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2020-11-02
Per i migranti le regole Covid non valgono
Ansa
Tra le forze di polizia che presidiano i centri di accoglienza, girano numeri ben precisi: «Quando collochiamo 10 persone nelle strutture, sappiamo già che nel giro di 24 ore ne sparirà la metà. Il giorno successivo ne andranno via altri 2. Otto su 10 finiscono chissà dove. Chi resta, vìola le regole di isolamento e scappa via ugualmente, noi li rincorriamo come dei pagliacci». Non lo dicono apertamente, ma il cuore della questione è lì, sullo sfondo: il sospetto è che le fughe siano in qualche modo «agevolate», tollerate affinché il sistema non collassi sotto al peso continui degli sbarchi.
Negli ultimi giorni, gli arrivi sulle nostre coste hanno superato quota 27.000, i numeri sono pressoché triplicati rispetto allo scorso anno. Lampedusa prima, ora anche la Calabria. Sulle coste joniche, dai 5 sbarchi di settembre si è arrivati ai 15 di ottobre. Cinque giorni fa, a Roccella Jonica sono arrivati in 76. Intercettati su una barca a vela al largo di Camini, nella Locride, sono stati trainati in porto. Più della metà sono risultati poi positivi al Covid.
«Le nostre coste restano senza dubbio il ventre molle dell'Europa», spiegano alla Verità esponenti delle sigle sindacali della polizia. «Di fronte agli annunci, alle sanatorie, all'indebolimento delle regole, è inevitabile che le partenze aumentino». Eppure, l'invito è a rivolgere lo sguardo verso qualcosa di meno visibile, ma altrettanto pressante: «Di fronte alle barche piene, non possiamo far finta di niente. Ma più su, al confine con la Slovenia, i numeri sono almeno il doppio: tutte le sere, attraverso i valichi campestri, il via vai è senza sosta. Di questo, tuttavia, si parla solo in rare occasioni». Nella sola giornata di sabato, la polizia di frontiera di Trieste ha intercettato un furgone con 17 pakistani irregolari a bordo e fermato 6 migranti irregolari stipati nel bagagliaio di un'auto. Di fronte alla crescita dei numeri, l'attività di sorveglianza si complica, «i controlli rigorosi» promessi dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, finiscono per essere elusi, soprattutto nei centri più affollati.
A Bari, per esempio, le fughe non sono più una novità. I migranti lasciano il Cara scavalcando le recinzioni, con buona pace delle disposizioni imposte all'interno della struttura dopo i primi casi di positività riscontrati. Come si legge in un'interrogazione parlamentare presentata dai senatori renziani Valeria Sudano e Leonardo Grimani, «episodi del genere destano la profonda preoccupazione dei cittadini residenti intorno ai centri di accoglienza, che, nel contesto di una pandemia mondiale, si sentono maggiormente a repentaglio dal punto di vista sanitario».
Per il Cara di Bari sarebbe passato anche Brahim Aoussaoiu, il killer che a Nizza ha ucciso 3 persone nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo l'arrivo a Lampedusa e il periodo di quarantena a bordo della nave Rhapsody, Aoussaoiu è stato trasferito a Bari, con l'ordine di lasciare l'Italia entro 7 giorni. «Qualsiasi migrante conosce bene come funzionano i fogli di via», raccontano ancora da ambienti sindacali della polizia. «In questo periodo di emergenza sanitaria», spiegano, «si tratta di un attentato sanitario mascherato da intimazione all'espulsione: 7 giorni di pacchia in cui ognuno è libero di andare dove vuole. E alla scadenza, arriva il rinnovo».
Ogni giorno lo stesso copione, l'ordine che parte dalle questure è sempre lo stesso: «Entro 7 giorni dalla notifica, i migranti saranno trasferiti a scaglioni presso le stazioni ferroviarie onde consentire loro di raggiungere più agevolmente la più vicina frontiera marittima o aerea da dove potersi imbarcare per rientrare nel paese di origine». Questa frase gli agenti la conoscono bene, molti di loro parlano apertamente di sceneggiata: «Come possono credere che chi ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo si lasci convincere da una intimazione del genere? Ci vuole un certo coraggio anche solo a scriverle certe parole. Noi tutti sappiamo benissimo dove andranno e cosa faranno, qual è la fine di questa parabola». Altri, invece, la fine della parabola la vedono meno nitida, oppure preferiscono guardare altrove per non vederla affatto.
