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2020-11-02
Per i migranti le regole Covid non valgono
Ansa
Tra le forze di polizia che presidiano i centri di accoglienza, girano numeri ben precisi: «Quando collochiamo 10 persone nelle strutture, sappiamo già che nel giro di 24 ore ne sparirà la metà. Il giorno successivo ne andranno via altri 2. Otto su 10 finiscono chissà dove. Chi resta, vìola le regole di isolamento e scappa via ugualmente, noi li rincorriamo come dei pagliacci». Non lo dicono apertamente, ma il cuore della questione è lì, sullo sfondo: il sospetto è che le fughe siano in qualche modo «agevolate», tollerate affinché il sistema non collassi sotto al peso continui degli sbarchi.
Negli ultimi giorni, gli arrivi sulle nostre coste hanno superato quota 27.000, i numeri sono pressoché triplicati rispetto allo scorso anno. Lampedusa prima, ora anche la Calabria. Sulle coste joniche, dai 5 sbarchi di settembre si è arrivati ai 15 di ottobre. Cinque giorni fa, a Roccella Jonica sono arrivati in 76. Intercettati su una barca a vela al largo di Camini, nella Locride, sono stati trainati in porto. Più della metà sono risultati poi positivi al Covid.
«Le nostre coste restano senza dubbio il ventre molle dell'Europa», spiegano alla Verità esponenti delle sigle sindacali della polizia. «Di fronte agli annunci, alle sanatorie, all'indebolimento delle regole, è inevitabile che le partenze aumentino». Eppure, l'invito è a rivolgere lo sguardo verso qualcosa di meno visibile, ma altrettanto pressante: «Di fronte alle barche piene, non possiamo far finta di niente. Ma più su, al confine con la Slovenia, i numeri sono almeno il doppio: tutte le sere, attraverso i valichi campestri, il via vai è senza sosta. Di questo, tuttavia, si parla solo in rare occasioni». Nella sola giornata di sabato, la polizia di frontiera di Trieste ha intercettato un furgone con 17 pakistani irregolari a bordo e fermato 6 migranti irregolari stipati nel bagagliaio di un'auto. Di fronte alla crescita dei numeri, l'attività di sorveglianza si complica, «i controlli rigorosi» promessi dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, finiscono per essere elusi, soprattutto nei centri più affollati.
A Bari, per esempio, le fughe non sono più una novità. I migranti lasciano il Cara scavalcando le recinzioni, con buona pace delle disposizioni imposte all'interno della struttura dopo i primi casi di positività riscontrati. Come si legge in un'interrogazione parlamentare presentata dai senatori renziani Valeria Sudano e Leonardo Grimani, «episodi del genere destano la profonda preoccupazione dei cittadini residenti intorno ai centri di accoglienza, che, nel contesto di una pandemia mondiale, si sentono maggiormente a repentaglio dal punto di vista sanitario».
Per il Cara di Bari sarebbe passato anche Brahim Aoussaoiu, il killer che a Nizza ha ucciso 3 persone nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo l'arrivo a Lampedusa e il periodo di quarantena a bordo della nave Rhapsody, Aoussaoiu è stato trasferito a Bari, con l'ordine di lasciare l'Italia entro 7 giorni. «Qualsiasi migrante conosce bene come funzionano i fogli di via», raccontano ancora da ambienti sindacali della polizia. «In questo periodo di emergenza sanitaria», spiegano, «si tratta di un attentato sanitario mascherato da intimazione all'espulsione: 7 giorni di pacchia in cui ognuno è libero di andare dove vuole. E alla scadenza, arriva il rinnovo».
Ogni giorno lo stesso copione, l'ordine che parte dalle questure è sempre lo stesso: «Entro 7 giorni dalla notifica, i migranti saranno trasferiti a scaglioni presso le stazioni ferroviarie onde consentire loro di raggiungere più agevolmente la più vicina frontiera marittima o aerea da dove potersi imbarcare per rientrare nel paese di origine». Questa frase gli agenti la conoscono bene, molti di loro parlano apertamente di sceneggiata: «Come possono credere che chi ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo si lasci convincere da una intimazione del genere? Ci vuole un certo coraggio anche solo a scriverle certe parole. Noi tutti sappiamo benissimo dove andranno e cosa faranno, qual è la fine di questa parabola». Altri, invece, la fine della parabola la vedono meno nitida, oppure preferiscono guardare altrove per non vederla affatto.
