Anche Roberto Fico, collega di partito e soprattutto presidente della Camera dei deputati, non perde l’occasione. Chiama dunque a raccolta l’intero arco parlamentare: «L’emergenza clima deve essere al primo posto dell’agenda di tutte le forze politiche». Mentre il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter scrive: «Come si fa a pensare che la lotta al cambio climatico non sia la prima priorità? Come si fa?».
E come sottrarsi dall’insopprimibile tentazione di usare l’alluvione per arringare gli italiani? Bonelli, quello della premiata coppia verderossa Bonelli & Fratoianni, fiuta l’irripetibile momento. Quando capiterà un simile disastro a pochi giorni dalle elezioni? «Di ambiente si parla solo in occasione delle catastrofi», premette furente. Ma anche lui non può esimersi: «Siamo indignati a dover commentare, a cadenza purtroppo ravvicinata, le vittime del cambiamento climatico, prima i morti della Marmolada e poi quelli nelle Marche».
Il suo inseparabile compagno di campagna elettorale, Fratoianni, leader gemello dell’alleanza Verdi-Sinistra, si scaglia contro i felloni bastian contrari: «Per anni in tanti hanno fatto a gara per negare i cambiamenti climatici e proteggere abusivi e speculatori. Ancora un evento climatico estremo, ancora una catastrofe. Tutta la nostra vicinanza e solidarietà alle cittadine e ai cittadini. Eventi disastrosi come questo non sono banale maltempo, ma fenomeni provocati dal cambiamento climatico, la più grande emergenza di questi anni». Bonelli, furente, chiosa: «La politica ipocrita piange solo quando ci sono i disastri». Meglio piuttosto trasformare la tragedia nell’ultimo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo».
Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli»
La fune traente, quella che muoveva le cabine della funivia che dal versante piemontese del lago Maggiore collega Stresa al monte Mottarone, era corrosa già prima della tragedia e una corretta manutenzione avrebbe potuto evitarla.
La fune d’acciaio, infatti, presentava sul 68 per cento circa dei fili, in corrispondenza del punto di rottura, superfici di frattura ragionevolmente antecedenti rispetto alla precipitazione del 23 maggio 2021, quando si spezzò all’altezza della testa fusa (la componente che ancora le cabine alla fune traente) facendo cadere nel vuoto i 15 passeggeri. L’unico superstite è Eitan, bimbo di sei anni, conteso tra la famiglia paterna e quella materna. A 16 mesi dalla tragedia del Mottarone il pool di ingegneri incaricati dalla Procura di Verbania di risalire alle cause dell’incidente hanno depositato la loro perizia di oltre mille pagine. La conclusione, che ha confermato ciò che si è sospettato sin dal primo istante, è agghiacciante: «Una corretta attuazione dei controlli» avrebbe potuto evitare la strage. Sarebbe bastato dare un’occhiata all’impianto per «consentire», sottolineano i tecnici, «di rilevare i segnali del degrado, ovvero la presenza anche di un solo filo rotto o segni di corrosione». Le analisi mostrate nella perizia, insomma, «con ragionevole certezza ingegneristica», affermano i consulenti, «dimostrano che [...] negli ultimi mesi i controlli, peraltro non ritrovati in alcun registro, non sono stati effettuati». Inoltre, i periti ritengono «inequivocabilmente dimostrato come la rottura della fune traente [...] sia avvenuta non per eccesso di sforzo bensì per una evoluzione del degrado».
I famosi «forchettoni», elementi che sarebbero dovuti intervenire sui freni in caso di emergenza, secondo i periti sarebbero stati «inseriti già da due settimane». E, così, la cabina numero 3 della funivia sarebbe precipitata per la presenza degli «esclusori del sistema frenante di emergenza», inseriti dal personale di servizio della funivia. Un dettaglio che conferma quanto aveva ammesso pochi giorni dopo la tragedia uno degli indagati, Gabriele Tadini, ritenendo però l’ipotesi di rottura della fune un evento «impossibile».