«Dovremmo garantire la sicurezza ma nessuno dice come fare»

Fabio Conestà
«I numeri parlano chiaro: la scarsa organizzazione nella gestione dell'emergenza migratoria ci sovraespone al rischio contagio». Quando spiega le condizioni nelle quali le forze dell'ordine sono costrette a operare, Fabio Conestà, segretario generale del Movimento sindacale autonomo di polizia (Mosap), fatica a contenere la preoccupazione. Le regole, per chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini, non sono chiare. Chi dovrebbe intervenire sui protocolli sembra voltare il capo. Tra le forze di sicurezza serpeggiano disagio e demotivazione.
Segretario Conestà, a più riprese avete chiesto una maggiore chiarezza sulle regole di ingaggio. Che cosa manca?
«Pretendiamo disposizioni certe e uguali per tutti. La mancanza di chiarezza complica i nostri interventi, ci mette in grave difficoltà rispetto alle situazioni che ci troviamo ad affrontare».
Ci faccia un esempio.
«Come dobbiamo comportarci con un potenziale positivo? Quando vigiliamo fuori dai centri di accoglienza, non sappiamo quali protocolli applicare. Sono luoghi dove si vive una promiscuità: la probabilità di finire contagiati è alta».
Dall'inizio dell'emergenza, secondo il Dipartimento di pubblica sicurezza, risultano positivi 1.600 poliziotti, 493 solo nell'ultimo mese.
«Se non ci sono sufficienti misure precauzionali, si rischia. Se non vengono definite le modalità di intervento, ognuno si arrangia come può. È già successo e continuerà ad accadere di fronte alle continue fughe dai centri».
Molte fughe avvengono in violazione dell'isolamento fiduciario o addirittura della quarantena.
«Noi dovremmo fermare i migranti che scappano, ma con quali modalità? Non lo sappiamo, i protocolli di sicurezza non lo esplicitano. Di fronte alle nostre richieste, non sono mai stati presi provvedimenti. Così viene messa a repentaglio la salute nostra e quella delle nostre famiglie».
Che tipo di misure avete chiesto?
«Innanzitutto, i tamponi. Ci viene chiesto di effettuare i rimpatri, ma nessuno di noi sa chi si trova di fronte. Non sappiamo se i rimpatriati siano contagiosi o meno, nessuno verifica le loro condizioni di salute, se non dopo il volo».
Un centinaio di agenti sono finiti in isolamento dopo che è stata accertata la positività di un tunisino rimpatriato con un volo partito da Gorizia.
«Per questo abbiamo avanzato una proposta, che ci sembra di buon senso: tampone entro le 48 ore precedenti alla partenza».
Qual è stata la risposta?
«Non c'è stata alcuna risposta. Malgrado la nostra segnalazione, continuano a fare i tamponi nelle stesse modalità. Abbiamo provato anche a chiedere i test rapidi in alternativa, ma anche questo non è stato fatto. Evidentemente, quanto accaduto non è sufficiente per stimolare un provvedimento specifico».
Ritiene che ci sia una scarsa tutela nei vostri confronti da parte di chi ha in mano la gestione del sistema?
«Le cose non funzionano come dovrebbero. Il governo dovrebbe darci gli strumenti, la forza e le tutele per adempiere a pieno al nostro compito, in maniera rigorosa e protetta. Chi ha il dovere di prendere le decisioni dovrebbe avere una maggiore considerazione per chi rischia la vita. Basta consultare i numeri delle aggressioni, delle ferite, alcune volte gravissime, che gli agenti riportano».
I numeri fanno effetto: una aggressione ogni 3 ore, secondo le stime che i sindacati hanno diffuso prima della manifestazione del 14 ottobre.
«Sono dati che nessuno può discutere. Al governo potrebbero fare molto di più e meglio. Stiamo vivendo una situazione grave e i numeri, purtroppo, non ci danno conforto».
Dopo l'attentato di Nizza, qualcuno propone di ritirare il decreto sull'immigrazione, che alleggerisce alcune norme sulla sicurezza. Come avete accolto le modifiche ai decreti sicurezza volute dal governo?
«Restringere le situazioni in cui è possibile intervenire complica il nostro lavoro e facilita le situazioni di irregolarità sul territorio. Con gli uomini e i mezzi a disposizione, fronteggiare una situazione complessa come quella dell'immigrazione diventa difficile. Depotenziati i decreti sicurezza, diventerà tutto più difficile».