«Dovremmo garantire la sicurezza ma nessuno dice come fare»

Fabio Conestà
«I numeri parlano chiaro: la scarsa organizzazione nella gestione dell'emergenza migratoria ci sovraespone al rischio contagio». Quando spiega le condizioni nelle quali le forze dell'ordine sono costrette a operare, Fabio Conestà, segretario generale del Movimento sindacale autonomo di polizia (Mosap), fatica a contenere la preoccupazione. Le regole, per chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini, non sono chiare. Chi dovrebbe intervenire sui protocolli sembra voltare il capo. Tra le forze di sicurezza serpeggiano disagio e demotivazione.
Segretario Conestà, a più riprese avete chiesto una maggiore chiarezza sulle regole di ingaggio. Che cosa manca?
«Pretendiamo disposizioni certe e uguali per tutti. La mancanza di chiarezza complica i nostri interventi, ci mette in grave difficoltà rispetto alle situazioni che ci troviamo ad affrontare».
Ci faccia un esempio.
«Come dobbiamo comportarci con un potenziale positivo? Quando vigiliamo fuori dai centri di accoglienza, non sappiamo quali protocolli applicare. Sono luoghi dove si vive una promiscuità: la probabilità di finire contagiati è alta».
Dall'inizio dell'emergenza, secondo il Dipartimento di pubblica sicurezza, risultano positivi 1.600 poliziotti, 493 solo nell'ultimo mese.
«Se non ci sono sufficienti misure precauzionali, si rischia. Se non vengono definite le modalità di intervento, ognuno si arrangia come può. È già successo e continuerà ad accadere di fronte alle continue fughe dai centri».
Molte fughe avvengono in violazione dell'isolamento fiduciario o addirittura della quarantena.
«Noi dovremmo fermare i migranti che scappano, ma con quali modalità? Non lo sappiamo, i protocolli di sicurezza non lo esplicitano. Di fronte alle nostre richieste, non sono mai stati presi provvedimenti. Così viene messa a repentaglio la salute nostra e quella delle nostre famiglie».
Che tipo di misure avete chiesto?
«Innanzitutto, i tamponi. Ci viene chiesto di effettuare i rimpatri, ma nessuno di noi sa chi si trova di fronte. Non sappiamo se i rimpatriati siano contagiosi o meno, nessuno verifica le loro condizioni di salute, se non dopo il volo».
Un centinaio di agenti sono finiti in isolamento dopo che è stata accertata la positività di un tunisino rimpatriato con un volo partito da Gorizia.
«Per questo abbiamo avanzato una proposta, che ci sembra di buon senso: tampone entro le 48 ore precedenti alla partenza».
Qual è stata la risposta?
«Non c'è stata alcuna risposta. Malgrado la nostra segnalazione, continuano a fare i tamponi nelle stesse modalità. Abbiamo provato anche a chiedere i test rapidi in alternativa, ma anche questo non è stato fatto. Evidentemente, quanto accaduto non è sufficiente per stimolare un provvedimento specifico».
Ritiene che ci sia una scarsa tutela nei vostri confronti da parte di chi ha in mano la gestione del sistema?
«Le cose non funzionano come dovrebbero. Il governo dovrebbe darci gli strumenti, la forza e le tutele per adempiere a pieno al nostro compito, in maniera rigorosa e protetta. Chi ha il dovere di prendere le decisioni dovrebbe avere una maggiore considerazione per chi rischia la vita. Basta consultare i numeri delle aggressioni, delle ferite, alcune volte gravissime, che gli agenti riportano».
I numeri fanno effetto: una aggressione ogni 3 ore, secondo le stime che i sindacati hanno diffuso prima della manifestazione del 14 ottobre.