Nei 16 giorni che hanno preceduto l’incidente, quindi, i forchettoni sarebbero stati inseriti nel 100 per cento delle 329 corse effettuate dalla cabina numero 3. E sarebbero stati attivati anche nella cabina numero 4 per 223 volte. Eventi che, sebbene finiti impressi nei video del sistema di sorveglianza, non sarebbero stati annotati sul cosiddetto registro-giornale, che secondo i periti «è risultato molto approssimativo e sicuramente censurabile in quanto inadempiente rispetto al dettato normativo». La scatola nera, inoltre, non avrebbe conservato i dati per il periodo previsto dalle norme, ossia un anno, «bensì solo per gli ultimi 8 mesi». I testimoni spiegarono nella prima fase di indagine che i forchettoni erano stati inseriti perché si verificavano frequenti malfunzionamenti. «Piuttosto che determinare l’adozione del rimedio, contrario alla normativa vigente», ammoniscono i consulenti, «si imponeva l’esecuzione di una ben più approfondita ricerca e di una assidua (anche giornaliera) verifica della fune traente in corrispondenza degli attacchi alla testa fusa». «Una perizia disposta e svolta nelle forme anticipatorie dell’incidente probatorio, non segna la fine di una vicenda ma semmai l’inizio di un confronto», ha commentato l’avvocato Andrea Da Prato, difensore del direttore di esercizio della funivia Enrico Perocchio, indagato insieme al gestore Luigi Nerini e ad altre 12 persone.
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Mario Draghi stanzia 5 milioni dopo la tragedia: a forza di parlare unicamente di transizione ecologica e dei tempi biblici del clima, ci si è dimenticati delle risorse concrete per ricostruire subito. Il governatore Francesco Acquaroli nominato commissario per l’emergenza.Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli». Una perizia attribuisce le cause del disastro del maggio 2021 all’incuria dei gestori. Lo speciale comprende due articoli.Dopo essersi scapicollati in procura per chiedere gli inesistenti nomi dei putinani d’Italia foraggiati dalla Russia, l’inesauribile coppia della sinistra più sinistra, Bonelli & Fratoianni, ha pubblicato sui social l’ultimo manifesto elettorale dell’alleanza tra Verdi e Sinistra. Si vede una cittadina marchigiana sottacqua, sovrastata dallo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo». L’alluvione che ha causato morti e devastazione diventa così, per i temerari alleati del Pd, lo slogan perfetto: utile a racimolare l’ultimo decimale. «Facciamolo», esorta l’assemblement ambientalista. Coloro che già suggerirono di bucare le fusoliere ai jet privati per salvare il pianeta restano inarrivabili, certo. Ma la tragedia delle Marche ha scatenato la solita propaganda sul cambiamento climatico. Che rischia di trasformarsi nel perfetto alibi per giustificare l’inerzia in cui i politici tricolore, a partire da quelli che governano o hanno governato Regioni di centrosinistra, restano campionissimi. La minaccia idrogeologica riguarda centinaia di comuni. Non dall’altro ieri, ma da decenni. Se ne riparla però solo in occasione dei cataclismi. E non sarà risolta, per dirne una, con la fine dei motori termici nel 2035 decisa dalla Commissione europea. La manutenzione del territorio, purtroppo, non è contemporanea come l’annunciata apocalisse. Bisogna rifare gli argini dei fiumi, curare le foreste, rammendare le città. Indipendentemente dal clima. E non con le ideologie, che si tramutano in alibi pure per il futuro. Perché lo cosiddette «bombe d’acqua» ci sono da secoli. Come la siccità o le alluvioni: le più catastrofiche, in Italia, capitarono a metà del secolo scorso. Gli esperti dicono che, stavolta, non si poteva prevedere la caduta di una simile quantità d’acqua. Che, in poche ore, ci sono state le precipitazioni che, di solito, si registrano in sei mesi. Non importa. La colpa rimane di chi non segue alla lettera le indicazioni che invano suggerisce la diciannovenne Greta Thunberg.Così, il sempre agitato cambiamento climatico può diventare il pretesto che seppellisce le urgenze con futuribili interventi. Come quelli previsti nel Pnnr. A proposito. Mario Draghi promette: «Il governo farà tutto ciò che è necessario». Il premier aggiunge: «Occorre fare molto di più sul fronte dell’ambiente e del rischio idrogeologico. Quella che è una fragilità che ci portiamo dietro da secoli è ormai un’emergenza».Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, nomina intanto il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, commissario delegato. L’ordinanza prevede anche interventi urgenti e assistenza alla popolazione. Il consiglio dei ministri, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nella zona, delibera anche i primi aiuti: la bellezza di cinque milioni di euro. Solo i Della Valle, gli imprenditori marchigiani del lusso, annunciano un milione «a disposizione delle popolazioni colpite». Un munifico gesto che ridicolizza la mancetta statale. Cinque milioni, quindi. Mentre alla transizione ecologica il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina quasi 72 miliardi. Eppure, l’alluvione nelle Marche è l’irripetibile occasione per ritirare fuori propaganda e ideologia. Il neo ecologista Giuseppe Conte, leader del Movimento cinque stelle, non si sottrae: «Questa tragedia, ancora una volta, ci dice che dobbiamo contrastare i cambiamenti climatici e dobbiamo sistemare il nostro territorio. Il dissesto idrogeologico è un rischio per la nostra incolumità nostra e quella dei nostri figli». Ben detto. Difatti il governo guidato da Giuseppi è passato alla storia per le vagonate di miliardi destinati allo scopo. Anche Roberto Fico, collega di partito e soprattutto presidente della Camera dei deputati, non perde l’occasione. Chiama dunque a raccolta l’intero arco parlamentare: «L’emergenza clima deve essere al primo posto dell’agenda di tutte le forze politiche». Mentre il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter scrive: «Come si fa a pensare che la lotta al cambio climatico non sia la prima priorità? Come si fa?». E come sottrarsi dall’insopprimibile tentazione di usare l’alluvione per arringare gli italiani? Bonelli, quello della premiata coppia verderossa Bonelli & Fratoianni, fiuta l’irripetibile momento. Quando capiterà un simile disastro a pochi giorni dalle elezioni? «Di ambiente si parla solo in occasione delle catastrofi», premette furente. Ma anche lui non può esimersi: «Siamo indignati a dover commentare, a cadenza purtroppo ravvicinata, le vittime del cambiamento climatico, prima i morti della Marmolada e poi quelli nelle Marche». Il suo inseparabile compagno di campagna elettorale, Fratoianni, leader gemello dell’alleanza Verdi-Sinistra, si scaglia contro i felloni bastian contrari: «Per anni in tanti hanno fatto a gara per negare i cambiamenti climatici e proteggere abusivi e speculatori. Ancora un evento climatico estremo, ancora una catastrofe. Tutta la nostra vicinanza e solidarietà alle cittadine e ai cittadini. Eventi disastrosi come questo non sono banale maltempo, ma fenomeni provocati dal cambiamento climatico, la più grande emergenza di questi anni». Bonelli, furente, chiosa: «La politica ipocrita piange solo quando ci sono i disastri». Meglio piuttosto trasformare la tragedia nell’ultimo slogan elettorale: «Non chiamatelo maltempo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-le-marche-retorica-green-e-una-mancetta-2658256012.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mottarone-la-fune-era-lesionata-strage-dovuta-ai-pochi-controlli" data-post-id="2658256012" data-published-at="1663440241" data-use-pagination="False"> Mottarone: «La fune era lesionata. Strage dovuta ai pochi controlli» La fune traente, quella che muoveva le cabine della funivia che dal versante piemontese del lago Maggiore collega Stresa al monte Mottarone, era corrosa già prima della tragedia e una corretta manutenzione avrebbe potuto evitarla. La fune d’acciaio, infatti, presentava sul 68 per cento circa dei fili, in corrispondenza del punto di rottura, superfici di frattura ragionevolmente antecedenti rispetto alla precipitazione del 23 maggio 2021, quando si spezzò all’altezza della testa fusa (la componente che ancora le cabine alla fune traente) facendo cadere nel vuoto i 15 passeggeri. L’unico superstite è Eitan, bimbo di sei anni, conteso tra la famiglia paterna e quella materna. A 16 mesi dalla tragedia del Mottarone il pool di ingegneri incaricati dalla Procura di Verbania di risalire alle cause dell’incidente hanno depositato la loro