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Disorganizzazione, promiscuità, fughe: gli agenti sanno che metà di chi sbarca sparisce appena 24 ore dopo l'arrivo nei centri di accoglienza. E sospettano che lo svuotamento sia tollerato perché il sistema non collassi.Il segretario del sindacato di polizia Mosap Fabio Conestà: «Vogliamo regole certe e uguali per tutti, oggi non è così. Le precauzioni sono insufficienti. Abbiamo chiesto al governo di fare i tamponi ma non ci ha risposto».Lo speciale contiene due articoli.Tra le forze di polizia che presidiano i centri di accoglienza, girano numeri ben precisi: «Quando collochiamo 10 persone nelle strutture, sappiamo già che nel giro di 24 ore ne sparirà la metà. Il giorno successivo ne andranno via altri 2. Otto su 10 finiscono chissà dove. Chi resta, vìola le regole di isolamento e scappa via ugualmente, noi li rincorriamo come dei pagliacci». Non lo dicono apertamente, ma il cuore della questione è lì, sullo sfondo: il sospetto è che le fughe siano in qualche modo «agevolate», tollerate affinché il sistema non collassi sotto al peso continui degli sbarchi. Negli ultimi giorni, gli arrivi sulle nostre coste hanno superato quota 27.000, i numeri sono pressoché triplicati rispetto allo scorso anno. Lampedusa prima, ora anche la Calabria. Sulle coste joniche, dai 5 sbarchi di settembre si è arrivati ai 15 di ottobre. Cinque giorni fa, a Roccella Jonica sono arrivati in 76. Intercettati su una barca a vela al largo di Camini, nella Locride, sono stati trainati in porto. Più della metà sono risultati poi positivi al Covid. «Le nostre coste restano senza dubbio il ventre molle dell'Europa», spiegano alla Verità esponenti delle sigle sindacali della polizia. «Di fronte agli annunci, alle sanatorie, all'indebolimento delle regole, è inevitabile che le partenze aumentino». Eppure, l'invito è a rivolgere lo sguardo verso qualcosa di meno visibile, ma altrettanto pressante: «Di fronte alle barche piene, non possiamo far finta di niente. Ma più su, al confine con la Slovenia, i numeri sono almeno il doppio: tutte le sere, attraverso i valichi campestri, il via vai è senza sosta. Di questo, tuttavia, si parla solo in rare occasioni». Nella sola giornata di sabato, la polizia di frontiera di Trieste ha intercettato un furgone con 17 pakistani irregolari a bordo e fermato 6 migranti irregolari stipati nel bagagliaio di un'auto. Di fronte alla crescita dei numeri, l'attività di sorveglianza si complica, «i controlli rigorosi» promessi dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, finiscono per essere elusi, soprattutto nei centri più affollati. A Bari, per esempio, le fughe non sono più una novità. I migranti lasciano il Cara scavalcando le recinzioni, con buona pace delle disposizioni imposte all'interno della struttura dopo i primi casi di positività riscontrati. Come si legge in un'interrogazione parlamentare presentata dai senatori renziani Valeria Sudano e Leonardo Grimani, «episodi del genere destano la profonda preoccupazione dei cittadini residenti intorno ai centri di accoglienza, che, nel contesto di una pandemia mondiale, si sentono maggiormente a repentaglio dal punto di vista sanitario». Per il Cara di Bari sarebbe passato anche Brahim Aoussaoiu, il killer che a Nizza ha ucciso 3 persone nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo l'arrivo a Lampedusa e il periodo di quarantena a bordo della nave Rhapsody, Aoussaoiu è stato trasferito a Bari, con l'ordine di lasciare l'Italia entro 7 giorni. «Qualsiasi migrante conosce bene come funzionano i fogli di via», raccontano ancora da ambienti sindacali della polizia. «In questo periodo di emergenza sanitaria», spiegano, «si tratta di un attentato sanitario mascherato da intimazione all'espulsione: 7 giorni di pacchia in cui ognuno è libero di andare dove vuole. E alla scadenza, arriva il rinnovo». Ogni giorno lo stesso copione, l'ordine che parte dalle questure è sempre lo stesso: «Entro 7 giorni dalla notifica, i migranti saranno trasferiti a scaglioni presso le stazioni ferroviarie onde consentire loro di raggiungere più agevolmente la più vicina frontiera marittima o aerea da dove potersi imbarcare per rientrare nel paese di origine». Questa frase gli agenti la conoscono bene, molti di loro parlano apertamente di sceneggiata: «Come possono credere che chi ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo si lasci convincere da una intimazione del genere? Ci vuole un certo coraggio anche solo a scriverle certe parole. Noi tutti sappiamo benissimo dove andranno e cosa faranno, qual è la fine di questa parabola». 