«Sono dati che nessuno può discutere. Al governo potrebbero fare molto di più e meglio. Stiamo vivendo una situazione grave e i numeri, purtroppo, non ci danno conforto».
Dopo l'attentato di Nizza, qualcuno propone di ritirare il decreto sull'immigrazione, che alleggerisce alcune norme sulla sicurezza. Come avete accolto le modifiche ai decreti sicurezza volute dal governo?
«Restringere le situazioni in cui è possibile intervenire complica il nostro lavoro e facilita le situazioni di irregolarità sul territorio. Con gli uomini e i mezzi a disposizione, fronteggiare una situazione complessa come quella dell'immigrazione diventa difficile. Depotenziati i decreti sicurezza, diventerà tutto più difficile».
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Disorganizzazione, promiscuità, fughe: gli agenti sanno che metà di chi sbarca sparisce appena 24 ore dopo l'arrivo nei centri di accoglienza. E sospettano che lo svuotamento sia tollerato perché il sistema non collassi.Il segretario del sindacato di polizia Mosap Fabio Conestà: «Vogliamo regole certe e uguali per tutti, oggi non è così. Le precauzioni sono insufficienti. Abbiamo chiesto al governo di fare i tamponi ma non ci ha risposto».Lo speciale contiene due articoli.Tra le forze di polizia che presidiano i centri di accoglienza, girano numeri ben precisi: «Quando collochiamo 10 persone nelle strutture, sappiamo già che nel giro di 24 ore ne sparirà la metà. Il giorno successivo ne andranno via altri 2. Otto su 10 finiscono chissà dove. Chi resta, vìola le regole di isolamento e scappa via ugualmente, noi li rincorriamo come dei pagliacci». Non lo dicono apertamente, ma il cuore della questione è lì, sullo sfondo: il sospetto è che le fughe siano in qualche modo «agevolate», tollerate affinché il sistema non collassi sotto al peso continui degli sbarchi. Negli ultimi giorni, gli arrivi sulle nostre coste hanno superato quota 27.000, i numeri sono pressoché triplicati rispetto allo scorso anno. Lampedusa prima, ora anche la Calabria. Sulle coste joniche, dai 5 sbarchi di settembre si è arrivati ai 15 di ottobre. Cinque giorni fa, a Roccella Jonica sono arrivati in 76. Intercettati su una barca a vela al largo di Camini, nella Locride, sono stati trainati in porto. Più della metà sono risultati poi positivi al Covid. «Le nostre coste restano senza dubbio il ventre molle dell'Europa», spiegano alla Verità esponenti delle sigle sindacali della polizia. «Di fronte agli annunci, alle sanatorie, all'indebolimento delle regole, è inevitabile che le partenze aumentino». Eppure, l'invito è a rivolgere lo sguardo verso qualcosa di meno visibile, ma altrettanto pressante: «Di fronte alle barche piene, non possiamo far finta di niente. Ma più su, al confine con la Slovenia, i numeri sono almeno il doppio: tutte le sere, attraverso i valichi campestri, il via vai è senza sosta. Di questo, tuttavia, si parla solo in rare occasioni». Nella sola giornata di sabato, la polizia di frontiera di Trieste ha intercettato un furgone con 17 pakistani irregolari a bordo e fermato 6 migranti irregolari stipati nel bagagliaio di un'auto. Di fronte alla crescita dei numeri, l'attività di sorveglianza si complica, «i controlli rigorosi» promessi dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, finiscono per essere elusi, soprattutto nei centri più affollati. A Bari, per esempio, le fughe non sono più una novità. I migranti lasciano il Cara scavalcando le recinzioni, con buona pace delle disposizioni imposte all'interno della struttura dopo i primi casi di positività riscontrati. Come si legge in un'interrogazione parlamentare presentata dai senatori renziani Valeria Sudano e Leonardo Grimani, «episodi del genere destano la profonda preoccupazione dei cittadini residenti intorno ai centri di accoglienza, che, nel contesto di una pandemia mondiale, si sentono maggiormente a repentaglio dal punto di vista sanitario». Per il Cara di Bari sarebbe passato anche Brahim Aoussaoiu, il killer che