perizia di oltre mille pagine. La conclusione, che ha confermato ciò che si è sospettato sin dal primo istante, è agghiacciante: «Una corretta attuazione dei controlli» avrebbe potuto evitare la strage. Sarebbe bastato dare un’occhiata all’impianto per «consentire», sottolineano i tecnici, «di rilevare i segnali del degrado, ovvero la presenza anche di un solo filo rotto o segni di corrosione». Le analisi mostrate nella perizia, insomma, «con ragionevole certezza ingegneristica», affermano i consulenti, «dimostrano che [...] negli ultimi mesi i controlli, peraltro non ritrovati in alcun registro, non sono stati effettuati». Inoltre, i periti ritengono «inequivocabilmente dimostrato come la rottura della fune traente [...] sia avvenuta non per eccesso di sforzo bensì per una evoluzione del degrado». I famosi «forchettoni», elementi che sarebbero dovuti intervenire sui freni in caso di emergenza, secondo i periti sarebbero stati «inseriti già da due settimane». E, così, la cabina numero 3 della funivia sarebbe precipitata per la presenza degli «esclusori del sistema frenante di emergenza», inseriti dal personale di servizio della funivia. Un dettaglio che conferma quanto aveva ammesso pochi giorni dopo la tragedia uno degli indagati, Gabriele Tadini, ritenendo però l’ipotesi di rottura della fune un evento «impossibile». Nei 16 giorni che hanno preceduto l’incidente, quindi, i forchettoni sarebbero stati inseriti nel 100 per cento delle 329 corse effettuate dalla cabina numero 3. E sarebbero stati attivati anche nella cabina numero 4 per 223 volte. Eventi che, sebbene finiti impressi nei video del sistema di sorveglianza, non sarebbero stati annotati sul cosiddetto registro-giornale, che secondo i periti «è risultato molto approssimativo e sicuramente censurabile in quanto inadempiente rispetto al dettato normativo». La scatola nera, inoltre, non avrebbe conservato i dati per il periodo previsto dalle norme, ossia un anno, «bensì solo per gli ultimi 8 mesi». I testimoni spiegarono nella prima fase di indagine che i forchettoni erano stati inseriti perché si verificavano frequenti malfunzionamenti. «Piuttosto che determinare l’adozione del rimedio, contrario alla normativa vigente», ammoniscono i consulenti, «si imponeva l’esecuzione di una ben più approfondita ricerca e di una assidua (anche giornaliera) verifica della fune traente in corrispondenza degli attacchi alla testa fusa». «Una perizia disposta e svolta nelle forme anticipatorie dell’incidente probatorio, non segna la fine di una vicenda ma semmai l’inizio di un confronto», ha commentato l’avvocato Andrea Da Prato, difensore del direttore di esercizio della funivia Enrico Perocchio, indagato insieme al gestore Luigi Nerini e ad altre 12 persone.
Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Donald Trump (Ansa)
Con la guerra il presidente americano ha trasformato la comunicazione in roulette verbale: «Abbiamo vinto». Ma anche «dobbiamo finire il lavoro». «Non vogliamo il cambio di regime», salvo poi annunciare che il cambio di regime c’è stato. Nessuno, però, se n’è accorto. «Non sappiamo con chi parlare», ma anche «stiamo parlando con le persone giuste». Una girandola di dichiarazioni che ha attirato perfino il sarcasmo degli ayatollah, che non brillano certo per ironia: «Gli Stati Uniti trattano con se stessi». L’accordo? Forse sì. Forse no. Forse vediamo. Più che una strategia, un flusso di coscienza. Più che una dottrina, una diretta streaming. Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance agita le mani come un vigile urbano all’incrocio: niente pantano, guerra breve, esercito iraniano già archiviato. In altre parole; usciamo prima che qualcuno faccia domande. Il problema è che le domande le stanno facendo i mercati. E, per la prima volta, non aspettano le risposte. Trump prova il vecchio numero: annuncia una moratoria di dieci giorni nei bombardamenti. Fino al 6 aprile terrà gli aerei lontani dalle centrali elettriche. In altri tempi sarebbe bastato per accendere i listini come un albero di Natale. Stavolta niente. I mercati ascoltano distrattamente. Un po’ come si fa con un vecchio zio. Poi cambiano discorso. Gli indici europei scendono tutti insieme, senza nemmeno litigare: Euro Stoxx 50 e Stoxx 