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Le regole, per chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini, non sono chiare. Chi dovrebbe intervenire sui protocolli sembra voltare il capo. Tra le forze di sicurezza serpeggiano disagio e demotivazione. Segretario Conestà, a più riprese avete chiesto una maggiore chiarezza sulle regole di ingaggio. Che cosa manca? «Pretendiamo disposizioni certe e uguali per tutti. La mancanza di chiarezza complica i nostri interventi, ci mette in grave difficoltà rispetto alle situazioni che ci troviamo ad affrontare». Ci faccia un esempio. «Come dobbiamo comportarci con un potenziale positivo? Quando vigiliamo fuori dai centri di accoglienza, non sappiamo quali protocolli applicare. Sono luoghi dove si vive una promiscuità: la probabilità di finire contagiati è alta». Dall'inizio dell'emergenza, secondo il Dipartimento di pubblica sicurezza, risultano positivi 1.600 poliziotti, 493 solo nell'ultimo mese. «Se non ci sono sufficienti misure precauzionali, si rischia. Se non vengono definite le modalità di intervento, ognuno si arrangia come può. È già successo e continuerà ad accadere di fronte alle continue fughe dai centri». Molte fughe avvengono in violazione dell'isolamento fiduciario o addirittura della quarantena. «Noi dovremmo fermare i migranti che scappano, ma con quali modalità? Non lo sappiamo, i protocolli di sicurezza non lo esplicitano. Di fronte alle nostre richieste, non sono mai stati presi provvedimenti. Così viene messa a repentaglio la salute nostra e quella delle nostre famiglie». Che tipo di misure avete chiesto? «Innanzitutto, i tamponi. Ci viene chiesto di effettuare i rimpatri, ma nessuno di noi sa chi si trova di fronte. Non sappiamo se i rimpatriati siano contagiosi o meno, nessuno verifica le loro condizioni di salute, se non dopo il volo». Un centinaio di agenti sono finiti in isolamento dopo che è stata accertata la positività di un tunisino rimpatriato con un volo partito da Gorizia. «Per questo abbiamo avanzato una proposta, che ci sembra di buon senso: tampone entro le 48 ore precedenti alla partenza». Qual è stata la risposta? «Non c'è stata alcuna risposta. Malgrado la nostra segnalazione, continuano a fare i tamponi nelle stesse modalità. Abbiamo provato anche a chiedere i test rapidi in alternativa, ma anche questo non è stato fatto. Evidentemente, quanto accaduto non è sufficiente per stimolare un provvedimento specifico». Ritiene che ci sia una scarsa tutela nei vostri confronti da parte di chi ha in mano la gestione del sistema? «Le cose non funzionano come dovrebbero. Il governo dovrebbe darci gli strumenti, la forza e le tutele per adempiere a pieno al nostro compito, in maniera rigorosa e protetta. Chi ha il dovere di prendere le decisioni dovrebbe avere una maggiore considerazione per chi rischia la vita. Basta consultare i numeri delle aggressioni, delle ferite, alcune volte gravissime, che gli agenti riportano». I numeri fanno effetto: una aggressione ogni 3 ore, secondo le stime che i sindacati hanno diffuso prima della manifestazione del 14 ottobre. «Sono dati che nessuno può discutere. Al governo potrebbero fare molto di più e meglio. Stiamo vivendo una situazione grave e i numeri, purtroppo, non ci danno conforto». Dopo l'attentato di Nizza, qualcuno propone di ritirare il decreto sull'immigrazione, che alleggerisce alcune norme sulla sicurezza. Come avete accolto le modifiche ai decreti sicurezza volute dal governo? «Restringere le situazioni in cui è possibile intervenire complica il nostro lavoro e facilita le situazioni di irregolarità sul territorio. Con gli uomini e i mezzi a disposizione, fronteggiare una situazione complessa come quella dell'immigrazione diventa difficile. Depotenziati i decreti sicurezza, diventerà tutto più difficile».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.