a Nizza ha ucciso 3 persone nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo l'arrivo a Lampedusa e il periodo di quarantena a bordo della nave Rhapsody, Aoussaoiu è stato trasferito a Bari, con l'ordine di lasciare l'Italia entro 7 giorni. «Qualsiasi migrante conosce bene come funzionano i fogli di via», raccontano ancora da ambienti sindacali della polizia. «In questo periodo di emergenza sanitaria», spiegano, «si tratta di un attentato sanitario mascherato da intimazione all'espulsione: 7 giorni di pacchia in cui ognuno è libero di andare dove vuole. E alla scadenza, arriva il rinnovo». Ogni giorno lo stesso copione, l'ordine che parte dalle questure è sempre lo stesso: «Entro 7 giorni dalla notifica, i migranti saranno trasferiti a scaglioni presso le stazioni ferroviarie onde consentire loro di raggiungere più agevolmente la più vicina frontiera marittima o aerea da dove potersi imbarcare per rientrare nel paese di origine». Questa frase gli agenti la conoscono bene, molti di loro parlano apertamente di sceneggiata: «Come possono credere che chi ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo si lasci convincere da una intimazione del genere? Ci vuole un certo coraggio anche solo a scriverle certe parole. Noi tutti sappiamo benissimo dove andranno e cosa faranno, qual è la fine di questa parabola». 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Le regole, per chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini, non sono chiare. Chi dovrebbe intervenire sui protocolli sembra voltare il capo. Tra le forze di sicurezza serpeggiano disagio e demotivazione. Segretario Conestà, a più riprese avete chiesto una maggiore chiarezza sulle regole di ingaggio. Che cosa manca? «Pretendiamo disposizioni certe e uguali per tutti. La mancanza di chiarezza complica i nostri interventi, ci mette in grave difficoltà rispetto alle situazioni che ci troviamo ad affrontare». Ci faccia un esempio. «Come dobbiamo comportarci con un potenziale positivo? Quando vigiliamo fuori dai centri di accoglienza, non sappiamo quali protocolli applicare. Sono luoghi dove si vive una promiscuità: la probabilità di finire contagiati è alta». Dall'inizio dell'emergenza, secondo il Dipartimento di pubblica sicurezza, risultano positivi 1.600 poliziotti, 493 solo nell'ultimo mese. «Se non ci sono sufficienti misure precauzionali, si rischia. Se non vengono definite le modalità di intervento, ognuno si arrangia come può. È già successo e continuerà ad accadere di fronte alle continue fughe dai centri». Molte fughe avvengono in violazione dell'isolamento fiduciario o addirittura della quarantena. «Noi dovremmo fermare i migranti che scappano, ma con quali modalità? Non lo sappiamo, i protocolli di sicurezza non lo esplicitano. Di fronte alle nostre richieste, non sono mai stati presi provvedimenti. Così viene messa a repentaglio la salute nostra e quella delle nostre famiglie». Che tipo di misure avete chiesto? «Innanzitutto, i tamponi. Ci viene chiesto di effettuare i rimpatri, ma nessuno di noi sa chi si trova di fronte. Non sappiamo se i rimpatriati siano contagiosi o meno, nessuno verifica le loro condizioni di salute, se non dopo il volo». Un centinaio di agenti sono finiti in isolamento dopo che è stata accertata la positività di un tunisino rimpatriato con un volo partito da Gorizia. «Per questo abbiamo avanzato una proposta, che ci sembra di buon senso: tampone entro le 48 ore precedenti alla partenza». Qual è stata la risposta? «Non c'è stata alcuna risposta. Malgrado la nostra segnalazione, continuano a fare i tamponi nelle stesse modalità. Abbiamo provato anche a chiedere i test rapidi in alternativa, ma anche questo non è stato fatto. Evidentemente, quanto accaduto non è sufficiente per stimolare un provvedimento specifico». Ritiene che ci sia una scarsa tutela nei vostri confronti da parte di chi ha in mano la gestione del sistema? «Le cose non funzionano come dovrebbero. Il governo dovrebbe darci gli strumenti, la