600 giù dell’1%, Francoforte meno 1,3% , Parigi poco sotto, Milano cala dello 0,74% trascinata da industriali e tecnologia. Non è un crollo, è un’alzata di spalle collettiva. Che, per un presidente Usa, è peggio. Di gran lunga peggiore la reazione di Wall Street. Gli indici principali, a metà seduta segnano cali intorno all’1,5%. Le parole di Trump non bastano più a mettere il ghiaccio sulle ferite. Lo Stretto di Hormuz è mezzo chiuso, quindici milioni di barili al giorno restano imbottigliati come pendolari all’ora di punta. Il petrolio sale, supera la soglia dei 105 dollari, cresce di circa il 5%. Ogni barile conta, dicono gli esperti. E quando iniziano a contare i barili, significa che qualcuno ha perso il controllo della narrativa. Ma il vero termometro non è il petrolio. È il debito americano. I Treasury decennali si arrampicano al 4,42%, con lo sguardo fisso su quel 4,5% che, in passato, faceva cambiare tono alla Casa Bianca. Era il punto in cui Trump smetteva di fare il duro e iniziava a fare il ragioniere. Ci ha provato anche stavolta. Solo che il mercato ha cambiato fede. Non crede più ai miracoli. E poi, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, arriva il dettaglio che trasforma il sospetto in trama. A fare la ricostruzione è il Financial Times. Mette in luce che lunedì mattina, tra le 6:49 e le 6:51, qualcuno vende sei milioni di barili di petrolio. Due minuti netti. Chirurgici. Alle 7:05 arriva il post presidenziale: pausa negli attacchi. Il prezzo del barile cade. Applausi per chi era già seduto dalla parte giusta del tavolo. Sedici minuti prima dell’annuncio, erano stati piazzati 580 milioni di dollari sul ribasso. Contemporaneamente erano stati acquistati futures per 1,5 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo di Wall Street che puntualmente si è verificato. Che tempismo. Non è finita. Nei giorni precedenti, centinaia di scommesse azzeccano con precisione millimetrica l’ora di inizio della guerra. Operazioni milionarie si muovono pochi minuti prima dei post presidenziali. Futures comprati e venduti con una sincronia da metronomo. Il senatore democratico Chris Murphy pone la domanda più semplice, e quindi la più pericolosa: chi sapeva delle decisioni della Casa Bianca? La risposta ufficiale è impeccabile. Tutto regolare. Tutto etico. Tutto perfetto. Nel frattempo, però, l’ufficio del Dipartimento di Giustizia che si occupava proprio di queste cose - frodi, insider trading, piccole distrazioni da milioni - viene ridotto ai minimi termini. Da 36 a due avvocati. Praticamente una riunione del condominio davanti al caminetto. Coincidenze. Naturalmente. Il quadro si completa. Non è la guerra, non è il petrolio, non sono nemmeno i bond. È la fiducia che si è sfilacciata, punto dopo punto, dichiarazione dopo dichiarazione. Trump continua a parlare.
Una volta muoveva i mercati con una frase. Oggi non riesce nemmeno a convincerli con una pausa. Il tocco magico è finito. E Wall Street, che non ha senso dell’umorismo, ma ha una memoria eccellente, ha smesso di applaudire.
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(Ansa)
È il succo della sentenza di ieri della Corte costituzionale, che ha dichiarato inammissibile una questione sollevata dagli ermellini a proposito della vicenda di un migrante. Una storia emblematica dello scontro che si è aperto tra la magistratura e il governo, dopo l’inaugurazione dei centri in Albania. Il galantuomo d’importazione, già macchiatosi di reati, era stato trasportato a Gjadër in vista della sua espulsione. Una volta detenuto, aveva presentato due domande di protezione internazionale, in seguito alle quali il questore della Capitale aveva emesso un ulteriore provvedimento, motivato dall’infondatezza dell’istanza. Peccato che la Corte d’Appello di Roma, competente sulle convalide dei trattenimenti nel Paese balcanico, avesse annullato anche quel provvedimento secondario. L’uomo, allora, era stato riportato in Italia e internato nel Cpr di Bari. La Questura locale aveva quindi emesso una terza misura restrittiva, giustificata dal rischio di fuga dello straniero e dal pericolo che egli rappresentava per l’ordine pubblico. E al cospetto della Consulta è finita proprio la convalida di quest’ultimo provvedimento.
Il nodo giuridico del ricorso riguardava, infatti, la fonte della potestà concessa al questore. Secondo la Cassazione, il problema è che la terza disposizione di trattenimento dell’immigrato verrebbe adottata in forza di una legge (in particolare, in virtù del comma 2 bis dell’articolo 6, contenuto nel decreto legislativo n. 142 del 2015), anziché di un intervento dell’autorità giudiziaria o dell’autorità di pubblica sicurezza, come prevedrebbe la Costituzione all’articolo 13. Inoltre, l’effetto di tale disciplina normativa sarebbe di estendere la privazione della libertà personale oltre i termini fissati dalla Carta: le canoniche 48 ore andrebbero moltiplicate per tre.
«L’argomento», si legge però nel verdetto redatto dal giudice Francesco Viganò, «pur ispirato dalla comprensibile preoccupazione di non lasciare lacune nella tutela del diritto fondamentale alla libertà personale, non persuade». L’elemento dirimente è formale, ma qui la forma è sostanza. La Consulta, pertanto, osserva che il giudizio di convalida, affidato ora alle Corti d’Appello, ha per oggetto solo «la verifica della sussistenza nel caso concreto dei presupposti eccezionali di necessità e urgenza […], in presenza dei quali l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori restrittivi della libertà personale […]. Esso non ha, invece, a oggetto la verifica della legittimità costituzionale di una restrizione della libertà personale derivante […] direttamente da legge». Di qui, l’inammissibilità della questione posta dagli ermellini.
Se ne deduce che il problema della compatibilità tra la disciplina vigente e la Costituzione potrebbe essere riproposto in un contesto diverso: ad esempio, in sede civile. Tant’è che la Corte, rispolverando la consolidata prassi dei richiami al legislatore, lo esorta a «rivedere» la legge alla luce del diritto Ue e delle «esigenze di tutela della libertà personale», derivanti dalla Carta fondamentale.
Tuttavia, la sentenza di ieri presenta anche un risvolto politico rilevante, laddove definisce «del tutto legittimo» «l’obiettivo del legislatore di evitare che la mera presentazione di una domanda di protezione internazionale da parte di uno straniero comporti automaticamente il venir meno del suo trattenimento in vista dell’esecuzione dell’espulsione», specie quando l’immigrato «abbia commesso gravi reati e possa sottrarsi» al rimpatrio, «ove lasciato in libertà».
Sembra un’ovvietà, eppure le cronache recenti dimostrano che nulla può essere dato per scontato: c’è una lunga lista di stupratori, pedofili e spacciatori, di cui la Corte d’Appello di Roma ha impedito il trattenimento a Gjadër. Anche lì, di mezzo, c’era un inghippo formale: dinanzi alla Corte di giustizia Ue pende un procedimento sul protocollo Italia-Albania, concernente proprio la facoltà di trattenere nel Cpr balcanico chi ha chiesto asilo. Si tratta di un giudizio sollecitato dalla Cassazione medesima, che aveva emesso due sentenze l’una in contraddizione con l’altra: con la prima, autorizzava i trattenimenti; con la seconda, ha deciso di rivolgersi alla Corte europea. Così, finché Lussemburgo non si pronuncerà, i nostri magistrati d’Appello non convalideranno i trattenimenti. Ecco: al di là dei tecnicismi, la battaglia nei tribunali si sta traducendo in un ostacolo ai rimpatri. In una situazione del genere, la sentenza di ieri della Consulta non significa certo una vittoria a tavolino. La lotta all’invasione è dura e tale rimarrà. Ma dopo tante batoste, questo è un primo gol segnato. Palla al centro. La partita è ancora aperta.
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