forza e le tutele per adempiere a pieno al nostro compito, in maniera rigorosa e protetta. Chi ha il dovere di prendere le decisioni dovrebbe avere una maggiore considerazione per chi rischia la vita. Basta consultare i numeri delle aggressioni, delle ferite, alcune volte gravissime, che gli agenti riportano». I numeri fanno effetto: una aggressione ogni 3 ore, secondo le stime che i sindacati hanno diffuso prima della manifestazione del 14 ottobre. «Sono dati che nessuno può discutere. Al governo potrebbero fare molto di più e meglio. Stiamo vivendo una situazione grave e i numeri, purtroppo, non ci danno conforto». Dopo l'attentato di Nizza, qualcuno propone di ritirare il decreto sull'immigrazione, che alleggerisce alcune norme sulla sicurezza. Come avete accolto le modifiche ai decreti sicurezza volute dal governo? «Restringere le situazioni in cui è possibile intervenire complica il nostro lavoro e facilita le situazioni di irregolarità sul territorio. Con gli uomini e i mezzi a disposizione, fronteggiare una situazione complessa come quella dell'immigrazione diventa difficile. Depotenziati i decreti sicurezza, diventerà tutto più difficile».
Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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Come rendere appetitosi i broccoli (lo sono già per conto loro, ma con quel loro odorino solforato a molti sono venuti in uggia) facendoli diventare simpatici in un primo piatto impeccabile dal punto di vista nutrizionale, facilissimo da realizzare e assai appetitoso. Si tratta di pigliare dalla nostra antica tradizione e metterla in pratica dacché orto e pescato vanno da sempre d’accordo nella cultura gastronomica delle nostre terre.
In più se unite al sapore del baccalà le proprietà salutari del broccolo potete dire di avere fatto un gran piacere ai vostri commensali: i broccoli sono, con tutte le altre brassicacee, il toccasana della stagione fredda: danno sali minerali, fibra, vitamine, antiossidanti in quantità e sono amici della digestione, del cuore e delle vie respiratorie. Un tempo le nonne facevano fare i suffumigi sul vapore dei cavoli che bollivano per rimediare a raffreddore e bronchite. Noi ci accontentiamo di fare un piatto gustoso.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola da grano italiano (noi abbiamo scelto le pennette lisce di un antichissimo pastificio toscano di Lari), 300 gr di broccoli, 400 gr di baccalà già ammollato, 2 spicchi di aglio, un peperoncino o mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere, due filetti d’acciuga, una ventina di nocciole, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale qb. Facoltativo un mazzetto di prezzemolo.
Procedimento – In una padella ampia – ci dovete saltare la pasta – fate imbiondire l’aglio e disfare i filetti di acciughe in compagnia del peperoncino nell’olio extravergine di oliva. Pulite il baccalà dalla pelle e dalle lische e fatelo a cubetti. Mettetelo in padella e fate andare a fuoco molto moderato. Mondate i broccoli, dividete i rametti e metteteli a lessare nella stessa acqua con la pasta. Nel frattempo sguisciate le nocciole tostatele in padella e poi tritale grossolanamente tenendole da parte. A un paio di minuti dalla fine della cottura della pasta scolatela insieme a broccoli, eliminate lo spicchio d’aglio e il peperoncino se intero, fate finire la cottura della pasta in padella mantecando bene. Se del caso aggiustate di sale. A cottura terminata fate cadere su ogni piatto una pioggia di granella di nocciole, un giro di extravergine a crudo e se volete anche del prezzemolo che avrete tritato finemente.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di completare i piatti con nocciole, olio extravergine e prezzemolo.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Lugana del Garda, ottimo un Soave, assai indicati un Arneis, una Nascetta langotta o un Gavi del comune di Gavi, tutti bianchi gentili e profumati.
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